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Zale scaricò Grover alla stazione di servizio dell’autobus. Non avrebbe voluto farlo, si sentì sporca, ma quando lo vide correre verso il bagno le sue gambe si mossero da sole. Il modo in cui Grover la guardava la stava mandando in panico, il rumore delle forbici che tagliavano il filo risuonava ancora nella sua testa mandandole fitte terribili ed era stata una giornata pesante, dopo gli esami e la litigata con Brunner. Le sue gambe si mossero rapide verso un taxi.
«Upper East Side, fra la Centoquattresima Est e la Prima.»
Ma quando scese e si ritrovò davanti al portone, si bloccò con la chiave a pochi centimetri dalla serratura. Controllò l’orario dell’orologio. Sua madre doveva trovarsi ancora a lavoro. Pensò a ciò che la aspettava dentro: il suo patrigno, Gabe Ugliano, immerso nello sporco e nel suo puzzo, tra birra e cibo unto, mentre giocava a carte con i suoi amici. Non voleva trovarsi da sola a casa con quegli uomini… la spaventavano.
In quel momento, si pentì di aver lasciato indietro Grover. Si sarebbe sentita più al sicuro, avendo qualcuno accanto. Si guardò attorno. Avrebbe potuto aspettare sua madre lì, sui gradini, ma… non si sentiva al sicuro, non dopo ciò che era avvenuto al museo, non dopo quell’incontro con le tre vecchie dei calzini…
«Salgo, entro, saluto, vado a chiudermi in camera. Non li guardo nemmeno. Non mi avvicino nemmeno.»
Prese un grosso respiro, infilò le chiavi nella serratura. La reception era vuota, come sempre, chiunque avrebbe potuto entrare… sapeva già dove si trovava il portiere.
Salì fino al terzo piano, appartamento 3B.
Il tanfo la raggiunse prima ancora che aprisse la porta, il puzzo di Gabe, della sua birra, di aglio, cipolle e altri tipi di cibo unto e puzzolente. Come sempre, lo trovò seduto al tavolo della cucina, intento a giocare a poker con altri tre uomini, uno dei quali era Eddie, il custode del condominio.
La televisione sparava il canale dello sport a un volume abbastanza alto da essere denunciati dai piani sopra e sotto per disturbo della quiete pubblica, la moquette era cosparsa di patatine e lattine di birra, la maglietta di Gabe mostrava due enormi macchie sotto le braccia e Zale era sicura che se si fosse voltato avrebbe trovato macchie di ketchup e altre salse sul davanti.
Era ingrassato negli ultimi sei mesi, cosa che lei trovava impossibile. Non che fosse attraente, prima, con i suoi tre capelli in croce.
«Così sei tornata.» Non si voltò nemmeno a guardarla ma gli altri alzarono lo sguardo.
«Buongiorno.» Posò le chiavi nello svuota tasche all’ingresso. «Vado a svuotare l borsone.»
«Hai dei soldi?»
Gelò proprio all’ingresso del corridoio che portava alla zona notte. Avrebbe voluto solo correre in camera sua e chiudersi prima che lui potesse anche solo pensare di seguirla… ma l’idea di far arrabbiare Gabe la spaventava.
«No…» Provò a mentire.
«Bugiarda.» Poté giurare che stesse sogghignando. Adorava terrorizzarla. «Hai preso il taxi dalla stazione degli autobus. Probabilmente l'hai pagato con un biglietto da venti. Il che fa sei o sette dollari di resto. Uno che si aspetta di vivere sotto questo tetto, dovrebbe contribuire al suo sostentamento. Dico bene, Eddie?»
Eddie, l’unico tra i quattro che si fosse mai comportato in maniera gentile con lei, rispose: «Via, Gabe. La bambina è appena tornata…»
Gabe lo fulminò con lo sguardo: «Dico bene?»
Nessuna risposta, il portiere abbassò lo sguardo sulla propria mano.
Zale si fece avanti, prese i soldi dalla tasca, allungò la mano verso Gabe, senza avvicinarsi troppo ma le sue dita unte si soffermarono comunque un momento di troppo sulla sua mano mentre prendevano i soldi.
Con passo affrettato, Zale si voltò e corse a chiudersi a chiave in camera. L’appartamento non era grande ma abbastanza da avere un piccolo bagno privato, tenne le mani sotto l’acqua a lungo, come a togliere quella viscida sensazione, non solo quella dell’unto, ma quella del tocco di quell’uomo.
Contribuire al sostentamento della casa… come no! Gabe praticamente rubava lo stipendio. Dirigeva il Megamart di elettronica nel Queens ma passava gran parte della giornata a casa, dove sperperava tutti i soldi, almeno quelli che non spendeva in sigari rivoltanti e birra.
Non aveva mai capito perché sua madre, la giovane Sally Jackson, avesse sposato quell’uomo. Non era per nulla affascinante, o gentile, o buono, puzzava come una fogna, anche peggio, e da qualche mese la osservava con quegli occhi che Zale odiava con tutta sé stessa. Gli stessi che guardavano lascivamente sua madre, quando non erano impegnati con il poker, ma in quei casi ci pensava la sua bocca a fare tutto il lavoro, ordinando a sua madre di preparargli da mangiare, portargli la birra, prestargli altri soldi.
In certi momenti, Zale si arrabbiava con sua madre per averlo sposato. Quantomeno, aveva tenuto il suo nome da ragazza, e Zale non era stata costretta a prendere il cognome Ugliano.
Chiuse l’acqua e tornò in camera. Quando era via, la stanza diventava lo studio di Gabe, che infilava tutte le sue cose nell’armadio e occupava scrivania e letto di riviste di auto, moto, sport… lasciava cartacce di cibo in giro, e il suo puzzo era ovunque.
Spalancò la finestra per arieggiare, iniziò a buttare le cartacce nel cestino, che c’era e rimaneva comunque vuoto per qualche motivo, ripulì come meglio poteva, mise tutte le riviste in un angolo sopra la scrivania facendo attenzione a non rovinarle, in modo che Gabe potesse prenderle più tardi. Cambiò le lenzuola e prese alcuni prodotti dal bagno per pulire e disinfettare il più possibile, soprattutto il bagno. Quindi si stese sul letto, una volta finito tutto il lavoro. Aveva fame ma non si azzardò ad aprire la porta.
Passò qualche minuto. Sentì dei passi lungo il corridoio, che si avvicinavano alla porta, un attimo di silenzio. La maniglia iniziò a girare. Zale si alzò a sedere sul letto, trattenendo il fiato. La porta chiusa a chiave non si aprì, poi…
«Zale, tesoro, sono io.»
«Mamma!» Si alzò e corse ad aprire.
Non fece in tempo a spalancare la porta, si ritrovò avvolta dal profumo di dolci e caramelle che parve cacciare via il puzzo del patrigno, e da un paio di braccia magre ma che quasi le tolsero il fiato.
Sally Jackson era vestita con la sua divisa da lavoro del negozio di dolciumi, a strisce blu, bianche e rosse, con il logo di una girella alla liquirizia, e aveva ancor indosso il cappellino con visiera e sopra la scritta Dolcezze d'America.
«Tesoro mio, mi dispiace, avrei dovuto staccare prima oggi, ma…»
«Non preoccuparti. Ora sei qui.»
«Ti ho portato un regalo.»
Chiusero la porta e si accoccolarono l'una stretta all'altra sul letto.
«Allora, come sono andati questi sei mesi? Voglio sapere tutto ciò che non hai scritto nelle tue lettere.»
Zale cercò dentro il sacchetto di carta una caramella all'arancia e iniziò a mangiucchiarla: «Beh, è andata piuttosto bene. I primi mesi sono riuscita anche a prendere qualche voto superiore al cinque.»
«Sì, ho visto la tua pagella. Gli esami non sono andati male. Mi ha sorpreso l'otto in Latino.»
«Otto…?»
Brunner le aveva dato un 8? Sul serio?
«Il professore è simpatico e gentile… è stato tutto merito suo.»
Le sarebbe mancato, l'anno dopo.
«Mamma, mi dispiace per l'espulsione...»
«Non preoccuparti, tesoro, l'importante è che tu stia bene. Troveremo un'altra scuola per l'anno prossimo. Ma dimmi, cos'è accaduto? Il preside ha scritto che hai aggredito un'insegnante… non è da te, non volevo crederci.»
«Io…» Se le avesse detto della rabbia repressa degli ultimi mesi, sua madre avrebbe voluto saper da cosa era derivata, e lei avrebbe dovuto dirle della Dodds e della battuta del professor che l’aveva fatta esplodere. Sua madre le avrebbe creduto se le avesse detto di aver visto un mostro, lo sapeva, tuttavia…
«Durante la gita al MET… ho… creduto di aver visto qualcosa di strano. Nulla di che, solo un'impressione, ma i miei compagni hanno iniziato a prendermi in giro… nulla di nuovo. E quel giorno il professore ha fatto una battuta a riguardo, avevo dormito poco ed ero nervosa…»
L'essenziale, e non era nemmeno una bugia ma sua madre si fece seria e forse comprese che le stava nascondendo qualcosa.
«Cos'hai visto al museo?»
«Nulla di importante, mamma…»
«Qualcosa ti ha spaventata?» Perché sembrò sospettare qualcosa?
«No, mi sono solo fatta impressionare dalle lezioni di Brunner. Te l'ho detto, sono state molto coinvolgenti. Ti ho raccontato dei tornei? Ne organizzava uno una volta al mese…»
E iniziò a raccontarle delle lezioni, e dei suoi interventi al museo, e della volta in cui aveva vinto uno dei tornei sfruttando la sua scarsa altezza, passando sotto il braccio alzato di Nancy Bobofit e colpendola alle spalle contro l'armatura di gesso.
Sua madre le rivolse un sorriso malinconico.
«Ho una sorpresa per te, per festeggiare la tua pagella.» La tenne in sospeso qualche istante. «Andiamo in spiaggia.»
Gli occhi di Zale brillarono: «Montauk?»
«Tre notti nel solito bungalow.»
«Quando?»
«Il tempo di cambiarmi.»
Gabe comparve sulla soglia ringhiando: «Allora, Sally, il pranzo? Di là abbiamo fame!»
Zale strinse la divisa della madre tra le dita, ma non osò parlare.
Sua madre però sembrò riuscire a mantenere la calma: «Arrivo, caro. Stavamo solo parlando della gita.
Gabe socchiuse gli occhi. «La gita? Vuoi dire che facevi sul serio?»
Per un attimo, Zale temette non le avrebbe lasciate andare.
«Ma certo che facevo sul serio, caro. Non preoccuparti, ho chiesto un anticipo questo mese, pagherò tutto io. E ti ho già preparato la scorta necessaria per il week end, per te e i tuoi amici: la salsina ai fagioli che vi piace tanto, a sette strati. Guacamole, panna acida…»
Gabe si addolcì un po': «Allora, questi soldi della gita... vengono tutti dal tuo gruzzolo del guardaroba, giusto?»
«Certo.» Sally gli sorrise.
«E userete la mia macchina soltanto per andare e tornare.»
«Faremo molta attenzione.»
Gabe si grattò il doppio mento: «Molto bene. Ma prima di andare, servici il pranzo.»
«Arrivo subito.»
Quando il marito ebbe lasciato la stanza, Sally si chinò a poggiare le labbra sulla testa della figlia: «Prepara il bagaglio. Arrivati a Montauk, parleremo più a fondo di... quello che hai dimenticato di dirmi, va bene?»
Ale annuì, una fitta allo stomaco. Lo sapeva, sua madre non c’era cascata…
Un’ora dopo, erano per strada, sulla Camaro ’78 di Gabriel, dirette verso Montauk.
Erano due anni che non andavano insieme, ma fino a tre anni prima era stata una tradizione.
Era lì che Zale aveva imparato a nuotare la prima volta, la prima volta in cui aveva raccolto una conchiglia e ascoltato il suono del mare al suo interno, e la prima volta in cui aveva provato a pescare.
Sally non l’aveva mai detto esplicitamente alla figlia, ma lei sapeva: quella spiaggia per lei era speciale.
«Il posto in cui mamma ha conosciuto papà…»
Arrivarono al tramonto, dopo ore di viaggio dirette verso la costa esterna di Long Island ascoltando musica pop alla radio della Camaro, durante il viaggio presero anche degli hamburger per strada. Avrebbero portato l’auto al lavaggio prima di rientrare.
Il loro solito bungalow era di un verde pastello sbiadito ma Zale lo adorava, era piccolo ma accogliente, avrebbe preferito mille volte vivere lì piuttosto che a casa di Gabe, non le importava se quest’ultima fosse più grande.
Spalancarono le finestre, si dedicarono alle solite pulizie generali: spolverare, spazzare, pulire il bagno e il cucinino e sistemare le lenzuola sui materassi. Poi passeggiarono sulla spiaggia, fecero un bagno nell’acqua e si divertirono a raccogliere conchiglie. Quando si fece troppo buio, si avvolsero nei teli da bagno e si sedettero sulla riva a mangiucchiare patatine azzurre, gelatine azzurre e a bere bibite azzurre.
Era partito tutto da una volta in cui Gabe e Sally avevano discusso. Lui le aveva detto che il cibo azzurro non poteva esistere e da allora Sally faceva di tutto per cucinare e mangiare in azzurro.
Anche i marshmallow che iniziarono ad arrostire sul fuoco a tarda notte erano blu.
Rimasero a lungo in silenzio, a guardare le stelle, con solo il suono delle onde in sottofondo. Quando Zale tornò a guardare sua madre, si accorse che stava guardando l’orizzonte dell’oceano, gli occhi lucidi, lo sguardo malinconico…
Tutta la gioia, la serenità, svanirono in un istante. Si incupì.
«Devi smetterla di pensare a lui…»
Sua madre parve tornare alla realtà all’improvviso. Accennò un sorriso, ma era malinconico come i suoi occhi: «Non è così facile, Zale…» Si voltò a guardarla. «Hai i suoi stessi occhi verdi…»
Sì, lo sapeva, a sua madre piaceva ricordarglielo ma lei odiava sentirselo dire. Non voleva vedere la malinconia negli occhi di sua madre ogni volta che incrociava il suo sguardo.
«Perché non mi chiedi mai di lui…?»
«Perché non mi interessa.»
«Zale…»
«Io lo odio, mamma!» Sbottò. «Lo so, non ci ha abbandonate, è solo scomparso durante un viaggio in mare… ma è comunque partito lasciandoti sola con una figlia!»
Due grosse lacrime iniziarono a rigare il viso di sua madre e subito Zale si pentì di averle parlato a quel modo: «Io… scusa, mamma…»
«Vorrei solo non lo giudicassi male… tu non lo hai conosciuto come l’ho conosciuto io. Era un uomo bello… forte e allo stesso tempo gentile e delicato.» Le accarezzò il viso. «Hai i suoi occhi, il suo sguardo, il suo carattere… sarebbe fiero di te. Avesse potuto, ti avrebbe amata, viziata, dato tutto ciò che potessi desiderare…»
«Tutto ciò che chiedo è una famiglia. Una famiglia normale, due genitori… e un padre decente, non uno come Gabe!»
«Zale, devi capire una cosa… tu…» Sally sospirò.
«Non sono normale.» Le tornarono in mente le parole di Brunner. Addentò con rabbia un marshmallow.
«Ma non in senso negativo, tesoro. Non devi prenderlo come un insulto, una critica…»
«Poiché non sono normale, non merito una famiglia normale?»
«Non dico questo…»
«Allora perché cerchi ogni anno di mandarmi via? È inutile, lo dovresti aver capito ormai, verrò espulsa anche dalla prossima scuola.» Le parole le uscirono senza che potesse controllarle.
Cercava sempre di rimanere positiva ma dopo il fallimento alla Yancy iniziava a perdere la speranza di poter fare qualcosa di buono nella propria vita.
Dopo qualche istante di silenzio, Sally riprese a parlare: «Ci sarebbe un’opzione.»
«Quale…?»
«Un posto di cui mi parlò tuo padre. In cui voleva mandarti.»
«Una scuola speciale?» Magari un collegio per ricconi o qualcosa di simile?
«No. Un campo estivo. Solo che…»
«Che?»
«Non posso, non riesco. Mi dispiace, Zale. Potrebbe significare dirti addio per sempre.»
«Ma è solo un campo estivo…»
Sua madre non le rispose e non toccarono più il discorso.
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Si trovava sulla cima di un alto scoglio, sotto di lei la spiaggia. Il mare e il cielo erano in tempesta, la terra tremava… sopra di lei volava un’aquila. Un fulmine la illuminò. Le sue ali erano d’oro e gli occhi blu elettrico. Sulla sabbia correva il cavallo più bello che avesse mai visto, bianco come la neve, con grandi occhi verdi come il mare. L’uccello volava in picchiata cercando di ferire il quadrupede che si impennava per cercare di schiacciare l’avversario con gli zoccoli.
Zale, si ritrovò a gridare: «Fermi! Smettetela!» Non seppe perché, ma sentì che doveva fermarli, doveva provarci…
Da sottoterra, provenne una risata inquietante: «Non puoi fermarli, piccola eroina…»
La voce le rimbombò nella testa, era inquietante, crudele, fredda, e le procurò brividi lungo tutta la schiena. Chiunque fosse, incitava i due a combattere, ad uccidersi a vicenda.
Zale provò a far risuonare la propria, di voce, più forte dell’altra: «Fermatevi! Vi prego! Smettetela!» Ma ogni grido veniva inghiottito da quella risata.
Si svegliò grondante di sudore, continuando a gridare: «Fermatevi!»
Sua madre fu subito accanto a lei. Le accarezzò i capelli, provò a farla calmare. Un fulmine esplose proprio sopra il Bungalow.
«Un uragano…» Mormorò Sally.
Fuori, il vento faceva tremare le pareti e il mare era in agitazione.
«Impossibile… a Long Island? All’inizio dell’estate?»
Ma i fulmini non smettevano di esplodere, il suono delle onde che si infrangevano sulla spiaggia era sempre più forte, e poi… Zale lo udì, in lontananza. Per un momento pensò al nitrito del cavallo, al grido dell’aquila, ma no, fu qualcosa di diverso… un verso rabbioso e sofferto che le fece rizzare i peli sulle braccia.
Sobbalzò quando avvertì un colpo alla porta, non causato dal vento, ma da qualcuno che batteva nervosamente: «Aprite! Sbrigatevi!»
Riconobbe subito la voce: «Grover?!»
Sally si alzò dal letto e corse ad aprire la porta.
Zale vide il proprio amico rovesciarsi dentro il Bungalow, bagnato fradicio.
«Grover! Come sei arrivato qui?!» Zale si avvicinò per provare ad aiutarlo ad alzarsi, con tra le mani un asciugamano, ma quando provò a metterglielo attorno al corpo per asciugarlo… lo sguardo le cadde dove avrebbero dovuto trovarsi i pantaloni dell’amico. Sbiancò. «Grover…?»
Ma lui non le permise di completare la domanda: «Vi ho cercati per tutta la notte! Cosa vi è saltato in mente?!»
Sally si voltò all’improvviso verso di lei: «Zale… cosa non mi hai detto?»
«Io…» Cercò di trovare un pizzico di lucidità mentale dopo l’incubo e… ciò che stava vedendo in quel momento.
«Zale!» Sua madre la afferrò per le spalle e iniziò a scuoterla.
Si riprese: «La Dodds… l’insegnante di matematica… io… l’ho vista diventare un mostro con le ali da pipistrello…»
«Era una Benevola, Sally!» Intervenne Grover. «E poi, mentre tornavamo a casa…»
«Tre vecchiette che filavano un maglione…»
«La guardavano e una ha tagliato il filo!»
Senza attendere altre spiegazioni, Sally recuperò i loro borsoni: «In macchina, tutti e due, dobbiamo andare!»
Zale si mosse in automatico, indossò l’impermeabile direttamente sopra il pigiama e seguì Grover fuori dal bungalow, diretta verso la macchina. Si voltò ad osservare l’amico muoversi agilmente sopra la sabbia, senza bisogno di stampelle, mentre i piedi… no… gli zoccoli da capra affondavano nella sabbia bagnata.
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«Un satiro?! Davvero?!»
La Camaro di Gabe sfrecciava sull’asfalto, sfidando le intemperie di quella situazione meteorologica assurda.
«Zale, non potevo…»
«Non potevi dirmelo, sì, non fai che ripetere altro da MESI!»
«Smettetela di litigare, voi due!»
Al rimprovero di Sally, si zittirono entrambi.
Per un po’, gli unici suoni udibili furono l’ululato del vento, il martellare della pioggia sui vetri e sul tettuccio, seguiti a volte da un tuono.
Poi, Grover parlò di nuovo: «Zale, mi dispiace. Ma fidati se ti dico che non ho mai finto di esserti amico.»
«Allora perché non mi hai mai detto nulla? Perché tu e Brunner avete continuato a fingere che fossi matta?!»
«Non che tu fossi matta! Solo… speravamo di convincessi che fosse stato tutto un sogno. La Dodds… se ti avessimo spiegato tutto, avresti attirato ancor più creature come lei. Se ti fossi resa conto di chi sei veramente…»
«Chi sarei veramente?!»
Nessuno rispose. Zale si voltò a guardare sua madre, aveva le lacrime agli occhi ma cercava di non lasciarsi andare, spingendo il piede contro l’acceleratore.
«Dove stiamo andando ora?»
«Dove tuo padre voleva ti mandassi…»
«A quel campo estivo? Avevi detto che non volevi…»
«Non ho altra scelta. Ti prego Zale, è già abbastanza difficile così… ma lì sarai al sicuro.»
«Da che cosa?»
Poi, sentì di nuovo risuonare in lontananza quel verso, quel gemito…
«O Zen kai alloi theoi!» Esclamò Grover. «È dietro di noi!»
Grover aveva appena bestemmiato in greco antico… e lei lo aveva capito.
I puntini nella sua mente iniziarono a connettersi, ma Zale si rifiutò di lasciare che la sua mente giungesse alla conclusione più ovvia.
La Dodds, le tre vecchiette… la prima, non era ancora sicura di sapere cosa fosse, ma le altre tre… il filo… la forbice… e Grover era un satiro. E poi le parole di Bunner, sul fatto che forse importante per lei conoscere quei miti, perché avrebbero potuto tornarle utili… non a scuola, ma nella vita vera.
«Cosa sa Brunner?» Chiese all’improvviso.
«Tutto…»
«Zale, ti prego…» La voce di sua madre tremava. «Ti sarà presto tutto chiaro, ma prima dobbiamo arrivare a destinazione…» Prese una curva e per un attimo un fulmine illuminò una grossa, inquietante sagoma.
«Che cos’era quello?!»
«Manca solo un chilometro, ci siamo quasi…»
E anche lei iniziò a pregare in greco.
Ma chiunque stesse pregando, non ascoltò le sue preghiere. Ci fu un lampo accecante, un suono simile ad un’esplosione e la macchina si rovesciò. Un fulmine: li aveva colpiti un fulmine.
Zale per fortuna portava la cintura e la sua testa si limitò a picchiare contro il cruscotto. Emise un gemito e sentì il punto in cui aveva battuto iniziare a pulsare.
«Zale?!»
«Sto bene, mamma!» Quando la vista tornò normale, vide che erano finiti in un fossato, l’auto era rovesciata di fianco e lo sportello del guidatore era bloccato nel fango.
«Grover?!»
Lui non rispose.
Zale si voltò e vide che era svenuto… o almeno, sperò fosse solo svenuto perché un rivolo di sangue uscì dalla sua bocca. Slacciò la cintura e si sporse per scuoterlo.
Prima, Grover emise un belato, poi mormorò: «Cibo…»
«Starà bene…»
Poi, un lampo illuminò di nuovo attorno a loro e Zale vide di nuovo quella grossa sagoma in lontananza: un uomo, o almeno questa fu la prima impressione, alto e muscoloso, più di qualunque wrestler o giocatore da football lei avesse mai visto in tv quando pranzavano con Gabe. Ma quella sagoma sulla testa… quelle corna…
«Zale! Devi scappare!» Sua madre provò ad aprire lo sportello, inutilmente.
Zale provò ad aprire quello del passeggero. Si aprì. «Mamma!»
«Corri! Corri in cima a quella collina, la vedi? Di là, vedi l’albero?»
Non lo notò subito, finché un altro fulmine non illuminò a giorno la valle: «Sì!»
«Si tratta del confine della proprietà. In fondo alla collina, vedrai una fattoria. Corri. Chiama aiuto. Non ti fermare.»
«Non ti lascio qui!»
«Zale…!»
«Aiutami a portare Grover!»
Uscì dall’auto e provò ad aprire lo sportello sul retro dell’auto per recuperare il suo migliore amico ma in quel momento… si paralizzò. Vide cosa li stava seguendo.
Era terrificante… più di qualunque statua del MET, più di qualunque raffigurazione sui libri di mitologia… un enorme essere con corpo alto due metri e gonfio di muscoli e vene sporgenti, dal petto partiva una folta peluria nera che occupava tutta la sua testa da toro, due lunghe corna bianche sulla testa e indossava solo un paio di grandi mutandoni bianchi.
Fu forse l’adrenalina a farle dare uno strattone più forte degli altri allo sportello che si aprì.
«Zale! Non vuole noi, vuole te!»
«Chiudi il becco, mamma!» Non le avrebbe mai parlato così in una circostanza normale. Ma quella non era una circostanza normale. «Se non venite anche voi, io non vado da nessuna parte, quindi sbrigati e aiutami a portare Grover!»
Sall si decise ad uscire dallo sportello del passeggero e la aiutò a recuperare Grover, ognuna di loro avvolse un braccio del satiro attorno al proprio collo e iniziarono la salita su per la collina, resa difficile dalla pioggia e dal peso di Grover. Le loro scarpe affondarono nel fango ad ogni passo ma si costrinsero a insistere.
«Quello è il min…?»
«Non dirlo, Zale. I nomi sono potenti. Comunque sì, e lui… non sprecare fiato.»
Ma Zale si voltò. Qualcosa in quella creatura la affascinava. L’uomo-toro era curvo sopra la loro macchina. Fiutava i finestrini, li sniffava, come un cane da segugio.
«Non ci vede? Eppure siamo a pochi metri…»
«Il suo udito e la sua vista sono pessimi ma ha un fiuto eccezionale, appena individuerà il nostro odore…»
In quel momento, il minotauro emise un mugghio di rabbia. Nonostante la pioggia, c’era già riuscito.
Sollevò la Camaro per il tetto squarciato, fra i gemiti e i cigolii della carrozzeria. La sollevò sopra la testa e la gettò in fondo alla strada. La macchina si schiantò sull'asfalto bagnato e scivolò in una pioggia di scintille per un chilometro, prima di fermarsi. Il serbatoio della benzina a quel punto esplose.
Zale avrebbe dovuto avere paura della reazione di Gabe… ma in quel momento, davanti a quella creatura, non ci riuscì. Aveva ben altri problemi.
«Zale, appena ci carica, aspetta l’ultimo momento e scarta alla tua destra. È pessimo a cambiare direzione quando carica. Capito?»
Avrebbe voluto chiedere a sua madre come facesse a sapere certe cose, ma si limitò ad annuire. Lasciò che lei prendesse Grover sulle spalle. Zale esitò un attimo, poi si separò da loro e iniziò a correre. Il mostro puntò subito su di lei.
«È vero, è me che vuole…» Non avrebbe saputo dire il perché, ma se questo avrebbe aiutato Grover e sua madre…
Si voltò. La creatura era a pochi metri da lei, ed era rapida… davvero rapida. Si costrinse ad aspettare, e poi, all’ultimo… si gettò di lato, rotolò nel fango. Sentì il bestione superarla, facendo tremare il terreno come se stesse passando un treno.
Quando Zale si alzò, lo osservò con orrore puntare verso sua madre e Grover.
Sally stava adagiando il ragazzo a terra. Avevano raggiunto la cresta della collina, in fondo era visibile la valle, campi di fragole e una grande fattoria. Si voltò verso la figlia, le lanciò un sorriso malinconico… e riprese a scendere, non verso la fattoria, verso la strada.
«Mamma!»
«Io non posso proseguire, Zale! Ma tu sì! Vai!»
La figlia fece per correre verso di lei ma il Minotauro fu più veloce. Sally provò a schivarlo ma il mostro aveva imparato la lezione, allungò un braccio… e la afferrò per il collo.
«Mamma!» Zale gridò, disperata, le lacrime agli occhi. Poté solo osservare il mostro sollevare sua madre e poi stringere, e stringere, flettendo i grossi muscoli…
Sally Jackson svanì, in una nuvola di polvere dorata.
Il Minotauro si voltò. Zale si lasciò cadere a terra, senza più forze per correre o scappare. Tutto smise si muoversi. L’uomo-toro caricò di nuovo. Un altro fulmine squarciò il cielo, illuminando il pino sopra di lei. In qualche modo, una nuova energia la pervase quando il mostro fu a pochi centimetri, le braccia larghe per impedirle di scappare. Ma lei era più bassa, ed era già china a terra. Rotolò nel fango sotto il suo braccio, superandolo, come aveva fatto al torneo contro Nancy Bobofit, la craniata della testa di toro contro il tronco fu forte, lei ne approfittò per saltargli addosso, si arrampicò sulla sua schiena afferrando i grossi muscoli sporgenti e avvolse le braccia attorno al suo collo, come faceva Teseo nella statuetta regalatale da Brunner. Ma lei non aveva la forza di Teseo… e per evitare di essere disarcionata, afferrò allora le corna. Riuscì a salire a cavalcioni sulle spalle della creatura e si tenne forte.
Si sentì come un torero durante un rodeo mentre il Minotauro si agitava e si impennava.
«Se si voltasse e provasse a schiacciarmi contro l’albero…» Ma si rese conto che non poteva. «Sa solo andare avanti…» Ed fu tutto ciò che le servì sapere. Lo mandò a sbattere contro un altro albero e stavolta spinse le corna in basso in modo che si infilzassero contro la corteccia.
Il Minotauro lanciò un verso di furore e odio e strattonò. Un corno rimase infilzato nell’albero, subito Zale allungò una mano per afferrarlo, quando di nuovo lui impennò approfittò della sua forza per strappare dal tronco il pesante corno d’avorio, si sentì sospingere in aria dall’ennesima spinta, stavolta non si tenne… e usò il balzo per conficcare con tutta la forza che aveva in corpo la punta dietro il collo del mostro.
Cadde a terra, in mezzo al mucchio di polvere dal puzzo di uova marce. L’impatto fu violento ma non abbastanza da farla svenire.
La pioggia si fermò. La tempesta continuò ma non sopra la sua testa, lontana, all’orizzonte.
Tra le lacrime, dolorante, ferita e stanca, strisciò fino a Grover e affondò il viso contro il suo petto. Provò a chiamarlo. Non aveva la forza di proseguire o di portarlo con sé. Ma temeva qualche altra creatura spaventosa potesse trovarli, lì. Alzò lo sguardo che le cadde di nuovo sul pino, più grande di qualunque altro. In qualche modo, le diede la forza per provare a sollevare l’amico. Ci riuscì abbastanza per poterlo trascinare, anche se con molta difficoltà, giù per la collina ma arrivata in fondo, le gambe cedettero definitivamente. Si stese sull’erba, sopra di lei il cielo iniziò a schiarirsi, sentì voci e rumori in lontananza.
«Aiuto…» Provò a chiamare ma la voce le uscì appena come un sospiro.
Poi, un grido: «Venite qui! Presto!» Lo udì ovattato ma fu abbastanza per donarle speranza.
Rumore di zoccoli, di nuovo, temette di vedere di nuovo apparire il Minotauro, invece… nella sua visuale appannata, riconobbe un volto barbuto.
«Zale…!»
«Professor… Brunner…?»
Forse fu per il sollievo, ma si lasciò andare alla stanchezza, chiuse gli occhi e fu il buio.