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← Esilio a Colonia - la misura del caos

Creato il 17/09/2026, 16:31 · Aggiornato il 17/09/2026, 16:31

Capitolo 7: Un'estate italiana

@bloodymary79bloodymary79
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Il treno che la portò da Colonia a Bologna sembrò strappare via di dosso a Sally mesi di aria compressa e silenzi misurati. Quando mise piede sotto i portici, investita da quell'afa densa che sapeva di asfalto umido, caffè e basilico, ebbe l'impressione di tornare a respirare dopo un'apnea infinita. Forse era proprio vero: solo lasciando l’Italia aveva scoperto di amarla.

L'appartamento di Elena era il manifesto visivo di tutto ciò che a Colonia e non esisteva: tele accatastate in ogni angolo, bozzetti di abiti appuntati con gli spilli ai muri, tubetti di colore a olio aperti ovunque e la radio perennemente sintonizzata su frequenze disturbate. Elena era un vulcano di energia caotica, una forza della natura che la accolse con un abbraccio stritolante e una sberla verbale mascherata da risata.

— Sei una larva, Sally. Ma ti sistemo io — fu il saluto di benvenuto, mentre le metteva in mano una birra gelata direttamente dalla bottiglia.

Sally cercò di abbozzare un sorriso stanco, indicando la maglietta oversize e i jeans sformati che si portava dietro da Colonia.

— Sono comodi...

— Esatto. Sono troppo comodi. Sono la divisa di una resa incondizionata — sentenziò Elena, afferrandola per un polso e piantandola davanti allo specchio a figura intera dell'ingresso, quello circondato da ritagli di riviste di moda e campioni di stoffa. — Guarda: ti sei dimenticata di chi sei. Quella maglietta, quel modo di infossare le spalle... sembri un'impiegata del catasto in gita premio. E quei capelli lunghi e tristi, lasciati crescere perché non avevi lo sbatti di curarli, ti mangiano la faccia.

Non era una critica crudele, ma una dichiarazione d'amore in piena regola, mossa da quell'entusiasmo vulcanico che l'aveva sempre contraddistinta: i suoi modi rudi, sferzanti e intrisi di doppi sensi erano il suo modo di metterla alle strette, una scossa elettrica pensata per svegliare Sally da quel torpore e costringerla a fare i conti con se stessa, a iniziare a definire chi fosse davvero in quella calda estate bolognese.

Il restyling partì la mattina dopo: Elena decise che i capelli di Sally meritavano mani esperte e la trascinò di peso fuori casa, attraversando mezza Bologna sotto il sole cocente fino ad arrivare in una traversa silenziosa vicino a via Saragozza.

La bottega si chiamava Officina Capelli, un piccolo salone indipendente gestito da Martina, un’amica di Elena dai capelli color prugna e un orecchino a cerchio che le tintinnava a ogni mossa. Appena varcarono la soglia, investite da un profumo di lacca leggera, shampoo alla menta e caffè moka, Martina sollevò lo sguardo dallo specchio in cui stava asciugando la testa a una cliente e scoppiò a ridere.

— No, aspetta. Ma chi è questa? È viva o l'hai riesumata da un archivio di Stato? — esclamò Martina, posando il phon e puntando il dito contro Sally con affetto tagliente.

— È esattamente quello il punto, Marti! Arriva da mesi di ingegneria tedesca e grigio asettico. Dobbiamo sbloccarla, farla rinascere. Ha bisogno di un taglio che urli "sono tornata", non di una spuntatina educata — replicò Elena, spingendo Sally sulla poltrona girevole davanti alla specchiera come se fosse un ostaggio di lusso.

Sally si guardò nello specchio, imbarazzata ma con un sorriso che le increspava già gli angoli della bocca.

Martina le studiò il viso per qualche istante, passando le dita tra le ciocche lunghe, pesanti e un po' spente che le scendevano sulle spalle. Fece schioccare la lingua sul palato, poi annuì con aria professionale.

— Ho capito. Tagliamo i rami secchi, letteralmente. Meno peso, più spigoli. Dobbiamo tirare fuori quegli occhi lì, che con questa matura malinconia sprechiamo solo spazio.

Il lavaggio fu una benedizione: l'acqua fresca che le massaggiava la cute scacciò via gli ultimi residui di tensioni accumulate a Colonia. Poi Sally si ritrovò seduta dritta, mentre le forbici di Martina cominciavano a muoversi con una precisione ritmica, quasi musicale, accompagnate dal basso sordo dello stereo del negozio che pompava una vecchia cassetta rock.

Clip, clip, clip.

Ciocche consistenti di capelli castani scivolavano sulla mantellina nera, accumulandosi sul pavimento in un mucchietto disordinato. Ogni colpo di forbice sembrava alleggerirle le spalle di un chilo. Quando Martina le asciugò i capelli scompigliandoli con le dita e fissando la piega con un colpo di cera opaca, Sally trattenne il fiato.

Il risultato era pazzesco. Aveva un taglio asimmetrico e scalato, sbarazzino e volutamente imperfetto, con una frangia piena che le incorniciava lo sguardo e lasciava completamente scoperte la nuca e le orecchie. Era tagliente, rock, incredibilmente viva.

— Cazzo, Sally... sei bellissima — mormorò Elena, appoggiata allo schienale della poltrona con le mani sui fianchi, visibilmente orgogliosa del suo capolavoro.

Martina le girò la sedia per farla guardare nello specchio a figura intera e le passò un tubetto di matita nera e un lucidalabbra neutro.

— Adesso pensiamo al trucco. Niente toni caldi, oggi tiriamo fuori il freddo: matita fumé sugli occhi, mascara pesante e via. E con addosso questo vestito cucito con le mie manine sarai una gran gnocca tesoro, pronta a stendere gli studenti dell'UniBo con un solo sguardo.

Sally indossò l’abito che Elena aveva ideato e cucito per lei: corto e smanicato, tagliato in un robusto cotone nero slavato che le dava un'aria vissuta, rock, per nulla ingessata. La linea svasata e dinamica fasciava i fianchi per poi aprirsi morbida, mettendo in risalto le gambe snelle e toniche da sportiva e disegnando con precisione la curva del seno, non enorme ma armonioso e ben fatto, valorizzato dallo scollo rotondo e asciutto. 

Sally si domandava come avesse fatto Elena a centrare in pieno le sue misure da così lontano. 

Il vestito era pensato apposta per non costringere i movimenti, arricchito da cuciture a vista fatte con un filo color ocra, una pesante cintura borchiata stretta in vita a spezzare le geometrie e asimmetrie sul fondo che tradivano il talento ribelle dell'Accademia. Completavano il tutto le sue inseparabili Dr. Marteens ai piedi, che ancoravano quell'anima punk all'asfalto della città. 

Quando si guardò allo specchio, con il nuovo taglio corto, la matita fumé sugli occhi e quel vestito che sapeva di sfida, Sally trattenne il fiato: per la prima volta dopo mesi non vide più un'ombra sbiadita, ma una ragazza finalmente padrona del proprio corpo e pronta a prendersi il mondo. 

Le loro giornate presero a scorrere senza una rotta precisa, governate solo dal ritmo sregolato di un'estate bolognese vissuta come una barricata: di giorno si rifugiavano nei cinema all'aperto nascosti nei cortili storici, sedute su sedie di ferro battuto a guardare vecchie pellicole mentre la notte scendeva tiepida. Di sera si spostavano nei centri sociali della periferia o lungo le sponde del Reno, tra banchi di legno, scritte sui muri, concerti punk improvvisati e un'umanità urlante che faceva vibrare l'aria di chitarre distorte e birra tiepida. Era esattamente quel fuoco di cui Sally aveva sentito la disperata mancanza: un caos viscerale, imperfetto, che le scottava la pelle ma la faceva sentire finalmente viva.

Eppure, sotto quell'apparente leggerezza, Sally si portava dietro il bisogno urgente di ricucire il filo con il suo passato. Non sapeva ancora bene chi fosse, ma sentiva che quel cantiere aperto stava iniziando a prendere forma. Una sera, sedute sul muretto di un parco con le gambe a dondolo e i bicchieri di plastica stretti tra le mani, Sally girò la testa verso l'amica, rompendo il silenzio.

— Elena... dimmi tutto. Voglio sapere di tutti. Che fine hanno fatto gli altri?

Elena bevve un sorso di birra, passandosi una mano tra i capelli arruffati dal vento caldo.

— Beh, la comitiva si è un po' sfilacciata, come era prevedibile. Dado e Tommy si stanno trasferendo a Milano per studiare al Politecnico, ma non li sento da tanto tempo. Mi sento ancora con Jo e Marco, che continuano Ingegneria a Parma. Ma la vera novità la sai: Teo si è iscritto a restauro a Piacenza, ma siccome la scuola chiudeva i battenti, alla fine ha dovuto fare le valigie per Caserta. È giù al Sud.

Quel nome le arrivò nello stomaco come un pugno improvviso. Caserta. L'opposto esatto di Colonia, lontano migliaia di chilometri, eppure vicinissimo al centro esatto del suo petto.

— E... si è fatto vivo? Ha chiesto di me? — domandò Sally, la voce che le tremava leggermente tra le labbra, tradendo la corazza che aveva provato a ricostruire.

Elena la guardò con un misto di tenerezza e severità, posandole una mano sulla spalla.

— Sally, basta. So che Teo non sarà mai un capitolo chiuso per te, ma è sicuramente un ginepraio da cui ti sei appena dissanguata per uscire. Un anno fa avete preso una scelta, ora non vi resta che portarla avanti. Hai chiuso con Christoph perché non volevi accontentarti di una gabbia sicura, ma non puoi passare le giornate a guardare nello specchietto retrovisore, se sarà destino vi incontrerete, ma non oggi. Sei a Bologna, hai vent'anni, la pelle abbronzata e una libertà che ti spaventa persino. Adesso ti rimetti in gioco.

Non fu un consiglio, ma un diktat. Elena prese la situazione in mano con la stessa determinazione con cui sceglieva i tessuti per i suoi abiti all'Accademia. Nelle settimane successive, tra una birra ai tavoli all'aperto e un concerto nel pratone di un centro sociale, Elena iniziò a spingerla letteralmente tra la gente, presentandole ragazzi, incoraggiandola a flirtare, a ridere a voce alta, a riprendersi lo spazio che si era negata.

E Sally ci provò. Si ritrovò a ballare troppo vicina a un ragazzo dai riccioli scuri e la maglia dei Nirvana odorosa di tabacco durante un concerto indie, a scambiare battute taglienti con uno studente di filosofia conosciuto in fila per la birra, a lasciarsi sfiorare le mani e corteggiare con sfrontatezza. C'erano sguardi intensi, la scossa elettrica di un'attrazione improvvisa, la tentazione sottile di lasciarsi andare. Ma ogni volta che la situazione rischiava di farsi seria o di sfociare in qualcosa di fisico, Sally indietreggiava con un sorriso sghembo, fermandosi un attimo prima del limite. Non era pronta per concedersi davvero e quei ragazzi erano solo scintille in un incendio che non riusciva ancora a divampare del tutto. 

A metà luglio, come un'ancora di continuità con le sue radici, Marco arrivò a Bologna per passare il weekend con loro.

Il legame fra Sally e Marco era nato durante la loro infanzia ed era composto da un affetto viscerale e fraterno, un legame pulito e profondo che si portavano dietro da anni, fatto di sguardi che si capivano al volo e di una complicità a prova di bomba. Marco si trascinava dietro il lutto per la perdita del padre, un dolore sordo che lo aveva cambiato e che gli aveva impedito di dare gli esami all'Università, scavandogli gli occhi e rendendolo vulnerabile in un modo che a Sally spezzava il cuore. Entrambi stavano cercando di capire chi fossero ora che i vecchi punti di riferimento erano crollati, eppure, proprio per questo, si guardavano a distanza di sicurezza, come due animali feriti che temono di sfiorarsi troppo forte.

Vederlo scendere dal treno fu un colpo al cuore e, insieme, una carezza.

La vera prova del nove, però, fu la cena del sabato sera. Elena aveva deciso che non c'era spazio per i sentimentalismi solitari: aveva imbandito il tavolo sgangherato della cucina con una montagna di tigelle, affettati e un fiasco di sangiovese pesante come piombo.

— Allora, ingegnere di Parma — esordì Elena, piantando i gomiti sul tavolo e fissando Marco con il suo solito ghigno tagliente mentre si accendeva una cicca di sguincio. — Ti sei deciso a dare l'esame di Fisica 2 anziché piangere sui libri come un verghiano sfigato?

Marco arrossì di colpo, contraendo la mascella. Era l'effetto che Elena faceva a chiunque: un misto di intimidazione e attrazione irresistibile.

— Studio, Elena. Più di quanto tu faccia con le tue tele che puzzano di trementina da tre isolati — replicò lui, tentando di difendersi con un sorriso storto.

— Almeno le mie tele si muovono, le tue idee sono fisse dal Pleistocene! — sentenziò lei ridendo di gusto, prima di puntare il dito contro Sally, che osservava la scena in silenzio con la birra in mano. — Sally, è identico a te un mese fa: intrappolato in un binario morto. Voi due siete incredibili, i due gemelli del masochismo. Vi fate del male a solo perché avete paura di ammettere che il mondo là fuori vi fa schifo così com'è.

Sally sgranò gli occhi, colpita in pieno petto da quella franchezza brutale. 

— Elena, datti una calmata...

— Ma quale calmata! — esclamò l'amica, alzandosi in piedi per versare altro vino. — Dico solo la verità. Tu stai scappando da Colonia ma guardi indietro, lui sta scappando dal dolore ma guarda i piedi anziché la strada. Se non vi svegliate adesso, a vent'anni, vi ritrovate a trenta a fare gli impiegati modello in un ufficio grigio a lamentarvi del meteo.

Calò un silenzio denso nella cucina, rotolato via solo dal ronzio della radio. Marco abbassò lo sguardo sul bicchiere, rigirandoselo tra le dita callose. Poi sollevò gli occhi, incrociando quelli nuovi di Sally, così corti, sbarazzini e diversi da come li ricordava.

— Ha ragione, sai? — mormorò Marco a bassa voce, con una sincerità che disarmava. — Quando sei tornata per il funerale... mi hai salvato, Sally. Sentire che almeno tu capivi quel vuoto... mi ha tenuto a galla. E adesso vederti qui, con questa faccia abbronzata e gli occhi finalmente liberi... beh, mi fa venire voglia di provarci anch'io. A respirare, intendo.

Sally sentì un nodo serrarsi alla gola. Allungò una mano sopra il tavolo, sfiorandogli le nocche con delicatezza.

— E tu ci stai provando davvero, Marco? O ti stai solo abituando al rumore del silenzio? — gli chiese, la voce sottile ma ferma.

Marco sospiró, stringendole le dita con forza, ricambiando quella stretta carica di un passato condiviso e di un futuro ancora da inventare. — Sto cercando di rimettere insieme i pezzi, come fai tu. Solo che a volte ho l'impressione che la colla non tenga.

— La colla terrà, cazzo se terrà, e se non lo farà ci saremo noi con il Bostik di riserva — intervenne Elena risiedendosi e sbattendo una bottiglia sul tavolo, con gli occhi che le luccicavano di affetto feroce. — E ora beviamo, che la notte è lunga e Bologna non aspetta.

Più tardi, rimasti soli sul balcone a guardare le stelle sopra i tetti rossi della città, Sally ripensò a quel caos. Guardando Marco ed Elena, e ripensando a Christoph rimasto laggiù nella sua fredda precisione, Sally capì che la tempesta aveva fatto il suo corso. Era ammaccata, libera, imperfetta e terribilmente viva. Non sapeva ancora esattamente chi fosse, ma tra i colpi di forbice di Martina, la schiettezza feroce di Elena e quel pezzo di cuore condiviso con Marco, aveva finalmente smesso di aver paura di scoprirlo. Quando sarebbe rientrata in Germania avrebbe avuto una forza diversa.

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