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«Non vedo l’ora quest’inferno finisca…» Zale si tolse dai capelli un pezzo di panino unto di ketchup. «Ecco, buona fortuna a togliere dai capelli tutto questo disastro, Zale!»
Con i ricci ribelli che si trovava in testa, ci sarebbe voluto un miracolo.
Si costrinse a mantenere la calma, nonostante ogni fibra del suo corpo desiderasse alzarsi, avvicinarsi al sedile di Nancy Bobofit e strapparle di mano il suo panino con salsiccia, patatine, ketchup e maionese e spalmarlo interamente tra quegli orribili capelli rossi. Tanto, il ketchup su di quelli non si sarebbe mai notato…
Per un po’, concentrarsi su quell’immagine la aiutò a mantenere la calma. Prese due grossi respiri, come le aveva insegnato sua madre e le ripeteva sempre lo psicologo scolastico, e provò a contare fino a dieci. Non avrebbe permesso a quella bulletta da strapazzo di rovinarle la gita al Metropolitan Museum of Art.
Poi, un colpo più forte degli altri. Stavolta non un pezzo di panino. Lasciò l’unto le scivolasse lungo i ricci e sulla spalla per poi finire tra il suo sedile e quello di Grover, il suo migliore amico. Senza sbraitare, senza gridare, con una calma quasi più pericolosa di una qualunque sfuriata, si alzò.
Fu l’amico ad afferrarla per il braccio: «Non puoi!»
«Io la ammazzo, Grover…»
«Puoi almeno aspettare la fine dell’anno? Ti ricordo che sei in libertà vigilata.»
Facile, a dirsi. Mancavano ancora diverse settimane. Zale si sedette comunque con uno sbuffo, gettando il pezzo di salsiccia a terra e lasciando che, durante il viaggio, scivolasse sotto i sedili fino ad arrivare sotto quello della professoressa Dodds, l’insegnante che più odiava in tutta la Yancy Academy.
Per cercare di tenersi su di morale, pensò a cosa la aspettasse al Metropolitan Museum ofArt.
Quel giorno, a guidare la loro classe era il professore di latino, Brunner, un uomo in sedia a rotelle molto gentile e simpatico. Era l’unico che in tutto l’anno, da quando era arrivato per sostituire il loro vecchio insegnante, in viaggio da qualche parte nel mondo, aveva dato a Zale fiducia e una speranza di poter superare l’anno. Questo l’aveva aiutata molto, nonostante i suoi problemi di dislessia che le rendevano complicato lo studio di qualunque materia e l’iperattività che spesso la faceva agire prima di pensare.
Brunner, insegnante di storia e latino, aveva un modo tutto suo di insegnare: a volte portava in classe veri e propri cimeli e costumi romani e greci, armi, armature e altre reliquie, così da cercare di coinvolgere di più gli studenti. Difficile, in un collegio per ragazzi problematici. Infatti era per lo più preso in giro, ma da quando c’era lui i voti di Zale erano aumentati di qualche punto. Forse, per la prima volta, avrebbe superato gli esami di fine anno con dei punteggi decenti. Per questo le era stato permesso di partecipare alla gita ma sotto la stretta sorveglianza della Dodds.
Mentre scendevano dall’autobus, l’insegnante in questione la artigliò sulla spalla con le sue dita ossute e le dita lunghe e laccate di rosso nonostante la sua età avanzata.
«Ricorda, dolcezza… un solo passo falso…»
Gli insegnanti non avrebbero dovuto godere nel vedere i propri studenti combinare guai. Ma la maggior parte degli insegnanti che Zale aveva avuto (e di scuole ne aveva cambiate tante) provavano una gioia perversa nella possibilità di punirla e spesso lei aveva creduto la colpa fosse soltanto sua.
Perché era un disastro.
Zale Jackson, 12 anni, era una ragazzina problematica. Non perché volesse esserlo, era nata così. Un errore, uno sbaglio, un fagotto pieno di problemi che era cresciuto diventando un’adolescente altrettanto piena di problemi.
Da quando aveva iniziato ad imparare a leggere e scrivere, gli insegnanti, il suo pediatra e un po’ tutti quelli attorno a lei si erano resi conti che era affetta da dislessia: le parole nelle pagine, quando provava a leggere, sembravano ruotare e scambiarsi di posto. Sua madre le aveva preso un’insegnante che potesse aiutarla ma per qualche motivo l’aveva cacciata poco tempo dopo, senza dare alla figlia spiegazioni; come se la dislessia non bastasse, era anche iperattiva, con un disturbo del deficit di attenzione, e le risultava difficile stare seduta composta in classe, concentrata sulla spiegazione o sulla lettura. Questo, legato ai frequenti casi di bullismo, aveva reso la sua vita scolastica un inferno.
Aveva cambiato una scuola dopo l’altra, non riuscendo mai a rimanere per più di un anno, o a causa dei voti, o per via di risse in cui volente o nolente finiva coinvolta anche se non le iniziava, anche solo per tentare di difendere un compagno, un amico o per semplice auto difesa. La colpa andava sempre sulla ragazzina problematica, mai su i figli di papà che finanziavano “tanto generosamente” la struttura, o sugli “studenti modello” sui cui errori la dirigenza chiudeva sempre un occhio.
Quell’anno alla Yancy, tuttavia, si dimostrò in qualche modo diverso. Il professor Brunner si rivelò un insegnante fantastico, i suoi voti superiori alla sua media usuale ed riuscì a farsi anche un amico, Grover, un’altra vittima come lei. Un ragazzo mingherlino disabile che camminava con le stampelle, zoppicando, e molto timido e insicuro, una vittima facile. Era più grande di lei, doveva essere stato bocciato parecchie volte perché mostrava già un accenno di barba, ed era gentile nei suoi confronti. Nonostante lui fosse un ragazzo più grande, era sempre lei a prendere le sue difese, il che faceva sbellicare dalle risate tutta la classe.
«Ecco la fidanzatina che arriva a proteggerlo.» Sghignazzavano sempre.
Ma Grover era l’unico a sapere come impedirle di finire nei guai.
Poi c’era Nancy Bobofit, ma una volta tanto Zale aveva imparato ad ignorare il bullo di turno e aveva cercato di concentrarsi sul portare a casa un risultato diverso, ispirata dalla fiducia che Brunner provava nei suoi confronti.
Poi, era arrivata la Dodds. Insegnante di matematica. Già questo si era rivelato un problema. Zale non era discalculica, tuttavia non apprezzava nemmeno particolarmente quella materia. I suoi voti in matematica erano sempre stati i più bassi, con l’arrivo della Dodds si abbassarono ancor di più. Inoltre, sembrava quella donna ce l’avesse proprio con lei… e adorava Nancy Bobofit. Le ore di matematica divennero un inferno e Zale sentiva la propria pazienza iniziare a vacillare. Per fortuna, c’era Grover a cercare di tenerla calma.
«Abbi pazienza, Zale. Fai come dice sempre tua madre. Respira e conta fino a dieci, prima di parlare o agire.»
Così fece anche in quel momento, quando la Dodds la isolò per un momento, mentre la classe procedeva avanti dietro alla sedia a rotelle motorizzata di Brunner, per non sbottare addosso alla Dodds. Chiuse gli occhi, prese un grosso respiro. Si ricordò quando, durante una gita nella scuola precedente, erano andati a Saratoga, sul campo di battaglia dell'Indipendenza, e lei in qualche modo aveva fatto partire un cannone colpendo in pieno lo scuolabus; o l’anno prima all’acquario, lei adorava gli acquari, ma quella volta per qualche motivo tutta la classe era finita nella vasca degli squali, tutti tranne lei, e quindi a chi era stata data la colpa? Ovviamente.
«Questa volta sarà diverso. È solo un museo, cosa potrebbe andare storto?»
«Farò del mio meglio per non creare problemi.» Rispose.
Seguì quindi il resto della classe, Grover si era fermato per aspettarla e la osservò preoccupato: «Tutto bene?»
«Sì, si è solo raccomandata di non creare problemi.»
Ventotto casi clinici di prima media che si muovevano in colonna, tra un professore in sedia a rotelle e una che sembrava una motociclista di cinquant’anni uscita da qualche serie tv criminale. Il tipo alla reception del museo li guardò storto ma vece comunque il suo lavoro, consegnando loro i biglietti, bianchi e neri ma con disegnati elmi e armi romane e greche in rilievo.
«Potrei conservarlo nel mio diario.»
Tenne alto il cappuccio sulla testa per evitare di mettere in mostra i capelli sporchi di cibo.
Seguì tuttavia con interesse tutta la mostra, ascoltando la lezione di Brunner. L’anziano professore raccontò con perizia ogni dettaglio di tutto ciò che videro, a volte sembrava avesse vissuto realmente quegli eventi, dal modo in cui ne parlava, a volte con malinconia, altre volte con entusiasmo come se si stesse vantando di aver compiuto lui stesso alcune gesta. Mentre lui raccontava, a Zale sembrò di avere davanti a sé quelle scene.
«Zale?»
La voce del professore che chiamava il suo nome la fece tornare alla realtà: «Sì…?» Si fece avanti, mentre gli altri si spostavano per farla passare.
Il volto del professore non era severo, anzi, fu molto gentile mentre le poneva la domanda: «Sai riconoscere questa figura?» Si voltò a indicarle una statua rappresentante un uomo barbuto. Il pezzo d’arte era rimasto senza braccia ma la pelle di leone che era scolpita sul suo corpo non le lasciò alcuno spazio per sbagliare.
«Si tratta di Ercole.»
«Cosa ti ricordi della sua figura? In vista dell’esame, facciamo tutti un ripasso.»
Zale si schiarì la voce e cercò di ricordare tutto il possibile: «Ercole era figlio di Zeus, avuto da una relazione con la bella mortale Alcmena.» Iniziò. Non entrò nel merito di come ciò fosse avvenuto, non le sembrò necessario mettersi a spettegolare sui vizi dell’antica divinità di accoppiarsi con donne mortali fingendosi loro marito o trasformandosi in animali. «Era, la moglie di Zeus, gelosa della bellezza e della forza del figlio del marito, causò in lui un raptus di follia durante il quale lui uccise la moglie Megara e i figli. Per espiare tale colpa, fu costretto a compiere dodici fatiche, sempre ostacolato da Era. In particolare qui indossa la pelle del leone di Nemea, considerata la prima fatica.»
«E cosa ti ricordi di questa prima sfida che Ercole dovette affrontare?»
Brunner era sempre così. Spingeva fino al limite le sue conoscenze sulla propria materia, come se si aspettasse che lei fosse a tutti i costi più brava degli altri.
Dovette sforzarsi di ricordare: «Il leone era invulnerabile a qualunque arma, dovette ucciderlo usando la pura forza fisica. Dalla creatura morta ricavò un mantello che lo proteggeva da qualunque arma.»
Brunner annuì: «Quali altri semidei ricordi?»
«Beh… c’era Perseo, sempre figlio di Zeus, noto per aver sconfitto Medusa e aver salvato Andromeda. O anche Teseo, figlio di Poseidone, che uccise il Minotauro e partecipò anche alla spedizione degli Argonauti.»
Brunner le lanciò un cenno d’assenso e proseguì a far loro da visita turistica. Non si sciolse in complimenti ma Zale pensò di essere comunque andata bene… passarono davanti ad altre statue di eroi e divinità, tutti dai corpi praticamente perfetti e dagli sguardi solenni ma attorno a lei i suoi compagni non fecero altro che sghignazzare tutto il tempo facendo battute sui corpi nudi.
«Preferirei affrontare mille volte le dodici fatiche di Ercole che sopportare un’altra ora questi pagliacci…»
Cambiarono stanza. Il professor Brunner si fermò davanti alla stele funeraria di una qualche fanciulla, mentre parlava Zale provò ad ascoltare ma era finita proprio accanto a Nancy Bobofit che fece un altro commento su un tizio nudo sulla stele e lei non riuscì a trattenersi stavolta.
«Vuoi chiudere quella boccaccia?»
La sua voce rimbombò nella sala praticamente vuota e tutti si voltarono verso di lei. Zale divenne rossa come i vasi di terracotta esposti.
«Mi scusi, professore…»
«Desiderosa di essere interrogata di nuovo, Zale?»
Alla domanda, Nancy e le sue amichette ridacchiarono. Ma lei non glie l’avrebbe data vinta.
«Volentieri.» Fece un altro passo avanti, le mani intrecciate davanti al corpo, in attesa della domanda.
«Molto bene. Riconosci quella figura?» Allungando il braccio, con una penna Brunner indicò un’incisione sulla stele, una figura raccapricciante intenta a divorare uomini e donne.
«Crono, giusto? Crono che divora i suoi figli.»
«Sì.» Ma Brunner non fu soddisfatto. «Ricordi perché?»
«Beh, a Crono era stato predetto che uno dei suoi figli lo avrebbe spodestato…»
«Ti ricordi come gli venne data questa profezia?»
Zale corrucciò la fronte, avrebbe voluto sbottare. Era già nervosa per l’essere sotto la sorveglianza della Dodds e Nancy l’aveva davvero fatta innervosire, ora anche Brunner sembrava voler mettere alla dura prova la sua pazienza. Si costrinse a nascondere l’irritazione: «Lui stesso aveva spodestato il padre Urano e la madre Gea e loro gli avevano predetto che sarebbe stato vittima dello stesso destino. Ma lui era il Dio sovrano e…»
«Dio?»
«Titano.» Si corresse subito lei. «Mi scusi. Era un Titano. Non volendo perdere il potere, Crono iniziò a divorare i propri figli dopo la loro nascita, ma la moglie…» Ci mise qualche istante a ricordarne il nome: «…Rea, giusto? Nascose l’ultimo, il piccolo Zeus, e fece ingoiare al marito una pietra. Quindi Zeus crebbe forte, tornò e con l’inganno costrinse Crono a vomitare i fratelli.»
«Bleah!»
Zale cercò di non farsi distrarre dal verso di Nancy: «Tutti insieme, poi, sconfissero il madre della guerra tra Dèi e Titani, la Titanomachia, gli dèi ovviamente vinsero e i Titani vennero cacciati nel Tartaro.»
«Come se queste cose potessero essere utili nella vita vera…» Stavolta fu la voce di Nancy a risuonare nella sala.
«E come mai, Zale, parafrasando la domanda della signorina Bobofit, queste conoscenze potrebbero esserci utili nella vita vera?»
La voce di Grover bisbigliò: «Beccata…»
«Chiudi la bocca, tu!»
Zale accennò un sorriso divertito, alzò lo sguardo sulla lastra, e provò a riflettere: «…ci insegna che la storia si ripete sempre? Che il tempo passa per tutti e un giorno anche coloro che oggi sono giovani dovranno lasciare spazio alle nuove generazioni?» Le sembrò la risposta più coerente.
«Anche, ma non solo questo.» Brunner giocherellò con la sua penna a sfera, scrutandola con i suoi profondi occhi marroni.
«Beh, a Zeus venne fatta la stessa profezia, giusto? Per questo ingoiò Meti dopo averla trasformata in una goccia d’acqua. Così nacque Atena.»
«Sì, esatto. Ma dimmi, Zale, se tu ti ritrovassi in uno scenario simile, e potessi, per dire, scegliere se spodestare tuo padre o meno…»
Padre. Alla sola parola, Zale strinse le mani a pugno fino a farsi sbiancare le nocche delle mani. Non permise a Brunner di completare la domanda: «Io non ho un padre.» Sbottò, forse in maniera troppo brusca. Sentì gli occhi divenirle lucidi e senza scusarsi, senza più ascoltare, uscì dal museo.
Stava finendo di pulirsi i capelli con fazzolettini e l’acqua della fontana esterna della struttura quando avvertì l’usuale suono delle stampelle di Grover. Non dovette voltarsi per capire che era lui. L’amico poggiò i pezzi di plastica sulla fontana e iniziò ad aiutarla: «Non ci saranno conseguenze. Brunner ha detto che non riporterà ciò che è accaduto al preside. È dispiaciuto di essere stato indelicato…»
«E la Dodds?»
«Non ha detto nulla.»
Ma dal suo tono di voce capì che Grover stava tacendo qualcosa. Non indagò a fondo, l’importante era non rischiare l’espulsione. Sospirò.
«Perché non posso mai godere di una gita in santa pace? Aspettavo questo giorno da tanto…»
«Lo so, mi dispiace…»
«Per cosa? Non è colpa tua.»
Grover non le rispose e finì di aiutarla: «Ecco fatto. Niente più ketchup o molliche di pane.»
«Ti ringrazio…» Con un fazzoletto asciutto cercò di asciugarsi al meglio i capelli bagnati.
Vennero raggiunti di lì a poco dal resto della classe.
Zale cercò di non guardare Brunner ma fu lui ad avvicinarsi: «Mi dispiace molto per prima, Zale… sono stato indelicato.»
«Mi scusi lei per averle risposto a quel modo…» Fu una scusa sincera, le era dispiaciuto davvero molto, adorava Brunner. «È solo che… non mi piace trattare l’argomento…»
«Certo, immagino, deve essere difficile… hai solo dodici anni, dopotutto…» Sospirò lui, tristemente. «Ti ho fatto un regalo.» Le porse un pacchetto.
«Non doveva…»
«Volevo farmi perdonare.»
La scatola portava il logo del museo, doveva venire dal negozio di Souvenir. Era una piccola riproduzione della statua di Teseo che combatteva il minotauro.
«La ringrazio, professore.»
Lui le sorrise: «Continua così e supererai il mio esame. Ma ricorda, Zale… queste lezioni ti saranno molto più utili nella vita vera che in quella scolastica, perciò cerca di imparare più che puoi e poniti più domande come quella che ha fatto la signorina Bobofit.»
«Lo farò.» Non capiva ma aveva fiducia in lui.
Presero tutti posizione per la pausa pranzo, Zale e Grover si sedettero sul bordo della fontana mentre lei tirava fuori dallo zaino due panini.
Brunner si allontanò. Dalla sua sedia a rotelle motorizzata usciva un ombrellino che poteva o coprirlo dal sole o proteggerlo dalla pioggia, così che sembrasse fosse seduto al tavolino di un bar, a mangiare o a leggere o a fare cruciverba.
Il cielo iniziò ad incupirsi, grossi nuvoloni promettevano tempesta. Era da Natale circa che il tempo sembrava del tutto impazzito: tempeste di neve, inondazioni, incendi causati da temporali e persino terremoti. Allerte meteo creavano problemi in tutti gli Stati Uniti, secondo alcuni era colpa del riscaldamento globale, secondo i più superstizioni era in arrivo la fine del mondo…
In quel momento, tuttavia, Zale non vi diede troppo peso. Lanciò due pezzetti di panino ad alcuni piccioni, si godette il suo pranzo e chiacchierò con Grover del più e del meno. Si voltò ad osservare i taxi che partivano e si fermavano poco lontano da lì.
«Casa di mamma non è lontana…» Avrebbe potuto prendere un taxi, raggiungerla. Voleva sentire le sue braccia avvolgerla, il suo profumo di buono e dei dolciumi del negozio in cui lavorava, il suo calore… i capelli castani che lei aveva ereditato, solo quelli, perché a detta di sua madre, lei somigliava tanto a suo padre. Ma ogni volta Zale la fermava. Non voleva saperne nulla di lui, non le piaceva il modo in cui gli occhi di sua madre si rattristavano quando ne parlava.
Nancy Bobofit si piazzò davanti a lei, interrompendo quei pensieri, osservandola con i denti storti e quel suo ghigno malefico.
«Serve qualcosa, Nancy?» Cercò di mantenere la calma.
«Cosa ti ha regalato Brunner?»
«Non sono affari tuoi.»
Ma Nancy le trappò lo zaino di mano. Era molto più grossa e forte di lei, non ci fu partita, iniziò a frugare dentro e tirò fuori la scatolina del negozio di souvenir.
«Ridammela!» L’istinto prese il sopravvento. Zale si alzò in piedi e allungò il braccio per recuperarla ma Nanzy sollevò il proprio troppo in alto.
«Prima voglio sapere che cos’è.»
«Rischi di romperla!»
«Conta fino a dieci, Zale. Non farti prendere dal panico.»
Bobofit ridacchiò, divertita: «E anche se fosse?»
«Si tratta di un regalo!»
«Oh, la cocca di Brunner non vuole che il suo regalino si rompa?»
«Uno…»
«Se non fosse totalmente paralizzato dalla vita in giù direi che c’è un altro motivo per cui ti dedica tante attenzioni…»
«Due…»
«Sempre che sia davvero paralizzato dalla vita in giù… forse tu puoi confermarmelo?»
«Tre…»
Al tre, la sua mente si annebbiò, l’udito divenne ovattato, sentì una strana sensazione, come quando andava al mare e si immergeva: il suono delle onde che copriva tutto il resto, le voci lontane, indistinguibili… e poi… un grido.
Quando tornò in sé, Nancy Bobofit era finita nella fontana, dietro di lei. Come…?
Si voltò.
La rossa uscì dall’acqua, tossendo: «Zale Jackson mi ha spinta!»
«Non è vero!»
Troppo tardi. Fu come se la Dodds fosse apparsa all’improvviso dietro di me.
Alcuni dei ragazzi bisbigliarono:
«Avete visto...?»
«... l'acqua...»
«... è stato come se l'afferrasse...»
Ma Zale non li stava ascoltando, i suoi occhi colmi di terrore erano fissi sulla Dodds, che la stava osservando con i propri, terribili, neri, vittoriosi.
«Ora, dolcezza…»
«Sì, lo so…» Sospirò lei. «…un mese a cancellare libri di esercizi…»
«Vieni con me.» Disse invece lei.
«Non, aspetti!» Grover si fece avanti.
Fu la prima volta in cui Zale lo vide prendere le sue difese, per di più con la Dodds, dalla quale lui era terrorizzato!
«Metta in punizione me, l’ho spinta io, Zale non ha fatto nulla…!»
Ma l’insegnante lo fulminò con lo sguardo: «Non credo proprio, Underwood. Dolcezza, adesso!»
Zale non se lo fece ripetere due volte ma lanciò uno sguardo di gratitudine a Grover.
Seguì la professoressa di nuovo all’interno del museo. In un primo momento, pensò che volesse portarla al negozio di souvenir per prendere una maglietta per Nancy, perché potesse cambiarsi, o qualcosa del genere. Invece, si ritrovarono di nuovo nella sezione greca e romana del museo. Da sole. Davanti ad un fregio di marmo sulle divinità greche.
La Dodds le dava le spalle, con quel suo giubbotto di pelle nero, le mani in tasca, gli occhi fissi sul monumento come se volessero ridurlo in cenere. Emise un ringhio, quasi innaturale, un verso che Zale non pensava l’insegnante potesse emettere. Era comunque una donna di cinquant’anni.
«Ci stai creando dei problemi, dolcezza…»
«Io… mi dispiace, non volevo. Non so come sia successo. Ho perso il controllo…»
A dire il vero non capiva cosa fosse accaduto, non era nemmeno rivolta verso la fontana e Nancy era molto più grossa e pesante di lei, non avrebbe mai potuto lanciarla a quella distanza.
«Pensavi davvero di cavartela così…?»
Zale si morse il labbro: «Mi dispiace, non so cos’altro dire… mi scuserò con Nancy, le comprerò una maglietta nuova e…»
«Ci prendi forse per stupidi, Zane Jackson?» La Dodds abbassò i polsini della propria giacca di pelle: «Era solo questione di tempo perché ti scovassimo. Confessa, e soffrirai di meno.»
«Soffrire di meno…?» Era un’insegnante, non poteva certo farle del male… giusto? Non per un litigio tra studenti…
«Ebbene?»
«Professoressa, io non…»
«Tempo scaduto.»
Con orrore, Zale osservò gli occhi della sua insegnante di matematica divenire rossi come braci, no… erano davvero delle braci che emettevano fuoco! Le sue dita si allungarono in artigli. Il giubbotto si fuse in grandi e ruvide ali di pelle. Si alzò in volo.
Per lo shock, cadde a terra, provò a strisciare via mentre il mostro si alzava in volo, le unghie laccate di rosso ora artigli, i marci denti gialli zanne. Stava caricando, come un rapace che si preparava a cadere sulla propria preda.
«Zale!»
Si voltò. Il signor Brunner, fino a poco prima davanti al museo, era sull’entrata della sala. Le lanciò qualcosa ma era troppo terrorizzata per prenderla al volo, cadde qualche metro più in là. La Dodds calò in picchiata, d’istinto la evitò rotolando, gli artigli della donna colpirono per terra e uno si staccò causandole un grido di dolore. Rotolando, Zale di avvicinò alla penna a sfera, la afferrò con la mano… e questa si allungò formando una lama di bronzo a lei familiare.
«La stessa che Brunner usa al “giorno del torneo”.» Quando insegnava loro come funzionavano i combattimenti greci e romani… Si voltò, sentendo di nuovo la Dodds addosso, la mano si mosse da sola, fendendo l’aria con la lama, che colpì di nettò la Dodds al fianco e… la tagliò in due.
Il mostro che era stata la Dodds, scomparve in una nube di polvere che puzzava di zolfo.
Con ancora le ginocchia tremanti, Zale si alzò in piedi. Era sola. Aveva una penna a sfera in mano, nessuna spada. Non c’era nemmeno il signor Brunner. Si guardò attorno.
«Qualcuno deve aver messo qualcosa di nascosto nel mio pranzo… forse delle pastiglie?»
Ma a terra, davanti alla lastra, scintillava un artiglio rosso.
Uscì dal museo, in una mano la penna a sfera, nell’altra l’artiglio. Aveva iniziato a piovere, Brunner era tranquillo sotto il proprio ombrello, come se non si fosse mai mosso da lì, Grover era ancora seduto sul bordo della fontana, un giornale a coprirgli la testa, lo zaino di lei sotto braccio e la scatoletta con il souvenir in mano, asciutta. Beh, almeno fino a quel momento…
Nancy Bobofit, ancora fradicia, si stava lamentando con i suoi amici. Quando la vide, si voltò verso di lei: «Spero che la Kerr te le abbia suonate.»
Chi era la Kerr? Zale la guardò confusa: «Chi, scusa?»
«L’insegnante di matematica, idiota.»
Senza stare lì a subire i suoi insulti, Zale andò da Grover che le porse la scatolina.
«Ti senti bene?»
Non gli rispose subito, infilò la scatola nello zaino: «Dov’è la Dodds, Grover?»
«Chi?» Ma aveva esitato… lui aveva esitato.
«Cos’è, una specie di scherzo? Non è divertente.»
«Non so di cosa tu stia parlando, Zale.»
Furiosa, mise lo zaino in spalla e si avvicinò a Brunner.
«Oh, la mia penna! Non la trovavo più, temevo di averla persa, grazie Zale.»
Davvero non ricordava nulla…? O la stava prendendo in giro anche lui?
«Professore. Dov’è la Dodds?»
«Chi?»
«L’altra accompagnatrice, l’insegnante di matematica, la professoressa Dodds.»
Lui la osservò. Sembrò sinceramente confuso e preoccupato: «Zale, non c'è nessuna signora Dodds in questa gita. A quanto mi risulta, non c'è mai stata nessuna signora Dodds alla Yancy Academy. Sicura di sentirti bene?»