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← Zale Jackson: il ladro di fulmini

Creato il 17/06/2026, 18:16 · Aggiornato il 17/06/2026, 18:16

Capitolo 5: Zale e la Squadra Blu catturano la bandiera

@daisy_eastDaisyEast
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Morte
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Si ritrovò sulla riva del lago delle canoe. Si sedette lì, in silenzio. Non c’era nessuno. Almeno, così credette finché non abbassò lo sguardo sull’acqua e quasi le prese un infarto.

Due ragazze più grandi di lei sedevano con le gambe incrociate sul fondale alla base del molo, ad almeno sei metri sott'acqua. Portavano i jeans e delle scintillanti magliette verdi, i lunghi capelli castani e fluttuanti erano attraversati da pesciolini. La videro e le sorrisero salutandola con la mano, come una vecchia amica. Automaticamente, rispose.

«Non incoraggiarle.» Sussultò quando avvertì la voce di Luke dietro di sé.

Lui le si sedette accanto: «Le Naiadi sono delle terribili smorfiose. Ci provano con tutti, uomini, donne…»

Zale arrossì e abbassò la mano. Non disse nulla, rimase lì con un ginocchio contro il petto, ad osservare la luce del sole brillare sul lago.

«Ho saputo dell’incidente della fontana.» Luke la guardò. «Annabeth era fuori di sé.»

«Tra le due, è l’ultima ad avere il diritto di essere arrabbiata.»

Luke sorrise: «Forse hai ragione. Le figlie di Atena non sono abili nei rapporti sociali… ma Annabeth è come una sorellina per me, le sono affezionato.»

Questo le provocò una fitta al petto, per qualche motivo: «Come mai?»

«Siamo arrivati al campo assieme. L’ho sempre protetta. Certo, ora è perfettamente in grado di cavarsela da sola. Vorrebbe solo dimostrarlo…»

Zale lo guardò: «Dimostrarlo come…?»

Luke si piegò indietro, poggiando i palmi delle mani per terra e guardando il cielo. «Ai semidei abbastanza addestrati può essere permesso lasciare il campo durante l’estate solo per partecipare ad un’impresa.»

«Un’impresa… tipo le fatiche di Ercole?»

«Qualcosa del genere. Ma negli ultimi anni difficilmente Chirone e il signor D ci concedono delle imprese, l’ultima volta…»

Zale lo osservò curiosa sentendo la sua esitazione e notò che Luke alzò una mano per sfiorare la propria cicatrice.

«Vedi, il mondo la fuori per noi è pericoloso. Il nostro sangue divino attrae i mostri. Alcuni figli di divinità minori o di Demetra e Afrodite, senza una grande forza, possono sperare in una vita un po’ più tranquilla, vengono qui solo in estate, si addestrano per imparare a difendersi e poi passano il resto dell’anno fuori. Ma per altri di noi, è più complicato.»

Zale ripensò a tutte le cose strane che le erano capitate fin da piccola, uomini con tre occhi che avevano cercato di rapirla, serpenti nella culla che chissà come era riuscita a strangolare, la Dodds, il Minotauro…

«Qui siamo al sicuro?» Chiese.

Luke annuì: «Una barriera protegge il campo dai mostri esterni, e dagli sguardi indiscreti dei mortali. Non possono entrare senza permesso di un interno. I mostri possono essere evocati, nel bosco, per addestramento, a parte quello, se provassero ad attraversare la barriera, finirebbero disintegrati. Per tutti noi, è il posto più sicuro. Io, Annabeth, Clarisse e altri rimaniamo qui sempre, tutto l’anno.» Le mostrò una collana che aveva al collo, un filo con cinque perle. «Riceviamo una di queste ogni fine agosto, indica che abbiamo superato un altro anno qui.»

«Cinque anni…» Zale lo guardò. «Senza mai uscire?»

«Solo una volta.» Ma fu chiaro dal tono di Luke che non voleva parlarne e lei non insistette.

Iniziò a giocherellare nervosamente con l’acqua: «Non volevo aggredire Annabeth. Ma non riesco a capire cosa voglia da me…»

«Sull’Olimpo è successo qualcosa di grosso, durante il solstizio d’inverno. Lo abbiamo saputo solo dopo essercene andati, mentre eravamo qui sembrava tutto tranquillo…»

«Aspetta… voi potete andare sull’Olimpo?»

«Sì, ci andiamo sempre al solstizio d’inverno, quando gli dèi fanno la loro riunione annuale. Basta andare all’Empire State Building, prendere l’ascensore, salire al seicentesimo piano.»

Non c’erano solo 102 piani all’Empire…? Tuttavia, non fu la cosa più strana che sentì quel giorno. Lasciò correre: «E…cos’è successo?»

«Nessuno vuole dirci la verità, ma pare che sia stato rubato qualcosa di importante e va riconsegnato entro il solstizio d’estate o saranno guai. Per questo il tempo, da Natale, è fuori controllo. Le divinità sono adirate, litigano… e sono i mortali a rimetterci.»

Zale ripensò al proprio sogno, quello dell’aquila e del cavallo…

«Annabeth spera di poter risolvere il problema?»

«Sì, evidentemente pensava tu potessi sapere qualcosa.»

«Io non so niente Luke, mi devi credere…»

Lui le sorrise e le strinse una mano: «Ne sono sicuro, Zale.»

Il gesto le fece sentire il viso in fiamme. Ritrasse la mano, imbarazzata.

Si stese e osservò anche lei il cielo: «Immagino questa sarà casa mia, d’ora in poi…»

Non poteva certo tornare da Gabe. Cosa gli avrebbe detto? Inoltre, non intendeva in alcun modo passare il resto della sua vita con lui.

«Se solo mio padre mandasse un segno…» Mormorò, sovrappensiero.

«Magari lo farà.» Luke si voltò a guardarla. «Nella cabina undici non starai male, te lo prometto. Mi prenderò io cura di te.»

Rimasero in silenzio sulla riva del lago per un po’ finché non udirono odore di carne arrostita iniziare a diffondersi per tutto il campo.

«Deve essere pronta la cena.» Luke si alzò e le porse la mano per aiutarla: «Andiamo?»

Tutti iniziarono ad uscire dalle proprie cabine. Alcune persone uscirono persino dal bosco, letteralmente sbucando da alberi, cespugli e piante come se si staccassero da essi. Vi era un po’ di tutto: mezzosangue, ninfe, naiadi, satiri…

Al padiglione, delle torce fiammeggiavano attorno alle colonne di marmo e un fuoco centrale ardeva in un enorme braciere di bronzo. Ogni casa aveva il suo tavolo, apparecchiato con una tovaglia bianca bordata di porpora. Quattro tavoli erano vuoti (l’uno, il due, il tre, l’otto) ma quello della numero undici era fin troppo affollato. Per fortuna, Zale occupava poco spazio e riuscì ad entrare nello spazio minuscolo alla fine della panca.

Poteva vedere Grover seduto al tavolo dodici insieme al signor D e ad altri tre ragazzi dai riccioli neri come quest’ultimo, e qualche altro satiro.

Annabeth e Clarisse erano sedute con i loro fratelli e sorelle, i primi tutti biondi con occhi grigi dall’aria seria, i secondi rumorosi e tutt’altro che composti.

Chirone batté con lo zoccolo sul pavimento di marmo. Scese il silenzio. Levò il bicchiere: «Agli dèi!»

Tutti lo imitarono. «Agli dèi!»

Le ninfe dei boschi portarono dei vassoi colmi di cibo: uva, mele, fragole, formaggio, pane fresco e una grigliata di carne.

Niente bevande e i bicchieri erano vuoti.

Luke sussurrò a Zale: «Parlagli. Chiedigli quello che vuoi... di analcolico, naturalmente.»

Zale ci provò: «Cherry Coke.»

Il bicchiere si riempì di uno scintillante liquido color caramello. Poi, le venne un’idea, e provò di nuovo: «Cherry Coke azzurra.» Il liquido si colorò di blu.

Zale, contenta, ne prese un sorso e quasi le venne da piangere.

Luke le porse un piatto di carne e lei scelse un paio di pezzi ma prima che potesse anche solo tagliarne un pezzo, lui le fece cenno di seguirlo. Obbedì. Vide che tutti si avvicinavano al grande braciere con il proprio piatto bruciando un pezzo della propria cena, il frutto più maturo o il pezzo di carne più succoso o la verdura meglio cotta.

«Offriamo cibo agli dèi, gradiscono l’odore.»

Non le parve avere molto senso, ma in fondo lei solo la sera prima aveva affrontato il minotauro. Luke mormorò il nome di Ermes mentre offriva un grappolo d’uva.

Zale avrebbe voluto sapere a chi offrire il cibo… venne il suo turno. Scelse una grossa coscia di pollo e la gettò nelle fiamme: «Chiunque tu sia, mandami un segno, ti prego. Non lasciarmi sola…»

Non sentì odore di bruciato e la cosa la sorprese. Il fumo che salì sapeva di cioccolato e biscotti appena sfornati, hamburger alla griglia e fiori selvatici e un centinaio di altre cose buone che, nonostante la stranezza degli abbinamenti, stavano benissimo insieme. Riuscì quasi a credere che gli dei potessero nutrirsi di quel profumo.

Si sforzò di mangiare qualcosa ma alla fine sbocconcellò solo un po’ di pane con della frutta e lasciò che un paio di ragazzi di Ermes svuotassero il suo piatto dalla carne.

Alla fine della cena, Chirone fece di nuovo risuonare il suo zoccolo.

Il signor D si alzò in piedi: «Buona serata a tutti, ragazzi, e bentornati al Campo Mezzosangue. Il nostro direttore delle attività, Chirone, dice che la prossima Caccia alla Bandiera è per venerdì. Al momento, la vittoria è mantenuta alla cabina numero cinque, da Ares.»

Clarisse e i suoi fratelli fecero risuonare i pugni sul tavolo, gridando.

«Inoltre, devo dirvi che oggi abbiamo una nuova arrivata: Zale Jackson.»

Ci vu un applauso di cortesia ma Zale arrossì comunque.

«E adesso, correte pure al vostro falò.»

Tutti iniziarono ad alzarsi e a dirigersi verso il falò. Zale intravide Clarisse e le si avvicinò.

«Scusa, Clarisse…»

Lei si voltò, fulminandola con lo sguardo: «Cosa vuoi, novellina?»

«Solo scusarmi per oggi… lo giuro, non l’ho fatto di proposito…»

La figlia di Ares la guardò, chiaramente non convinta, ma alla fine se ne andò senza dirle una parola.

Annabeth, invece, le si avvicinò: «Dobbiamo parlare.»

Zale alzò gli occhi al cielo: «Te l’ho già detto, non so dirti nulla riguardo al solstizio.» Non attese risposta, tornò da Luke e si avviò al falò con lui.

All’anfiteatro, la casa di Apollo guidò il coro, cantarono canzoni sulle divinità, arrostirono marshmallow sul fuoco, come un comune campo estivo.

Fu il suono di un corno a conchiglia a indicare l’ora di andare a dormire.

Zale si infilò nel proprio sacco a pelo e crollò quasi subito per la stanchezza.

Il mattino dopo, iniziò la sua routine di addestramento. Ogni mattina Annabeth le insegnò il greco antico, che lei ritrovò essere di facile apprendimento, un po’ come ritornare a studiare grammatica inglese, e le fu più facile imparare a leggerlo e a scriverlo rispetto alla sua lingua madre. I pomeriggi, invece, Chirone li passò a cercare di comprendere quale potesse essere la sua abilità: tiro con l’arco, bocciato dal primo giorno; la corsa, poi… non era mai stata il suo forte nemmeno quando faceva educazione fisica a scuola. Le ninfee provarono a consolarla quando giunse al traguardo circa cinque minuti abbondanti dopo di loro.

«Non preoccuparti, cara. Noi abbiamo anni di allenamento alle spalle a forza di scappare dagli dèi infatuati.»

La cosa non la consolò più di tanto mentre cercava di riprendere fiato con una mano sul fianco dolorante. Doveva scoprire chi fosse suo padre… e temeva di scoprire fosse solo un dio che si era infatuato di sua madre per un fine settimana per poi abbandonarla per correre dietro ad una ninfa.

Fu costretta a provare la lotta corpo a corpo anche se sapeva già che Clarisse l’avrebbe massacrata, e infatti meno di mezz’ora dopo l’inizio era seduta sugli spalti dell’anfiteatro con un figlio di Apollo che le medicava ferite e lividi.

«Sono sicura di essermi anche rotta qualcosa…»

Il giovane, Will Solace, ridacchiò: «Non preoccuparti, un po’ di cibo e di riposo e sarai come nuova.»

Quando provò a lavorare con i figli di Efesto, combinò un disastro, il che le dispiacque, le sarebbe piaciuto riuscire ad imitare le loro fantastiche invenzioni e abilità nella lavorazione del ferro. Erano in grado di creare oggetti di una bellezza fuori dal comune e più avanti di qualunque invenzione meccanica mortale.

Capì di non possedere nemmeno il pollice verde dei figli di Dioniso.

Non si sentiva nemmeno una figlia di Ermes, non si riconosceva nei capelli biondi e negli sguardi maliziosi di Luke e dei suoi fratelli.

L’unica cosa in cui eccelleva era il canottaggio, ma non fu ciò che si aspettavano tutti dalla giovane che aveva sconfitto il Minotauro. Ma a lei piaceva, a volte, isolarsi, stendersi sul fondo della canoa e lasciarsi cullare dal movimento dell’acqua.

Guardava il cielo, vedeva alcuni ragazzi volare con i pegasi.

Provò a chiedere un giorno a Chirone di farle provare a cavalcarli ma lui rispose che era troppo presto.

Giovedì pomeriggio, ebbe la sua prima lezione di combattimento con la spada. Luke si offrì di affrontarla lei.

«Ci andrò piano.» Cercò di rasserenarla, vedendola nervosa, ma il suo ghigno non fu affatto rassicurante.

La aiutò a trovare un’armatura adatta, il problema fu la spada: o erano troppo pesanti, o troppo leggere, o troppo lunghe.

«Mi dispiace…» Guardò Luke.

«Non dispiacerti, hai ragione, nessuna i queste spade è adatta a te. Troveremo qualcosa, chiederemo ai figli di Efesto.»

Iniziarono l’allenamento.

Luke fece prima loro una dimostrazione con uno dei suoi fratelli, Zale si rese conto, come con il greco, che non le era difficile comprendere la teoria e osservare i movimenti, i suoi riflessi erano davvero impostati per comprendere tutto ciò che avveniva in un campo di battaglia.

Provarono prima le mosse contro dei manichini, e il figlio di Ermes parve soddisfatto.

«Ora, proviamo con dei duelli.»

Aveva promesso di andarci piano con lei, ma se quello significò “andarci piano”… Zale non voleva sapere come fosse quando faceva sul serio.

Luke le mostrò stoccate, parate e blocchi con lo scudo... e ad ogni colpo, un nuovo livido appariva sul suo corpo.

«Tieni la guardia alta, Zale!» Un colpo sulle costole con il piatto della lama che le tolse il fiato: « No, non così in alto!»

La seconda volta riuscì a parare, ma poi: «Affonda!» Colpì lo scudo, fu troppo lenta: «Adesso indietro!» Ma un solo passo di lui era il triplo di quello di lei.

Quando finalmente annunciò la pausa, Zale era fradicia di sudore e priva di energie. Si lasciò cadere su un gradino.

«Zale!»

Aprì gli occhi in tempo per vedere una bottiglietta d’acqua ghiacciata volare verso di lei. La prese al volo. «Grazie…» La aprì e iniziò a bere a grandi sorsate. Si sentì subito meglio, l’acqua fredda che scendeva all’interno del suo corpo le diede sollievo. Osservò Luke che invece svuotò la propria bottiglia sulla propria testa per rinfrescarsi. Rimase ad osservarlo forse un momento di troppo e sentì il proprio stomaco fare una capriola. Lui si accorse e si voltò verso di lei ma Zale, per nascondere il vero motivo del proprio sguardo, lo imitò versandosi anche lei l’acqua ghiacciata sulla testa. Sentì tornare la forza nelle braccia, il dolore svanì e la spada non le parve più tanto pesante.

«Okay, gente, in cerchio!» Ordinò Luke. «Se a Zale non dispiace, vorrei farvi una piccola dimostrazione.»

Lei accettò subito e si mise in posizione.

«Grazie, Zale. Vorrei dimostrare a tutti voi una mossa di disarmo. È stata usata contro di me una volta, è molto difficile, quindi non ridete di Zale adesso.»

Mostrò la mossa al rallentatore. Come previsto, Zale sentì la spada fuggirle dalla presa e finire a terra.

«Ora in tempo reale.»

Recuperò la spada da terra: «Sono pronta…»

Lui sorrise: «Andiamo avanti finché uno di noi due ci riesce.»

In qualche modo, Zale riuscì ad a impedirgli di colpire l'elsa della propria spada. Sentì i sensi acuirsi all’improvviso. Riuscì a prevedere i suoi attacchi e a respingerli. Fece un passo avanti, rapida, e tentò un affondo dal basso verso l’alto, approfittando, come contro Nancy, come contro il Minotauro, della propria bassa statura. Luke però non ci cascò, schivò facilmente, ma parve sorpreso. Durò solo una attimo. Si fece serio all’improvviso, socchiuse gli occhi e la mise alla prova con maggior foga. Ma Zale iniziò a perdere la forza improvvisa che aveva provato: la spada cominciò a pesarle troppo, capì che era solo questione di secondi perché Luke la battesse.

«Ah, al diavolo!» Esclamò. Provò la tecnica di disarmo. La lama della sua spada colpì la base di quella di Luke, fu svelta a piegare il polso, facendo leva con tutto il suo peso verso il basso. L'arma di Luke rimbombò sulla pietra. Zale puntò la punta della spada ad un paio di centimetri dal suo petto indifeso.

Gli altri attorno a lei rimasero in silenzio, sconvolti.

Luke aveva lo stesso sguardo sorpreso, poi… il suo volto si aprì in un largo sorriso.

Allora, a lei cadde di spada la mano. I dolori tornarono e anche la stanchezza. Si lasciò cadere a terra.

{⋆⌘⋆}

Grover si sedette con lei sulla riva del lago. Lui stava benissimo, Zale invece era un completo disastro, con peli delle braccia e punte dei capelli bruciati.

Aveva provato a partecipare all’arrampicata, ma la differenza sostanziale con qualunque altra parete era che quelle del Campo Mezzosangue erano due, facevano cadere macigni, sputavano lava e si chiudevano rischiando di schiacciare i semidei nel mezzo se non erano abbastanza rapidi. Ad un certo punto, Zale aveva rinunciato. Grover invece si era arrampicato, era proprio il caso di dirlo, come una capra, fino alla cima.

Era quasi una settimana che non avevano occasione di parlarsi.

Zale gli passò il sacchetto con le caramelle blu, rubò una gelatina ma gli lasciò tutto il resto.

«Com’è… andata con il signor D…?» Ebbe il coraggio di chiedergli.

«Alla grande…» Fu sarcastico.

«Hai perso il tuo lavoro…?»

«No, per fortuna no. Tuttavia… non si può dire se la mia missione con te sia stata un successo o un fallimento, visto che comunque sei arrivato qui sano e salvo. Perciò, ora i nostri destini sono legati. Se ti venisse assegnata un’impresa e venissi con te, ed entrambi tornassimo sani e salvi, il mio lavoro potrà essere considerato un successo…»

«Beh, è positivo, no?»

Ma Grover si lasciò andare ad un belato infastidito: «Tanto valeva spedirmi direttamente alla pulizia delle stalle. Le possibilità che ti venga assegnata un'impresa... e anche se fosse, perché dovresti volermi con te?»

«Ma certo che ti vorrei con me, Grover! Chi altro dovrei voler portare? Sei il mio migliore amico…»

Lui le rivolse uno sguardo grato e commosso.

«Chirone mi ha detto che hai progetti ambiziosi… di cosa si tratta?»

Grover rivolse uno sguardo malinconico all’acqua: «Vedi… io voglio una licenza da cercatore, un ruolo a cui molti satiri ambiscono. Ma per averla devo portare a compimento un lavoro come custode e fino ad ora non ci sono riuscito.» Non disse altro e Zale non insistette.

Provò invece a cambiare argomento: «Posso farti una domanda?»

«Certo…»

«Capisco perché la capanna due e la otto non abbiano ospiti… ma le altre due? Zeus e Poseidone?»

Grover annuì ma il suo sguardo si fece cupo: «Immagino tu debba saperlo…» Mangiucchiò un’altra caramella: «Mai sentito parlare dei Tre Pezzi Grossi?»

«Li ho sentiti nominare ma non so chi siano.»

«Si tratta dei tre potenti figli di Crono.»

«Zeus, Ade e Poseidone…»

«Esatto. Dopo la grande battaglia con i Titani, hanno ereditato il mondo dal padre e hanno tirato a sorte per decidere a chi spettasse cosa.

«Zeus ha avuto il cielo, Poseidone il mare, Ade gli Inferi… Ma Ade non ha una casa qui?»

«No. Non ha nemmeno un trono sull’Olimpo. Se ne sta nel suo regno negli inferi, sale solo durante il solstizio d’inverno. La sola idea di una sua casa qui fa venire i brividi…»

«Ma Zeus, Poseidone e Ade dovrebbero aver avuto un sacco di figli con i mortali nel corso degli anni, giusto?»

«Sì. Molti. E tanti di loro si sono rivelati così forti da cambiare le sorti della storia… hai presente la Seconda Guerra Mondiale?»

Zale sbiancò.

«Si è combattuta tra i figli di Zeus e Poseidone da un lato, i figli di Ade dall’altro. Così, dopo la fine della guerra, i tre fratelli hanno stretto un patto. Niente più figli con donne mortali. E giurarono sulle rive dello Stige, il giuramento più solenne di tutti…»

«E… sono riusciti a mantenere la parola?» Con l’atteggiamento di Poseidone e Zeus all’interno dei miti, Zale dubitava fortemente.

La faccia di Grover si rabbuiò: «Diciassette anni fa, Zeus c'è cascato di nuovo. C'era questa stellina della tv con i capelli cotonati, anni Ottanta, e non ha saputo resistere. Quando la loro figlia è nata, una bambina di nome Talia... beh, lo Stige non scherza sulle promesse. A Zeus è andata liscia perché è immortale, ma fu gettata una maledizione terribile su sua figlia.»

Zale impallidì: «Ma non è giusto! Non era colpa della bambina.»

«Zale, i figli dei Tre Pezzi Grossi hanno poteri più grandi degli altri mezzosangue. Hanno un'aura forte, un profumo che attrae i mostri. Quando Ade scoprì della ragazza, non fu molto contento che Zeus avesse infranto il giuramento e sguinzagliò i mostri peggiori del Tartaro per eliminarla. All'età di dodici anni le fu assegnato un satiro come custode, ma lui non poté fare niente. Cercò di scortarla qui insieme a un paio di altri mezzosangue con cui aveva stretto amicizia. Ce l'avevano quasi fatta. Arrivarono fino in cima a quella collina.» Indicò in fondo alla valle, verso il pino dove lei aveva combattuto il Minotauro. «Avevano le tre Benevole alle calcagna, oltre a un branco di segugi infernali. Li avevano quasi raggiunti, quando Talia ordinò al satiro di portare in salvo gli altri due mezzosangue, mentre lei tratteneva i mostri. Era ferita e stanca e non desiderava vivere come un animale braccato. Il satiro non voleva lasciarla, ma non riuscì a farle cambiare idea e doveva comunque proteggere gli altri. Perciò Talia combatté la sua ultima battaglia da sola, in cima a quella collina. Quando morì, Zeus ebbe pietà di lei. La trasformò in quel pino. Il suo spirito aiuta ancora a proteggere i confini della valle. Ecco perché la collina si chiama Collina Mezzosangue.»

Zale rimase in silenzio, spiazzata dal coraggio di quella ragazza, dal modo in cui si era sacrificata, da come aveva preferito morire piuttosto che nascondersi per il resto della sua vita…

«Grover… Chirone mi ha detto che quando mi hai trovata hai pensato fossi speciale…»

Lui si lasciò sfuggire un belato: «Io non... Oh, ascolta, non dire così. Se tu fossi... lo sai... non ti verrebbe mai e poi mai assegnata un'impresa, e io non otterrei mai la mia licenza. Probabilmente sei figlio di Ermes. O forse di una divinità minore.»

Ma Zale non ne fu convinta.

Dopo cena, fu finalmente l’ora della caccia alla bandiera. Non che Zale avesse tanta voglia di partecipare.

Annabeth e due dei suoi fratelli entrarono di corsa nel padiglione portando uno stendardo di seta. Era lungo all'incirca tre metri, grigio, con il dipinto di una civetta appollaiata sopra un ulivo. Dal lato opposto del padiglione, Clarisse e i suoi entrarono di corsa con un altro stendardo, rosso, con una lancia insanguinata e la testa di un cinghiale dipinte sopra.

Zale si girò verso Luke e dovette gridare per farsi sentire nel chiasso generale: «Sono quelle le bandiere?»

«Sì.»

«Ares e Atena sono sempre a capo delle squadre?»

«Non sempre, ma spesso.»

«Tu da che parte stai»

«Abbiamo stretto un'alleanza temporanea con Atena.» Sogghignò lui. «Stanotte, ruberemo la bandiera di Ares.»

Annunciarono le squadre: Atena aveva stretto alleanza con Apollo ed Ermes, le due case più grandi. A quanto pareva, avevano ottenuto il loro sostegno barattando una serie di privilegi: orari delle docce, servizi di pulizia, gli spazi di allenamento migliori.

Ares si era alleato invece con tutti gli altri: Dioniso, Demetra, Afrodite ed Efesto. I figli di Dioniso erano bravi atleti, ma erano soltanto in tre. I figli di Demetra ci sapevano fare con la natura e la vita all'aria aperta, ma non erano molto aggressivi. Quelli di Afrodite di solito si tenevano fuori da ogni attività e passavano il tempo a specchiarsi nel laghetto, ad acconciarsi i capelli e a spettegolare. I figli di Efesto erano solo in quattro ma erano grossi e corpulenti per via delle ore trascorse in officina. I figli di Ares… erano una decina dei ragazzi robusti, alti e forti, ed erano maledettamente bravi a combattere.

Chirone batté lo zoccolo sul marmo: «Eroi!» gridò. «Conoscete le regole. Il ruscello è la linea di confine. L'intera foresta è campo libero. Tutti gli oggetti magici sono concessi. Lo stendardo deve essere collocato in bella vista e non può avere più di due guardie. I prigionieri si possono disarmare, ma non si possono legare né imbavagliare. Vietato uccidere o ferire gli avversari. Io fungerò da arbitro e da medico di campo. Alle armi!»

I tavoli si coprirono di equipaggiamento: elmi, spade di bronzo, lance, scudi di cuoio rivestiti di metallo.

Luke le passò armatura ed elmo, con un pennacchio di crine azzurro in testa, il colore della squadra di Atena. Lo scudo era terribilmente pesante e aveva un caduceo al centro. La spada era più leggera di quella usata all’addestramento ma comunque troppo pesante.

Annabeth gridò: «Squadra azzurra, avanti!»

La seguirono lungo il sentiero che portava a sud del bosco. La squadra rossa li coprì di insulti prima di allontanarsi verso nord.

Zale riuscì a raggiungere Annabeth: «Allora, qual è il piano?»

«Tanto per cominciare, attenta alla lancia di Clarisse. Meglio non farsi toccare da quell'aggeggio. Per il resto, non preoccuparti. Prenderemo la bandiera di Ares. Stai di pattuglia al confine. Rimani al ruscello e tieni i rossi alla larga, non permettere che lo superino con la bandiera. Per il resto, lascia fare a me. Atena ha sempre un piano.»

Al ruscello, Zale si fermò e rimase lì in attesa. Era una notte tiepida, piacevole, ma con quegli armamenti addosso sentiva caldo. Era tutto troppo pesante per lei. Non che le dispiacesse, rimanere lì, lontana dalla foga e dal cuore dell’azione, anzi. Sentì il corno in lontananza, grida e poi cozzare di spade e armature. Vide uno dei ragazzi di Apollo superare il ruscello in quel momento e correre verso l’accampamento nemico.

Gli augurò di farcela.

Ad un certo punto, non ce la fece più: tolse l’elmo, si chinò sul ruscello e si sciacquò il viso. Si sentì subito meglio.

Poi, un ringhio alle sue spalle. Gelò. Un brivido le percorse la schiena. Si alzò in piedi, lentamente, e recuperò la spada… ma prima che potesse voltarsi, sentì qualcosa colpirla alla spalla. Non abbastanza per bucare l’armatura, ma per lasciarle una scossa elettrica lungo il braccio sì, cadde a terra per lo shock. Perse la presa sulla spada. Non riuscì più a muovere il braccio.

Si voltò. Clarisse era su di lei, con una lunga lancia in mano.

“Attenta alla lancia di Clarisse.” Le aveva detto Annabeth.

Zale provò a mantenere la calma: «La nostra bandiera è a quella parte…»

«Ci penseranno i miei fratelli…» Disse lei. «Adesso la mia preoccupazione è un’altra.»

«Cioè?»

«Capire come può, una mezza calzetta come te, essere riuscita a sconfiggere il Minotauro.» Iniziò a girarle attorno. «Non sai tirare con l’arco, non sai usare la spada, non sei capace di correre o combattere… allora com’è possibile?» La afferrò per i capelli. «Sai quanti di noi da anni sono rinchiusi qui, aspettando solo una possibilità di poter compiere un’impresa del genere? E tu… tu arrivi al Campo Mezzosangue vittoriosa, con un corno d’avorio del Minotauro come un trofeo da caccia… Ho atteso quarantotto ore che ti svegliassi solo per scoprire che la grande, nuova eroina è solo una mocciosa da quattro soldi senza un muscolo, senza alcuna qualità.»

Zale cercò di liberarsi dalla presa con l’unico braccio funzionante ma anche quello venne colpito e paralizzato. Sentì i capelli strapparsi sotto la presa di Clarisse, diede uno strattone con i piedi e si liberò dalla presa, anche se fece male, e cadde in acqua.

Mentre sentiva Clarisse avvicinarsi di nuovo, si rese conto di una cosa: poteva muovere di nuovo le braccia. Sentì i sensi acuirsi, e all’improvviso seppe cosa fare. Evitò un altro colpo di lancia, rotolando di lato, scattò e afferrò la spada sotto lo sguardo sconvolto della figlia i Ares. Quest’ultima però si riprese quasi subito e attaccò. Era forte, ma anche violenta e impulsiva.

Zale era piccola e rapida, soprattutto senza scudo ed elmo, al momento giusto, scattò di lato, la lancia di Clarisse invece di colpire lei colpì un grosso masso… e lei diede un colpo con la spada, spezzando l’arma dell’avversaria in due.

Prima che Clarisse potesse bestemmiare in greco antico, la colpì alla fronte con l’impugnatura della spada.

Si udirono delle grida di trionfo. Zale si voltò e vide Luke che correva verso la linea di confine tenendo alto lo stendardo della squadra rossa. Un paio dei figli di Ermes gli coprivano le spalle, seguiti da un gruppetto di Apollo che respingeva la difesa di Efesto.

Clarisse mugugnò un'imprecazione stordita: «Cosa fate, razza di idioti?! Prendetelo!»

Troppo tardi. Luke entrò di corsa in territorio amico. La squadra blu esultò. In uno scintillio di luce tremolante, lo stendardo rosso diventò d'argento, il cinghiale e la lancia furono rimpiazzati da un enorme caduceo, il simbolo della casa undici. Tutti i ragazzi della squadra azzurra sollevarono Luke sulle spalle, portandolo in trionfo. Chirone sbucò al trotto dal bosco e soffiò nella conchiglia. La partita era finita.

Zale, presa dall’euforia all’improvviso, provò a raggiungerli ma fu bloccata da una voce: «Niente male, eroina.»

«Annabeth?» Si voltò, ma lei non c'era.

«Dove diavolo hai imparato a batterti in quel modo?» Ci fu uno scintillio nell'aria e lei si materializzò con un berretto da baseball in mano, come se lo avesse appena tolto.

Zale sentì la rabbia montarle: «Mi hai usata!» Protestò. «Mi hai piazzato qui perché sapevi che Clarisse sarebbe venuta a cercarmi, mentre hai mandato Luke ad aggirarli di fianco. Avevi calcolato tutto.» Comprese.

Annabeth alzò le spalle. «Te l'ho detto. Atena ha sempre un piano.«

«Un piano per farmi ammazzare?»

«Ho fatto più in fretta che ho potuto. Stavo per buttarmi nella mischia, ma...» Alzò di nuovo le spalle. «…non avevi bisogno di aiuto.»

Il gesto a Zale venne naturale. Alzò il braccio e le sferrò uno schiaffo in piena faccia. Tutti si voltarono sconvolti verso di loro.

Ma la più sconvolta di tutti fu Annabeth stessa: la osservò con quei grandi occhi grigio tempesta, sgranati.

«Cosa…?»

«Io non sono la tua cavia, Annabeth! Non me ne importa un fico secco se Atena ha sempre un piano, la vita delle persone non è una pedina sulla tua stupida scacchiera! Avresti potuto dirmelo, ti avrei supportata se avessi saputo di poterti essere utile, per ringraziarti dell’aiuto che mi hai dato in questi giorni!»

Una volta tanto, la figlia di Atena si ritrovò senza parole. Ma Zale non rimase lì ad aspettare che le trovasse, mise piede fuori dall’acqua… e tutte le energie la abbandonarono all’improvviso. Cadde a terra. Luke, che era accorso per fermare il litigio, la sorresse.

«Hei… va tutto bene?»

«Mi fa male ovunque…»

Un ruggito. Solo allora Zale si ricordò del suono che aveva sentito poco prima. Alzò lo sguardo sulla spalla di Luke e…

«Attento!» Lo spinse di lato, ci riuscì solo perché lui fu preso alla sprovvista. Sentì un dolore lancinante al petto e cadde indietro, di nuovo in acqua.

Un grosso cane, grande la metà del pino di Talia, almeno. Con grandi zanne e artigli. E puntava a lei. Riaprì gli occhi in tempo per vederlo svanire sotto una pioggia di frecce e colpi di spada da parte di tutti i ragazzi riuniti lì in quel momento.

«Zale!» Chirone accorse.

Lei, terrorizzata, abbassò lo sguardo sulla propria ferita… o, per meglio dire, sul punto in cui avrebbe dovuto trovarsi. Lì, la maglietta arancione del campo era squarciata ma i profondi tagli si stavano chiudendo, divennero cicatrici bianche, e poi… più nulla.

Chirone la guardò con occhi spalancati, tutti la osservarono in silenzio, avvertì lo sguardo intendo di Dioniso, e quelli di odio da parte di alcuni ragazzi, specialmente i figli di Atena.

«Oh, Stige…» Mormorò Annabeth, accanto a lei. «Io credevo… si trattasse di Zeus…»

Luke fu l’unico ad avvicinarsi, si tolse la maglietta e la aiutò ad indossarla, in modo che non si sentisse in imbarazzo. La aiutò ad alzarsi e allora, guardando in basso, Zale notò in acqua il riflesso di qualcosa, dal colore azzurro verdognolo, alzò lo sguardo… e vide sulla propria testa qualcosa che le apparve come una sorta di ologramma, dalla forma della punta di un tridente.

Prima ancora che Chirone parlasse, lei aveva già compreso.

«Determinata. Ave, Zale Jackson, figlia di Poseidone, dio del mare.»

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