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A Caserta l'aria immobile e densa di fine primavera sembra masticare i rumori della strada, incollandosi ai vetri con una pigrizia che stringe lo stomaco. È un caldo che non perdona, un'umidità pesante lontanissima chilometri e secoli da quel freddo tagliente e umido della nostra pianura.
Sistemo la custodia della chitarra nell'angolo della stanza, sollevando un po' di polvere sul pavimento piastrellato di questo appartamento anonimo da fuorisede. C'è disordine ovunque: appunti di storia dell’arte che non riesco a memorizzare, tazze di caffè dimenticate e il silenzio di una città che non mi appartiene. Sulla scrivania c'è una vecchia compilation masterizzata anni fa. La infilo nello stereo portatile senza pensarci troppo, cercando solo un rumore di fondo che riempia il vuoto.
Bastano le prime note di Last Goodbye di Jeff Buckley a far crollare tutto.
Quell' arpeggio di chitarra iniziale è una coordinata temporale precisa, una spina dritta nel punto in cui la memoria fa più male. Le note si susseguono fluide, dolorose e cristalline, portandosi dietro un senso di ineluttabilità che mi si appoggia sul petto come un masso. Chiudo gli occhi e le casse economiche dello stereo svaniscono, risucchiate da un tunnel di ricordi che ha un indirizzo ben preciso: casa di Marco.
Riapro gli occhi, ma non vedo più le pareti scrostate di Caserta. Vedo un tripudio di luci colorate appese ai rami dei gelsomini, zanzariere improvvisate e casse di birra stipate dentro grandi bacinelle piene di ghiaccio della casa in appennino, per il compleanno di Marco. Vedo Tommy e Dado che litigano per la birra, Marco alla griglia… e vedo lei arrivare, con un top di cotone e i jeans a vita bassa, con quegli occhi enormi, chiarissimi e magnetici che mi scrutavano dentro, oltre la pelle, oltre qualsiasi difesa fossi riuscito a costruire in anni di cinismo e silenzi.
La voce di Buckley si alza nello stereo, lacerante, sottile e potente allo stesso tempo, riempiendo la stanza vuota di una bellezza insostenibile:
This is our last goodbye I hate to feel the love between us die But it's over, just hear this and then I'll go You gave me more to live for, more than you'll ever know.
Era esattamente quello il terrore che ci divorava. E non era solo la paura di perderla; ero terrorizzato io stesso da quello che provavo. Quel sentimento a cui non riuscivo a dare un nome mi faceva tremare le mani, mi toglieva il respiro, mi costringeva a fare i conti con un'intensità così smisurata da far paura. Sentire che un sentimento del genere poteva consumarci, trasformarsi in una condanna a bruciarci a vicenda pur di non ammettere che la strada si stava biforcando, era un pensiero che mi toglieva il sonno.
La chitarra distorce leggermente il suono, accompagnando il crescendo emotivo del brano, mentre la voce di Jeff scava dritta dove fa più male, inchiodandomi a quell'istante esatto:
Well, this is our last embrace, must I dream and always see your face? Why can't we overcome this wall? Baby, maybe it's just because I didn't know you at all
Le parole si infrangono contro i miei pensieri e io ci sono di nuovo dentro, in giardino. È stato subito dopo quei versi, con la voce di Buckley che sembrava dettare il battito del nostro destino, che mi ero mosso. Le mie mani le avevano preso le spalle dopo che era scesa dal palco e ci siamo abbracciati lì, tra il fumo e l'indifferenza del mondo. sulle labbra ancora l’eco del bacio che ci eravamo dati poche sera prima. Un bacio che sapeva di paura e di una libertà disperata, carico della tensione muscolare di chi sa di trovarsi su un ciglio e non ha più intenzione di indietreggiare.
Kiss me, please kiss me, Kiss me out of desire, baby, not consolation Oh, you know it makes me so angry 'cause I know that in time I'll only make you cry, this is our last goodbye,
Avrei voluto stringerla più forte, inchiodarla sul letto in cui eravamo abbracciati dopo quel maledetto giorno, chiederle di buttare all'aria quel biglietto del treno per Colonia, di restare qui, di lottare insieme contro il buio che ci cresceva dentro. Ma mi ero fermato. Avevo guardato quegli occhi enormi che mi frugavano nell'anima e avevo capito che la nostra paura era speculare.
Non volevo la sua pietà. Non volevo che restasse perché aveva paura di ferirmi, di perdermi o perché il terrore del vuoto la paralizzava, né potevo legarla a me per un disperato bisogno di possesso. Se l'avessi trattenuta con la forza del ricatto morale, sfruttando quel bacio per incatenarla, l'avrei vista spegnersi giorno dopo giorno, soffocata da una vita che le stava stretta, e il suo cuore avrebbe finito per sanguinare insieme al mio in una lenta agonia senza scampo.
Le note continuano a vibrare nell'aria immobile della stanza, portando con sé il peso di quel bivio.
Did you say "no, this can't happen to me," And did you rush to the phone to call. Was there a voice unkind in the back of your mind saying maybe you didn't know him at all,You didn't know him at all, oh, you didn't know…
Eravamo esattamente a quel punto. Due fuochi spaventati dalla loro stessa forza, che avrebbero finito per ridursi in cenere se avessero continuato a bruciare nello stesso spazio ristretto. L'avevo lasciata andare, l'avevo guardata partire sapendo che ogni chilometro verso nord ci avrebbe allontanati irrimediabilmente, ma era l'unico modo per salvarci la dignità, per fare in modo che quel terrore si trasformasse finalmente in coraggio.
Un colpo secco alla porta mi fa sussultare violentemente, spezzando quel flusso di coscienza e strappandomi via da quel divano e da quegli occhi. Neanche il tempo di alzarsi dalla sedia che la porta si spalanca: Jo è sulla soglia, con un borsone pesante a tracolla e quell'aria sfacciata e protettiva di chi ha guidato per ore sotto il sole solo perché sapeva perfettamente in che stato mi avrebbe trovato.
— Non rispondi al telefono, ti chiudi in un loculo a Caserta e pretendi pure che non venga a controllare se sei ancora vivo? — attacca Jo, buttando le chiavi sul tavolo con un tonfo secco che fa vibrare le tazze sporche. Si ferma accanto allo stereo, guarda la cassetta che gira e poi sposta lo sguardo su di me, appoggiato alla scrivania con la faccia distrutta. — Senti, ti voglio bene, ma se continui a passare le giornate a fissare il vuoto ascoltando i martiri del rock alternativo degli anni Novanta, finisci sotto spirito pure tu. L'hai vista al funerale, d'accordo. È stato un colpo al cuore. Ma adesso lei è là e tu sei qua. Fissare i binari morti non farà partire nessun treno.
Io mi passo una mano sul viso, stanco, sentendo il bisogno improvviso di rompere quel muro di silenzio che ci portiamo dietro da mesi.
— Tu... tu hai sentito Elena, vero? — le chiedo a bassa voce, quasi temendo la risposta, mentre le dita giocano nervose con il bordo del tavolo. — So che si sentono spesso. Come sta? Voglio dire... si è ambientata lassù?
Jo si blocca, mi guarda con un misto di severità e compassione, poi si appoggia al bordo del tavolo da lavoro, incrociando le braccia.
— Sì, ci sentiamo, e non solo come ben sai. E no, non ti farò il bollettino medico dettagliato della sua vita, Teo. Quello dovresti chiederglielo tu, se solo ne avessi il coraggio. Però... ti dico quello che so. È dura. Quella mansarda a Colonia non è una passeggiata, la lingua le sta stretta e ha vomitato giù litri di lacrime. Ma sta lottando. Si sta riprendendo i suoi spazi, i suoi spigoli, la sua musica.
Faccio un cenno con la testa, un sorriso amaro che non arriva agli occhi.
— Lo sapevo. Sotto gli occhi di ghiaccio ha il fuoco. Non poteva spegnersi così facilmente.
— Esatto — rincara la dose Jo, puntandomi un dito contro con decisione. — Tu studi per ridare vita alle cose rotte, no? Ti affanni a salvare il legno antico, a rimettere insieme i pezzi con la colla e la pazienza. Ma non puoi restaurare una storia se l'altra persona è dall'altra parte dell'Europa a cercarsi uno spazio tutto suo. Ti sei fermato quella sera perché era la cosa giusta, perché non volevi incatenarla. E allora adesso abbi le palle di accettarlo. Vai avanti, rimettiti in piedi, e smettila di trattarti come un pezzo d'arredo tarlato.
Le sue parole colpiscono nel segno, dure e pulite come una raschiata di bisturi sul legno vecchio. La cassetta intanto è arrivata alla fine, lasciando spazio solo al fruscio bianco del nastro magnetico che gira a vuoto. Spengo lo stereo. A volte il cuore, stupido e ostinato, continua a protestare contro la ragione; ma so che averla lasciata andare, quella sera, è stato l'unico modo per custodire davvero quello che eravamo stati. Certe storie restano sospese a metà, senza un finale forzato, ma con la certezza di aver preferito la verità al possesso. E mentre Jo mi trascina fuori di casa per andare a prendere una birra vera, sento che forse, per la prima volta da settimane, il silenzio di questa città fa un po' meno male.