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La fine della primavera a Bologna ha un passo diverso: non è ancora la cappa soffocante di luglio, quando l'asfalto sembra liquefarsi sotto le suole e l'aria ristagna immobile sotto i portici come uno sciroppo denso.
È invece una lama di luce limpida che taglia via Indipendenza, con l'aria che al mattino conserva ancora un briciolo di freschezza mattutina – quel profumo di terra bagnata e ghiaia dei giardini Margherita – ma già promette il caldo sfacciato che verrà. È una città che cambia pelle in queste settimane, si riempie di biciclette che sfrecciano cariche di libri e di gente che si attarda ai tavolini dei bar fino a tardi, quando i lampioni iniziano a riflettersi sull'umidità della notte.
Nella mia stanza in condivisione, con la finestra spalancata su una via che non sta mai zitta – tra motorini scassati, risate di studenti fuori corso e il tintinnio dei bicchieri dell'osteria sotto casa – ho fatto della sopravvivenza un'arte marziale. Pantaloncini corti consumati, un vecchio taschino dei Ramones sdrucito che ha visto troppi concerti per essere ancora presentabile, e la musica sparata a un volume che i vicini ormai tollerano per sfinimento, rassegnati alla mia presenza come a un temporale estivo.
Sono uno spirito libero, dicono gli altri, quelli che mi guardano con un misto di invidia e perplessità mentre preparo lo zaino per l'ennesimo weekend fuori porta o mentre sparisco per tre giorni senza dare spiegazioni. Tradotto in Italiano corrente: non ho mai sopportato l'idea di avere una data di scadenza stampata sulla fronte, né un anello al dito che stringa troppo, né tantomeno una pianta da annaffiare in due, che poi è la metafora perfetta per quei legami in cui finisci per dimenticarti di te stessa pur di far fiorire qualcos'altro. La mia vita è una sequenza disordinata e bellissima di valigie mai svuotate del tutto – lasciate lì, aperte nell'angolo della stanza come promesse di fuga – di concerti nei club sotterranei dove l'odore di birra economica e sudore si attacca ai vestiti per giorni, e di una sfilza di flirt estivi che durano il tempo di un tramonto infuocato o di una sbornia ben riuscita.
C'è Jo, per esempio: ci si vede ogni tanto nel weekend, il tempo di chiudere la porta della camera da letto, consumare ore di incastri perfetti, sudore e lenzuola sgualcite, e poi scambiarsi mezza sigaretta sul balcone prima che ognuno torni a occuparsi dei propri spazi, senza che nessuno pretenda mai di sapere cosa c'è scritto sul cassetto dei calzini dell'altro. Una solitudine condivisa a due che funziona benissimo, un accordo tacito che non prevede clausole di recesso perché non c'è mai stato un contratto. Esattamente come quel batterista coi capelli bagnati di sudore rimorchiato la settimana scorsa al circolo arci, con cui ho diviso una confezione di noccioline salate e un muretto freddo alle tre del mattino, ridendo di una battuta che non ricordo nemmeno più, prima di dirgli che la nostra data di scadenza era scaduta ancor prima di iniziare, lasciandolo lì con un sorrisetto sbilenco e la voglia di cercarmi ancora.
E poi c'è Sally.
Sally che è là, in quella cazzo di Colonia piovosa, dove il cielo grigio sembra una cappa di piombo e le giornate profumano di caffè lungo e solitudine burocratica. È là a tentare di rimettere in piedi i cocci di un'esistenza che ha deciso di mandare all'aria in nome di una svolta professionale che ora le sta pesando addosso come un cappotto di pietra. Sally che vive tra i dizionari di tedesco, le scadenze d'ufficio e il ricordo sbiadito di Teo, mentre io cerco di ricordarle – urlandoglielo quasi attraverso la cornetta – che là fuori c'è un mondo intero che non ha intenzione di fermarsi solo perché il suo cuore ha deciso di deragliare in un fosso. E soprattutto, che a luglio scende. Manca poco meno di un mese, un conto alla rovescia che segno con la penna rossa sul calendario della cucina ogni volta che ci penso, come una tacca sul muro di una cella prima della grazia.
Il telefono sul letto inizia a vibrare con quel ronzio fastidioso, gracchiando sul materasso senza lenzuola. Riconosco lo squillo prima ancora di allungare la mano per guardare lo schermo. È lei.
— Se mi chiami per dirmi che hai mangiato un'altra insalata triste guardando il Reno mentre piove, ti mando un blocco postale con un carico di tortellini di contrabbando — attacco io senza neanche dire pronto, buttandomi di peso sulla brandina e accendendo una sigaretta con l'accendino steso sul comodino, mentre il fumo sale pigro verso il soffitto alto.
Dall'altra parte della linea c'è un secondo di silenzio, poi quel piccolo sospiro trattenuto che conosco a memoria, un tic che fa quando è sul punto di crollare ma cerca di fare la dura, seguito da una voce un po' impastata di stanchezza e di umidità tedesca:
— Ciao anche a te, Elena. No, niente insalata triste stasera, per fortuna. Ho provato a cucinare una roba improbabile che sembrava carbone attivo ed è finita dritta nella spazzatura, ma dettagli. Tu piuttosto? Ti sei decisa a mettere radici da qualche parte o vivi ancora zaino in spalla sul divano di qualcuno in attesa che ti caccino?
Faccio scivolare i piedi nudi sul pavimento fresco di graniglia, tirando una boccata profonda che manda via il fumo verso la finestra, mentre fuori le campane di San Petronio suonano le otto.
— Radici io? Ma mi hai scambiato per un ficus? Sei matta? Io campo di correnti d'aria, Sally, e mi sta bene così. A proposito, ti aggiorno sul fronte bellico: ricordi il chitarrista della band psychobilly dell'altra sera di cui ti ho parlato? Quello con la giacca di pelle mezza scucita, i tatuaggi storti e la faccia da schiaffi?
— Oddio, quale? Quello che ti guardava come se volesse mangiarti viva o quell'altro con gli occhiali tondi che cercava di attaccare bottone parlandoti di amplificatori valvolari e distorsori analogici?
— Il primo, ovviamente. Quelli con le fisse per gli amplificatori mi annoiano dopo tre minuti netti, mi sembrano professori universitari travestiti da ribelli. Comunque, ci siamo visti ieri sera lungo i canali, mentre l'acqua scorreva scura sotto i ponti. Una roba leggera, senza troppe pretese, di quelle che non lasciano lividi. Mi ha offerto una birra calda in un bicchiere di plastica e mi ha recitato una poesia trovata su un muro vicino alla Manifattura delle Arti. Gli ho detto che la poesia mi annoia a morte ma che il suo modo di rollare le sigarette si salvava dalla mediocrità generale. Risultato: ci siamo salutati all'alba davanti a una panetteria aperta che profumava di sfoglia. Ognuno a casa propria, zero drammi, zero aspettative, zero messaggi del buongiorno. La perfezione fatta persona.
Dall'altoparlante arriva una specie di risata soffocata, un suono amaro ma sincero che mi fa stringere un po' lo stomaco, perché so esattamente cosa c'è dietro quel divertimento forzato.
— Tu sei incorreggibile, Elena. Davvero. Ti scivola tutto addosso come se niente potesse toccarti sul serio.
Mi blocco un istante, la mano sospesa a metà aria, guardando la cenere della sigaretta che si allunga pericolosamente sul posacenere di latta arrugginito.
— Non è che mi scivola addosso. È che ho capito una cosa fondamentale, e ci ho messo anni di gin tonic annacquati e notti in bianco per capirla: le catene te le metti da sola se sei tu la prima a credere che servano a tenerti in piedi, a darti una direzione. Tu hai scelto di salire su quel treno per Colonia perché avevi bisogno di bruciare tutto e ripartire da zero, di fuggire da un copione che non ti apparteneva più. E va bene così! È coraggioso, è da folli, è totalmente da te. Ma adesso non puoi pretendere di starti a guardare vivere come se fossi un'ospite indesiderata nella tua stessa vita, una turista che aspetta solo il biglietto di ritorno.
Dall'altra parte c'è un silenzio lungo, denso, un vuoto che pesa tonnellate, rotto solo dal fruscio della cornetta e dal rumore sordo e metallico di un tram che sfreccia da qualche parte sotto la pioggia battente della Germania. So benissimo a cosa sta pensando. Sta pensando a Teo, che è rimasto laggiù a occupare lo spazio nei suoi pensieri come un mobile pesante che non si riesce a spostare, sta pensando a quella sera maledetta in appennino, al funerale, a quell'addio che non ha mai smesso di sanguinare sottotraccia, nascosto dietro le scartoffie e la lingua straniera. E mi sale una rabbia sorda, viscerale, perché Teo è lì che marcisce nel suo appartamento a Caserta a fare il filosofo coi pezzi di legno tarlato e i rimorsi da quattro soldi, e lei è lì a contare i tetti spioventi di Colonia, mentre io vorrei solo prenderli a schiaffi tutte e due per farli smettere di farsi del male a distanza di sicurezza, protetti dai chilometri e dai silenzi.
— Lo so che hai ragione, maledizione — sussurra Sally alla fine, con quella voce sottile, quasi rotta, che mi smonta sempre tutte le difese e mi fa venir voglia di prenderla sul serio. — Solo che a volte il silenzio qui dentro è così pesante che sembra quasi di poterlo toccare con le dita, come se le pareti della stanza si stringessero ogni giorno di un centimetro.
Faccio un respiro profondo, tirando indietro la testa e buttando fuori l'aria insieme alla frustrazione, cercando di raddrizzare il tiro prima che la malinconia prenda il sopravvento.
— Ascoltami bene, stronza. Luglio si avvicina alla velocità della luce e tu hai promesso solennemente di scendere da quel treno con la tua valigia troppo pesante prima che arrivi il pieno dell'estate a cuocere i cervelli. Ti voglio qui, capito? Ti porto a bere nei peggiori posti lungo le mura dove la birra sa di disinfettante, ti presento tre o quattro disgraziati che ti faranno passare la voglia di pensare in Tedesco, finché non ti dimentichi l'odore della pioggia. Teo sta facendo la sua parte di martire incompiuto giù al sud, tu stai facendo la tua parte di esule volontaria nella Mitteleuropa, ma adesso basta con le sceneggiature drammatiche. La vita è troppo breve per passarla a fare le prove generali del dolore.
Sento che sta sorridendo di nuovo dall'altro capo del filo, stavolta per davvero, con quel tono complice che ci ha sempre tenute legate nonostante tutto.
— Sei sempre la solita stronza presuntuosa, Elena. Non cambierai mai.
— E tu vedi di farti trovare pronta e con le scarpe giuste, perché quando scendi a luglio ti voglio con lo sguardo di chi ha voglia di spaccare il mondo. Niente fantasmi, niente binari morti, niente zavorre. Solo tu, l'aria di Bologna che comincia a farsi densa e bollente, e una cassa di birra ghiacciata ad aspettarci sui gradini di piazza Verdi. Ci sei?
— Ci sono. Ti voglio bene, scema.
— Ottimo. Ora ti saluto che il chitarrista di prima mi ha mandato un messaggio con tre emoticon fatte di punteggiatura e devo decidere se ignorarlo bellamente o usarlo come scusa perfetta per andare a bere un altro gin tonic prima che chiudano i bar. A presto, Colonia!
Chiudo la chiamata con un colpo secco sul display prima che possa replicare, lasciando il telefono a faccia in giù sul materasso. Mi alzo di scatto, infilo le prime Vans che trovo alla rinfusa in mezzo al pavimento e spengo la cicca nel posacenere. Fuori la notte bolognese mi chiama con la sua solita faccia da schiaffi, l'odore di tiglio in fiore e promesse che durano lo spazio di una notte, e io sono prontissima a risponderle per le rime.