Sulla Sogliadel Canone

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Capitolo I

Copertina di Coralloween '97
Copertina con AI

Coralloween '97

di @bloodymary79

Originale · Classificazione: Generale · Completa

4.516 parole · 1 capitolo · 1 lettura · aggiornata il 31 ottobre · nessuna recensione ›

Nessuna avvertenza

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F/M

Riassunto

Riassunto

Un piccolo omaggio al rock ed alle serate della via Emilia a fine anni '90. Spin off di "Qualcosa da Ricordare". La nebbia della Bassa avvolge la Multipla grigia di Marco mentre fende la strada verso il "Corallo". A bordo c'è un gruppo di diciottenni di Parma: Sally, Elena, Teo, Jo e il piccolo Tommy. Per loro, quella notte di Halloween è l'evento alternative rock più atteso dell'anno, l'ultima grande occasione per sentirsi vivi prima che la vita adulta e l'università inizino a cambiare le carte in tavola.

Tra i muri di cemento del locale, immersi tra il fumo, le luci stroboscopiche e le frequenze taglienti dei Soundgarden, dei Rage Against the Machine e dei Cure, le dinamiche del gruppo esplodono. Sally, solitamente timida e racchiusa nelle sue insicurezze, si presenta con un'insolita e magnetica sfacciataggine che spiazza tutti, a cominciare da Teo, il chitarrista della band da sempre al centro dei suoi pensieri.

Tra poghi improvvisati, bicchieri di plastica appiccicosi al bar, fughe per rimediare ai guai combinati da Tommy e sguardi tesi che celano un'attrazione elettrica e irrisolta, la notte scorre veloce. Ognuno di loro si ritrova a fare i conti con ciò che non ha mai avuto il coraggio di dire, in un delicato equilibrio fatto di musica, amicizia e silenzi che pesano come macigni.

Al ritorno, mentre la nebbia inghiotte la strada e la stanchezza spegne gli entusiasmi, la consapevolezza che niente tra di loro sarà più come prima si fa strada nell'abitacolo. Basterà un nuovo lancio di dadi per superare le proprie paure, o la paura di rovinare tutto costringerà qualcuno a tornare sempre e comunque al via? Un coming-of-age intriso di nostalgia anni '90, chitarre distorte e la sottile, struggente bellezza della giovinezza.

Capitolo 1

Coralloween '97

4.516 parole, circa 23 minuti

DESCLAIMER: questa storia è ambientata negli anni '90.

I personaggi bevono e si mettono in macchina. Voi non fatelo.


Il faretto alogeno sopra il garage tagliava il buio del cortile di casa di Marco come una lama gialla, sfocata da una pioggerella fitta che sapeva già d'inverno.


La Multipla grigio metallizzato del padre di Marco, un pre-serie di una macchina in prossima uscita della Fiat, che lui aveva in quanto quadro direttivo in Fiat, stava piantata lì in mezzo con la sua silhouette assurda, simile a un profilato di cartone animato venuto dal futuro. Sulle pance laterali e sui paraurti c'erano ancora i riquadri di pellicola adesiva nera per mascherare le linee della pre-serie, il che la faceva sembrare più un caccia stealth sperimentale che una macchina da famiglia.


— Ho detto che ci stiamo tutti, basta non fare i delicati! — gridò Marco dal posto di guida, sgasando per scaldare il motore.

— Marco, questa roba ha sei posti ed è già un miracolo che non ci fermino prima di uscire dalla provincia! — strillò Elena, aggiustandosi le calze a rete strappate sotto un gonnellino di tulle nero. Con il cerone pallido, gli occhi pesti di matita e il rossetto scuro prugna sembrava uscita da un video dei Cure.

— Tommy, tu sei il più piccolo, non rompere e mettiti nel non-posto — sentenziò Dado, dando una pedata amichevole agli anfibi dell’amico.


Tommy, vestito da metallaro duro con lo smanicato di jeans zeppo di toppe degli Slayer, sbuffò e si arrampicò nel vano centrale posteriore, tra i due sedili reali. Non c'era la poltroncina vera, solo il blocco di plastica rigida del tunnel centrale: si accucciò lì con le ginocchia quasi al mento, imprecando sottovoce ma con un sogghigno di chi non si sarebbe perso quella serata per niente al mondo.


Al piano davanti la disposizione era un'opera d'arte d'incastri: Marco alla guida con una finta cicatrice disegnata sull'arcata sopraccigliare; Teo a destra, con la giacca di pelle scura e il suo solito sguardo calmo. E in mezzo, stretta tra la leva del cambio integrata nella plancia e il sedile, c'era Sally.


Teo aveva appena finito di incastrare la custodia dello zaino sotto i piedi quando Sally si era mossa per trovare una posizione comoda. La luce arancione e fioca del cruscotto della Multipla le tagliò il viso all'improvviso, e Teo rimase a metà tra il chiudere lo sportello e il girarsi verso di lei.


Con quel vestito nero corto in maglina pesante che lasciava scoperte le gambe fasciate da calze a rete fitte e gli anfibi alti fino a metà polpaccio che le davano un'aria feroce e irraggiungibile, Sally non sembrava la ragazza con cui passava pomeriggi interi a scambiarsi accordi. Era qualcos'altro. Era una visione tagliente, un pugno nello stomaco.

I suoi occhi chiari — quell'azzurro acquamarina e verde salice che cambiava tonalità a seconda della luce — spiccavano in modo quasi innaturale, cerchiati da una linea spessa e imperfetta di matita nera che le dava uno sguardo da preda e da regina della notte.


Teo distolse lo sguardo per un secondo, ingoiando un nodo improvviso in gola, mentre Marco dava gas e la Multipla si muoveva, ma quell'attimo in cui le loro pupille si erano incrociate nel buio dell'abitacolo era bastato. Teo le sfiorò appena una spalla con il dorso delle dita per farsi spazio, sentendo il brivido della pelle sotto il tessuto leggero, e con un cenno del capo, senza dire una parola, le passò un lembo della sua giacca per ripararla dallo spiffero d'aria che entrava dal finestrino.


— Niente chitarre stasera, solo sopravvivenza — disse Teo a voce bassa, mentre Sally tamburellava velocemente i polpastrelli sulle cosce al ritmo frenetico che le girava in testa.


Non c'era traccia di tensione legata a Salvo o alla casa da cui era fuggita: nei suoi occhi c'era solo la fame d'aria, la voglia di perdersi nella nebbia della Via Emilia e far tremare la testa sotto le casse del Corallo.


— Chi ha le cassette? — urlò Elena dal vano posteriore.


Teo tirò fuori dalla tasca della giacca una TDK da novanta minuti con la custodia crepata e la scritta a pennarello: CORALLOWEEN '97. La infilò nel mangiacassette della Multipla.


La traccia numero uno della TDK si aprì con l'inconfondibile intro synth ossessivo e spezzato di Smack My Bitch Up. La cassa dritta dei Prodigy iniziò a picchiare sui coni degli altoparlanti di serie della Multipla, facendo tremare le plastiche ancora intonse del cruscotto e l'aria densa dell'abitacolo.


Marco batteva le mani sul volante al ritmo del Beat, la finta cicatrice disegnata sull'occhio che gli si deformava in un ghigno d'adrenalina ogni volta che incrociava gli specchietti. Fuori dal parabrezza, la pianura si stava inghiottendo tutto. La nebbia non era la solita foschia d'autunno: era quel muro di calce bianca tipico della Bassa verso Scandiano, denso e pesante, che trasformava i faraglioni dei camion e i punti luce delle case coloniche in fioche macchie arancioni.


— Dai gas, Marco! — urlò Dado dal sedile posteriore, aggrappato alla testa del sedile centrale per sporgersi in mezzo. — Ma va a cagare, Dado, non si vede un tronco a due metri! — gli rispose Marco ridendo, senza però staccare il piede dall'acceleratore.


Il calore dentro la vettura appannò i vetri in meno di tre chilometri. Tommy, piegato in due sul tunnel di plastica centrale, si allungava a turni sui finestrini per tracciare righe e teschi sul vapore con i polpastrelli, gridando ogni volta che la Multipla prendeva una buca sulla statale.


Sul sedile davanti, l'incastro dei corpi era inevitabile. Ad ogni curva a sinistra, il peso di Teo spingeva dolcemente la sua spalla di pelle contro quella nuda di Sally. Con le ginocchia piegate dal vestito corto e gli anfibi incastrati vicino alla leva del cambio. Quando il pezzo successivo, When I come around dei Green day, cambiò il genere ed il ritmo della musica nell’abitacolo, si girò ed suoi occhi — di quel verde acquamarina acceso e cangiante, resi famelici dal contorno di matita scura — incrociarono quelli di lui. Nel buio dell'abitacolo, illuminato solo dai numeri verdi del digitale di bordo, Sally gli accennò un sorriso sfacciato, vibrante. Si piegò appena verso l'orecchio di Teo per superare il volume della musica.


— Questa è da fare in prova la settimana prossima — gli disse sottovoce, con la voce calda che gli sfiorò il collo.

Teo non rispose a parole. Invece di tirarsi indietro, allungò la mano sinistra e appoggiò le dita sul bordo del sedile centrale, proprio accanto alla coscia di lei, chiudendo lo spazio tra di loro. Le sintonie trovate sulle montagne del Trentino non erano sfumate col ritorno in città: si erano distillate in una tensione che ora viaggiava a cento all'ora dentro una scatola di lamiera lanciata nel buio e nella nebbia.


La rotonda prima di Scandiano comparve all'improvviso fuori dal parabrezza come un'isola fantasma. Marco sterzò di colpo, facendo sbandare leggermente il retrotreno tra le grida di entusiasmo di Elena e Jo.

Poi, eccolo.


In fondo a Viale della Rocca, tra gli alberi spogli e la nebbia che galleggiava a mezz'aria, la sagoma del Corallo emerse avvolta da un fascio di luci stroboscopiche viola e verdi che bucavano il cielo. Una marea di ragazzi in giubbotto, con facce dipinte e anfibi sguazzanti nelle pozzanghere, si affollava già davanti all'ingresso principale. Bassi cupi e pulsanti facevano vibrare il cemento del parcheggio prima ancora che Marco spegnesse il motore.

Fuori, l'aria di Scandiano era una morsa umida e gelida che sapeva di terra bagnata, fumo di nebbia e dolciastro di cocktail a base di vodka e mirtillo bevuti troppo in fretta nei parcheggi, mentre la discoteca torreggiava davanti a loro come una cattedrale pagana degli anni Novanta: le scritte al neon pulsavano nel grigiore della notte di Halloween, mentre fasci di luce viola e verde solleticavano la nebbia fitta, tagliandola a fette.


Dalle porte tagliafuoco e dall'ingresso principale filtrava un boato sordo, un misto di bassi da club commerciale e il rimbombo attutito della sala rock secondaria. Un viavai continuo di ragazzi in giubbotto di pelle, mantelli di plastica economica, facce dipinte e anfibi infangati formava una coda fluida e rumorosa sotto la tettoia.


— Fuori dai finestrini, forza! Prima che si geli anche la saliva! — gridò Marco, saltando giù dal sedile di guida e sbattendo la portiera con un tonfo metallico.


Dietro, il portellone e le portiere posteriori si aprirono tra risate e imprecazioni. Dado e Jo scesero barcollando per la posizione scomoda, mentre Tommy saltò giù dal tunnel centrale con la grazia di un gatto randagio, sistemandosi lo smanicato degli Slayer sulle spalle e lanciando un ululato verso la nebbia. Elena emerse per ultima, aggiustandosi il tulle nero con un movimento regale e passandosi una mano sulla bocca per raddrizzare il rossetto scuro sbavato.

Davanti, l'uscita fu più ravvicinata. Teo spinse la portiera ed era già in piedi sul brecciolino quando Sally fece per scivolare fuori dal sedile centrale.


Il movimento fu rapido, quasi un riflesso. Teo le allungò una mano per aiutarla a scavalcare la leva del cambio e la plancia ingombrante della pre-serie. Quando la mano di Sally scivolò nella sua, le dita di lui si chiusero un secondo di troppo attorno al suo polso, trattenendola quel tanto che bastava per costringerla a fermarsi a un palmo dal suo viso.

L'illuminazione stroboscopica del locale che rimbalzava sul parabrezza sporco dipinse il profilo di Teo di lampi blu e rossi.


— Non perderti nella calca stasera— le disse a voce bassa, sovrastata dal baccano della folla intorno ma incredibilmente vicina, con quel tono che non ammetteva repliche ma lasciava spazio a tutt'altro.

Sally non indietreggiò. I suoi occhi chiari, incorniciati dalla matita nera colata e resi taglienti dalla stanchezza e dall'adrenalina, lo inchiodarono lì, sfidandolo con un sorriso impercettibile sulle labbra scure.


— Dovresti preoccuparti per te, piuttosto — mormorò lei, strappandogli via il polso con un guizzo divertito ma lasciando che le dita sfiorassero il palmo della sua mano un'ultima volta prima di saltare giù sull'asfalto umido.


— Oh! Vi sbrigate o dobbiamo entrare senza di voi?! — la voce di Elena li tagliò fuori dalla loro bolla, mentre Dado brandiva già i biglietti in alto come un trofeo di guerra tra la calca.


Teo scosse la testa, con un mezzo sorriso che gli spuntava ai lati della bocca, e si mise la giacca di pelle a posto sulle spalle. In mezzo al fiume di maschere e giubbotti neri che spingevano verso i tornelli del Corallo, il gruppo si ricompattò, pronto a ingoiare la notte.


Il corridoio d'ingresso del Corallo li inghiottì in un secondo. Niente fuffa commerciale, niente luci leziose: dall'impianto principale della sala usciva un muro di suono distorto, pesante, scuro. Il DJ stava picchiando duro con le chitarre affilate dei Rage Against the Machine, alternate senza pietà alla furia alt-rock dei Soundgarden.


L’aria dentro era un condensato denso di calore, nebbia artificiale dalle macchine del fumo, profumo acuto di pelle e l’odore metallico delle luci stroboscopiche che tagliavano il buio a colpi di lama bianca e viola.


— Prima cosa: liberarsi di queste armature! — gridò Elena sopra il volume della musica, indicando la montagna di giubbotti pesanti che si portavano dietro.


Si fecero largo verso la zona del guardaroba, ammassandosi davanti al banco in finta formica. Tra risate e gomitate, scaricarono i giubbotti di pelle, le giacche e gli zaini in un unico mucchio informe. Il ragazzo al bancone gli allungò una manciata di numeri di plastica colorata che Dado si infilò al sicuro nella tasca posteriore dei jeans.

Subito dopo, la meta obbligata fu il bar principale. Il bancone di zinco era incrostato di macchie appiccicose e bicchieri di plastica impilati.


Mentre Marco e Jo cercavano di farsi strada tra i vampiri e i ragazzi in felpa consumata, Elena e Sally decisero di prendere in mano la situazione al bancone. Elena avanzava sicura, reggendo il suo tulle nero con un’aria di regale sfacciataggine che conoscevano tutti fin troppo bene; era il suo terreno di caccia naturale, un mix di provocazione gotica e sguardi taglienti che fulminavano chiunque le capitasse a tiro.


Ma la vera anomalia, il colpo di scena che lasciò i ragazzi a bocca aperta, fu Sally.


Nessuno — nemmeno Dado o lo stesso Marco, che la conosceva da quando erano bambini — si sarebbe mai aspettato di vederla così. Con quel vestito corto di maglina nera, le calze a rete fitte e gli anfibi alti che le davano un'andatura fiera e irraggiungibile, Sally si era scrollata di dosso ogni timidezza. Gli occhi chiari, cerchiati di una matita nera pesante e sbavata ad arte, brillavano di una luce nuova, magnetica, sfacciatamente disinibita.


— Due gin lemon carichi e due birre, e fai in fretta che la gola comincia a bruciare — esordì Elena appoggiandosi con i gomiti al banco di zinco appiccicoso, puntando i suoi occhi scuri sul barista con un sorriso che prometteva guai.

Il barista, un ragazzo poco più grande di loro con una maglietta degli Anthrax madida di sudore, rimase letteralmente ipnotizzato. Sally spuntando al suo fianco, gli rivolse un sorrisetto obliquo, appoggiando un palmo sul bancone con un'insolita, fulminante sicurezza, lasciando che la luce stroboscopica le accendesse i lineamenti.


— Ascolta, facciamo tre gin lemon, e vedi di non farci aspettare fino all'anno prossimo, d'accordo? — aggiunse Sally, con una punta di ironia graffiante nella voce che fece sussultare persino Teo, rimasto qualche passo più indietro a guardarla con il fiato sospeso.


Il barista deglutì, si riscosse di dosso l'incanto e in men che non si dica iniziò a trafficare con bottiglie e bicchieri di plastica, servendole con una rapidità che nel caos di quella serata aveva del miracoloso.

Pochi metri più in là, Dado si girò verso gli altri con gli occhi sbarrati, indicando Sally con la testa mentre stringeva il numero del guardaroba tra le dita. — Ma... l'avete vista? — borbottò, guardando prima Elena e poi Teo, che non era riuscito a staccarle gli occhi di dosso nemmeno per un secondo. — Cioè, Sally? Da quando in qua fa quella faccia lì?

Marco rise, passandosi una mano sulla finta cicatrice dipinta sulla fronte. — A quanto pare la nebbia di Reggio le ha fatto bene. Direi che stasera non ce n'è per nessuno.


Teo, intanto, si era fatto distaccato ma immobile, le mani piantate nelle tasche della giacca che ora non indossava più. Tirò fuori il pacchetto di Chesterfield blue un po' schiacciato e un Zippo d'ottone, accendendosi una sigaretta con un gesto abitudinario. Fece una prima boccata profonda, lasciando che il fumo denso e azzurrognolo salisse verso i faretti, mentre Sally si avvicinava con il bicchiere in mano.


Teo la guardò attraverso la scia di fumo, gli occhi stretti in una piega attonita e affascinata. — Ti sta bene questo posto — le disse a voce bassa, mentre il fumo sfumava tra di loro.

— Sta bene a noi — rispose lei con un tiro di voce caldo, facendogli urtare il bicchiere contro il suo prima di bere un sorso lungo.


In quel momento, il DJ sfumò il pezzo in sottofondo e fece partire a gamba tesa il giro di basso distorto e inconfondibile di Du hast dei Rammstein.


La pista a centro sala esplose all'istante. Tommy si lanciò nel mezzo come un proiettile, seguito da Dado. Ma la ressa si allargò a macchia d'olio in un secondo: un'onda d'urto di ragazzi in maglietta scura e anfibi si rovesciò verso l'esterno, spingendo la folla fino ai margini del bar. Due tipi alti quasi due metri, completamente travolti dal pogo, sbandarono violentemente verso il pilastro di cemento a cui Sally era appoggiata.


Teo non ci pensò due volte. Tenendo la sigaretta stretta tra l'indice e il medio, allungò il braccio destro e si piantò sulla parete sopra la testa di Sally, facendo da scudo con il proprio corpo un istante prima che i due gli finissero contro la schiena.


Sally si ritrovò bloccata tra il cemento freddo del pilastro e il petto di Teo. La distanza tra di loro si azzerò. Il calore che lui emanava le sfiorava la pelle nuda sopra la scollatura del vestito, e l'odore del fumo di sigaretta mischiato a quello della pioggia e della sua pelle le riempì i polmoni.


Sally non abbassò lo sguardo di un millimetro. Alzò la testa di pochissimo, incontrando le sue pupille nell'oscurità illuminata dai flash viola. Il suo respiro si fece corto, accelerato dall'adrenalina della musica e da quella vicinanza improvvisa, totale.


— Tutto intero, Teo? — gli mormorò contro l'orecchio per farsi sentire sopra il riff di chitarra che ruggiva dalle casse, un sorriso aperto e provocatorio sulle labbra scure.

Teo non si mosse. Fece un'altra lenta boccata dalla sigaretta tenendola lontana dal viso di lei, senza togliere il braccio dalla parete. Invece di tirarsi indietro quando la calca accennò a diradarsi, piegò appena il capo verso di lei. Le sue dita della mano libera sfiorarono con discrezione e decisione il fianco del vestito di Sally, trattenendola lì con sé.

— Mai stato meglio — le rispose a voce bassa, con una voce profonda che le vibrò direttamente sul collo prima di soffiare via il fumo verso l'alto.


Nel frattempo il riff di Spoonman dei Soundgarden iniziò a vibrare nelle pareti, ma nel giro di un secondo la bolla in cui Sally e Teo si erano incastrati si dissolse sotto una valanga di entusiasmo.


— Ehi! Ma voi due fate i piccioncini mentre il mondo brucia?! — urlò Dado, sbucando dal fumo a passo di carica con un bicchiere mezzo vuoto in mano.

Ma la risata gli morì in bocca un istante dopo.

— Oh. Raga. Un attimo. Dov'è Tommy? — blaterò Dado, voltandosi a cerchio con gli occhi sbarrati, mentre Elena e Jo si voltavano a loro volta frugando con lo sguardo tra la folla di giubbotti e teschi finti.

Del piccolo di casa, con lo smanicato degli Slayer e i capelli in faccia, non c'era traccia.

— L'ho visto un secondo fa che litigava con uno vestito da prete zombie vicino alla cassa del merchandising o non so dove... — bofonchiò Jo, indicando vagamente una zona buia e affollata vicino all'uscita secondaria.

— Maledizione, andiamo a ripescarlo prima che si faccia arrestare o che qualcuno lo usi come paletto per i vampiri — sbuffò Elena, facendosi già largo con le spalle tra la calca, seguita da Marco e Dado.


Sally e Teo rimasero momentaneamente indietro, trascinati solo a metà da quel trambusto improvviso. Prima che potessero rincorrerli, il DJ abbassò i bassi pesanti dei Soundgarden e fece partire le prime, inconfondibili note di Just Like Heaven dei Cure.


Un sospiro collettivo attraversò la sala. Non era un pezzo da pogo violento o da teste rotte; era un'onda di chitarre malinconiche, sognanti, un abbraccio dark-pop che fece rallentare il respiro di tutti e riempire la pista di coppie che si stringevano, dondolandosi lentamente sotto le luci stroboscopiche blu e viola.

Sally si voltò verso Teo, con un sorriso divertito che le increspava le labbra scure.


— Niente teste spaccate stavolta, direi — mormorò lei, mentre Robert Smith cantava "Show me, show me, show me how you do that trick..."


Teo scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli, ma nei suoi occhi chiari c'era tutta la tensione accumulata in quei secondi. Senza dire una parola, fece un passo avanti e le cinse la vita con decisione, tirandola a sé in mezzo alla pista mentre tutt'intorno la gente ondeggiava a tempo.

Sally non esitò un secondo: gli mise le braccia al collo, puntando i suoi occhi chiarissimi e magnetici dritti nei suoi. Il vestito di maglina nera le aderiva addosso, e il calore del corpo di Teo attraverso la giacca sciolse qualsiasi residuo di freddo della strada.


— Vedi di non scappare mentre recuperiamo Tommy — gli sussurrò contro il collo, la voce calda che gli fece vibrare la pelle.

— Non ho nessuna intenzione di andare da nessuna parte — rispose Teo a bassa voce, stringendola un po' più forte contro di sé, mentre le note dei Cure li isolavano dal resto del mondo, in attesa che Dado e gli altri tornassero con il disperso.


Le note finali di Just Like Heaven si sciolsero lentamente nell'aria densa della sala principale, lasciando dietro di sé una scia di brividi e un brusio denso di voci, risate e bicchieri di plastica calpestati.


La bolla in cui Sally e Teo erano rimasti intrappolati per tutta la durata del pezzo si diradò a poco a poco, lasciando spazio al caos vibrante del Corallo. Ma la distanza tra di loro non era tornata quella di prima; era rimasta tesa, elettrica, come un cavo scoperto che continuava a mandare scintille a ogni movimento.


— Direi che ci meritiamo un altro giro prima che Marco ci suoni il clacson per la disperazione — mormorò Sally, passandosi una mano dietro il collo per scacciare il calore della pista, sebbene i suoi occhi chiari non smettessero di puntare quelli di Teo.

Teo abbozzato un sorriso sghembo, annuendo con un cenno del capo. La raggiunse mentre lei si faceva strada verso gli ultimi resti del bancone del bar, dove Dado e Jo stavano già raccogliendo le ultime birre calde e sgasate avanzate sul tavolo.

— Due bionde, veloci, che tra poco questi chiudono baracca — ordinò Sally battendo le dita sul bancone di zinco, con quella stessa sicurezza sfacciata che aveva spiazzato tutti dall'inizio della serata.


Teo le si accostò di fianco, appoggiando i gomiti sul bordo appiccicoso. Non disse nulla, ma mentre il barista spingeva due bicchieri di plastica verso di loro, le sfiorò appena il dorso della mano con le dita, un contatto breve e bruciante che fece fermare il respiro a Sally per un secondo. Diedero un sorso veloce, fissandosi negli occhi in un brindisi silenzioso che sapeva di sfida e di promessa non detta.


Fu proprio mentre la comitiva si ricompattava barcollando verso l'uscita tra spintoni e risate, che si consumò l'ultimo scambio della notte.


Mentre Marco apriva la portiera della Multipla e gli altri si riversavano nell'abitacolo come una mandria stanca, Teo si girò un secondo di troppo per sistemare una custodia nel bagagliaio posteriore. I suoi occhi si scontrarono con quelli di Jo, che lo stava fissando dallo specchietto retrovisore con un'espressione indecifrabile. Nessuna parola, nessun ghigno: solo uno sguardo lungo, fermo, tagliente come una lama, che diceva chiaramente prima o poi io e te dobbiamo parlare di quello che è successo stasera. Teo aveva annuito impercettibilmente, voltandosi di nuovo verso il parabrezza. Ma quel piccolo, tesissimo scambio non era sfuggito a Marco, che dallo specchietto centrale incrociò lo sguardo di Teo, lanciandogli un'occhiata carica d'intesa che confermava ciò che aveva capito fin da subito.


Il viaggio di ritorno sulla Multipla ebbe il sapore pesante dei dopo-festa in cui nessuno aveva più la forza di fiatare. Fuori dai finestrini, la nebbia della Bassa si era fatta ancora più spessa, un muro bianco e lattiginoso che i fari tagliavano a fatica, mentre sul sedile posteriore regnava il silenzio, rotto solo dal respiro di Tommy, crollato contro la spalla di Dado.


Nell'abitacolo ristagnava un mix denso di cuoio, fumo di sigaretta e stanchezza. Davanti, Teo guardava fuori in silenzio, con la giacca di pelle mezza aperta, mentre Sally — mezza addormentata — dondolava la testa contro il suo braccio, troppo esausta per reggersi in piedi ma con la mente che continuava a correre, conscia che la mano di Marco sul volante guidava una macchina piena di segreti non più custoditi.


Quando la vettura si fermò con uno scossone morbido davanti al cancello di Elena, Sally scese barcollando sui suoi anfibi, con il trucco colato e l'adrenalina ormai azzerata. Si trascinò su per le scale insieme all'amica, lasciandosi alle spalle il motore della Multipla che si dissolveva nella nebbia.


Appena chiusa la porta della camera, con la luce soffusa dell'abat-jour e i vestiti sparsi ovunque, Sally crollò di peso sul letto, affondando la faccia nel cuscino con un lamento strozzato.


Elena si tolse gli anfibi lanciandoli contro l'armadio, si sedette sul bordo del materasso e la guardò con un misto di compassione e totale incredulità, passandosi una mano tra i capelli scompigliati.

— Sei ufficialmente una cretina, Sally. Una monumentale, incorreggibile cretina — sentenziò Elena con la voce roca, piantandole gli occhi addosso.

Sally grugnì qualcosa nel cuscino, voltandosi a metà con una guancia schiacciata contro la stoffa. — Che c'è adesso? Ho retto la serata, ho bevuto, ho ballato... che ho fatto?

— Hai fatto che avevi Teo incollato addosso, che ti guardava come se fossi l'unica cosa rimasta su questa terra marcia di provincia, e tu che fai? Te ne vieni qui a dormire con me a fare la brava educanda! — esclamò Elena, scuotendo la testa. — Cioè, avevi la lingua a un millimetro dalla sua, con la musica dei Cure sotto e la nebbia fuori, e non hai affondato il colpo? Ma sei scema?


La frase di Elena centrò il bersaglio, e il cervello di Sally si riaccese all'istante, facendo ripartire il frullatore delle paranoie. Le immagini della serata le esplosero in testa: il peso del corpo di Teo contro il pilastro, l'odore di pioggia sulla sua giacca, il modo in cui le aveva stretto il fianco. E poi il panico. E se non era niente? E se lo fa con tutte? E se domani mattina fa finta di niente?


— E se poi cambia tutto? E in fondo nemmeno lui ha fatto niente — biascicò Sally tirandosi su a sedere, stringendosi le ginocchia al petto sopra il vestito sgualcito. — Tu non capisci... finché restiamo così, finché ci scambiamo gli accordi in camera mia, so dove sto. Ma se succede sul serio, non si può più tornare indietro. E se rovino tutto?

Elena la guardò per un lungo istante, poi le scosse le spalle con un sospiro lungo e rassegnato, incrociando le braccia.

— Tu, Sally, vivi permanentemente bloccata sul tabellone del gioco dell'oca — mormorò, scuotendo la testa con un sorriso ironico ma affettuoso. — Fai cinquecento caselle avanti, ti spingi a un millimetro dal traguardo, e poi niente: pesci la carta sbagliata, ti attacchi alle tue solite paranoie e torni immancabilmente alla casella di partenza. Ritorna al via. È incredibile.


Sally bofonchiò una protesta, ma aveva le palpebre troppo pesanti per insistere. Elena spense la lampada a comodino, lasciando che la stanza si riempisse del ticchettio della pioggia contro i vetri.


— Dormi, va' — concluse Elena tirandosi la coperta fino al mento. — Domani mattina, quando ti svegli, vedremo se avrai il coraggio di lanciare di nuovo i dadi.

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