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← Zale Jackson: il ladro di fulmini

Creato il 02/06/2026, 23:11 · Aggiornato il 02/06/2026, 23:11

Capitolo 2: Zale vede tre vecchiette tessere il filo della morte

@daisy_eastDaisyEast
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Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Morte
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Zale passò i seguenti mesi ad ignorare gli sguardi straniti che le lanciavano i compagni. Smise di nominare la Dodds due settimane dopo la gita, per evitare il diffondersi di troppe voci, ma ormai era nota per essere la studentessa psicopatica che soffriva di allucinazioni. Aveva fatto di tutto per evitare quella nomea, alla Yance.

Alle elementari, in tutte le scuole elementari che aveva frequentato, una per anno, gli psicologi avevano rinunciato a convincerla che cavalli alati, uomini e donne con tre occhi, esseri strani vari ed eventuali, non esistessero, benché lei fosse convinta di averli visti. Iniziate le scuole medie, si era ripromessa di non parlare delle proprie visioni a voce alta, ma ciò che era accaduto con la Dodds…

Se non fosse stato per quell'artiglio rosso, e per Grover, Zale si sarebbe convinta lei stessa di essere matta. Lui non poté ingannarla, era pessimo a mentire e a fingere. Non sarebbe stata la prima volta che le nascondeva qualcosa, ma... si chiese perché volesse assolutamente convincerla della non-esistenza della Dodds.

L’insegnante che secondo tutti era stata la loro fin da Natale, la Kerr, era una donnetta bionda e solare, gentile, e Zale si sentì in colpa per i propri sentimenti di rancore nei suoi confronti, ma dal primo momento in cui la vide, sullo scuolabus di ritorno dalla gita, fu convinta che qualcosa non andava: non aveva mai visto quella donna in tutta la sua vita.

Brunner stesso la trattava come se si conoscessero da mesi.

Grover… ogni tanto, trovatasi da sola con lui, Zale continuò a nominargli la Dodds a tradimento. Lui sbiancava, iniziava a borbottare, esitava prima di negare fosse mai esistita.

Pian piano, Zale iniziò ad evitarlo, a rifiutarsi di passare del tempo con lui, di mangiare o studiare assieme. Si isolò sempre di più. Si sentì in colpa, perché significò isolare anche lui. Ancora, ogni tanto, si trovò a difenderlo da Nancy, ma quando quest’ultima si ritirava con i suoi amici, e Grover provava a ringraziarla per l’aiuto, lei lo ignorava e andava via in silenzio.

«Finché non vorrà dirmi la verità, non gli rivolgerà mai più la parola.» Era un comportamento infantile, se ne rese conto anche lei, ma era anche ingiusto che a dodici anni avesse vissuto cose che tutti gli altri ragazzi della sua età potevano solo immaginare, e venisse trattata come carnefice invece che come vittima. Come la psicopatica che sognava cavalli alati e mostri volanti con artigli, zanne e occhi di fuoco.

«Non è stato un sogno.» Ne aveva la certezza.

Certo, i suoi problemi sembravano nulla in confronto alle tragedie che i notiziari continuavano a rilasciare: aerei che precipitavano nell’atlantico, burrasche, inondazioni, centinaia di vittime che sparivano nell’acqua, al centro di grossi tornadi, uno dei quali, il più grosso mai visto nella Hudson Valley, si scatenò a soli ottanta chilometri dalla Yancy. Una notte, un forte temporale esplose proprio sopra le loro teste e un colpo di vento spalancò la finestra della sua camera. Lei e la coinquilina dovettero metterci tutta la loro forza per chiuderla ma a quel punto il pavimento era un disastro e dovettero svegliare gli operatori scolastici per asciugare tutto. Accadde solo nella loro stanza. Un’altra notte insonne, come se gli incubi sulla Dodds non bastassero.

Zale non riuscì più a concentrarsi sullo studio e la mancanza di sonno la rese irritabile. Un giorno Brunner le consegnò una verifica: invece del solito 7 ½, sul foglio era stampato a penna rossa un 5. Tutti gli altri 6, divennero 4.

Più volte spazientì gli insegnanti, che la trovarono distratta e impreparata alle loro domande, e venne sbattuta fuori dall’aula.

Il fatidico giorno, l’insegnante di inglese, il professor Nicoli, si arrabbiò seriamente. Stava di fronte al suo banco, davanti alle pagine bianche di esercizi di ortografia non svolti, lo sguardo freddo e il dito che picchiettava nervosamente sul braccio: «Allora? Cosa ha avuto da fare di tanto importante, signorina Jackson, per non svolgere i suoi esercizi? La professoressa Dodds l’ha invitata a prendere un caffè?»

La classe intera esplose in una fragorosa risata, Zale sentì il sangue ribollirle nelle vene, si alzò in piedi di scatto facendo cadere la sedia e si lanciò contro di lui. Non era abbastanza forte da gettarlo a terra ma il professore inciampò, preso alla sprovvista, cadde addosso ad un altro banco ammaccandosi la schiena e investendo altri due studenti.

Un’ora dopo Zale si trovò fuori dalla presidenza, non preoccupandosi nemmeno di rimanere composta: i piedi sulla sedia, le gambe raccolta al petto, il cappuccio sulla testa a nasconderle testa e buona parte del viso. Grover la raggiunse, forse aveva saputo, ed era corso, per modo di dire, da lei. Non le disse nulla. Le si sedette solo accanto e attesero. Dallo studio del preside uscirono Nicoli, Brunner e il preside stesso.

L’insegnante di inglese la guardò storto e andò via senza dire una parola, ancora dolorante.

«Si ritenga fortunata, signorina Jackson.» Il preside la guardò da sotto i propri occhiali. «Può rimanere fino alla conclusione dell’anno scolastico, ma l’anno prossimo dovrà trovarsi un’altra scuola.»

Si aspettava l’ultima parte, non la prima. Poteva rimanere e svolgere gli esami di fine anno. Si voltò verso Brunner e capì che doveva essere stato lui ad insistere. Perché non si sentiva affatto sollevata? Si voltò verso il preside, ancora troppo irata per tenere la bocca chiusa.

«Bene.» Rispose. «Benissimo, anzi.»

«Non sfidi la sorte, signorina Jackson.»

Ma Brunner poggiò una mano sul braccio del collega: «Ci parlo io.»

«Sì, ci pensi lei professore, è meglio.» E il preside tornò nel proprio studio.

Brunner la accompagnò ai distributori automatici del corridoio, offrì a Grover un pacchetto di patatine ma lei rifiutò di prendere qualunque cosa: «Non ho fame.»

«Qualcosa da bere?»

«Cherry Coke…»

Iniziò a sorseggiare la bibita gasata.

Il professore la guardò, mentre sorseggiava il proprio caffè: «Zale…» Iniziò. «…capisco gli ultimi mesi siano stati difficili, per te… e il professor Nicoli ha esagerato.»

Il professore la guardò, mentre sorseggiava il proprio caffè: «Zale…» Iniziò. «…capisco gli ultimi mesi siano stati difficili, per te… e il professor Nicoli non si è comportato ha esagerato.»

Zale non seppe come rispondergli. Gli era grata per averla difesa, anche se non sapeva ancora con chiarezza cosa pensare di lui. Il ricordo di come le aveva lanciato quella penna a sfera che si era tramutata nella sua spada di bronzo, con la quale aveva ucciso quella sorta di donna mostro… la prova era l'artiglio che aveva trovato a terra. Lo teneva ancora conservato, in una scatola nel cassetto della sua scrivania.

«Lui sa qualcosa… deve sapere…»

Bevve un altro sorso di bibita e rispose un semplice: «Ho perso il controllo, mi dispiace…» In realtà, non si sentiva in colpa per aver fatto del male all'uomo. Era pentita, sì, ma solo perché ciò avrebbe spezzato il cuore a sua madre. Le avrebbe dato altri pensieri, altre preoccupazioni…

«Può capitare a tutti di perdere la pazienza.»

A lei, però, capitava troppo spesso. Quell'anno era stato l'unico in cui aveva davvero sperato di arrivare agli esami senza mettersi ne guai, e c'era quasi riuscita… quasi.

«So che è dalla gita scolastica che non vai più dal dottor White.»

«Gli studenti e gli insegnanti di questa scuola mi trattano già tutti come una matta, l'ultima cosa che voglio è sentirmelo dire da uno psicologo.»

«Ma magari può aiutarti a capire cosa ha causato questa… fantasia che ti sei creata su questa professoressa… Dodds?»

«Gli studenti e gli insegnanti di questa scuola mi trattano già tutti come se fossi fuori di testa, l'ultima cosa che voglio è sentirmelo dire da uno psicologo.»

«Ma magari può aiutarti a capire cosa ha causato questa… fantasia che ti sei creata su questa professoressa… Dodds?»

«Non ho immaginato nulla!» Schiacciò la lattina, nervosa. La lanciò dentro il cestino dell’alluminio e si voltò freddamente verso il professore. «Non mi tratti come una stupida.» Non aggiunse altro e tornò nella propria stanza.

La sua compagna era seduta sul letto con il cellulare tra le mani: «Ti ho già uscito la valigia dall’armadio, così risparmi tempo.»

Dovette trattenersi per non lanciarsi sul letto e prenderla a pugni. Quel giorno avrebbe potuto chiudere tutto, strangolare lei, quella cretina di Nancy Bobofit e tutti coloro che l’avevano presa in giro. Non lo fece. Prese il borsone e lo chiuse di nuovo dentro l’armadio, prese il libro di mitologia e si sedette alla scrivania a studiare, in silenzio. Cercò di calmare quella rabbia che le scorreva dentro come un fiume in piena. No… come un mare in tempesta. Un fulmine esplose poco sopra il tetto della Yancy Academy, un brivido le percorse la schiena.

Le ultime settimane le passò a studiare per l’esame di Latino. Il professor Brunner era stato gentile con lei, l’aveva salvata, per quel che aveva potuto, dall’espulsione immediata. E nonostante lui negasse tutto, le aveva anche salvato la vita…

“...ricorda, Zale… queste lezioni ti saranno molto più utili nella vita vera che in quella scolastica; perciò, cerca di imparare più che puoi…” Le aveva detto.

Con quell’obiettivo, si sforzò di rimanere concentrata su quel libro di mitologia.

La sera prima degli esami, tuttavia, perse la pazienza. Le lettere continuavano ad andarsene a spasso per i fogli e i nomi le parvero tutti uguali: Gea, Rea, Era; Chirone, Caronte; Polidette, Polideuce; Andromeda e Andromaca…

«Basta!» Afferrò il libro e lo lanciò dall’altra parte della stanza. La copertina rigida batté a terra con un tonfo che fece svegliare di soprassalto la sua compagna di stanza.

«Ma sei impazzita?!»

«Sta zitta tu!» La rabbia repressa che l’aveva tormentata gli ultimi giorni le era passata da un pezzo, almeno l’ultimo mese era riuscita a passarlo in relativa serenità senza sbroccare contro qualche insegnante ma alcuni avevano ancora paura di lei dopo la scenata contro Nicoli e le bastò un solo sguardo per mettere a tacere quell’ochetta arrogante.

Si passò una mano tra i capelli con un sospiro, lo sguardo si soffermò sulla statuetta regalatole da Brunner sulla scrivania. Si chinò a recuperare il libro.

«Non voglio lasciarlo con l’impressione di non averci almeno provato… devo ringraziarlo per tutto. È stato l’unico a darmi fiducia, fino all’ultimo… forse, se provassi a chiedergli aiuto, almeno per non confondermi con i nomi…»

Prese la felpa e uscì dalla stanza, con il libro sottobraccio.

Gli uffici dei professori si trovavano al piano inferiore, li trovò tutti vuoti e con le luci spente, tranne uno. Brunner era sveglio. Esultando internamente per il colpo di fortuna, si avvicinò, fece per raggiungere la maniglia della porta socchiusa quando…

«...preoccupato per Zale, signore…»

«Grover?» Avvicinò l’orecchio alla lieve fessura che la porta semi-aperta aveva lasciato e ascoltò con attenzione.

Di solito non origliava, ma dopo tutto ciò che era accaduto…

«…da sola, quest'estate.» Sentì la voce di Grover continuare. «Voglio dire, una delle Benevole a scuola! Adesso che noi ne siamo sicuri e che anche loro ne sono sicuri...»

«Peggioreremmo solo le cose mettendogli fretta.» Sentì Brunner rispondere.

Di cosa stavano parlando? Cos’erano le Benevole?

«La ragazza deve maturare.» Continuò il professore.

Grover ribatté: «Ma forse non ne avrà il tempo. La scadenza del solstizio d'estate...»

«...si dovrà risolvere senza di lei, Grover. Lasciamo che si goda la sua ignoranza finché può.»

«Signore, l'ha vista...»

«La sua immaginazione.» Insistette Brunner. «La Foschia gettata sugli studenti e sugli insegnanti basterà a convincerla.»

Il cuore di Zale perse un battito. Lo sapeva! Sapeva di non aver immaginato tutto! La Dodds era esistita veramente, e Grover e Brunner lo sapevano, sapevano anche cos’era realmente. L’avevano chiamata “una delle Benevole”.

«Il nome è tutt’altro che azzeccato…»

Però, in quel momento, ne ebbe la conferma. E gli altri non ricordavano… per via di quella foschia di cui stavano parlando?

Perché però tenere all’oscuro anche lei? Perché lasciarle quel ricordo?

«Signore, io…» La voce di Grover continuò: «Io non posso mancare ai miei doveri un'altra volta.» Le sembrò sul punto di piangere. «Sa cosa significherebbe.»

«Non hai mancato ai tuoi doveri, Grover.» Ribatté Brunner in tono gentile. «Avrei dovuto riconoscerla. Ora preoccupiamoci soltanto che Zale sopravviva fino al prossimo autunno...»

Alla parola “sopravviva”, il testo le sfuggì dalle mani tremanti.

La discussione si interruppe all’istante.

Raccolse il testo al volo e andò a nascondersi in un altro degli uffici dei professori, che per qualche motivo, nonostante fosse la sera precedente agli esami, erano stati lasciati aperti. Si rannicchiò dietro una porta e attese, il cuore in gola.

Sentì un suono, come un lento clop, clop, clop… e un verso, come di un animale che tirasse su col naso proprio davanti alla porta in cui si era nascosta. Una grossa sagoma scura si fermò di fronte al vetro, l'ombra di qualcosa di molto più alto del suo insegnante in sedia a rotelle, e aveva in mano qualcosa dalla forma allungata e arcuata.

Una goccia di sudore le scese lungo il collo. Da qualche parte nel corridoio, il signor Brunner parlò. «Nessuno. Ho i nervi a pezzi, dal solstizio d'inverno.»

«Anch'io.» Rispose Grover. «Ma avrei giurato...»

«Torna nel dormitorio. Ti aspetta una lunga giornata di esami, domani.»

«Non mi ci faccia pensare.»

Il suono dei passi zoppicanti di Grover che si allontanava… ma non delle stampelle. Le luci dell'ufficio del signor Brunner si spensero. Zale attese al buio per quella che mi sembrò un'eternità. Quando fu sicura che non ci fosse più nessuno, si alzò da terra con le ginocchia tremanti e le gambe indolenzite per la posizione in cui si era nascosta. Fece per uscire dall’ufficio. Poi si rese conto, grazie alla luce che entrava dalla finestra esterna, del nome appeso alla porta: “Vincent Nicoli”.

{⋆⌘⋆}

Consegnò l’esame di inglese con sicurezza e uno sguardo di sfida all’insegnante, non attese nemmeno di vedere la sua reazione, uscì dall’aula per la piccola pausa consentita prima del seguente esame.

Venne raggiunta da Grover qualche minuto dopo: «Il professore Nicoli ha qualche problema? Guardava il tuo esame con orrore…»

Lei continuò a non rispondergli e prese qualcosa di fresco da bere dalla macchinetta.

«…non vieni in mensa per la pausa pranzo?»

«Non ho fame.»

«Sono giorni che non ti vedo mangiare, Zale…»

«Non sono affari tuoi.»

«Lo sono!»

«Perché?» Si voltò a guardarlo negli occhi.

Avrebbe tanto voluto chiedergli della discussione che aveva origliato la sera prima, ma come poteva senza ammettere di essere stata lì? Di aver sentito?

«Perché… perché sei mia amica.»

«Davvero, Grover?» Le parole le uscirono più fredde di quanto avrebbe voluto: «Davvero lo siamo?»

«Certo…!»

«Allora smettila di mentirmi!»

Non c’era nessuno attorno a loro. La stanza cadde in un silenzio gelido.

Solo dopo diversi secondi, Grover rispose. Le sembrò sul punto di piangere e le fece non poca pena.

«Io… mi dispiace…»

Non negò di averle mentito o di averle nascosto la verità. Le chiese semplicemente scusa.

Zale avrebbe voluto perdonarlo… anzi, forse dentro di sé lo aveva già perdonato. Voleva solo…

«Voglio solo sapere la verità…»

Non disse nulla. Finì di bere e tornò in aula.

Dopo tre ore di esame di Latino, consegnò il foglio al professor Brunner. Non era sicura di aver scritto bene i nomi, e probabilmente un paio li aveva confusi, forse più di un paio… ma era positiva riguardo il contenuto generale e le domande a risposta multipla.

«Zale…»

Prima che uscisse, lui la fermò.

Sperò non avesse scoperto che aveva origliato la conversazione con Grover, la sera prima.

Per fortuna, non le parlò di questo.

«Zale, riguardo al fatto che lascerai la Yance… non scoraggiarti. È… la cosa migliore…»

Avvertì una fitta al petto. Fu un colpo al cuore più doloroso dell’artigliata di qualunque Benevola o cosa fosse quella creatura. Strinse i pugni e cercò di ricacciare indietro le lacrime.

In quel momento dava le spalle al resto della classe ma sentì gli ultimi rimasti per completare l’esame sghignazzare dietro di lei, tra cui Nancy Bobofit. Evitò di voltarsi ma le guance le si colorarono di rosso.

«Va bene, signore…»

«Insomma… questo non è il posto giusto per te. Prima o poi, sarebbe capitato comunque…»

«Giusto…» Una lacrima le sfuggì e iniziò a rigarle una guancia.

Solo allora lui parve notare di non aver usato le parole giuste: «No, no…!» Alzò le mani. «Oh, maledizione…! Quello che sto cercando di dire è che… tu… non sei normale, Zale… non è niente di cui…»

«Grazie per averlo sottolineato, non lo avevo affatto capito…» Fu chiaramente sarcastica.

«No, Zale…»

«Grazie per aver avuto fiducia in me, professore. Mi ha fatto piacere… per quel poco che è durato.» Ignorò il richiamo di Brunner e corse fuori dall’aula, verso la sua camera.

Il borsone era pronto sul letto. Infilò dentro le ultime cose. Lasciò i libri, gli appunti e tutti i quaderni su cui aveva studiato per ore quella notte e anche la statuetta regalatale da Brunner. Che la buttassero o se la riprendesse, non le importava. Controllò di aver preso tutto il resto e si gettò sul letto, senza nemmeno indossare il pigiama. Non le importava se la sua compagna di stanza sarebbe tornata e l’avrebbe vista piangere. Si addormentò tra le lacrime.

L’ultimo giorno del semestre, non appena alzata, si limitò a sciacquarsi il viso, recuperò il borsone e uscì.

Superò il cortile pieno di ragazzi che raccontavano gli uni agli altri i loro programmi per l’estate: chi sarebbe andato in crociera ai Caraibi, chi in Italia, altri avrebbero organizzato due settimane nella villa di campagna della propria famiglia, con tanto di sauna e piscina… erano tutti ragazzi problematici, come lei, ma ricchi, figli di dirigenti, magnati e gente che appariva ogni giorno sui giornali.

«Hei, Jackson!» La sua compagna di stanza la adocchiò e le lanciò un’occhiata divertita. «Magari tua madre ti lascerà venire con noi alla SPA, prossima settimana? Potrebbe essere l’ultima occasione di vederci, visto che non tornerai l’anno prossimo…»

«No, grazie.» Le rispose con un’occhiata fredda. «Ho ben altro da fare che rotolarmi nel fango con i maiali.»

Non si godette le facce di quelle oche colorarsi di rosso, superò il cancello, e lasciò la Yancy per sempre.

Si sentì in colpa per non aver nemmeno salutato Grover ma durò poco perché lui la raggiunse alla fermata dell’autobus per Manhattan. Lo vide solo quando le si sedette accanto ma non le sembrò arrabbiato o offeso, solo… spaventato. Lo era sempre quando lasciavano la Yancy, durante le uscite scolastiche. Zale aveva sempre pensato fosse colpa dei bulli… ma in quel momento non ce n’erano sull’autobus.

Il mezzo pubblico partì di lì a poco ma Grover non si calmò, continuò a guardare con sospetto chiunque salisse ad ogni fermata.

Dopo un po’, Zale non ne poté più: «Cerchi le Benevole?» Gli sussurrò.

Grover parve sbiancare di colpo e si voltò a guardarla: «Cosa…?»

«Le Benevole. Come la Dodds.» Non lo guardò negli occhi, continuò ad osservare fuori dal finestrino. Attese che l’amico collegasse i puntini nella sua testa, con quei lenti ingranaggi che si ritrovava lì dentro.

Ci mise un po’ ad arrivarci.

«Hai sentito…»

«Mh-hm.»

«Quanto, esattamente…?»

«Oh, non molto. Abbastanza da capire che tu e Brunner mi avete presa in giro per mesi. E che è accaduto qualcosa al solstizio d’inverno che vi spaventa e che accadrà qualcosa anche per il solstizio d’estate.»

«Zale, non ti abbiamo presa in giro, mi devi credere. Siamo solo preoccupati…»

«Perché?»

«Io… non posso dirtelo.»

«Figurarsi.» Per un momento, aveva creduto Grover si sarebbe sicuramente confidato, finalmente. Prima di separarsi da lei per sempre…

«Senti…» Dal taschino della camicia, lui tirò fuori un biglietto da visita tutto stropicciato. «Prendi questo, okay? Casomai avessi bisogno di me durante l'estate.»

Il biglietto era scritto in una calligrafia piena di ghirigori, una tortura per la dislessia di Zale, ma alla fine riuscì a leggere: Grover Underwood, Custode Collina Mezzosangue Long Island, New York (800) 009- 0009.

«Cos’è la Colli…?»

«Piano!» Sibilò lui. «Si tratta… del mio indirizzo estivo, mettiamola così…»

A Zale parve solo l’ennesimo tradimento di quell’anno scolastico. Per molto tempo aveva creduto Grover fosse come lei, un ragazzino sfigato, senza una famiglia solida alle spalle…

«È come gli altri… il figlio di una famiglia di ricconi, con una casa per le vacanze… magari una villa.»

«Insomma, casomai volessi venire a trovarti nella tua villa…?»

Lui non negò: «O nel caso avessi bisogno di me.»

«Perché dovrei aver bisogno di te?»

«Zale, tu non capisci…»

«Come posso capire se non mi parli?!»

«Non posso! Non è che non voglia, non posso! Io…» Lui le rivolse uno sguardo disperato. «Io devo proteggerti…»

«Proteggermi?»

Per tutto l’anno, era stata lei a difenderlo dai bulli, da Nancy Bobofit, ed erano anche stati presi in giro per questo. Ed ora Grover se ne usciva con la storia di doverla difendere? Da cosa?

Si ricordò quando la Dodds l’aveva riportata all’interno del museo, Grover aveva provato a prendere il suo posto… e poi forse era stato lui ad avvertire Brunner?

«Perché la Dodds voleva farmi del male, Grover?» Gli chiese all’improvviso.

Lui le fece cenno di abbassare la voce e lei obbedì, ma continuò: «Dice che sto causando loro dei problemi… mi ha detto di confessare… credono io abbia fatto qualcosa di male?»

«Non sta a me parlartene, Zale…»

«Perché Brunner non vuole che tu lo faccia…»

In quel momento, si sentì uno schianto. Dal cruscotto uscì una fumata nera e l'autobus si riempì di un tanfo di uova marce che a Zale ricordò quello della professoressa Dodds quando si ridusse in cenere.

L'autista imprecò e procedette a singhiozzo finché non riuscì ad accostare su un lato della strada. Dopo pochi minuti in cui armeggiò sotto il sole cocente con il cofano, annunciò a tutti che avremmo dovuto scendere lì.

«Perfetto, ci mancava solo questa…» Zale seguì Grover fuori dal mezzo di trasporto.

Si ritrovarono su un tratto di strada di campagna, avrebbe dovuto esserci passata mille v andando e venendo da casa ma fu la prima volta in cui lo notò davvero. Sul loro lato c'erano soltanto aceri e rifiuti lanciati dalle auto di passaggio, un orrore. Dall'altra parte, oltre le quattro corsie di asfalto percorse da auto, camion, bus e taxi, c'era una bancarella che vendeva frutta. Sotto il sole cocente dell’estate, quei frutti freschi facevano sicuramente gola: casse di ciliegie, mele, noci e albicocche, bottiglie di sidro immerse nel ghiaccio.... Non c'erano clienti, solo tre vecchiette su delle sedie a dondolo, all'ombra di un acero, intente a tessere.

Zale guardò bene, curiosa. Si trattava di un maglione, un grande maglione dalle varie sfumature di blu e verde. I colori erano così accesi da poterli vedere a distanza.

Una di loro teneva i gomitoli, passava il filo alla seconda che era intenta a muovere velocemente i ferri, la terza non si mosse in un primo momento.

Tutte e tre avevano un aspetto decrepito, i volti pallidi e raggrinziti come bucce appassite, i capelli d'argento trattenuti da fazzolettoni bianchi, le braccia ossute che spuntavano da vestiti di cotone scoloriti. Ma la cosa più strana era che sembravano guardare… lei?

Sentì Grover prenderla per mano: «Non guardarle…» Sussurrò.

Tremava. Le parve terrorizzato.

«Ti prego, dimmi che non ti stanno guardando…»

«Beh, sì… strano, quel maglione è grande persino per un ragazzo, figurarsi per me. Ma i colori sono belli…»

«Torniamo sull’autobus. Ora.»

«Ma saranno cento gradi, là dentro…»

«Ora!»

Ma lei esitò. La terza vecchia si mosse. Recuperò dal cesto dei gomitoli un grosso paio di forbici, enormi e dall’aria molto vecchia, d’argento. Tagliò il filo… e Zale avrebbe giurato di sentire la sforbiciata da quattro corsie di distanza.

In quel momento, dietro l'autobus, l'autista strappò un grosso pezzo di metallo fumante dal cofano. L'autobus sussultò e il motore tornò in vita. I passeggeri esultarono.

«Era ora, maledizione!» L’uomo colpì il veicolo con il cappello. «Tutti a bordo!» Gridò, come un vecchio macchinista di una locomotiva a vapore.

Per il resto del viaggio, Zale non si sentì affatto bene, le sembrò di essersi beccata l’influenza da un momento all’altro e Grover non stava certo meglio, aveva i brividi e batteva i denti.

«Grover?»

«Sì?»

«Stai bene?»

Lui si asciugò la fronte con la manica della camicia. «Zale, che cos'hai visto in quella bancarella della frutta?»

«Tre vecchiette che sferruzzavano un grande maglione blu e verde, poi una di loro ha tagliato il filo con la forbice…»

«L’hai vista tagliare il filo.» Non fu una domanda.

«Perché? Sono come la Dodds?»

Lui scosse la testa: «Sono forse peggio…»

Chiuse gli occhi e fece un gesto con le dita, portandole ad artiglio sul cuore, poi dando una spinta con la mano verso qualcosa che non c’era, forse per cacciare via un cattivo auspicio?

Zale non disse più nulla, all’improvviso fu scossa dai brividi di freddo.

Grover passò il resto del viaggio a borbottare: «Non può accadere a me, non di nuovo. Prima media… perché non superano mai la prima media…?»

«Grover.» Ad un certo punto Zale lo afferrò per il braccio: «Cosa significava quel taglio?»

Lui, invece di risponderle, piantò gli occhi nei suoi: «Promettimi che mi permetterai di accompagnarti a casa. Promettimelo.»

Zale si limitò ad annuire, notando che per lui fosse così importante.

«Grover… dimmi… è così grave che mi abbiano guardato? È una sorta di maledizione?»

Di nuovo, lui non rispose, ma ciò le bastò come conferma.

Note di capitolo

A parte l'incontro con le Parche e alcuni dettagli (dialogo con Brunner dopo l'esame, l'origliare il dialogo tra lui e Grover), è quasi tutto scritto da zero.

Nicoli è l'insegnante a cui Percy, nel libro, risponde male, finendo espulso. Ho voluto crearci una scena e fare in modo che Zale facesse qualcosa che meritasse di più l'espulsione, e anche più coerente con l'istinto da mezzosangue. Ho cercato di creare anche un motivo per cui non l'abbiano cacciata subito (nel libro secondo me non ha molto senso).

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