Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo III

Copertina di Rimpatriata a NY
Copertina con AI

Rimpatriata a NY

di @bloodymary79

Originale · Classificazione: Esplicito · Completa

14.498 parole · 5 capitoli · 1 lettura · aggiornata il 30 ottobre · nessuna recensione ›

Avvertenze

Contenuto sessuale esplicito

Tag

F/M · Introspettivo · Romantico · Slice of life

Personaggi

Personaggi originali

Sally La protagonista femminile. Una ragazza introspettiva, fragile ma incredibilmente resiliente. Nell'adolescenza affronta la forte pressione familiare, la perdita del nonno e una battaglia silenziosa contro le proprie insicurezze. Crescendo, si trasforma in una donna colta e indipendente, ricercatrice accademica divisa tra l'Italia, la Germania, l'Austria e l'America, senza mai perdere la sua…

Capitoli

5 capitoli, del 30 ottobre

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Riassunto

Riassunto

Un vortice di luci stroboscopiche, adrenalina pura e sogni che superano l'oceano. Nel cuore pulsante di New York, tra il caos frenetico e glamour del backstage di un club a Chelsea e l'energia inconfondibile di una notte rock sregolata, le strade dei protagonisti tornano a intrecciarsi inaspettatamente.

È una storia che profuma di rivincita e di libertà, ma soprattutto un tributo toccante all'amicizia viscerale che tiene unito questo gruppo nel corso degli anni. Tra le risate, i brindisi e le chiamate in streaming oltreoceano con chi è rimasto a casa, emerge con forza la complicità fraterna e la lealtà incrollabile che lega Sally a Marco — l'amico di sempre, spalla solida e rifugio sicuro fin dai tempi della periferia. Al contempo, la notte newyorchese riaccende la chimica magnetica e intensa tra Sally e Teo: un'intesa fatta di sguardi, desiderio represso e una passione bruciante che non ha mai smesso di scorrere calda sotto la superficie. Tra imprevisti gestiti con sfrontatezza e una colonna sonora che batte al ritmo di un'epoca irripetibile, questa parentesi newyorchese dimostra che, qualsiasi cosa accada nel mondo, certi legami sono destinati a rimanere indissolubili.

Capitolo 3

L'attitudine Giusta

4.476 parole, circa 22 minuti

Copertina del capitolo 3

Il giorno della sfilata a Chelsea si aprì con il cielo di Manhattan tinto di un grigio metallico, squarciato all'orizzonte dai riflessi dorati dei grattacieli.

Nel grande loft, l'aria era già carica di elettricità, lauril solfato e panico puro a cinque stelle. Era il regno incontrastato di Elena, trasformatasi per l'occasione in una generalessa inflessibile dai metodi spartani: tra rotoli di tulle nero che venivano srotolati con la violenza di teli da sbarco, grucce che volavano ad altezza uomo e assistenti junior in preda all'iperventilazione con il biberon di caffeina in mano, la stilista dava ordini in tre lingue diverse, con un auricolare Bluetooth piantato nell'orecchio, camminando su e giù per il laboratorio con tacco dodici a spillo e una nuvola di ricci scuri completamente fuori controllo.

In mezzo a quel ciclone di stoffe, forbici affilate e urla isteriche, una gigantesca e inaspettata ancora di salvezza svettava fiera: Jo.


L'ingegnere, con le maniche della camicia rigorosamente arrotolate sugli avambracci e una tazza di caffè bollente dimenticata chissà dove dal quarto d'ora precedente, si era trasformato nel perfetto Direttore Operativo del Caos, nonché muro del pianto ufficiale. Con la sua flemma calcolatrice e del tutto immune ai toni da tragedia greca di Elena, Jo coordinava con precisione chirurgica i tempi di consegna dei materiali, sedava con un'occhiata di pura ingegneria gestionale i capricci delle modelle più pretenziose nel backstage — intervenendo prima che una di loro rifiutasse di indossare un abito «perché le sue vibrazioni astrali erano negative» — e, ogni volta che Elena rischiava di cedere a un crollo di nervi, le si piazzava davanti bloccandole il passaggio con la stazza, le porgeva un bicchiere d'acqua e le sparava una battuta acida per smontare l'ansia.


«Respira, stilista» le diceva Jo con tono imperturbabile, sistemandole una ciocca di capelli ribelli dietro l'orecchio con un gesto d'inaspettata, fulminea dolcezza, prima di sfiorarle la tempia con le labbra. «Se crolli adesso e fallisci, la logistica di questo posto collassa, io dovrò rassegnarmi a fare l'ingegnere a tempo pieno in ufficio per il resto dei miei giorni, e questo sì che sarebbe un crimine contro l'umanità. Oltretutto, se svieni, le modelle usano i tuoi bozzetti per farci le barchette di carta.»


Elena, oscillando pericolosamente tra un insulto affettuoso in dialetto emiliano e una risata isterica, trovava in quella presenza solida e strafottente il gancio perfetto per non perdere del tutto il senno. Sally li osservava a distanza di sicurezza, tenendo stretta la sua tazza di tè e domandandosi per l'ennesima volta quando mai quelle due teste di cazzo avrebbero finalmente capito che erano fatti l’uno per l’altra, non fosse stato per il loro rifiuto viscerale e allergico verso la casella “impegno emotivo”. Ma forse, in un qualche universo parallelo e bizzarro che sfuggiva alla logica comune, per loro due funzionava meravigliosamente bene così.


Mentre il loft bruciava letteralmente di frenesia e a Elena era impossibile strappare persino un monosillabo che non fosse un ordine di servizio, a Sally, Teo e Marco fu imposto tassativamente di evaporare per qualche ora, onde evitare di finire travolti dalle assistenti, calpestati dalle falcate delle modelle o spillati da Elena per essere usati come manichini umani da tortura.


Sally varcò la soglia della camera indossando uno dei capi che Elena le aveva confezionato con cura maniacale: un abito da giorno straordinariamente chic ma incredibilmente confortevole, tagliato su una morbida flanella nera con eleganti dettagli sartoriali grigio perla. L'aveva abbinato a un paio di stivaletti bassi in cuoio perfetti da Macina-Chilometri su marciapiede e a un cappotto lungo dal taglio nettamente maschile che le dava un'aria disinvolta e sfacciata , come una diva d'altri tempi sbarcata per caso nel Lower East Side.


Teo, appoggiato allo stipite della porta, appena la vide uscire le bloccò il passaggio con un fischio d'approvazione lungo e sfacciato, guadagnandosi in risposta un buffetto affettuoso e una spinta d'intesa sulla guancia. Marco, finalmente liberato dalla barba incolta, con i capelli ordinati, una giacca di pelle vissuta dal sapore vintage e lo sguardo nettamente più leggero rispetto al macigno della sera precedente, li aspettava in fondo alle scale del palazzo.


«Bene, turisti per caso» decretò Marco con un mezzo sorriso e le mani infilate nelle tasche dei jeans. «Se la nostra missione per oggi è fare da scudo umano contro il ciclone sartoriale di Chelsea, direi di partire con le priorità assolute: dose da cavallo di caffeina e un giro serio in mezzo alla città per farci passare la voglia di scappare.»


La mattinata si trasformò in una boccata d'aria fresca, carica di quella leggerezza che mancava da troppo tempo. Camminarono lungo la High Line, il parco sopraelevato ricavato dalla vecchia ferrovia industriale che tagliava il quartiere, respirando il vento freddo che risaliva dall'Hudson.


Tra le battute pungenti e irriverenti di Teo — che continuava a sostenere che i newyorkesi camminassero veloci solo per evitare che qualcuno offrisse loro del formaggio cheddar spray — e i tentativi di Marco di ritrovare il passo giusto in mezzo alla folla frenetica, Sally si accorse di quanto quel viaggio stesse compiendo una mezza magia: rimettere a posto i pezzi di ognuno di loro, spazzando via le ultime ombre e i mostri accumulati durante l'anno.

C'era spazio per ridere anche dei piccoli disastri quotidiani: come quando Teo tentò di fare il galante offrendo a Sally un pretzel gigante acquistato da un carretto all'angolo, scoprendo solo dopo il primo morso che era duro come una mattonella di calcestruzzo e salato quanto l'Oceano Atlantico.


«Se lo lanci contro un grattacielo, lo tiri giù» commentò Marco divertito, vedendo la faccia di Teo che cercava con dignità di masticare l'impasto gommoso.

«È un test di resistenza per la mascella» ribatté Teo a bocca mezza piena. «E comunque è un classico della cultura street! Voi due non capite l'arte.»


Lasciatosi alle spalle il verde della High Line, l'istinto e la loro irrefrenabile, viscerale passione per il rock li guidarono verso i luoghi simbolo della musica a New York. Teo fece da cicerone scatenato, portandoli fino al mitico Village Vanguard nel Greenwich Village — il tempietto sotterraneo del jazz che aveva visto passare leggende assolute — e poi dritto nel cuore dell'East Village. Si persero per ore tra le ceste impolverate dei negozi di vinili storici e tra le vetrine dei rivenditori di strumenti vintage, dove Teo e Sally passarono venti minuti interi a discutere animatamente sul suono di una Fender Stratocaster del '68 rimasta esposta come una reliquia sacra, mentre Marco cercava disperatamente di non ascoltare.


Verso il tardo pomeriggio, con le gambe a pezzi per i chilometri accumulati sull'asfalto e il vento gelido che cominciava a pungere sul serio tra le crepe dei grattacieli, decisero di rifugiarsi in un pub in mattoni rossi nascosto in una traversa tranquilla. Era un posto caldo, profumato di luppolo e legno stagionato, semideserto e perfetto per riprendere fiato prima di dover fare ritorno al loft e prepararsi per la gran serata: se non fossero stati i più fighi del locale in prima fila, Elena non gliel'avrebbe mai perdonato e avrebbe trovato il modo di fargliela pagare carissima con qualche vendetta sartoriale nei mesi a venire.


Mentre Teo si allontanava per andare a ordinare un altro round di pinte al bancone, sfidando un barista barbuto a servire una birra "con la schiuma fatta a regola d'arte", lo spazio tra Sally e Marco si riempì di una quiete diversa: densa, calda, confidenziale. Marco teneva lo sguardo fisso sulla sua pinta, rigirandola lentamente tra le dita con un'aria assorta, finché non ruppe il silenzio, lasciando che le parole affiorassero con la naturalezza dei ricordi più antichi.


«Sai... a volte, quando cammino in mezzo a tutto questo caos che mi frulla in testa» mormorò Marco, accennando un sorriso amaro e sottile, «mi sembra di avere ancora dieci anni. E mi aspetto sempre di girarmi e vedere te che mi sfidi a saltare giù da qualche muretto scosceso o a combinare l'ennesimo guaio colossale.»


Sally sorrise dolcemente, appoggiando i gomiti sul tavolo di legno consumato e guardandolo con occhi lucidi di un affetto sconfinato. «E io mi ricordo benissimo che eri tu quello che doveva fare sempre il coraggioso della situazione, salvo poi ritrovarti con le ginocchia perennemente sbucciate, i vestiti lacerati da qualche filo spinato e le tasche piene di sassi strambi perché avevi deciso di arrampicarti dove nessuno sano di mente avrebbe mai messo piede. Per non parlare di tutte le volte che ti sei preso stoicamente la colpa per i nostri guai davanti alle nostre madri, quando bastava una tua occhiata da cane bastonato per farle ammorbidire.»


Il loro legame affondava le radici davvero lontano, in quel piccolo borgo emiliano dove erano cresciuti praticamente come due gemelli siamesi. Erano vicini di casa, con le porte d'ingresso che restavano perennemente aperte per far girare l'aria e le madri che ormai non distinguevano più chi stesse pranzando o cenando da chi. A quel tempo Sally era un vero e proprio maschiaccio scatenato: i capelli sempre tagliati in un caschetto disordinato, le ginocchia incrostate di terra e lividi freschi, incapace di stare ferma tre secondi e prontissima a seguire Marco in qualsiasi impresa spericolata. Si arrampicavano ovunque — sugli alberi di prugne più alti dei frutteti, sui tetti dei capannoni industriali abbandonati, sui muretti di cinta più alti — collezionando graffi, schegge conficcate sotto la pelle e risate tonanti che valevano più di qualsiasi altra cosa.


Erano stati un unico blocco indomabile fino al giorno in cui la vita aveva deciso di rimescolare le carte. A quattordici anni, vissuti fino ad allora protetti tra le mura della casa condivisa con i nonni e la madre, Sally era stata costretta a partire, sradicata da quel mondo sicuro per seguire la madre che, dopo essersi risposata, aveva cambiato quartiere e, pur essendo nella stessa città per loro era una distanza difficile da colmare. Era stato uno strappo violento e sordo, segnando la fine della loro infanzia spensierata; eppure, nonostante si trovassero ai lati opposti della città e alle prese con gli impegni del liceo, avevano custodito quel legame a forza di giri in motorino, pomeriggi in centro e interminabili chiamate serali dalle cabine telefoniche con i gettoni che finivano sempre sul più bello.


Marco la guardò negli occhi, notando con profonda tenerezza come i ruoli, con il passare degli anni, delle distanze e dei rispettivi inverni, si fossero completamente capovolti: un tempo era lui il fratellone maggiore, quello che cercava di pararsi davanti per proteggerla o tirarla fuori dai guai quando esageravano, che aveva capito prima di tutti il sentimento profondo e complicato nato tra Sally e Teo e li aveva silenziosamente incoraggiati e protetti, che la risollevava da terra quando lei smetteva di mangiare o finiva a pezzi per le prime pene d'amore. Adesso, invece, era Sally a vestire i panni della sorella maggiore, la roccia salda, intransigente e sicura capace di reggere tutto il suo peso quando il matrimonio a Boston era andato in frantumi e il suo mondo aveva iniziato a sgretolarsi.


Teo, tornando in quel momento con i tre bicchieri traboccanti in equilibrio precario e cogliendo al volo lo sguardo intenso che si stavano scambiando, posò le birre sul tavolo con un ghigno sornione, pronto a stemperare ogni traccia di malinconia con la sua solita ironia.


«Ehi, piccioncini d'infanzia, vedete di non farmi ingelosire troppo, eh?» scherzò Teo, cercando di ironizzare sul quel ronzio di fondo che gli partiva nelle orecchie quando Sally e Marco si avvicinavano troppo e sedendosi accanto alla sua ragazza. «Anche se, a giudicare dalle vostre facce nostalgiche, temo che Marco si ricordi ancora benissimo di quella volta che lo hai spinto dritto nel fosso con tutte le bici perché volevi superarlo a tutti i costi.»


Sally scoppiò a ridere, una risata limpida e cristallina che spazzò via ogni residuo di groppo in gola.


Mentre il calore di quel momento sospendeva per un attimo il tempo nel pub, un trillo acuto e inconfondibile ruppe la quiete del tavolo. Sullo schermo dello smartphone appoggiato vicino alla pinta di Marco iniziò a lampeggiare l'icona di una videochiamata Skype. Marco allungò la mano, accettò la chiamata e incastrò il telefono contro la saliera in modo che tutti e tre potessero apparire nell'inquadratura.


Dal display illuminato apparvero i volti palesemente sghignazzanti di Dado e Tommy, posizionati sul divano di casa e pronti a sparare le loro solite cretinate d'ordinanza senza manco passare dal saluto.


«Ehi, i tre moschettieri da saldi!» esordì Dado, appoggiato in modo sbilenco allo schienale con un paio di occhiali da sole scuri al chiuso e l'aria da finto broker di Wall Street. «Allora? La Grande Mela vi ha già risputato indietro o state elemosinando spiccioli sui marciapiedi di Broadway cantando canzoni popolari emiliane?»


Tommy, spuntando subito dietro la sua spalla con una faccia da schiaffi di rara fattura, rincarò immediatamente la dose: «Soprattutto, vi siete ricordati di impostare il cervello prima di uscire dall'albergo? Perché a furia di bazzicare in America vi sarete rimbecilliti tutti con lo spelling di color senza la u. Se vi arrestano per qualche cavolata internazionale, sappiate che noi da qui non muoviamo un solo dito per la cauzione in dollari. Vi lasciamo marcire in galera!».


Teo, allungandosi verso la fotocamera con la pinta alzata a mo' di sfida, non perse un millisecondo per rispondere al fuoco incrociato: «Tranquilli, due geni! L'unico crimine commesso finora l'ha fatto Marco, che poco fa ha quasi steso un sosia di Andy Warhol a colpi di gomitate per prendere l'ultimo muffin. Per il resto, Sally mi tiene al guinzaglio corto, quindi la situazione è sotto stretto controllo municipale».


Sally rise di gusto, facendo una smorfia e salutando i due sullo schermo con un dito medio alzato in segno di profondissimo affetto fraterno. «Ma andate a quel paese voi e i vostri deliri da divano! State lavorando o passate le vostre giornate lavorative a stalkerarci su Skype per vedere se siamo vivi?»


«Lavorare?! Con questa crisi globale?! Ma ti pare?!» rispose Tommy con finta indignazione, allargando le braccia al cielo. «Stiamo monitorando la situazione geopolitica per assicurarci che non facciate troppe figure di merda in terra straniera. Anche se, a giudicare dalla faccia da schiaffi di Marco, la situazione è già tragicomica di suo!»


Marco scoppiò a ridere, indicando lo schermo con la finta aria offesa dell'ingegnere ferito nell'orgoglio. «Oh, senti da che pulpito! Parla quello che l'ultima volta che ha cercato di montare una semplicissima libreria Ikea ha finito per far avanzare metà dei bulloni, tre assi portanti e ha dato la colpa all'allineamento sfavorevole dei pianeti! E ti spacci pure per interior designer! Siete due raccomandati senza speranza, ammettetelo!»


«Ehi, piano con le accuse diffamatorie alla ditta!» replicò Dado ghignando da sotto gli occhiali scuri. «Noi teniamo alti gli standard della compagnia qui in patria, mica come voi che andate a fare i radical chic tra i grattacieli di Manhattan! Però, oh, a parte gli scherzi... vedi di non farti fregare il cappotto di pelle a New York, Marco, che poi tocca prestarne uno decente dei miei anche a te quando torni.»


«Sì, sì, andate a pascolare le capre, va'» rise Teo, sollevando la birra in un ultimo brindisi virtuale verso l'obiettivo. «Vi salutiamo prima che finiate i polpastrelli a furia di scrivere cavolate sulla chat di gruppo.»


«Fate i bravi, non fate incazzare la stilista che quella vi taglia i vestiti addosso e soprattutto... mandate foto compromettenti delle modelle dalle gambe chilometriche, altrimenti questo viaggio non vale niente!» urlò Tommy un secondo prima che Dado premesse il tasto rosso, interrompendo la chiamata tra le risate generali che fecero girare un paio di clienti al bancone.


Per qualche secondo la linea rimase muta sul display nero dello smartphone, lasciando spazio solo al brusio d'ambiente del pub. Niente melodrammi, nessuna traccia di pesantezza: solo il modo genuino e sfacciato che avevano da sempre per dirsi che, anche a cinquemila chilometri di distanza, c'erano e ci sarebbero stati sempre.


«Ora ci conviene sbrigarci andarcene» disse Sally, scolandosi l'ultimo goccio di birra e risistemandosi il cappotto. «Dobbiamo tornare al loft, prepararci come si deve ed essere assolutamente i più fighi di tutta la sfilata stasera. Altrimenti Elena ci sgozza sul posto e non ce lo perdonerà mai!»


Quando rientrarono la porta del loft si spalancò su una vera e propria scena da teatro dell'assurdo. Se la mattina Elena sembrava un generale in prima linea, ora pareva una diva del muto sull'orlo di una crisi di nervi di proporzioni epiche.


In mezzo al grande salone, tra vestiti appesi al soffitto e assistenti che correvano in cerchio come formiche senza antenna, Elena giaceva drammaticamente spalmata su uno dei divani in pelle. Aveva un braccio piegato sugli occhi e una pezza bagnata d'acqua ghiacciata appoggiata sulla fronte, mentre una giovane collaboratrice provava a porgerle un bicchiere di brandy con le mani tremanti.


«Siamo rovinati! Finito tutto! Annullate la sfilata, chiamate un taxi per il JFK e riportatemi in Emilia a fare la calzetta!» drammatizzò la stilista con voce soffocata appena sentì i passi dei tre rientrare.


Jo era seduto al bancone della cucina, la solita tazza di caffè in mano, con la serenità stoica di chi ha appena assistito alla fine del mondo e l'ha trovata moderatamente noiosa.


«Che cos'è successo?» chiese Sally sgranando gli occhi, liberandosi del cappotto mentre Teo si bloccava sulla soglia con un'espressione tra il preoccupato e il divertito.


«Il disastro del secolo, ecco cosa!» abbassò la pezza dalla fronte Elena, rivelando due occhi sgranati e un diavolo per capello. «La mia modella di punta... la top che doveva chiudere la sfilata con il pezzo forte della collezione, quello scarlatto... ha appena chiamato dal pronto soccorso! Quel genio si è intossicata con dei molluschi crudi in un locale fighetto di SoHo! Ora è stesa su un lettino a fare flebo e la mia sfilata è ufficialmente finita prima ancora di cominciare!»


«Dai, stilista, non fare la regina del dramma» intervenne Jo con voce tranquilla, sorseggiando il caffè. «Le altre dodici modelle sono vive e vegete. La collezione regge benissimo anche senza la regina delle ostriche.»


«Tu non capisci niente di moda, ingegnere!» sibilò Elena mettendosi a sedere di scatto e fulminandolo con lo sguardo. «Il pezzo rosso è il cuore della sfilata! Senza quello, la chiusura non ha l'impatto visivo che serve ai giornalisti di Vogue per svegliarsi dal loro torpore snob! I tessuti, i volumi... è stato fatto su misura per una figura alta, slanciata, con le spalle giuste e...»


Mentre Elena parlava a raffica gesticolando freneticamente, i suoi occhi scuri scivolarono d'un tratto oltre le spalle di Jo, piantandosi dritti su Sally.


Il silenzio calò di colpo nel loft.


Elena sgranò gli occhi. La pezza bagnata le scivolò dalle mani finendo per terra. Un sorriso diabolico, lento e illuminato da una folgorazione improvvisa, le si dipinse lentamente sulle labbra.


«No. Elena, no. Non ci pensare nemmeno» disse subito Sally, facendo d'istinto un passo indietro e alzando le mani in segno di resa. «Dimenticatelo. Io insegno, non faccio la modella!»


«Sally... amica mia... l'angelo della mia vita...» Elena si alzò dal divano con la grazia felina di un predatore che ha appena avvistato la preda, muovendosi verso di lei con gli occhi sgranati. «Hai le stesse identiche misure della scheda sartoriale. Le spalle, i fianchi... e quelle gambe infinite che con quel completo rosso e i tacchi alti faranno svenire metà della prima fila!»


«Sei impazzita!» protestò Sally ridendo per l'assurdità, voltandosi verso Teo in cerca di supporto. «Teo, dille qualcosa!»


Teo, che fino a un secondo prima si stava godendo lo spettacolo, incrociò le braccia e guardò prima Sally, poi Elena, e infine immaginó la scena. Un sorrisetto sghembo e malizioso gli increspò la bocca. «Beh... a dire il vero, l'idea di vederti sfilare con quel vestito rosso davanti a tutta New York non mi dispiace affatto. Anzi.»


«Traditore!» esclamò Sally, fulminandolo con lo sguardo, mentre Marco scoppiava in una risata fragorosa e Jo alzava il bicchiere in un brindisi approvativo.


«Decisione presa dall'alto!» tuonò Elena, afferrando Sally per un braccio con una forza sorprendente e trascinandola senza pietà verso la zona trucco e parrucco. «Niente obiezioni! Ragazze, portate il completo rosso, i tacchi da dodici e la lacca! Stasera New York scopre di che pasta è fatta l'Emilia! Altro che tortellini!»


Il trambusto nel loft toccò vertici di puro delirio comico. Tra il rumore delle bombolette di lacca e le grida delle assistenti, Elena si rese conto del vero, tragico problema: Sally aveva le forme ideali, ma camminava come una che era abituata a schivare pozzanghere in provincia o a correre tra i banchi di scuola, non di certo a solcare una passerella della Fashion Week.


«No, no, no! Stop!» urlò Elena, mettendosi le mani nei ricci. «Sally, ti prego! Sembra che tu stia andando a fare la spesa al supermercato con gli stivali da pioggia! Devi fluttuare, devi essere un'arma letale, un'icona di grazia e pericolo!»


Fu a quel punto che Jo, dall'alto del suo bancone con la tazza di caffè ormai fredda, si alzò in piedi.


«Elena, non ti spiace se modifico la musica per l'uscita di Sally, vero?» esordì Jo con un ghigno sornione.

«Qualunque cosa per togliermi da questo impiccio, ingegnere!» sbottò la stilista, agitando le mani in aria disperata. «Se salvi la sfilata anche stavolta, stanotte ti prometto che non mi limiterò a offrirti il caffè: ti farò assaggiare il paradiso tra le lenzuola di seta della mia suite.»

«Con una promessa del genere non potrò che far miracoli!»


Poi, con un movimento fluido, Jo si tolse la giacca, la buttò sulla sedia e si rimboccò le maniche della camicia con aria risoluta.


«E non solo musica, Elena. Se dobbiamo spaccare in due la passerella di Chelsea, Sally non sfila mica da sola. Le serve un accompagnatore all'altezza dell'attitudine.»


Marco scoppiò a ridere indicandolo, mentre Teo si bloccò con un sopracciglio alzato, divertito e vagamente sospettoso: «Aspetta un attimo, ingegnere. Tu vorresti fare il toy boy sulla passerella con la mia ragazza?».

«Non fare il geloso, chitarrista» replicò Jo con la sua solita flemma arrogante, passandosi una mano tra i capelli. «Io faccio solo da spalla tecnica. Un'uscita a due in perfetto stile rock, con la giusta dose di cinismo e spavalderia. O preferisci che mandi in pista Marco con la giacca di pelle?»

«No, no, grazie, io mi guardo lo spettacolo comodamente in prima fila con i popcorn» si affrettò a declinare Marco ridendo.


Elena, fulminata da quell'intuizione che sapeva di colpo di genio pubblicitario, batté le mani entusiasta: «Ma certo! È un'idea magnifica! Due icone di cinismo e stile che marciano insieme! Ragazze, trovate una giacca nera anche per lui, sbrigatevi!».

«Affare fatto, stilista. Adesso guardate e imparate.»


Con un'espressione di assoluta gravità accademica, andò dritto al lettore CD del loft, scorse al volo le custodie e ne tirò fuori una senza esitare: Achtung Baby degli U2. Fece partire a tutto volume le note distorte e graffianti di Mysterious Ways.


«Spostatevi tutti. Ci penso io» annunciò Jo con tono solenne, sovrastando il basso della canzone. «Insegnare la camminata perfetta non è una questione di galateo da passerella, ma di ritmo, atteggiamento e pura spinta rock, qualità che a te non mancano, per cui Sally, dimenticati le modelle snob. Stasera devi camminare come se avessi il locale in pugno e un solo di chitarra a guidarti i passi e visto come ti muovevi sul palco ieri direi che ne sei capace.»


Tra lo sconcerto generale e le risate soffocate di Marco e Teo, Jo — alto, spallato e con le maniche arrotolate — si piazzò al centro del corridoio tra i rack di vestiti.


«Punto primo: l'andatura» spiegò, muovendosi a tempo di musica con una falcata felina, fluida e sfrontata. «Non devi sfilare, devi possedere il pavimento. Il bacino segue il basso, le spalle restano dritte, fiere, e lo sguardo... lo sguardo dev'essere quello di una che sa esattamente di avere tutti gli occhi addosso ma non gliene importa un cazzo, a m'in cieva un caz come si dice da noi. È l'attitudine di Courtney Love con la classe di Debbie Harry.»


Teo scoppiò in una risata così forte da sputare quasi il sorso d'acqua che stava bevendo, mentre Marco si piegò in due sul divano, riprendendo la scena con il telefono.


«Guarda me» continuò Jo, del tutto imperturbabile, avanzando verso di loro con un rullare di fianchi coordinato e ipnotico, muovendo un piede esattamente davanti all'altro a tempo di rock. «Incroci leggermente, lasci oscillare le braccia con naturalezza e quando arrivi in fondo... la Posa.»


Jo si bloccò di scatto proprio sul break della chitarra, ruotò di quarantacinque gradi con un perno perfetto sul tallone, si mise una mano sul fianco e piantò uno sguardo glaciale, sfacciato e magnetico dritto verso Teo.


«Ecco» disse, tornando di colpo alla sua voce normale da ingegnere mentre la musica continuava a tirare. «Quello è il momento in cui New York capisce con chi ha a che fare. Un misto di 'sono inarrivabile' e 'sto per salire sul palco e spaccare tutto'. Ora tocca a te, Sally. Dai, su.»


Elena, che prima era sul punto di svenire, rimase a bocca aperta: «Jo... ma dove cazzo hai imparato a muoverti così? È spaventoso!».

«Anni passati a studiare la dinamica dei corpi rigidi e a guardare i videoclip su MTV negli anni '90, stilista» rispose Jo con un sobrio inchino.


Sally, con le lacrime agli occhi per le risate, si alzò finalmente dalla sedia con i tacchi alti ai piedi. Tentennò per i primi due passi, ma quando Teo si alzò dal divano, andò verso di lei e le prese le mani a tempo di musica, l'energia nella stanza cambiò completamente.


«Niente paura, prof» le sussurrò Teo all'orecchio con un sorriso complice e scuro, lasciandole la mano per farla avanzare da sola. «Immagina che sul fondo della passerella ci sia solo il nostro amplificatore. Cammina verso di me.»


Sally si raddrizzò, fece un respiro profondo e, trascinata dal rullante della batteria e dallo sguardo bruciante di Teo, sfoderò un'andatura felina, ipnotica e potente. Le gambe lunghe slanciate dai tacchi, la schiena dritta e quel sorrisetto malizioso e sfacciato a fior di labbra spazzarono via in un secondo ogni traccia dell'insegnante di Letteratura Tedesca. Era pura energia rock.


Teo rimase a bocca aperta, senza parole, mentre Elena batteva le mani come una forsennata: «Perfetto! Fantastico! È lei! La mia icona rock emiliana! Ragazze, portate il completo, stasera facciamo tremare Chelsea!».

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