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← Esilio a Colonia - la misura del caos

Creato il 22/09/2026, 21:40 · Aggiornato il 22/09/2026, 21:40

Capitolo 8: Lettera da Colonia

@bloodymary79bloodymary79
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Cara Elena,

ti scrivo dalla mia mansarda, mentre fuori la nebbia di Colonia ha ricominciato a fare sul serio, ma ti giuro che stavolta l'effetto non è quello di una cappa di ghiaccio. Ho bisogno di mettere in ordine i pensieri, e tu sei l'unica che può reggere l'urto di questo flusso di coscienza.

Ci ho messo un bel po' a rimettere insieme i pezzi quando sono rientrata da Bologna, dopo quell'estate passata a sudare tra l'asfalto e i tuoi progetti di sartoria punk. Sai qual è il bello? Che quando sono tornata qui, la città mi è sembrata diversa. O forse ero io a essere cambiata radicalmente. Ho dato un taglio netto a quella specie di schiavitù alcolica e gastronomica al Bella Italia dello zio Luigi: basta cotolette, basta banchieri tedeschi brilli che urlano ordinando il Chianti battendo i pugni sui tavoli a quadri rossi e bianchi. Mi sono rimboccata le maniche, ho mandato in giro curriculum e ho trovato un lavoro che mi fa sentire finalmente al mio posto: sono assistente in una scuola privata di lingue nel cuore della città, dove si insegna l'Italiano. Qui la clientela è fatta di professionisti tedeschi, avvocati, manager o semplici appassionati che vogliono imparare la nostra lingua per puro amore della dolce vita, per un disperato bisogno di trasferirsi in Toscana o per gestire gli affari con qualche partner di Milano. Spiegare i verbi modali o i segreti del congiuntivo a degli adulti tedeschi che cercano di sciogliere la lingua con la nostra fonetica ha un che di surreale e bellissimo. Spesso mi diverto a guardarli mentre cercano di arrotolare la "r", pensando a quanta strada ho fatto io per prima.

E l'Università va che è una meraviglia, con una fluidità che prima mi sembrava impossibile. Ma la vera, grossa svolta accademica e personale è stata un'altra: mi sono innamorata perdutamente della letteratura di Ingeborg Bachmann. L'ho scoperta quasi per caso, scavando tra i testi di un seminario avanzato. Leggere i suoi libri, le sue prose taglienti e malinconiche sulla lingua, sui confini interiori, sul modo in cui cerchiamo costantemente di esiliarci da noi stessi... beh, è stato come trovare uno specchio perfetto. È come se la sua scrittura mi avesse dato finalmente le coordinate geografiche ed emotive per abitare questo posto senza sentirmi un'intrusa o una naufraga. La Bachmann ha dato voce a quel senso di esilio che mi portavo dentro.

Anche dal punto di vista sociale le cose sono cambiate radicalmente: ho smesso di cercare rifugio in relazioni comode, asettiche o rassicuranti come quella con Christoph — che, te lo confesso, ho rivisto di sfuggita la settimana scorsa in centro: ci siamo salutati con un cenno gentile, un sorriso pulito e senza rimpianti, consapevoli entrambi che eravamo solo due stazioni provvisorie per i nostri rispettivi viaggi. Adesso ho finalmente trovato il mio giro di amicizie qui a Colonia: una tribù splendida di teste calde, musicisti squattrinati, illustratori e studenti fuori sede che conosco bazzicando i locali indipendenti e i piccoli caffè del quartiere belga. Gente che ascolta i dischi fino alle tre di notte, che non ha paura del caos, con cui posso parlare di letteratura tedesca o bere una birra a caduta seduta sul marciapiede senza l'ansia di dover rispettare nessuna tabella di programma geometrico.

Ma la vera mazzata, quella che mi ha fatto letteralmente saltare in aria il cuore e planare di nuovo in un cratere di adrenalina pura, è arrivata la settimana scorsa nella cassetta della posta. Un pacchetto spedito direttamente da Bologna, con la tua inconfondibile grafia del cazzo. Dentro non c'erano vestiti o lettere chilometriche, ma un unico, potentissimo oggetto: un biglietto cartaceo per il concerto dei Pearl Jam all'Arena di Verona.

Ci sono rimasta secca, El. Tu hai completamente perso la testa. I Pearl Jam! Proprio nel bel mezzo del loro tour di Binaural, proprio nell'anfiteatro più bello del mondo. Mi hai spedito dritto in mezzo a un uragano di chitarre distorte, grunge viscerale e ricordi, proprio nel posto in cui la mia pelle ha iniziato a bruciare di nuovo. Non so come tu abbia fatto a trovarlo e a comprarmelo, ma ti adoro.

E ripensandoci, guardando quel biglietto, ho capito una cosa paradossale e bellissima: ho dovuto lasciare l'Italia, ho dovuto attraversare le Alpi, infangarmi nei dubbi, piangere sui libri di grammatica e schiantarmi contro il ghiaccio di questa città per capire quanto, in realtà, amo la mia terra. Prima la davo per scontata, la soffrivo quasi come una gabbia di provincia asfissiante. Adesso che la guardo da qui, con la giusta distanza, capisco che odore ha, che sapore ha, quanto mi appartiene nel profondo. Lì non ci sono solo le mie radici, lì ci sono i miei veri amici, quelli con cui sono cresciuta, anche se la vita e le strade ci hanno inevitabilmente portati a dividerci, a disperderci chi a Bologna, chi altrove.

A volte, mentre guardo la vecchia cornice di legno con i vostri nomi incisi sopra — sempre appesa al muro di fronte al mio letto, con la consistenza ruvida e vera dei muri di periferia —, mi sembra di sentire distintamente il rumore metallico e familiare dello scooter truccato di Jo che sfreccia in curva, o di avvertire nell'aria i profumi inconfondibili dell'Appennino, quel misto di terra bagnata, resina e legna. So perfettamente che non so ancora quale strada percorrerà la mia vita, né se un giorno tornerò a vivere stabilmente lì. Forse sì, forse no, ma una cosa l'ho capita senza ombra di dubbio: le mie radici e la mia tribù sono laggiù, e non me le strapperà via nessuno, nemmeno la distanza o un confine di stato.

Ah, prima che mi dimentichi. Tra le cose che ho risistemato oggi nella mia scrivania c'era la vecchia cassetta audio di Teo, quella con gli accordi lasciati a metà, la colonna sonora di un passato che mi è scivolato tra le dita. Mi ha fatto male, sì, ancora un po' brucia, inutile che faccia la dura con te. Quel nome ha sempre il potere di smuovermi una corrente elettrica nello stomaco e a volte mi basta un secondo per ritrovare nitido il suono della sua chitarra acustica che risuonava nelle sere d'estate. So che la sua vita sta andando avanti altrove. Ma stavolta non ho pianto. L'ho presa in mano, l'ho guardata per qualche secondo e poi l'ho messa in fondo al cassetto. È un pezzo di strada che appartiene a un'altra vita, io e lui abbiamo scelto di lasciarci liberi a rincorrere il nostro destino… per cui anche nel ricordo di quello che c’è stato, della nostra musica, dell’ultima disperata notte in appennino, non posso lasciare che mi trascini infondo.

Adesso c'è Verona che mi aspetta, ci sono i Pearl Jam e la loro furia elettrica, c'è la Bachmann che mi parla dall'anima, ci sei tu da qualche parte dall'altra parte del filo, e c'è una me stessa che ha finalmente smesso di avere paura del futuro, ed è pronta a prenderselo tutto.

Preparati, perché quando torno in Italia per il concerto ti sconvolgerò la vita.

Ti voglio bene, testa di rapa.

Tua, Sally


Ciao a tutti! Qui si conclude il racconto sui primi passi di Sally a Colonia, ma prima di chiudere ho deciso di scrivere nei prossimi capitoli i testi e le traduzioni delle canzoni che Sally ha scritto sulle note di Teo


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