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Quando riaprì gli occhi, la testa le esplodeva, aveva tutti i muscoli indolenziti, lo sguardo appannato. Era seduta su un letto soffice, la schiena poggiata contro dei cuscini e una ragazza bionda era seduta davanti a lei, aveva occhi di un grigio intenso e indossava una maglietta arancione. Tra le mani, teneva una ciotola di porridge, e la stava imboccando. Quando vide che aveva gli occhi aperti, le sorrise, e sussurrò: «Cosa accadrà al solstizio d’estate…?»
«Come…?» Fu l’unica parola che riuscì a mormorare.
La bionda si guardò attorno, come se avesse paura che qualcuno la sentisse.
«Cos’hanno rubato? Abbiamo solo poche settimane…!»
«Io non…»
Una voce chiamò in lontananza: «Annabeth!»
Lei le infilò il cucchiaio in bocca, come per zittirla. Zale avvertì un vago sapore di popcorn al burro poco prima di svenire di nuovo.
Quando si svegliò la seconda volta, vide di nuovo dei riccioli biondi sopra di lei ma stavolta non fu una ragazza carina dagli occhi grigi. Si trattava di un ragazzo, dalla carnagione abbronzata e gli occhi azzurri… almeno una dozzina di occhi azzurri, sparsi su tutto il volto.
La terza volta, Zale si svegliò sotto un portico, in lontananza solo colline verdi, niente pioggia, niente fulmini, niente uomini per metà tori o mostri con occhi in tutto il volto. Un cuscino morbido dietro la testa, una coperta sulle gambe, aria di campagna… sarebbe stato tutto idilliaco, se i ricordi non fossero tornati all’improvviso a tormentarla. Rivide sua madre svanire, strangolata dal Minotauro. Sentì le lacrime scorrerle lungo le guance.
«Mamma…» Mormorò.
«Zale…!» Grover fu subito sopra di lei. Stava bene e indossava una t-shirt arancione con sopra stampato un pegaso e la scritta Campo Mezzosangue. Indossava un paio di jeans lunghi e per un attimo a Zale parve di nuovo il vecchio Grover. «Zale, sono qui io, va tutto bene… tieni, bevi questo.» Le porse un bicchiere, entro cubetti di ghiaccio galleggiavano all’interno di un liquido che in un primo momento le parve succo di mela.
Zale si rese conto all’improvviso di avere la bocca impastata e la gola secca, bevve avidamente. Fu una sensazione strana, come bere una bibita calda… ma era fredda. Eppure… Chiuse gli occhi e si godette quello strano sapore, lasciandosi cullare dai ricordi. Quando ebbe finito, Grover la guardò.
«Che sapore aveva…?» Chiese.
«Latte al cioccolato. Quello che mi preparava mamma ogni mattina…» Le lacrime continuarono a scorrere sulle guance. «Lei è…?»
Grover non le rispose e questo bastò.
Sua madre… non c’era più.
Rimase lì, in silenzio, senza dire nulla.
«Perché…? Perché io sono sopravvissuta? Stavano seguendo me, non lei…» Sua madre aveva dato la vita per proteggerla… avrebbe dovuto lasciarsi morire anche lei.
«Ma a quel punto il suo sacrificio sarebbe stato vano.»
Lo trovò comunque ingiusto.
«Io…» Grover si schiarì la voce.
Riaprì gli occhi e si voltò a guardarlo. «Sono tornato lì… ho creduto ti avrebbe fatto piacere.» Le porse una scatola. La stessa che Zale aveva lasciato alla Yancy… la aprì.
Dentro c’era ancora il sacchetto che conteneva l’artiglio rosso della Dodds, insieme ad un sacchetto di caramelle blu, le stesse che sua madre le dava all’inizio di ogni anno scolastico e ad ogni natale come scorta per il resto delle settimane scolastiche, che condivideva sempre con Grover. E c’era anche la statuetta che Brunner le aveva regalato… accanto ad il grosso corno di Minotauro.
«Grazie, Grover…»
«Sei rimasta svenuta per due giorni… cosa ricordi?»
«Purtroppo, tutto…»
«Mi dispiace…» Mormorò Grover. «Sono un fallimento. Sono il satiro peggiore del mondo. Emise un gemito, pestando a terra così forte che si staccò la scarpa. Dentro era imbottita di gommapiuma, tranne per un buco a forma di zoccolo. «Oh, Stige!» Imprecò. Un tuono risuonò nel cielo limpido, come se rispondesse all’imprecazione.
«Non è stata colpa tua, Grover…» Zale guardò il cielo. «Se ti avessi lasciato venire con me a casa… se avessi detto tutto a mia madre… la colpa è mia.» Lo pensò veramente.
«No, Zale. Sono io il satiro, sono io il Custode… era mio compito proteggerti. Ho fallito…»
«Te lo aveva chiesto mia madre?»
«No, è il mio lavoro. Almeno, lo era…»
Il suo lavoro… «E lo ha perso a causa mia?»
Zale si sentì ancor più in colpa. Abbassò lo sguardo sulla scatola, e osservò la statuetta di Teseo: «Dov’è Brunner?» Voleva parlargli.
«Come ti senti?»
«Come se potessi lanciare Nancy Bobofit a un chilometro di distanza.»
Grover rise: «Bene. Allora ti porto da lui. Sarà con il signor D, a quest’ora. Ti staranno aspettando.»
Si alzò. Aveva le gambe addormentate, dovette attendere si riprendessero.
«Porto io la scatola?»
«No… ce la faccio.»
Il portico girava attorno alla fattoria, bastò loro svoltare l’angolo. Zale rimase a bocca aperta.
Capì che si trovavano sulla costa settentrionale di Long Island, perché da quel lato della casa la valle risaliva fino al mare scintillante, ad un chilometro di distanza. Il paesaggio fino a lì era punteggiato di edifici dell'antica Grecia: un ampio padiglione a cielo aperto, un anfiteatro, un'arena circolare… nuovi di zecca, con colonne di marmo bianco. Non semplici reperti storici.
In un Campetto poco lontano, una dozzina di satiri e di ragazzi più grandi giocavano a pallavolo. Delle canoe scivolavano sulla superficie di un laghetto d’acqua limpida e luccicante, mentre dei ragazzini, con indosso la stessa maglietta arancione di Grover, si rincorrevano intorno a un gruppo di capanne annidate nel bosco. Alcuni si esercitavano con l'arco in un poligono di tiro. Altri cavalcavano lungo un sentiero boscoso… e i cavalli avevano le ali.
In fondo al portico, due uomini sedevano l'uno di fronte all'altro a un tavolino da gioco. Accanto a loro, la ragazza bionda che mi aveva imboccato se ne stava appoggiata al parapetto.
Zale si avvicinò. L’uomo rivolto verso di lei era il più bello che avesse mai visto: riccioli neri gli incorniciavano il volto, la carnagione era abbronzata e gli occhi verdi. Doveva essere sulla trentina, ma quegli occhi… apparivano così antichi… aveva un aspetto androgino, indossava una camicia hawaiana bianca a fiori rossi lasciata scoperta sul petto e una collana dorata con rami di vite che si intrecciavano.
Grover la fermò e le sussurrò: «Quello è il signor D, il direttore del campo, sii gentile con lui. La ragazza bionda è Annabeth Chase, è qui da più tempo di chiunque altro. E conosci già Chirone…»
«Chirone…?» Zale voltò lo sguardo… il signor Brunner era seduto sulla sua sedia a rotelle motorizzata, con la sua giacca di tweed, la solita barba incolta.
Lui si voltò e le sorrise, raggiante: «Zale, ti sei svegliata…» Le fece cenno verso una sedia accanto al signor D. «Accomodati. Sai giocare a Pinnacolo, vero?»
«Io… credo di sì, professore…» Zale si sedette, proprio accanto allo splendido uomo e di fronte alla ragazza bionda. Doveva avere circa la sua età.
«Zale, lei è Annabeth, ti ha aiutata a ristabilirti.»
«Grazie mille, Annabeth.» Zale le porse la mano ma l’altra non ricambiò la stretta, si limitò a guardarla, con quegli occhi grigi come una tempesta, che sembrarono studiarla.
Ritrasse la mano, in imbarazzo.
«Annabeth, potresti andare ad occuparti del letto di Zale? La metteremo nella undici, per ora…»
«Certo, Chirone.» La bionda si alzò e se ne andò senza aggiungere altro.
«Lui è il signor D, Zale.» Brunner, o Chirone come sembravano chiamarlo lì, le indicò l’uomo.
«Molto piacere, signore.»
«Benvenuta al Campo Mezzosangue… Zale Jackson, giusto?»
«Sì, signore.» Si impietrì quando lui si voltò a studiarla con quei grandi occhi verdi.
Lui, poi, si voltò verso Grover: «Allora, Grover. Vuoi giocare o no?»
«C-certo, signore.» Il satiro si sedette al posto di Annabeth Chase.
Il signor D consegnò le carte, con gesti eleganti e precisi, come se lo facesse da molto, molto tempo.
Zale prese le proprie carte, poi si voltò verso il professor Brunner: «Chirone, quindi…?»
Lui annuì.
«E immagino non sia un nome casuale…» Ormai aveva capito. Per quanto facesse fatica a crederci.
«Direi di no.» Lui parve divertito. «Meritato quell’otto, direi… al contrario di quello di Inglese.»
Zale sentì il viso andarle a fuoco e non aggiunse altro, iniziando a giocare.
«Devo dire che sono contento, Zale. Sei arrivata fin qui sana e salva…»
«Più salva che sana…»
«Vero. Ma sei comunque riuscita ad arrivare al campo. Temevamo non fossi pronta.»
«Pronta?»
Chirone annuì: «Abbiamo satiri nella maggior parte delle scuole, Grover mi ha avvertito quando ti ha conosciuta, credeva fossi speciale, così sono salito al Nord. È stata la prima volta dopo… decenni, forse? Ho convinto l’insegnante di Latino a prendersi… un anno sabatico. Così sono entrato al suo posto. Per istruirti, prepararti. Temevo l’idea di aver perso tempo… ma non è stato così, per fortuna.»
A Zale diede un po’ fastidio, parlava di lei come di un esperimento o una cavia. Ma capì cosa intendeva parlando dell’essere arrivata al campo sana e salva. Ripensò al Minotauro.
Dopo un paio di giri di turno, si decise a porre un’altra domanda: «Di preciso… cos’è questo Campo Mezzosangue?»
Chirone le sorrise: «Cosa ti ha spiegato tua madre?»
«Non molto. Mi ha detto che mio padre avrebbe voluto mandarmi qui… ma lei non voleva, per paura che avrei potuto allontanarmi da lei per sempre.»
Il signor D alzò gli occhi al cielo: «Tipico. È così che si fanno ammazzare, di solito…»
Zale serrò le labbra ma Grover la osservò come ad intimarle di non perdere la pazienza. Contò fino a dieci.
Chirone continuò: «Bene, Zale. Sai già che il tuo amico Grover è un satiro. E sai…» Indicò il corno nella scatola, «…di avere ucciso il Minotauro. Una prodezza non indifferente, ragazza mia. Quello che forse non sai è che nella tua vita operano delle grandi potenze. Gli dèi, le forze che tu chiami dei dell'Olimpo, sono reali e presenti.»
«Questo lo avevo intuito.» Fece la sua mossa. «La Dodds?»
«Le chiamiamo Benevole. Non pronunciamo i nomi, se possiamo…»
«Ho capito anche questo.»
Chirone annuì: «Sei già più avanti di tanti altri ragazzi nel momento in cui mettono piede qui. Non crede, signor D?»
«La ragazzina è sveglia.» Il direttore del campo mosse un dito e sul tavolo apparse un calice di vino.
«Signor D… le vostre restrizioni…» Chirone non alzò nemmeno gli occhi dalle proprie carte.
«Oh, giusto… l’abitudine…» L’uomo mosse un altro dito e al posto del calice di vino apparve una lattina di Diet Coke.
Zale spalancò gli occhi, poi alzò lo sguardo sull’uomo, sul volto androgino, i riccioli, la collana a forma di rami di vite… e il modo in cui aveva fatto apparire quel calice di vino.
Lui notò lo sguardo: «Beh?»
Lei abbassò lo sguardo, all’improvviso a disagio. Se aveva ragione, se aveva capito in maniera corretta… avrebbe dovuto inchinarsi? Cos’avrebbe dovuto fare? Nel dubbio, continuò a giocare.
Chirone le fece l'occhiolino, forse aveva capito che lei aveva capito: «Il signor D ha offeso suo padre un po' di tempo fa, prendendosi una sbandata per una ninfa dei boschi che era stata dichiarata intoccabile.»
«Una ninfa dei boschi?»
Il signor D annuì. «A mio padre piace punirmi. La prima volta, il Proibizionismo. Una cosa spaventosa… dieci anni orrendi!» Rabbrividì al solo ricordo: «La seconda volta... be', era davvero molto carina, e proprio non ho resistito. E mi ha mandato qui. Collina Mezzosangue. Un campo estivo per giovani semidei. “Da' il buon esempio” mi ha detto…. “Lavora con i giovani invece di mandarli in rovina”.»
Beh, se davvero il signor D era chi lei credeva, e anche suo padre era chi lei sapeva… la predica era venuta dal pulpito più sbagliato che potesse esistere. Non lo disse ovviamente ad alta voce.
Lui però parve quasi intuire il suo pensiero e sogghignò, un ghigno che su quello splendido volto che pareva scolpito nel marmo la fece rabbrividire: «Lo penso anche io.» Si limitò a dire. Poi calò le carte. «Beh, credo di aver vinto!»
«Non direi.» Chirone scoprì una scala reale. «Ho vinto io.»
Zale temette che il signor D avrebbe disintegrato Chirone con la sedia a rotelle e tutto, invece sospirò, come se fosse abituato a essere battuto da lui. Si alzò e Grover lo imitò subito. «Sono stanco.» Disse. «Credo che farò un pisolino prima del coro di stasera. Grover, dobbiamo parlare di nuovo del tuo rendimento scadente in questo incarico.»
La faccia di Grover si imperlò di sudore: «S-sissignore.»
Il signor D, quindi, si voltò di nuovo verso di lei: «Capanna undici, Zale Jackson. E comportati bene.»
«Farò del mio meglio, signore.»
Lui annuì e rientrò in casa, seguito da un Grover sconsolato.
Zale si voltò verso Chirone: «Grover starà bene…?»
«Il vecchio Dioniso non è così arrabbiato. Solo che odia il suo lavoro. Si trova in punizione, immagino possa definirsi così, e non sopporta l'idea di aspettare un altro secolo per avere il permesso di tornare sull'Olimpo.»
«Il Monte Olimpo… allora esiste davvero.» E quell’uomo era davvero Dioniso, il dio del vino, lo stesso Dioniso della storia di Arianna…
«Beh, esiste il Monte Olimpo in Grecia, e poi c'è la dimora degli dei, il punto di convergenza dei loro poteri, che un tempo era davvero situata sull'Olimpo. Si chiama ancora così, per rispetto delle tradizioni, ma il palazzo si sposta, Zale, proprio come si spostano gli dei.
Zale non lo interruppe, continuò ad ascoltare, interessata.
«Gli dei si spostano con il cuore dell'Occidente.»
«In che senso?»
«Riflettici, Zale. Quella che voi chiamate la civiltà occidentale, pensi che sia solo un concetto astratto? È una forza vivente. Una coscienza collettiva che brilla da migliaia di anni. Gli dèi sono parte di essa. Si potrebbe perfino dire che ne siano la fonte, o perlomeno che vi siano così legati da non poter mai scomparire, a meno che non venga spazzata via l'intera civiltà occidentale. Il fuoco si è acceso in Grecia. Poi, come ben sai... il cuore del fuoco si è spostato a Roma, e così gli dei. Oh, con nomi diversi, forse, Giove anziché Zeus, Venere al posto di Afrodite, ma sono le stesse forze, gli stessi dèi. Si sono spostati poi in Germania, in Francia, in Spagna, per un po'. Ovunque la fiamma fosse più luminosa, là c'erano gli dèi. Hanno trascorso diversi secoli in Inghilterra. Basta guardare l'architettura. La gente non dimentica gli dèi. In ogni luogo in cui abbiano governato nel corso degli ultimi tremila anni, li ritroviamo nei dipinti, nelle statue, negli edifici più importanti. E adesso, Zale, sono nel tuo paese, gli Stati Uniti. Pensa soltanto al vostro simbolo: l'aquila di Zeus. Guarda la statua di Prometeo al Rockefeller Center, le facciate greche degli edifici del governo a Washington. Ti sfido a trovare una città americana in cui gli dèi dell'Olimpo non siano rappresentati in una varietà di luoghi differenti. Piaccia o no... e credimi, a parecchia gente non andava a genio nemmeno Roma... l'America adesso è il cuore della fiamma. E la grande potenza d'Occidente. Perciò gli dei dell'Olimpo sono qui. E noi siamo qui.»
Zale rimase in silenzio per un po’, affascinata, poi però una domanda le sorse spontanea: «Il signor D ha parlato di semidei…»
Chirone annuì. Lo sguardo di lei si spostò sulla statua di Teseo dentro la scatola. Poi, mormorò la domanda fatidica: «Chi è mio padre…?»
Il professore sospirò: «Non lo sappiamo Zale, mi dispiace. Non tutti i ragazzi che arrivano qui sanno chi è il loro genitore divino, molti non vengono riconosciuti mai…»
Zale si morse il labbro.
Chirone le poggiò una mano sulla spalla: «Per ora, dovremo rimediarti un letto nella capanna undici. Incontrerai nuovi amici. Domani avremo tutto il tempo per dedicarci alle lezioni. E poi stasera arrostiamo i marshmallows nel falò, e io adoro infilarli nei biscotti al cioccolato.»
A questo punto si alzò dalla sedia. Il corpo si allungò a poco a poco, e mentre continuava ad alzarsi dalla sedia, più in alto di qualsiasi uomo. La sedia a rotelle non era una sedia ma una specie di contenitore, un'enorme scatola con le ruote, e doveva essere magica per contenerlo tutto. Sbucò fuori una zampa, lunga e dal ginocchio nodoso, con un grosso zoccolo levigato. Poi ne uscì un'altra, seguita dalle zampe posteriori, e infine la scatola rimase vuota: nient'altro che un guscio di metallo con un paio di gambe finte sopra. Zale fissò il cavallo bianco che era appena apparso fuori dalla sedia a rotelle. Nel punto in cui avrebbe dovuto esserci il collo, c'era il busto del professor Brunner, ben saldo sul tronco dell'animale. «Che sollievo.» Esclamò il centauro. «Me ne stavo stipato là dentro da così tanto che mi si erano addormentati i nodelli. E adesso vieni, Zale Jackson. Andiamo a conoscere gli altri ragazzi del campo.»
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Zale si godette il giro, quantomeno ci provò. Ogni volta che passarono davanti ad un gruppo di ragazzi del campo, tutti con le stesse magliette arancioni di Grover, loro la indicarono e mormorarono un: «È lei.»
Tenne stretta la scatola, ora chiusa, al petto, e abbassò lo sguardo imbarazzata mentre camminava accanto a Chirone.
«Mi guardano tutti…»
«Sei la novellina che ha sconfitto il Minotauro.»
«E ci è quasi morta.»
«Non possiamo tutti essere Teseo o Ercole.»
Alcuni ragazzi erano satiri, come Grover, e andavano in giro solo con la maglietta del campo, lasciando scoperte le zampe da capra.
Zale, girando su sé stessa per osservare tutto, si fermò a guardare la fattoria: un edificio a quattro piani di colore azzurro con gli infissi bianchi. Mentre osservava l’ultimo piano, notò la tenda muoversi.
«Che cosa c'è là sopra?»
Chirone seguì il suo sguardo e il suo sorriso si spense: «Solo la soffitta.»
«Ci abita qualcuno?»
«No. Nessun essere vivente.»
«Vivente.» A Zale seppe tanto di una delle sue domande trabocchetto d’esame.
Attraversarono i prati, dove dei ragazzi raccoglievano cesti di fragole al suono melodioso del flauto di un satiro. Chirone le spiegò che producevano degli ottimi raccolti, per poi rivenderli nei ristoranti di New York e sul Monte Olimpo.
«Ci paghiamo le spese, la coltivazione non richiede quasi nessuno sforzo.»
Il signor D, continuò, aveva questo effetto sulle piante da frutto: impazzivano se lui era nei paraggi. Con le viti funzionava meglio, ma dato che al signor D erano proibite, avevano optato per le fragole.
«Mi piacciono le fragole.»
«Anche a me.»
Zale ripensò a Grover: «Non avrà troppi guai a causa mia, vero…?»
Chirone sospirò. Si tolse la giacca di tweed e se la ripiegò sulla groppa come una sella: «Grover fa grandi sogni. Forse più grandi che sensati. Per raggiungere il suo obiettivo, deve prima dimostrare di avere parecchio coraggio come custode, trovando un nuovo ragazzo per il campo e portandolo sano e salvo sulla Collina Mezzosangue.»
«Ma l'ha fatto…»
«Io potrei concordare con te ma non sta a me giudicare. Saranno Dioniso e il Consiglio dei Satiri Anziani a decidere. E temo che potrebbero non valutare questo incarico come un successo. Dopotutto, Grover ti ha perso a New York. Poi c'è la malaugurata sorte di tua madre. E il fatto che fosse svenuto quando l'hai trascinato oltre il confine della proprietà. Il Consiglio potrebbe obiettare che questo non dimostri nessun coraggio da parte sua.»
Zale abbassò lo sguardo: «E sarebbe solo colpa mia, come la morte di mia madre…»
Chirone si fermò e si chinò per poggiarle le mani sulle spalle: «Non devi nemmeno pensarlo. Capito?»
Lei annuì ma sapeva non le sarebbe stato tanto facile: «Grover… potrebbe avere una seconda possibilità?»
«Temo questa lo fosse già, Zale.» Ripresero a camminare. «E sono stati restii ad offrirgliela, dopo il modo in cui è finita la prima, cinque anni fa… avevo detto a Grover di attendere più tempo. È ancora così giovane…»
«Quanti anni ha?»
«Ventotto.»
«Come…?»
Chirone non ebbe bisogno che lei aggiungesse altro, comprese il suo dubbio: «I satiri maturano in maniera differente. Ma Grover è indietro anche rispetto alla normale crescita di un satiro, sono sei anni che è fermo all’età di un ragazzo di prima media.»
Zale non aggiunse altro e rimase a riflettere sulle nuove informazioni. Se Grover avesse voluto raccontarle altro, lo avrebbe fatto personalmente.
Si avviarono verso il bosco.
«È enorme…» Si rese conto.
Occupava almeno un quarto della valle, gli alberi erano fitti.
«Il bosco è pieno di mostri, se vuoi tentare la sorte. Ma è ancora presto per te. Ci sarà un evento di caccia alla bandiera, presto. Ti procurerò una spada ed uno scudo. E anche un’armatura. Più tardi passerò in armeria.»
Visitarono il poligono di tiro con l'arco, il laghetto del canottaggio, le stalle… queste ultime non sembrarono piacere molto a Chirone ma lei rimase volentieri ad osservare i pegasi. Fu poi il turno del poligono del giavellotto, e l’'anfiteatro del coro e l'arena in cui Chirone spiegò che si tenevano i combattimenti di lancia e spada.
Zale deglutì vedendo quest’ultima: «Sono letali…?»
«Di solito, no…»
Quel di solito non la aiutò a sentirsi meglio.
«Quella è la mensa.» Chirone indicò un padiglione a cielo aperto, incorniciato da candide colonne greche, su una collina affacciata sul mare. C'era una dozzina di tavoli da picnic di pietra. Niente tetto. Niente pareti.
«Come fate quando piove?» Chiese Zale curiosa.
«Qui non piove mai.»
Alla fine, Chirone le mostrò le capanne. Erano dodici in tutto, nel bosco vicino al lago. Erano disposte a U, due sulla base e una fila di cinque a formare ogni braccio.
«Dodici come le principali divinità dell’Olimpo?»
«Esatto.» Chirone parve soddisfatto dall’osservazione. «Una per i figli di ogni divinità.»
Zale faceva ancora fatica ad accettare la possibilità di essere una semidea.
Osservò le capanne: tranne per il grosso numero di ottone che campeggiava sopra ogni porta dispari a sinistra e pari a destra, non avevano niente in comune l'una con l'altra. La numero nove aveva delle ciminiere sul tetto, come una fabbrica in miniatura (Efesto, intuì); la numero quattro, dei tralci di pomodori sui muri e un tetto d'erba.
«Demetra o Dioniso?
«Demetra.» Confermò Chirone. «Quella di Dioniso è la dodici.»
La sette sembrava fatta d'oro massiccio e scintillava così tanto al sole che fu quasi impossibile guardarla (Apollo).
Tutte si affacciavano su un cortile comune grande più o meno quanto un campo di calcio, disseminato di statue greche, fontane, aiuole e… un paio di canestri da basket?
Al centro del campo c'era un enorme braciere rivestito di pietra. Nonostante il pomeriggio afoso, i tizzoni ardevano e una ragazzina sui nove anni badava al fuoco, pungolando le braci con un bastone. Le case in cima al campo, la uno e la due, sembravano una coppia di mausolei gemelli: grossi scatoloni di marmo con delle pesanti colonne frontali. La uno era la più grande e la più massiccia, con porte di bronzo levigato che scintillavano come ologrammi, tanto da sembrare striate di fulmini a seconda dell'angolatura da cui le si guardasse. La numero due era più delicata, con le colonne più snelle e cinte di ghirlande di fiori e melograni. Sulle pareti erano scolpite immagini di pavoni.
«Zeus ed Era?»
«Esatto.» Rispose Chirone.
«Ma le case sembrano vuote.»
«Diverse case lo sono, è vero. Nella uno e nella due non soggiorna mai nessuno.»
«Capisco la due, Era è la dea del matrimonio, non ha mai tradito Zeus… che io sappia.»
«Esatto, è fedele al marito ma si sarebbe offesa se non ne avesse avuto una.»
«Ma mi aspettavo quella di Zeus fosse… beh…» Un tuono in lontananza la fece rabbrividire e si zittì subito.
«Piena?» Chirone lanciò un’occhiata al cielo. «Un tempo lo era. Non è questo il momento di parlarne. Ti sarà tutto chiaro più avanti.»
Zale si fermò avanti alla prima a sinistra, la numero tre.
Era lunga, massiccia e bassa. Le pareti esterne erano di pietra grigia e porosa, costellate di frammenti di conchiglie e corallo. Zale, d’istinto, fece due passi avanti e guardò dentro la porta aperta. Dall’interno sentì provenire un odore salmastro, simile al vento che soffiava sulla costa di Montauk. Dentro, le pareti luccicavano come il guscio interno di un'ostrica. C'erano sei letti a castello con le lenzuola di seta, ma sembrava che non ci avesse mai dormito nessuno.
«Zale.» Chirone le poggiò una mano sulla spalla. «Andiamo.»
La maggior parte delle altre case era piena di ragazzi. Tranne la otto, Artemide, altro caso onorario visto il voto di castità fatto dalla dea.
La cinque, dal colore rosso acceso, aveva il tetto rivestito di filo spinato e, sopra la soglia, si trovava la testa imbalsamata di un cinghiale.
«Ares?»
Chirone annuì.
All'interno un branco di ragazzi e ragazze dall'aria poco raccomandabile si azzuffavano e litigavano, sparando musica rock a tutto volume. Quella che faceva più chiasso di tutti era una ragazza sui quattordici anni con una maglietta XXXL del Campo Mezzosangue e un giubbotto mimetico. Quando la intravide, le rivolse un ghigno di scherno.
«Un’altra Nancy Bobofit.» Ma dall’aspetto molto più gradevole.
Passarono davanti alla sei, una struttura in pietra grigia con una civetta scolpita sulla porta.
«Atena? Non aveva fatto anche lei voto…?»
«Sì, esatto. I figli di Atena, come Annabeth, nascono dal pensiero della dea. Gli uomini che frequenta sono professori, uomini di una spiccata intelligenza… il loro è un amore puramente platonico.»
«Capisco…»
Lo trovò interessante.
Annabeth però non si trovava lì nella sei, ma davanti alla undici: una semplice casetta, dall’aria vecchia e malandata, con vernice scrostata e sopra la porta il simbolo di un caduceo.
«Capanna undici.» Annunciò Chirone. «Qui Ermes accoglie anche i ragazzi indeterminati. Io devo andare, ho una lezione di tiro con l’arco a mezzogiorno. Ti affido alle cure di Annabeth.»
«Grazie, Chirone.»
Così, le due ragazze rimasero da sole. Lo sguardo di Zale cadde sul libro che quest’ultima stava leggendo, seduta sui gradini. Era in… greco? E vi erano immagini di vari edifici, templi e simili.
«Cosa leggi?»
«Architettura.» Lei chiuse il libro con uno scatto e e le fece cenno di entrare. «Andiamo, ti presento agli altri.»
La capanna era affollata di ragazzi e ragazze in numero molto superiore rispetto ai letti disponibili. C'erano dei sacchi a pelo sparsi su tutto il pavimento.
Superò la porta. Si voltarono tutti ad osservarla, curiosi.
Zale prese un grosso respiro: «Salve… sono… Zale Jackson.»
«Regolare o Indeterminata?» Chiese subito un ragazzo.
Fu Annabeth a rispondere: «Indeterminata.»
Ci fu un mormorio generale e alcuni occhi alzati al cielo.
Un ragazzo un po’ più grande degli altri, si fece avanti: «Via, ragazzi. Siamo qui per questo. Benvenuta, Zale. Puoi prenderti quell'angolo sul pavimento, laggiù.»
Lei ci mise qualche istante a metabolizzare: il ragazzo in questione era sui vent’anni, biondo, occhi chiari, muscoloso ma non troppo, uno sguardo sveglio… avvertì lo stomaco fare una capriola. Aveva una cicatrice sul volto, sulla guancia, ma ai suoi occhi ciò lo rese ancora più affascinante.
«Io sono Luke Castellan. Sono il capogruppo della undici, mi occuperò personalmente di aiutarti ad ambientarti.»
Lei rispose con un “grazie” che quasi le si strozzò in gola.
Annabeth sembrò non approvare quello scambio di sguardi e le diede una gomitata: «Allora? Sbrigati!»
«Sì… scusa.» Zale raggiunse l’angolo in questione e poggiò giù la scatola accanto al sacco a pelo. Quando si rialzò, osservò tutte le persone attorno a lei che la stavano osservando: alcuni sguardi erano cupi, tristi, sospettosi, altri come Luke erano particolarmente svegli e tenevano gli occhi sulla sua scatola.
«Ermes è anche il dio dei ladri…»
Beh, non che ci fosse qualcosa di valore lì dentro. Non economico, quantomeno.
«Mi dispiace, come vedi i letti non sono abbastanza.» Luke le si avvicinò.
«Non importa, va benissimo.» Zale si alzò subito.
Perché si stava comportando in quel modo…?
«Ti ho procurato anche un po’ di oggetti per l’igiene personale dai magazzini.»
«Ti ringrazio, sei gentile…»
Annabeth si fece avanti di scatto e la afferrò per il braccio: «Vieni, ti mostro il resto del campo…»
«Ma Chirone mi ha già…»
«Ci vediamo a cena, Luke!» Quando si rivolse a lui, però, la voce della figlia di Atena si addolcì.
Zale capì subito, prima ancora di ritrovarsi con la schiena contro la cabina numero sei, sotto quello sguardo color della tempesta.
«Allora?»
«Allora cosa?»
«Il solstizio d’estate. Te l’ho chiesto anche ieri.»
Zale alzò le mani come se temesse l’altra potesse aggredirla da un momento all’altro: «Senti, vorrei saperlo anche io. Ho solo sentito Chirone e Grover nominarlo. Non hanno voluto dire nulla nemmeno a me.»
Annabeth sbuffò, chiaramente non fu ciò che si aspettava di sentire: «Ed io che credevo fossi tu… quanto sono stata stupida.»
Non capì cosa volesse dire ma si sentì comunque offesa: «Prego…?»
Ma prima che la biondina potesse risponderle, furono interrotte.
«Ma guarda, una novellina!»
La ragazza di quattordici anni della capanna numero cinque li raggiunse. Aveva capelli castani e un sorriso che a Zale ricordò tutti i bulli del suo passato messi assieme. La seguivano altre tre ragazze, dall’aspetto chiaramente sue sorelle.
«Clarisse.» Annabeth alzò gli occhi al cielo: «Perché non te ne vai a lucidarti la lancia o che so io?»
«Ma certo, principessa. Così posso infilzarti meglio, venerdì sera.»
«Erre es korakas!» Annabeth alzò la voce Zale riuscì a comprendere che si trattava di greco antico: Vattene ai corvi! Si sentì come se avesse un traduttore automatico in testa e in qualche modo capì che l’insulto fosse più pesante di quanto sembrasse.
Non hai nessuna possibilità, sapientona. Vi schiacceremo» Clarisse ribatté, ma non sembrò tanto sicura della propria minaccia. Poi, si voltò verso Zale.
«Chi è questa mezza cartuccia?»
«Zale Jackson.» Rispose Annabeth. «Zale, ti presento Clarisse, figlia di Ares.»
«Oh, la tipa del Minotauro.» Clarisse fece un passo avanti e la squadrò da capo a piedi. «Sei sicura si trattasse proprio di lui e non di un vitellino di tre mesi?» Le prese un braccio e lo sollevò come a volerlo osservare meglio. «Sei così mingherlina…»
Zale avrebbe volentieri evitato di scatenare una rissa il primo giorno, e poi si sentiva ancora debole, ed era ancora triste per ciò che era accaduto a sua madre. Quindi si liberò dalla presa ma non ribatté con alcuna frecciatina.
«La fortuna del principiante.» Si limitò a dire.
Le altre quattro sghignazzarono: «Sì, sicuramente. Indeterminata o regolare?»
«Indeterminata…»
«Ovviamente. Di sicuro la figlia di qualche dio minore.»
Zale la osservò: «Tu… quanto tempo ci è voluto a te per essere riconosciuta?»
«Oh, mio padre mi ha riconosciuta appena sono arrivata al campo. Già di per sé fu una grossa impresa, contro dei Lestrigoni, quindi mi ritenne degna di essere riconosciuta subito come sua figlia.»
In effetti, Chirone le aveva detto che era un viaggio alquanto pericoloso e Ares evidentemente apprezzava molto la forza, era una cosa abbastanza intuibile. Se fosse stato suo padre, l’avrebbe già riconosciuta. Insomma, aveva sconfitto il Minotauro… e poi lei non era come quelle ragazze, alte, forti, sicure di sé.
«Il tempo è diverso per ognuno, Zale.» Le spiegò Annabeth. «E molti sono qui da anni senza essere mai stati riconosciuti. Di solito, bisogna fare qualcosa relativo alle qualità che apprezza di più il proprio genitore. Vincere una sfida, dimostrare certe capacità… i figli di Apollo sono ottimi arcieri o curatori, i figli di Atena bravi strateghi e sono dotati di una grande intelligenza…»
«I figli di Ares sono i migliori in battaglia.» Esclamò Clarisse.
Annabeth alzò gli occhi al cielo: «Finché non si tratta di usare il cervello…»
Iniziarono un battibecco ma a Zale esplodeva la testa. Portò due dita a massaggiarsi le tempie.
«Sentite, se voi volete stare qua a litigare, fate pure, io vado a riposare.»
«Oh, no, tu non vai da nessuna parte!» Annabeth la afferrò per il braccio. «Dobbiamo parlare.»
Clarisse l’afferrò per l’altro: «Lasciala andare, sapientona, devo saperne di più sul Minotauro.»
Ovviamente, la figlia di Ares si rivelò più forte e le bastò uno strattone per portarla dietro di sé, davanti ad una fontana che raffigurava una donna con un’anfora in mano..
Zale avvertì un’altra pulsazione alla testa.
«Clarisse, le devo fare delle domande!»
«Perché? Non dirmi che ti sembra roba da Tre Pezzi Grossi.» Rise l’altra. «Devi essere proprio disperata, Annabeth.»
Altra gente si era accalcata attorno a loro. Zale si sentì soffocare, la testa le scoppiava, non era stata lasciata in pace nemmeno un minuto da quando si era svegliata, l’atteggiamento di Annabeth la infastidiva e quello di Clarisse ancor di più. Avvertì di nuovo quella sensazione: le orecchie ovattate, come se si trovasse sott’acqua, il suono delle onde, un gorgoglio…
«Ora basta!» Si liberò dalla presa.
Prima che potesse anche solo capire cosa stesse accadendo, ci fu un botto, dall’anfora della fontana partì un getto che colpì in pieno sia la figlia di Atena che quella di Ares, spingendole a terra in una pozza di fango.
Il mal di testa passò all’improvviso. Zale osservò entrambe le ragazze, che a loro volta avevano gli occhi sgranati.
«Io… mi dispiace, non so cosa sia accaduto.» Porse ad entrambe le mani in segno di aiuto.
Clarisse non la accettò ma fu aiutata dalle sue sorelle, Annabeth invece si limitò a guardarla con occhi sgranati.
«Cosa ti è preso?»
A quel punto, però, Zale esplose. Le parole uscirono come un fiume in piena: «Cosa mi è preso?! Mi sono svegliata da meno di due ore e da quando ho riaperto gli occhi sono stata riempita di informazioni assurde! Ho scoperto di essere una semidea, ieri sera sono quasi stata uccisa da una bestia che credevo esistesse solo nei libri di scuola, la stessa che ha UCCISO MIA MADRE! E voi siete qui a contendermi come se fossi l’ultima fetta di pizza su un piatto per i vostri interessi, qualunque essi siano! Non sono un pezzo di carne, Annabeth, qualunque siano le tue domande, possono aspettare finché IO non starò meglio!»
Non attese risposta, corse via, non sapeva bene dove, ma qualunque altro posto sarebbe stato meglio di quel cortile.