Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo I

Copertina di Ciò che resta
Copertina con AI

Ciò che resta

di @bloodymary79

Originale · Classificazione: Adolescenti · In corso

3.125 parole · 1 capitolo · 0 letture · aggiornata il 30 ottobre · nessuna recensione ›

Avvertenze

Abuso (fisico o emotivo o psicologico) · Disturbi Alimentari · Gaslighting / Manipolazione psicologica

Tag

Gen · Introspettivo · Slice of life · Crescita Personale · Musicale · Protagonista Femminile · Anni 90 (in approvazione) · Hurt/Comfort Emotivo (in approvazione) · Lutto (in approvazione)

Riassunto

Riassunto

Prequel di "Qualcosa da ricordare". Siamo nel 1996, l'Italia si muove a un ritmo diverso, sospeso tra il vecchio mondo analogico e l'alba di un nuovo millennio ancora lontano. Non ci sono smartphone , né notifiche a scandire le ore: il tempo si misura nelle musicassette registrate dalla radio, nei nastri riavvolti a matita e nel rumore sordo dei motorini due tempi che scaldano il motore ai bordi dei marciapiedi.
Sally si trova a 17 anni ad essere completamente sradicata dal suo mondo, catapultata in un quartiere che non è il suo, in una casa che non è la sua, con un padre che non è il suo.
Si trova ad affrontare l'improvvisa scomparsa dell'amato nonno cercando di mantenere il controllo su un mondo che crolla chiudendosi in se stessa e rifiutando il cibo. A salvarla dal baratro ci sono la lealtà incrollabile di Elena, la presenza costante di Marco e, più avanti, l'incontro inaspettato con dei nuovi amici.

Capitolo 1

Ciò che resta

3.125 parole, circa 16 minuti

Copertina del capitolo 1

Personaggi originali

Sally: La protagonista. Fragile, introspettiva e segnata da profonde insicurezze, combatte una battaglia silenziosa contro se stessa e il proprio corpo, isolandosi nel suo mondo interiore Marco: L'amico d'infanzia . Solido, leale e punto di riferimento costante, organizza i momenti e i viaggi che uniscono la comitiva. Jo: Amico di Marco e Teo,un ragazzo pragmatico, ironico e dotato di un sangue…

Ottobre 1996


L’odore della casa dei nonni non era più quello di una volta. A diciassette anni, Sally lo sapeva riconoscere al primo respiro, varcando la soglia di legno scuro che cigolava sempre nello stesso punto. Un tempo era un impasto denso e rassicurante di sugo di pomodoro lasciato borbottare sul fuoco, canfora, giornali vecchi e il profumo dolce della cannella che la nonna spolverava sulla mela cotta. Adesso, in quell’inizio d’autunno del suo quarto anno di superiori — la seconda liceo classico —, era soltanto l’odore stantio delle stanze rimaste chiuse troppo a lungo, dove l’aria si accumulava negli angoli senza più rinnovarsi.


Sally era seduta a terra, sul pavimento di graniglia a riquadri verdi e neri del salotto, mentre nelle cuffie ascoltava a tutto volume i Temple od the dog. Times of trouble sembrava parlare direttamente a lei...


When you try to talk

And the words get hard

And they put you down

Don't you stay, hmm

Don't ditch away


Teneva le ginocchia tirate al petto, fasciate in un paio di jeans scuri e palesemente troppo larghi per lei, e la schiena appoggiata alla parete spoglia dove, fino a un mese prima, pendeva un quadro a olio con una natura morta.


But if somebody left you out on a ledge

If somebody pushed you over the edge

You've got to hold on to your time and break

Through these times of

Trouble



Intorno a lei c’era il cantiere silenzioso dello smantellamento. Scatoloni di cartone pressato impilati lungo il corridoio, il nastro adesivo marrone che scricchiolava ogni volta che veniva srotolato, sacchi di plastica nera pieni di cappotti e vecchie coperte che odoravano di soffitta.


Il nonno Gianni se n’era andato nemmeno tre settimane prima. Era stato un colpo fulminante: poche settimane di febbre strana, una corsa in ospedale, la diagnosi senza appello di un tumore già esteso e poi il silenzio. Una voragine spalancatasi all'improvviso che si era divorata il suo corpo forte di ex operaio, la sua voce profonda e il suo passo pesante nei corridoi. Con lui se ne andava l’ultimo pezzo di certezza a cui Sally si fosse mai aggrappata. La nonna, rimasta sola e sommersa da un dolore troppo grande per le sue spalle minute, non poteva più stare lì.


E a decidere come, dove e quando la nonna si sarebbe mossa era stato Salvo.


Salvo, il secondo marito della madre. L'uomo dal sorriso impeccabile, dalle camicie sempre inamidate e dalle scarpe lucide che profumavano di successo e di controllo. Quello che tre anni prima aveva sradicato Sally e sua madre dalla periferia per infilarle nel suo appartamento perfetto in centro, dipingendo quel trasloco come un "upgrade necessario" per il loro bene.


A parole, Salvo era la perfezione fatta persona; era stato lui, poche ore dopo la morte del nonno, a sedersi in cucina con la voce misurata, le mani congiunte sul tavolo e gli occhi pieni di una finta, pietosa comprensione, a stabilire che la nonna non poteva restare nella vecchia casa.


«Sarebbe pericoloso, cara», le aveva detto guardando la madre di Sally con quella dolcezza calibrata al millimetro che a Sally faceva accapponare la pelle. «L'affitto qui è alto, la zona è isolata, le scale sono scomode. Ho già trovato io la soluzione: un delizioso bilocale in centro, a due passi da casa nostra. Così potrò occuparmi di tutto io, sbrigare le pratiche, seguire le bollette e voi potrete vederla quando volete senza lo stress della distanza.»


Logico. Sensato. Inattaccabile. Di fronte a una proposta così pragmatica, la madre aveva quasi pianto di gratitudine, aggrappandosi alla sua forza fittizia.


Ma Sally aveva sentito lo stomaco chiudersi in una morsa di ghiaccio.


Perché dietro quell'aria da benefattore premuroso, Sally riconosceva la vera natura di Salvo: un manipolatore freddo, un uomo instabile e possessivo che teneva la famiglia sotto una cappa di vetro invisibile, ma soffocante. Nessuno lo avrebbe mai detto, vedendolo sorridere agli ospiti o fare i complimenti alla madre. Nessuno avrebbe potuto accusarlo di nulla, perché Salvo non alzava mai la voce, non perdeva mai la pazienza in pubblico, non lasciava mai segni visibili. Ma sapeva come annullare le persone. Sapeva come isolarle. E ora, infilare la nonna in quel bilocale a due passi dal loro appartamento significava allungare il suo controllo soffocante anche sull'ultimo frammento di famiglia rimasto fuori dalla sua giurisdizione.


La nonna era stata ridotta a un pacchetto postale da riallocare secondo la logistica di Salvo. E la periferia, il vecchio quartiere, le radici di Sally venivano spazzate via per sempre, sottomesse alla sua tirannia silenziosa.


Guardando quelle scatole di cartone, Sally sentiva una rabbia cieca, sorda, montarle dentro come una febbre. Ogni centimetro di quel trasloco era una sconfitta, un tassello in più di una prigione dorata da cui non sapeva come fuggire.


Dall’altra parte della stanza, Marco stava piegato su uno scatolone. Aveva le maniche della felpa tirate su fino ai gomiti e le mani sporche di polvere. Fece scorrere il dispenser del nastro adesivo con un colpo secco, stizzito, che lacerò il silenzio della stanza come una sferzata.


Marco abitava nello stesso pianerottolo. Erano cresciuti porta a porta, dividendo il cortile di cemento tra i palazzoni popolari: le corse in bicicletta, il calcetto mezzo rotto, i panni stesi ad asciugare tra un balcone e l’altro e il sapore dei ghiaccioli alla menta d’estate. Per Marco, il nonno Gianni era stato molto più di un vicino di casa: era stato l’uomo che gli aggiustava la catena della bicicletta quando cadeva, che lo chiamava "giovanotto" e gli allungava le monete da cinquecento lire per andare al bar della via. Marco aveva gli occhi rossi, venati di sangue, e una rabbia muta piantata al centro del petto. Quella morte così rapida non gli aveva tolto solo un affetto; gli aveva dimostrato che il loro quartiere stava diventando un guscio vuoto, e che Sally, la sua amica di sempre, scivolava ogni giorno più lontano da lui, inghiottita dal centro città e da quel mostro invisibile rappresentato da Salvo e dalla sua presa soffocante.


Sulla poltrona di velluto verde, spogliata del suo storico copridivano a fiori, era seduta Elena.


Elena era arrivata nella vita di Sally tre anni prima, al primo giorno di scuola al Liceo Classico, ed era l’esatto opposto di tutto ciò che la circondava. In tre anni e mezzo di banchi divisi, risate, confessioni e pomeriggi passati a studiare o a vagare per la città, Elena era diventata la persona che la conosceva meglio di chiunque altro. Muoveva il corpo con la sicurezza sfrontata di chi ha già capito come va il mondo e non ha nessuna intenzione di farsi mettere i piedi in testa. Portava i capelli scuri leggermente scompigliati, gli occhi sottolineati da un tratto esagerato di matita nera un po' sbavata, e un paio di anfibi consumati che battevano un ritmo lento sul pavimento.


Elena, che di solito non stava zitta per più di trenta secondi e che faceva dell’ironia la sua arma principale, quel pomeriggio non diceva una parola. Se ne stava lì, immobile, con le braccia incrociate sul petto, a osservare la stanza. Ma soprattutto osservava Sally.


Gli occhi scuri di Elena erano finissimi, capaci di scavare sotto le apparenze. Notava la maglia oversize che affogava la figura di Sally, la piega smagrita del collo, le ossa delle ginocchia che sporgevano affilate sotto la stoffa dei jeans. Elena sapeva tutto del rapporto malato con Salvo, sapeva quanto Sally si sentisse soffocare in quell'appartamento algido, e capiva che il vuoto allo stomaco che l'amica si portava dietro era l'unico modo che aveva trovato per esercitare un dominio assoluto sul proprio corpo, mentre il resto del mondo le crollava addosso.


Al centro della parete principale giaceva il vecchio pianoforte verticale.


Era uno strumento di legno scuro, segnato da qualche graffio sugli spigoli, coperto da un pesante telo di velluto bordeaux che il nonno vi appoggiava sopra per non far entrare la polvere. Per anni, quel pianoforte era stato il rifugio di Sally. Fin da bambina vi si sedeva davanti, lasciando che le dita trovassero i tasti con un talento naturale che gli insegnanti delle medie definivano straordinario. Ma ora lo strumento era muto, sepolto sotto il panno, in attesa che gli traslocatori lo portassero via per incastrarlo nel salotto moderno di Salvo — un altro trofeo da esibire, un'altra cosa sottratta al suo posto originario.


Sally allungò un braccio, facendo scivolare la mano sotto il velluto freddo per toccare il legno della tastiera. Infilò le dita tra i tasti d'avorio ingiallito senza premere, cercando solo il contatto con quella superficie liscia. In quel gesto minimo, mentre il rumore del nastro adesivo di Marco continuava a strappare il silenzio e lo sguardo fisso di Elena la avvolgeva, la mente di Sally si lasciò andare al riflusso dei ricordi.


Risalì il tempo fino a tre anni prima, a quel settembre del 1993 in cui tutto aveva iniziato a franare...


13 Settembre 1993


L’autobus della linea urbana non faceva che strombazzare a vuoto nel traffico del mattino, un serpente di lamiera che sembrava muoversi a passo d’uomo. Sally era in piedi, aggrappata al sostegno metallico, con le nocche bianche per la presa. Avrebbe voluto far scivolare una mano in tasca, ma la giacca le sembrava improvvisamente troppo stretta sul bacino; se la tirò verso il basso con un gesto rapido, quasi nervoso, controllando con la punta delle dita che la stoffa della maglietta dei Nirvana non segnasse niente. Nelle cuffiette del Walkman, In Utero faceva vibrare le membrane con la voce graffiata di Kurt Cobain in Heart-Shaped Box.


Fino a tre mesi prima, a quell’ora, bastava uscire sul pianerottolo, fare due passi e citofonare a Marco, oppure incrociarlo direttamente sulle scale. Poi si incamminavano insieme a piedi verso le medie, la cartella pesante sulla spalla, scambiandosi battute stupide o condividendo la musica. Lì in periferia la vita aveva un ritmo preciso e rassicurante: la voce della mamma che chiamava dalla finestra, la presenza dei nonni in cucina, la familiarità dei marciapiedi sbreccati.


Ora era tutto finito. La mamma aveva deciso di risposarsi con Salvo, e Salvo – con quel suo sorriso tirato e le giacche sempre stirate di fresco – aveva preteso che la "nuova famiglia" abitasse in centro, in un appartamento dal parquet lucido che profumava di cera e di doveri. Per Sally, quel trasloco era stato un esilio forzato, il primo vero assaggio di una gabbia dorata. La mattina, a tavola, aveva rifiutato la fetta di torta che la madre le aveva spinto davanti sotto lo sguardo vigile e misurato di Salvo.


«Non ho fame, mi fa male la pancia per l'ansia», aveva mentito, accontentandosi di tre sorsi di tè amaro. Sentire lo stomaco leggero, quasi vuoto, le dava una strana illusione di controllo in un mondo in cui Salvo stava cercando di ridisegnare ogni regola della sua vita.


Anche la scelta della scuola era stata una conseguenza di ciò che gli altri pretendevano. Tutti le avevano ripetuto che era «quella brava», che con i suoi voti il Classico era la scelta obbligata. Avrebbe potuto scegliere la musica: al pianoforte aveva un talento naturale, le sue dita volavano sui tasti senza sforzo. Ma quando le avevano proposto di tentare l’ammissione in Conservatorio, Sally si era tirata indietro. Suonare era l'unica cosa che le appartenesse davvero, e trasformarlo in un obbligo sotto gli occhi giudicanti di Salvo le faceva troppa paura.


Quando l'autobus la scaricò davanti al portone maestoso del Liceo Classico, le distanze della città si fecero sentire tutte insieme. Indossava il suo paio di jeans preferiti – stinti e larghi, scelti apposta per nascondere le forme –, i fidati anfibi neri ricoperti da qualche graffio e la solita maglietta oversize dei Nirvana.


Varcò la soglia della 4ª A e si sentì istantaneamente un’aliena precipitata su un terreno ostile. Attorno a lei si muoveva una fauna elegante e perfettamente omologata: ragazze con i maglioni di cashmere ripiegati con cura sulle spalle, zaini di marca immacolati, ragazzi che parlavano a voce alta di vacanze estive e di motorini nuovi. Sally si strinse nelle spalle, sentendo gli sguardi obliqui scivolare sulla sua maglietta e sui suoi anfibi, con il desiderio immediato di rimpicciolirsi, di occupare meno spazio possibile.


Avanzò lungo l’imponente corridoio con i soffitti alti, cercando l'aula.


La classe era già mezza piena. Sally cercò d'istinto il punto più lontano dalla cattedra e dagli sguardi altrui: l'ultimo banco vicino alla finestra.


Lì, seduta con le gambe incrociate sulla sedia e un’aria del tutto indifferente al caos circostante, c’era una ragazza. Aveva i capelli leggermente scompigliati, gli occhi truccati con una matita scura un po' sbavata e un sorriso malizioso stampato sulle labbra. A differenza dei compagni leccati, sfoggiava uno stile sfrontato e sicuro.


Sally fece un passo cauto verso il banco libero accanto al suo. «È occupato?» chiese con voce bassa, quasi sulla difensiva.


La ragazza girò lentamente la testa, la squadrò dai capelli fino agli anfibi e il suo sorriso si allargò.


«Per una con la maglietta dei Nirvana? E' chiaro, è occupato da te!», rispose con tono caldo ed estroverso, tirando via lo zaino dalla sedia per farle posto. «Io sono Elena. Benvenuta al circolo dei sopravvissuti.»


Sally si sedette, lasciando cadere la tracolla a terra. L'ansia le faceva girare leggermente la testa, quella tipica sensazione di vuoto alle tempie quando non si mandava giù niente da troppe ore, ma ignorò il capogiro e abbozzò un piccolo gesto d'intesa.


«Io sono Sally», disse.


«Sally», ripeté Elena, appoggiando i gomiti sul banco. Poi tirò fuori una barretta di cioccolato dalla tasca e ne spezzò un pezzo, porgendoglielo. «Ne vuoi?»


Sally fissò quel quadrato scuro per un secondo di troppo. Lo stomaco le fece un crampo, ma la testa scattò subito in allarme. «No, grazie», disse subito, sforzandosi di sembrare disinvolta. «Ho appena fatto un’abbondante colazione.»


Poco dopo entrò il professor Alberti, docente di greco e latino: completo grigio, occhiali spessi e un’aria severa che azzerò subito le voci nell'aula. Appoggiò il registro sulla cattedra con un colpo secco e iniziò l'appello senza perdersi in convenevoli.


Quando arrivò al nome di Sally, alzò gli occhi dal registro, soffermandosi sulla scuola media di provenienza, un istituto del quartiere popoloso ai margini della città. «Ah, scuola media Fermi... Ottimi voti nel triennio, vedo. Lì eri la prima della classe, ma vediamo se il tuo metodo reggerà il ritmo e il livello di questo liceo.»


Un brusio leggero e qualche occhiatina divertita si diffusero tra le file davanti. Sally avvampò, sentendosi addosso l'etichetta della ragazzina di periferia capitata per caso nel tempio del sapere borghese.


«Se vuoi gli tiro una gomma sulla calvizie», sussurrò Elena al suo fianco, sfoderando un sorriso affilato come un bisturi. «A me ha già catalogato come causa persa dopo che gli ho chiesto se in greco si impara anche a imprecare.»


«Non importa», mormorò Sally, chinando la testa sul quaderno intonso. Prese la penna e d'istinto, sul margine della pagina, cominciò a disegnare una chiave di violino e un pentagramma disordinato, pensando per un istante a quel tasto centrale del pianoforte a casa dei nonni che aspettava solo di essere toccato.


Alla ricreazione, la classe si disperse tra chi tirava fuori le focacce avvolte nella stagnola e chi chiacchierava. Elena trascinò Sally nel cortile interno della scuola. Tirò fuori dalla tasca del giubbotto un pacchetto di biscotti e ne offrí uno a Sally, che rifiutò di nuovo adducendo la scusa di una leggera nausea causata dall'autobus.


Mentre Elena parlava a ruota libera e rideva, Sally fece scivolare la mano dentro la tasca dei jeans: le dita toccarono il profilo sporgente delle ossa del bacino. Un piccolo, segreto senso di trionfo le attraversò i pensieri. Sto benissimo, si disse. Non ho bisogno di niente.


Quella prima sera, a casa di Salvo, la cena era stata un calvario di silenzi e domande misurate. Salvo sedeva a capotavola, con la sua camicia impeccabile, che chiedeva com'era andata al liceo con quel tono che sembrava un'interrogazione travestita da cortesia. Dopo aver girato il cibo nel piatto senza toccare quasi nulla sotto il suo sguardo sottilmente indagatore, Sally si era infilata la giacca di pelle ed era uscita di corsa, dicendo che andava a fare due passi.


La cabina telefonica della SIP all'angolo della piazza la aspettava con i suoi vetri sporchi sotto la luce gialla di un lampione. Sally vi si era chiusa dentro, cercando isolamento dal traffico del centro. Con le dita fredde aveva infilato le monete da duecento lire nella fessura e aveva composto a memoria il numero della casa di Marco.


Al terzo squillo, la cornetta dall'altra parte si era sollevata con un clic secco.


«Pronto?»


«Marco, sono io», aveva detto Sally, stringendo l'apparecchio metallico con entrambe le mani.


«Sal! Cavolo, finalmente!» La voce di Marco era arrivata accompagnata dal classico fruscio della linea fissa e dal brusio sordo del televisore del suo salotto. «Com'è andata? Come sono quelli del Classico?»


«Un pianeta alieno, Marco. Gente con i maglioncini di cashmere, le scarpe lucide, gli zaini da catalogo. Mi guardavano come se fossi caduta da un disco volante con i miei anfibi.»


Marco era scoppiato in una risata calda. «Ti vedo già a fulminarli. E i prof?»


«Quello di latino e greco ha subito fatto notare che vengo dalla scuola di periferia. E stasera a cena Salvo ha ricominciato con la storia che devo "integrarmi", che devo rigare dritta per non fare sfigurare la famiglia. Non lo sopporto, Marco. Mi manca il cortile, mi manca venire a scuola a piedi con te.»


Bip. Bip. Bip.


Il contatore del telefono aveva scattato ferocemente. Sally aveva infilato un'altra moneta al volo.


«Tieni duro, Sal», le aveva detto Marco. «Mio padre ha detto che forse mi aiuta per il Booster usato. Se riesco a prenderlo, la settimana dopo sono lì in venti minuti. Mi parcheggio sotto il tuo palazzo e ti porto via.»


Un sorriso vero le aveva disteso le labbra. «Ci conto. Non mi hai chiesto se c'è qualcuno di decente in classe.»


«Sei rimasta sola al banco?»


«No. C'è una ragazza, Elena. Seduta all'ultimo banco con me. È del tutto diversa dagli altri, ha gli occhi truccati di nero, uno stile sfrontato e non gliene frega niente di quello che pensano i prof o i finti ricchi. Mi ha persino difesa.»


«Una che fa per te, allora», aveva risposto Marco. Non sapeva quanto avesse ragione.

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