Vai al contenuto principale

← When Universes Collide

Creato il 08/05/2026, 15:44 · Aggiornato il 08/05/2026, 15:48

Capitolo 8: Ultron - Parte 1

@saymanSayman
GeneraleIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Universo sconosciuto

Clark Kent era sempre stato l'unico supereroe noto, almeno per molti anni, fino a quando, da un altro universo, non arrivò il suo amico Steel e i suoi figli acquisirono i suoi poteri. Era bello non essere più l'unico eroe, non essere più l'unico su cui il mondo poteva contare, soprattutto dopo gli ultimi eventi in cui era morto e resuscitato con un cuore umano nel petto: il cuore di uno dei suoi più grandi amici, alleati e padre della sua amata: Sam Lane.

La morte di Sam lo aveva distrutto. Nonostante non andassero sempre d'accordo, probabilmente era stato il suo primo vero alleato nella lotta contro il crimine, l'unico agente governativo ad aver accettato Superman e ad essergli stato accanto, anche se a volte risultava un po' troppo pretenzioso e pretendeva troppo da lui.

Per questo, per il kryptoniano, trovarsi davanti un altro supereroe era strano... non impossibile, ma comunque insolito. Non si stupiva di essere stato trovato: dopo aver rivelato la sua identità al mondo, tutti sapevano dove abitava. Ma trovarsi davanti un altro eroe... quello sì, era inaspettato. Aveva detto di chiamarsi Flash, giusto? Non ne aveva mai sentito parlare. Quindi, date le sue recenti avventure col multiverso, concluse che probabilmente anche quell'eroe in rosso provenisse da un'altra realtà.

Dopo essersi scostato un po', lo invitò con un gesto e un sorriso rassicurante a entrare in casa. Dopotutto, gli sembrava una brava persona e lui era pur sempre Superman: non esattamente una persona facile da sorprendere o attaccare a casa sua.

<< Grazie per l'invito, ma non abbiamo tempo: tua cugina è in pericolo >> disse Barry, rifiutando cortesemente l'offerta. Non c'era davvero un secondo da perdere. Ogni istante in più che Kara passava con il non morto era un passo in più verso la sua possibile disfatta.

<< Mia... cugina? >> chiese Clark, confuso. Da quando aveva una cugina? Era già stato abbastanza scioccante scoprire di avere un fratellastro malvagio... e ora anche una cugina? Certo, magari c'entrava il multiverso, ma la cosa era comunque destabilizzante.

<< Giusto, scusa >> si corresse Barry, passandosi una mano tra i capelli, un gesto che faceva sempre quando era preoccupato o ansioso. << Nel mio universo hai una cugina. Si chiama Kara Zor-El, Danvers sulla Terra. È Supergirl. In questo momento tu... non so come dirtelo, ma sei morto. O posseduto. Lei sta combattendo contro di te, ma non riuscirà a resistere a lungo >>.

L'alieno non fu particolarmente stupito di sentire che era morto: lo aveva già vissuto sulla propria pelle pochi mesi prima. Era un'esperienza orribile, ma sapeva che fosse possibile. Ciò che lo colpì di più fu scoprire di avere una cugina, anche se in un universo parallelo. E, anche se non sapeva bene il perché — forse perché era una parente, o forse semplicemente perché era Superman — sentì dentro di sé il bisogno di aiutarla.

Con un gesto così veloce che a chiunque, eccetto Barry, sarebbe sembrato una sparizione e una ricomparsa, Clark ricomparve come Superman. Guardò l'altro eroe negli occhi e disse, con determinazione:

<< Andiamo >>.

Terra-13

I due eroi uscirono dal portale blu rispettivamente correndo e volando. Subito dopo essersi guardato intorno e aver localizzato lo scontro grazie al super udito, Superman si lanciò verso l'alto e, in pochi secondi, raggiunse la Luna.

Lo spettacolo che si trovò davanti era devastante: una sua versione zombificata stava massacrando una povera ragazza bionda. Aveva il volto tumefatto e coperto di sangue e indossava un costume simile al suo, leggermente più chiaro e con una gonnella da cheerleader, dettaglio che non gli piaceva molto. Nonostante tutto, la ragazza stava ancora tentando di respingere gli attacchi con le ultime forze rimaste, ma era evidente che stava cedendo.

Superman si frappose tra i due con un balzo fulmineo, bloccando con facilità il pugno del suo riflesso corrotto. Quella visione lo scosse profondamente: non era solo uno scontro con un doppione malvagio, ma un confronto diretto con ciò che lui stesso era diventato. Quella creatura gli ricordava con inquietante chiarezza che, nonostante fosse tornato in vita, nel profondo si sentiva ancora un morto che cammina. Il fatto che quel mostro assomigliasse alla sua versione bizzarra, che aveva incontrato tempo fa, era la ciligina sulla torta dell'inquietudine.

Scacciando quei pensieri, rivolse un sorriso rassicurante alla ragazza, che lo osservava confusa e stordita, tanto che svenne per la fatica.

Tornando a fissare il suo sosia, Clark lo allontanò con una potente spinta del braccio che già teneva il pugno nemico e lo colpì con una raffica di colpi che lo destabilizzarono. Quando i loro raggi ottici si incrociarono, la zona buia della Luna si illuminò di rosso e verde, mentre i loro pugni facevano tremare l'intero satellite. I colpi erano talmente potenti da essere uditi anche dalla Terra.

Nonostante un iniziale equilibrio, dovuto soprattutto al fatto che il Superman parallelo, come suo solito, si stava trattenendo, lo scontro cambiò direzione nel momento in cui smise di farlo. Con un pugno ben assestato al volto, fece vibrare l'intera zona colpita e scaraventò il nemico a terra, generando un'esplosione di polvere che rivelò ben presto un enorme cratere.

Quando lo zombie tornò all'attacco con un'onda d'urto che allargò ulteriormente la conca lunare, Clark lo schivò con facilità, lo bloccò e cercò di immobilizzarlo, stringendolo nel tentativo di sopraffarlo. Sperava ancora, forse ingenuamente, che fosse solo posseduto e non realmente morto. Non voleva ucciderlo, se esisteva anche solo una minima possibilità di salvarlo.

Lo zombie, dopo aver urlato a vuoto — invano, poiché si trovavano nello spazio — cominciò a colpirlo con testate nel tentativo di liberarsi, ma senza successo. Il Superman parallelo restava saldo, immobile. Neppure i raggi ottici riuscirono a scalfirlo: gli bruciarono solo leggermente la guancia destra, sporcandola di nero.

Fu in quel momento che Clark ebbe un'intuizione. Forse era solo una sua impressione... o forse era davvero un eroe più esperto, più allenato del suo avversario, ma gli sembrava... più debole. No, non debole: semplicemente meno forte di lui. Certo, era potente, ma non quanto gli altri esseri della sua specie che aveva affrontato in passato. Come mai? Non ebbe il tempo di rifletterci, perché lo zombie, sorridendo improvvisamente, emanò un'energia verde che lo scaraventò via, causandogli diversi dolori.

Sentì la parte colpita bruciare. Intensamente.
"Così la prossima volta imparo a stare zitto..." pensò, mentre osservava con ansia lo zombie, che ora brillava di una luce verde scuro, sinistra e ultraterrena.

Poi accadde qualcosa di ancora più strano: come un vestito gettato via di fretta, lo zombie si accasciò improvvisamente, crollando sulla superficie lunare. Al suo posto apparve una presenza spaventosa e definirla così era un eufemismo.

Alta, sottile e terrificante, sembrava una regina decaduta proveniente da un reame di morte eterna

Alta, sottile e terrificante, sembrava una regina decaduta proveniente da un reame di morte eterna. Indossava un abito verde scuro dai ricami antichi, avvolgente come un sudario, che contrastava con la sua pelle inesistente: al posto del volto, un teschio perfettamente intatto, lucido come l'avorio e coronato da lunghi capelli neri che le scivolavano morbidi sulle spalle magre come rami secchi.

I suoi occhi, se così si potevano ancora chiamare, erano due abissi di energia verde, pulsanti e innaturali, dai quali si sprigionavano bagliori spettrali e venature luminose che crepitavano nell'aria intorno a lei come scariche ectoplasmatiche. Ogni sguardo che vi si perdeva dentro sembrava finire in un baratro di follia e disperazione.

Il suo corpo era scheletrico, ma maestoso, sostenuto da un'oscura forza soprannaturale che ne faceva vibrare l'aura. Il petto scoperto lasciava intravedere costole e clavicole.

Attorno a lei, l'aria si faceva più pesante, opprimente, carica di una minaccia silenziosa. Non camminava: galleggiava, come una presenza tra i mondi, troppo reale per essere un fantasma, troppo impura per essere viva.

Quando indicò l'eroe con la sua mano scheletrica, non fu solo un gesto. Fu una sentenza.

Clark si interrogò sul senso di ciò che aveva visto. Perché l'essere che possedeva il suo doppio aveva deciso di liberarlo? Forse era stato sconfitto? Ma non tornava... se fosse stato lui, si sarebbe semplicemente ritirato in un portale. Quindi perché...?

Un brivido gli corse lungo la spina dorsale. Scattò a tutta velocità verso Kara e per fortuna, riuscì ad afferrarla per il mantello, proprio prima che venisse risucchiata in uno di quei portali verdi.

Il grido furioso dello spettro confermò i suoi timori: era stato tutto un diversivo. Una distrazione, per impedirgli di accorgersi del vero obiettivo: rapire la giovane bionda.

In quel momento ringraziò la sua esperienza decennale contro i cattivi. Era solo grazie a quella se era riuscito ad accorgersi del piano. Se fosse stato più giovane... più ingenuo...

Clark si guardò intorno. Lo spettro era sparito.
Assicuratosi che la minaccia fosse davvero svanita, prese la cugina tra le braccia, in stile sposa e volò verso la Terra.

National City

Tutti al D.E.O. osservavano in un silenzio tombale il monitor. Che cosa era successo? Le domande erano molte, forse troppe e nessuna sembrava alleviare i loro dubbi e il senso di oppressione che aleggiava nella sala. Chi era quell'altro Superman? Un clone, forse? Tutti gli erano grati... ma anche confusi. E lo spettro? Che diavolo era? Da quale incubo era uscito?

Un tonfo sordo alle loro spalle li fece voltare di colpo: Superman era atterrato sul balcone esterno con la loro amica e protettrice tra le braccia.

I medici accorsero immediatamente, adagiando Kara su una barella e circondandola come api laboriose, scannerizzandola con i loro strumenti.
<< Portatela sotto la luce solare, subito! >> ordinò uno di loro e in un attimo scomparvero con la ragazza.

Winn osservava Superman con occhi spalancati: era lì, vivo, forte... reale. D'impulso lo abbracciò. << Oh Dio, sei vivo! Sì! >> esclamò, ma subito si ritrasse, rosso in viso per l'imbarazzo. << Mi scusi, signore... io non... >>

<< Tranquillo >> lo interruppe l'eroe con un sorriso gentile, intenerito dall'entusiasmo goffo di quel ragazzo. La sua aria impacciata e da nerd gli ricordava suo figlio Jordan. Chissà come stava... Era partito per questo universo senza nemmeno avvertire la sua famiglia. Aveva lasciato solo una nota per Lois, parlando vagamente di una missione.

Poi guardò Winn con uno sguardo più cupo. << Mi dispiace... ma non sono il Superman che conoscete. Vengo da una realtà parallela. Lui... beh... >>

<< Morto... >> concluse Winn per lui. L'aria nella stanza si fece più densa, gelida. Un senso di vuoto calò su tutti. Il loro sole... il loro eroe più grande era morto. Era difficile persino immaginare un mondo senza Superman.

Winn pensò subito alla sua migliore amica, Kara. Chissà come si sentiva ora. << Era troppo bello sperare che lo zombie fosse solo un clone e tu quello vero... Ma se non sei il nostro Super-amico, allora... come hai trovato questo posto? Avete un D.E.O. anche nel tuo mondo? >>

<< No, ho semplicemente sentito i vostri commenti mentre osservavate lo scontro... seguiti da qualcuno che, suppongo, ha distrutto quella scrivania lì >> rispose indicando una scrivania spezzata a metà.

Tutti si voltarono verso Mon-El, autore del gesto. Sentendosi osservato, uscì in silenzio, non prima però di aver rivolto un cenno grato a Superman, che ricambiò.

<< Wow! Che udito! Sei davvero Superman! >> esclamò Winn, eccitato. Conosceva il super-udito kryptoniano, ma Kara non sembrava averlo così sviluppato. Questo Superman... riusciva a captare voci dalla Terra mentre combatteva sulla Luna. Notevole.

Una teoria cominciò a farsi strada nella sua mente: e se i livelli di potere cambiassero da universo a universo? Se i Superman alternativi fossero più forti? Era una possibilità affascinante... e terrificante. Perché, in quel caso, un generale Zod o una Astra parallela avrebbero potuto essere un incubo.

Winn osservò meglio il volto dell'uomo d'acciaio: sembrava più anziano e più esperto. Forse era quello il motivo della sua forza.

In quel momento si aprì un portale dorato. Ne uscirono Alex, la direttrice e un biondo dall'aria stropicciata, con un sorriso beffardo sul volto. Alex rimase a bocca aperta nel vedere Clark. Aveva smesso di seguire lo scontro, troppo concentrata a discutere con lo stregone.

<< Superman parallelo >> annunciò Flash con una folata d'aria, appena arrivato. Si voltò subito verso Winn. << Come sta Kara? >>

<< Molto male... L'hanno portata in infermeria, sotto le lampade solari. Se non fosse stato per... >> non concluse la frase: tutti capirono.

Barry e Alex sembrarono tentati di correre da lei, ma in quel momento c'erano troppe cose da gestire.

<< Facciamo il punto della situazione >> ordinò con tono autorevole il marziano, atterrando sul balcone e riprendendo il suo aspetto umano.

<< Ti sei liberato velocemente di quei meta >> commentò Alex, cercando di distrarsi, di non pensare alla sorella in fin di vita.

<< Mi ha aiutato Flash >> rispose l'alieno. Barry aveva deciso di essere utile altrove: sulla Luna era inutile e il suo team stava già lavorando al drone, quindi era corso ad aiutare il marziano.

Su uno degli schermi nella sala scorrevano ancora le immagini di quel combattimento: in mezzo alle rovine di National City, il Marziano e Flash stavano affrontando tre figure ostili: una creatura massiccia dalla pelle arancione che devastava gli edifici con colpi brutali e ciechi, un individuo in tuta pressurizzata da laboratorio che fluttuava sopra il suolo emettendo scariche di energia verde e una figura coperta da un'armatura arrugginita che brandiva una catena energetica e si muoveva con una forza sorprendente. Nessuno di loro sembrava davvero all'altezza dei due eroi, ma rappresentavano un diversivo sufficiente a rallentarli.

<< Kilgore, Dreadnought e Psi-Mangler >> li riconobbe Superman. << Possono essere una vera rottura se lo vogliono... >>

<< Superman è morto ed è stato posseduto da uno spettro, giusto Constantine? >> chiese J'onn. Lo stregone annuì, accendendosi una sigaretta. << Non qui dentro >> lo ammonì il marziano. Constantine sbuffò, spegnendola a malincuore.

<< Sì, uno spettro. Uno davvero cattivo. Avete immagini? Qualcosa dai vostri satelliti...? >> In quel momento lo schermo mostrò la figura della donna spettrale. << Oh... è una lei >> commentò Constantine con tono malizioso, mentre alcune agenti più in là ridacchiavano.

<< Sappiamo altro su di lei? Oltre al fatto che è... uno spettro? >> domandò J'onn.

<< No, per saperne di più dovrei trovarmela davanti o analizzare qualche traccia del suo miasma >>.

<< Forse posso aiutare >> si offrì Superman. << Durante lo scontro mi ha colpito con la sua energia verde... sembrava acido. Ora sto bene, ma magari ho ancora dei residui >>.

<< Non sembri molto stupito dalla magia >> notò Winn. << Io lo sono. Cioè... esiste davvero? >>

<< Nel mio universo ne ho affrontate di cotte e di crude >> rispose Clark con un sorriso.

Constantine si avvicinò, pronunciando una formula in una lingua antica. Appoggiò la mano sulla "S" sul petto dell'alieno, che cominciò a brillare di luce verde. << Perfetto. Ora posso analizzarla >>  disse, allontanandosi.

<< Perché lo spettro ha ucciso Superman... e la sua ragazza? >> chiese Alex, con voce carica di dolore. L'eroe rosso e blu sbiancò.

<< Vuoi dire che... Lois... >> mormorò con uno sguardo carico di rimpianto. Si promise, in quel momento, che una volta tornato a casa avrebbe abbracciato ogni membro della sua famiglia.

Tutti rimasero in rispettoso silenzio.

<< Non lo so >> ruppe il silenzio Flash, << ma so per certo che lo spettro non è solo >> spiegò loro tutto riguardo ai droni e alla L-Corp.

<< Luthor... >> disse Alex con disprezzo. Naturalmente c'era lui dietro. Ma... Lena? Non comandava lei ora? Era coinvolta? Alex non si era mai fidata completamente di lei.

<< Il mio team sta indagando, con l'aiuto di Overwatch >> li informò Barry << e se non sbaglio, Green Arrow è già diretto alla L-Corp. Dobbiamo solo aspettare >>.

<< Arrow è a Star City. Come fa ad arrivare così in fretta? >> chiese Winn.

<< Con uno di questi >> Flash mostrò un estrapolatore. << Glielo diedi tempo fa, in caso d'emergenza >>. Poi si bloccò, come colto da un pensiero improvviso. << Forse è meglio se vado ad aiutarlo. Superman, tu resta qui nel caso... Zombie Superman torni all'attacco >> e scomparve in un lampo.

<< Che figata! >> esclamò entusiasta Winn, sempre un fanboy nel cuore.

Terra-3

La cupola era un immenso ammasso nebbioso, denso e scuro, che agli occhi di Artù e Rachel sembrava non finire mai. Il Re era ancora costernato dal viaggio breve che aveva appena compiuto; la sua improbabile alleata gli aveva detto che sarebbe stato lungo, ma per lui era durato decisamente poco. Quel mezzo di metallo era una vera rivoluzione: ai suoi tempi non ci avrebbero messo così poco, i cavalli necessitavano di soste, così come loro. Ai suoi tempi... ancora non si capacitava di trovarsi secoli nel futuro. Era sconcertante e destabilizzante.

Dopo essere stati brutalmente cacciati dall'autista del mezzo – che sembrava oltremodo stressato – i due camminarono fino a un'altura per osservare meglio la cupola. Con loro vi erano altre persone che usavano strane tavolette di metallo, con cui facevano smorfie con la faccia e gesti con le mani.

<< Nel futuro sono tutti impazziti o cosa? >> disse tra sé e sé. La rossa lo sentì e ridacchiò.

<< Si stanno facendo... vediamo... dei quadri istantanei. In questi giorni la cupola è diventata una meta turistica ed ha ravvivato ancor di più il Somerset >>.

<< Il che? >> chiese Artù, ancora confuso da tutto ciò. << Lascia stare >> sospirò. << Quanto meno riconosco questa foresta, non è cambiata più di tanto >>.

Ed era vero: quella era la foresta accanto al suo castello. Riconosceva gli alberi – querce maestose, faggi snelli, frassini, aceri campestri e agrifogli – e i suoni degli animali locali. Aveva intravisto delle impronte di cervo poco prima, impronte che Rachel e gli altri avevano ignorato. La caccia non era più praticata nel futuro? I suoni però erano diversi, più spenti, eccetto quello degli uccelli. Certo, era inverno, ma ai suoi tempi la foresta sembrava più viva, anche in questa fredda stagione. Quanto meno, non vi era la neve ad ostacolare il loro cammino.

<< Vieni, andiamo >> ordinò il Re a quella che era diventata, più o meno, un'amica o quanto meno un'alleata.

<< Scherzi? A piedi? >> si lamentò lei. Già era strano che avesse accettato di accompagnarlo fin lì, ma ora era curiosa di scoprire di più su una delle leggende con cui era cresciuta. Inoltre... se l'Arcangelo Gabriele ti parla, vuol dire che il tuo destino è già scritto. Quanto meno, era contenta che sua nonna stesse bene tra i cieli.

<< Sì? Non è lontano >> l'ammonì il biondo, che non sapeva se essere divertito o meno.

<< È la prospettiva. La cupola sembra vicina perché è grande, ma in realtà non lo è, ok? Non ho intenzione di camminare nei boschi per ore >>.

<< Allora cosa proponi di fare? >> certo che la gente del futuro era davvero pigra. << Non vedo cavalli nei paraggi e dubito che il mezzo che ci ha portati qui si muoverebbe agilmente tra gli alberi >>.

<< No, ma la scienza e la meccanica, siano lodate, hanno costruito altri mezzi che lo sanno fare agilmente. Seguimi >>.

Dopo aver parlato con le persone che facevano i "quadri istantanei", la rossa lo portò poco più in là, verso un casotto in legno, attorno al quale vi erano svariate cose di metallo con due ruote. Il Re capì quasi subito che dovevano essere dei mezzi simili alla strana carrozza metallica, solo a due ruote e per una o due persone al massimo. Gli sembravano dei cavalli artificiali.

Dopo aver parlato con un omone barbuto, con strani tatuaggi sulle braccia muscolose, che lo osservò brevemente, stranito, Rachel si avviò verso una delle cose di metallo. Dopo averla slegata dal luogo dove si trovava, tornò da lui.

<< Questa è una moto da cross >> gli spiegò, per poi salire sopra e fare cenno a lui di mettersi dietro di lei. Gli sembrava alquanto inappropriato, ma alla fine cedette. Poi lei gli passò uno strano elmo. << Mettitelo, è per la tua sicurezza >> gli ordinò, mentre ne indossava uno simile.

Una volta pronti, la moto emise un rombo che per poco non fece cadere a terra il biondo cavaliere dallo spavento. Partirono a tutta velocità verso la foresta.

La foresta scorreva davanti a loro in una macchia indefinita tanto andavano veloci e Artù si aggrappò con fin troppa forza alla rossa, nel tentativo di non cadere, o forse solo per paura.

<< Non mi stringere così tanto >> gli disse lei, urlando per sovrastare il rumore della moto. Lui allentò la presa, scusandosi, anche se con tutto quel frastuono dubitava che la donna lo avesse sentito.

Andare così veloci... era surreale. Artù si chiese quante cose sarebbero cambiate se i suoi cavalieri avessero avuto queste moto al posto dei cavalli. Oltre a compiere viaggi più comodi e rapidi – anche se ora non era affatto comodo, visto che in due stavano stretti – avrebbero vinto ogni guerra. Si immaginò le giostre con quei mezzi al posto dei cavalli e i giochi sarebbero risultati oltremodo ridicoli.

Nel pensare alle guerre con quei mezzi, non poté fare a meno di riflettere su come nel mondo moderno forse si combattesse in quel modo... e si spaventò. Conosceva la guerra: era sanguinosa e brutale già con le spade, non osava immaginare con questi mezzi. Aveva visto Merlino distruggere quasi un intero esercito con la sua magia, ma lui era uno. Questi mezzi, invece, sembravano alla portata di tutti.

Deciso a non pensare alla guerra, anche perché gli riportava in mente la sua morte, decise di osservare il panorama accanto a sé, ma si arrese subito, dato la velocità. Doveva ammettere però che Rachel era davvero brava a manovrare quell'affare.

Dopo un po', si fermarono davanti alla cupola, ora così vicina da sentirne sulla pelle l'umidità. Da vicino era ancora più imponente: il solo osservarla metteva soggezione. Senza perdere ulteriore tempo, il re fece come la canzone gli aveva ordinato ed estrasse la spada, per poi trapassare la densa e vorticante massa da parte a parte. Come per magia, la sezione trafitta si allargò sempre di più fino a mostrare l'altra parte della foresta, illuminata dal sole, cosa di per sé impossibile, visto che il cielo doveva essere coperto all'interno.

<< Entriamo, che mi sto congelando le chiappe >> gli disse Rachel, sperando che per qualche strana magia lì dentro il clima fosse più mite. La sua speranza non era vana: quando lo spiraglio si era aperto le era arrivata una zaffata di aria calda. Dicembre si poteva pur sempre sfidare e la rossa voleva difendersi dal suo freddo.

<< Una lady non dovrebbe essere così scurrile >> la prese in giro il biondo, sorpreso dal linguaggio poco consono.

<< Sarei stata scurrile se avessi detto culo. Chiappe non è una parolaccia, almeno nella mia epoca. Ma mi scuso se ho urtato i vostri profondi e nobili sentimenti, mio Re >> disse voltandosi e inchinandosi con fare esagerato. << Entra, che da quest'altra parte si sta da Dio >>.

Artù la seguì, oltrepassando la soglia traslucida. L'aria calda lo investì come l'abbraccio di un camino acceso. Una volta dentro, si sentì pervadere da una calma inaspettata. Il silenzio era ovattato, i suoni della foresta sembravano filtrati, come se un velo invisibile li attutisse. Alberi altissimi si stagliavano verso un cielo stranamente terso e azzurro, in netto contrasto con la cappa grigia che li avvolgeva dall'esterno. Il sole splendeva alto, immobile.

<< Come è possibile? >> sospirò Rachel, << sembra di essere entrati in un altro mondo >>.

<< Magia... >> rispose Artù. Non vi era altra spiegazione. Anche se, almeno per questa volta, non si sarebbe lamentato, visto che stava amando quel clima mite, ma prima... << Aspetta qui >>. Detto ciò, Artù tornò fuori e portò la moto a mano. << Visto che ci siamo, tanto vale... però questa volta la cavalcherò io >>.

<< Scordatelo, non lascerò guidare un uomo del Medioevo. Sarebbe come suicidarsi >>.

<< Sono il Re di queste terre >> disse lui con un sorriso, ora davvero certo di trovarsi vicino a casa. << Quindi i miei ordini sono legge >> disse mentre si metteva sopra la moto. Sbuffando e pregando Gabriele, la rossa si mise dietro di lui e quando partirono, per lei fu un incubo.

Artù guidava come un matto, sterzando e derapando, schivando al rotto della cuffia i vari alberi. Rachel era certa di aver visto la morte davanti a sé ogni volta, durante quel viaggio. La cosa peggiore era che il re si stava divertendo, viste le urla eccitate che lanciava.

Per poco le budella della poliziotta non uscirono dal corpo, quando il biondo si fermò di colpo. Il Re scese e corse verso un'altura, la seconda di quella giornata. Quando lo raggiunse, non poté fare a meno di dire: << Wow... >>

Davanti a loro si ergeva il castello di Camelot, immacolato e maestoso

Davanti a loro si ergeva il castello di Camelot, immacolato e maestoso. Le alte torri bianche brillavano sotto la luce del sole, coronate da vessilli rossi che sventolavano fieri nel vento. Le mura lisce, di pietra candida, riflettevano una bellezza tanto reale quanto onirica. Sembrava uscito da una leggenda, con i suoi bastioni imponenti e il grande ponte levatoio abbassato sul fossato placido.

Senza dire niente, i due rimontarono in sella e arrivarono all'interno delle mura. La città era esattamente come Artù se la ricordava, in ogni minimo dettaglio... ma era morta. Non vi era anima viva.

Andando più lentamente, con la moto che era riuscito a padroneggiare in un lasso di tempo sorprendentemente breve, percorsero tutto il tragitto. Passarono davanti alla fucina del padre di Gwen, annerita ma intatta, attraversarono la via dei mercati ormai silenziosa, con le tende dei banchi ancora appese ma logore, la sartoria con le sue stoffe impolverate dietro i vetri. Fino ad arrivare alla grande piazza della cittadella.

La piazza era ampia e pavimentata in pietra chiara. Ai lati, gli edifici avevano archi eleganti e colonne scolpite, adornati da stendardi sbiaditi, ma riconoscibili. Tutt'intorno, silenzio e immobilità, come se il tempo stesso si fosse fermato.

Fermatosi davanti alle lunghe e larghe scalinate bianche, il Re le salì tutte, seguito dalla rossa.

Una volta aperti i portoni, percorsero i lunghi corridoi.

Erano freddi e austeri, fiancheggiati da colonne in pietra scolpita e arazzi che raccontavano storie di guerra, magia e gloria. Le fiaccole alle pareti erano spente, ma una luce soprannaturale sembrava guidarli comunque. Ogni passo risuonava come un'eco antico.

Arrivarono infine alla sala del trono. Lì, ad aspettarlo sul trono, vi era la sua bellissima moglie, che sembrava letteralmente congelata nel tempo, avvolta in un sottile strato di cristallo. Era bella come se la ricordava.

Gwen indossava un lungo abito regale color oro e porpora. I suoi capelli scuri erano raccolti in un'acconciatura raffinata, il volto sereno, quasi in pace. Le mani erano posate con grazia sul grembo e i suoi occhi chiusi trasmettevano una calma regale. Sembrava addormentata... o sospesa in una stasi magica.

<< Sembra in stasi... >> osservò Rachel, che non voleva interrompere quel momento intimo, ma sapeva anche che dovevano scoprire cosa fare.

In quel momento, un gruppo di cinque persone vestite con i colori di Camelot irruppe con forza tra le porte, che si richiusero subito dietro di loro, sbarrandole. Subito dopo si udì un ruggito.

Quando si voltarono, Artù ebbe un colpo al cuore: erano i suoi cavalieri e più stretti amici

Quando si voltarono, Artù ebbe un colpo al cuore: erano i suoi cavalieri e più stretti amici. Lo sfacciato Galvano, il leale Leon, il gentile e puro Lancillotto, Elyan, il fratello di sua moglie e il potente Percival. Che ci facevano lì? Erano morti, alcuni anche prima di lui... ma se lui era lì, allora...

Galvano aveva il solito sorrisetto sfrontato, i capelli spettinati e gli occhi vivaci. Indossava la sua armatura decorata e sembrava appena tornato da una scaramuccia. Leon aveva il volto serio, segnato da qualche ruga in più, ma il portamento fiero. Lancillotto appariva come sempre nobile, con uno sguardo dolce e malinconico. Elyan, silenzioso, teneva lo sguardo fisso sulla sorella, il volto teso. Percival, imponente come una montagna, era dietro tutti, con la grande spada sulle spalle e lo sguardo vigile.

Artù andò loro incontro. Gli sorriserò e subito si scambiarono un abbraccio fraterno e cavalleresco, ricco di cose non dette e di un'amicizia eterna. Ora che era più vicino, notò che Leon sembrava un po' più vecchio, segno che era vissuto oltre la sua morte. Elyan era l'unico che non gli stava prestando attenzione, troppo preso dalla preoccupazione per sua sorella sul trono.

Galvano, con la sua aria civettuola, andò a conoscere Rachel con il suo solito sorriso: << Salve, My Lady. Io sono Sir... >>

<< Non mi interessa >> lo liquidò lei, ancora intenta a osservare la regina, cercando un modo per aiutarla.

<< Una ragazza difficile, vedo >> disse Galvano, per nulla scoraggiato. << Mi piacciono le sfide >>.

<< È bello rivedervi, ma quando siete entrati, mi sembravate preoccupati... che cosa è successo? >> chiese giustamente il Re.

<< Sire >> si inchinò Leon, ma prima che potesse aggiungere altro, un ruggito e dei potenti colpi fecero tremare il portone in legno.

<< Merlino... dove diavolo sei? >> si chiese il re, mentre sfoderava la spada, pronto ad affrontare la sfida insieme ai suoi cavalieri.

Terra-13

Lena Luthor era seduta alla sua elegante scrivania di vetro e metallo, il busto eretto, lo sguardo fisso sullo schermo del computer, ma con la mente evidentemente altrove. I suoi lunghi capelli corvini erano perfettamente lisciati all'indietro, raccolti in una coda bassa o lasciati liberi a seconda del momento, sempre con una precisione quasi chirurgica. Il rossetto scuro, sempre impeccabile, le conferiva un'aria di sofisticata freddezza, mentre i suoi occhi verdi, lucidi e penetranti, sembravano calcolare ogni possibilità, ogni scenario.

Indossava uno dei suoi completi eleganti e tagliati su misura: giacca in tessuto pregiato blu, con sotto una camicia in seta chiara o collo alto.

Il suo ufficio, situato in cima alla L-Corp Tower, era tanto moderno quanto imponente. Ampie vetrate a tutta altezza si aprivano su National City, offrendo una vista mozzafiato dello skyline urbano. La luce naturale filtrava generosa, riflettendosi sulle superfici lucide e sulle decorazioni minimaliste.

All'interno, l'ambiente era dominato da toni neutri,grigi, neri, bianchi, interrotti solo da qualche elemento color rame o ottone. Un grande tavolo da riunione, delle librerie perfettamente organizzate, qualche pianta ornamentale e opere d'arte moderne completavano lo spazio. Alle sue spalle, spesso troneggiava il logo L-Corp inciso nel metallo o proiettato su uno schermo a parete.

La CEO stava osservando le immagini fornitele dai suoi satelliti. Era tesa e preoccupata, perché sapeva o meglio, temeva di essere l'artefice di tutto quel caos. O almeno, così le sembrava a giudicare dai sogni che la tormentavano ogni notte. Incubi vividi, in cui vedeva se stessa... ma con occhi verdi, mentre compiva atti orribili, come l'efferato omicidio di Lois Lane o persino di Superman.

Durante il giorno usava ogni risorsa a sua disposizione: satelliti, droni, contatti fidati. Tutto, pur di indagare in modo discreto su quanto stesse accadendo. Perché la verità era una sola: Superman e Lois erano davvero morti. Non era un sogno, ma non era stata lei. Le registrazioni della sua stanza la mostravano sempre a letto, eppure... alcuni segmenti dei video presentavano glitch sospetti.

La corvina era spaventata. Aveva paura di essere scoperta, paura che nessuno le credesse. Sapeva di essere innocente, ma con il cognome che portava... chi avrebbe mai dato credito a una Luthor? Forse Kara, la sua migliore amica. Forse Supergirl, ma il mondo no. Per tutti, un Luthor non poteva essere altro che un bugiardo, un criminale, una minaccia. Colpa di suo fratello, che aveva reso quel nome sinonimo di paura e distruzione.

Come a confermare i suoi timori, un portale azzurro si aprì all'improvviso davanti a lei. Sgranò gli occhi e, presa dal panico, si alzò di scatto per correre verso l'uscita, ma una freccia dalla punta verde colpì la maniglia prima che potesse toccarla.

Una voce roca e minacciosa risuonò nella stanza:

<< Lena Luthor, dobbiamo parlare! >>

Si voltò di scatto. Davanti a lei c'era il vigilante di National City, vestito con la sua iconica tuta verde e il cappuccio calato sugli occhi. La stava fissando con diffidenza, l'arco ancora teso, pronto a scoccare un'altra freccia.

Lena alzò subito le mani in segno di resa. Green Arrow abbassò l'arco, ma il suo sguardo rimase freddo, calcolatore. Si avvicinò lentamente.

<< Vieni con me. >>

Prima che potesse raggiungerla, un improvviso turbine d'aria, simile a un piccolo tornado, apparve tra i due. Il fruscio delle foglie accompagnò l'arrivo di due figure, materializzatesi dal nulla.

La prima era un uomo avvolto in un mantello blu antico, ma sotto indossava una camicia moderna nera abbinata a jeans dello stesso colore

La prima era un uomo avvolto in un mantello blu antico, ma sotto indossava una camicia moderna nera abbinata a jeans dello stesso colore. In mano impugnava un lungo bastone intagliato con simboli celtici, intriso di un'aura misteriosa e antica. Il suo volto, seppur giovane, trasmetteva un'antica saggezza, come se portasse sulle spalle secoli di esperienze e potere.

La seconda figura lasciò Lena senza fiato. Era identica a lei, come uno specchio distorto della sua stessa anima. Indossava un abito moderno ispirato alla tradizione magica: un vestito lungo, verde scuro e nero, stretto in vita da un corsetto elegante e ornato da riflessi metallici. I capelli, acconciati con precisione, cadevano come una corona oscura. Regalità, malizia e potere la circondavano come un mantello invisibile.

Green Arrow, colto di sorpresa, scoccò una freccia, ma a metà tragitto, la freccia venne incenerita da una scintilla magica.

<< Sembra il tuo amico... quello verde del passato >> commentò la sosia di Lena, con un tono annoiato e vagamente sprezzante.

<< Il buon Robin, sì... >> mormorò il mago, quasi divertito dai ricordi. Poi si rivolse ad Arrow: << Non siamo qui per combattere, Arciere, ma solo per... >>

Non fece in tempo a finire la frase che Morgana lanciò un'onda telecinetica contro Green Arrow. Solo l'arrivo tempestivo di Flash, in un lampo rosso, salvò l'Arciere da un rovinoso impatto contro la parete.

<< Che ci fai qui? Avevo tutto sotto controllo! >> sbottò Oliver, infastidito.

Barry sorrise. << L'ho visto. Ora stai fermo, ci penso io. >>

Con una scossa elettrica e uno scatto fulmineo, Flash si scagliò verso Merlino. Lo giudicò dallo sguardo, dal bastone e dal mantello: sembrava uno stregone d'altri tempi. Mancavano solo la barba bianca e un gufo sulla spalla.

Il tempo intorno a lui si deformò. Non nel modo in cui accadeva di solito, quando correva a supervelocità. No, ora sembrava gelatinoso, come se l'aria stessa rallentasse e lo trattenesse. Lui stesso si sentiva rallentato, quasi paralizzato.

Quando incrociò lo sguardo di Merlino, notò i suoi occhi gialli e vibranti, densi di potere. Un attimo dopo, il mondo tornò reale e Barry si ritrovò a terra, il bastone dell'uomo premuto contro la sua gola.

<< Dobbiamo proprio combattere prima di capire che siamo dalla stessa parte? >> disse lo stregone con tono sarcastico. << Non sono più giovane per  tollerare queste sciocchezze >>.

<< Hai rallentato il tempo? >> chiese Barry, ansimando.

Merlino annuì: << Sì e poi ti ho colpito alle gambe >>.

Il velocista si rialzò con un gemito. << Ok... io sono Flash, ma dovreste già saperlo e lui è... >>

<< Green Arrow. O Arrow. O qualunque altro nome abbia usato. Lo sappiamo >> rispose seccamente Morgana.

<< Non siamo di questo universo, ma siamo qui da un po'. >> aggiunse Merlino. << Stiamo dando la caccia a... >>

Lena lo interruppe, fissando la sosia con odio. La indicava con un dito tremante.

<< A lei! Ti ho vista nei miei sogni. Sei tu che hai compiuto tutte quelle stragi! >>

<< Non so di cosa tu stia parlando... >> rispose Morgana con un sorriso beffardo. Merlino sospirò pesantemente.

<< Morgana... basta >> poi guardò gli altri. << Comunque sì, è stata lei, ma non è proprio così semplice. È una lunga storia, che merita una spiegazione in un luogo più adatto >>.

<< Morgana? >> esclamò Flash, incredulo. << Intendi la Morgana dei miti? La strega cattiva? Quindi tu sei... >>

<< Merlino. Sì. >> rispose lo stregone con un sorriso divertito. Non si stancava mai di vedere la reazione delle persone moderne quando scoprivano di trovarsi davanti a una leggenda vivente.

<< Quando ci sei tu succedono sempre le cose più strane... >> sbottò Oliver, lanciando un'occhiataccia a Barry. Da quando il suo amico aveva acquisito i poteri, sembrava che il mondo fosse impazzito: velocisti folli, uomini infuocati, immortali... e ora maghi e streghe dei miti arturiani.

Barry ridacchiò. << Conosco un posto >>.

Prima che potessero dire altro, Merlino batté il bastone a terra e un turbine magico avvolse tutti e cinque. In un attimo scomparvero, lasciando l'ufficio vuoto e silenzioso. Come se nulla fosse mai accaduto.

D.E.O.

Lo strano gruppetto riapparve nella sala di controllo del D.E.O., facendo allarmare tutti gli agenti presenti, che però si rilassarono subito dopo aver riconosciuto Flash.

Merlino osservò con curiosità Superman: aveva già capito che si trattava di un Superman di un'altra realtà. Non serviva la magia per comprenderlo, era evidente. I due eroi si scambiarono un breve cenno, apparentemente formale, ma che celava una certa confidenza. Sembravano simili sotto certi aspetti, ma molto diversi in altri.

<< Mi hai letto nel pensiero o...? >> chiese Flash, sorpreso che Merlino li avesse portati esattamente dove voleva un attimo prima che glielo dicesse.

<< Sono stato io >> rispose beffardamente Constantine, avanzando verso di loro. << Il maghetto deve aver percepito questo. >> Sollevò la mano destra, sulla quale brillava un'energia spettrale verde, che sembrò subito attratta da Morgana, come una piccola mano che cercava di afferrarla. La strega si ritrasse leggermente, fissandola con odio e timore.

<< Che sta succedendo? >> borbottò Alex, roteando gli occhi. << Perché ogni secondo che passa tutto sembra più assurdo? >>

J'onn le posò una mano sulla spalla con fare paterno, condividendo il suo pensiero.

Merlino si sedette sulla prima sedia disponibile, poi si rivolse agli altri: << Ascoltatemi bene. Vi spiegherò tutto e parlerete solo quando avrò finito, chiaro? >> Alla vista degli sguardi perplessi, continuò. << Io sono Merlino. Sì, quel Merlino: il mago di Camelot e delle leggende arturiane >>.

<< Odio quel nome >> gemette Morgana, << mio fratello non merita di avere delle leggende a suo nome. Non se lo merita >> la sua voce era carica d'odio.

<< Comunque... >> sospirò Merlino, ignorandola: a volte era l'unico modo per preservare la sanità mentale. << Non siamo di questo universo. Quindi la leggenda che conoscete su di noi potrebbe essere diversa e comunque i secoli l'hanno già modificata abbastanza anche da noi. >> Era ancora infastidito dal modo in cui i posteri avevano distorto la storia, soprattutto quella di Lancillotto e Ginevra. Lo faceva arrabbiare.

<< La minaccia, lo spettro che ha ucciso il più grande eroe del vostro mondo, è Morgana >> disse, puntando il bastone verso la donna, << o meglio, la sua parte più oscura e corrotta. Vedete, tanto tempo fa Morgana fu condotta dalla sorella Morgause in una torre maledetta. Lì venne corrotta, resa malvagia. Io me ne accorsi solo il secolo scorso, durante la Seconda Guerra Mondiale... >>

<< Meglio tardi che mai >> lo interruppe la strega, visibilmente ferita << e non fu nemmeno merito tuo, ma di un pazzo della Thule >>.

<< Sì... comunque, quella magia oscura, alimentata da una lunga esposizione alla magia delle fate nere e allo scorrere dei secoli, sviluppò una coscienza propria. Pensavamo di averla sconfitta, ma... >> con un gesto delle braccia indicò il disastro presente. << Non so come sia finita qui >>.

<< Nessuno dice nulla sulla somiglianza tra Lena e Morgana? >> chiese Winn. << No? Ok...>>

<< Sono doppelgänger >> spiegò Flash.

<< Cazzo, ecco perché mi sembrava uno spettro strano >> sbottò Constantine, fissando con sospetto i due maghi. << Non avete pensato di distruggerla o bandirla? Possibile che in un secolo non siate riusciti a trovare un modo? >>

<< Bada a come parli, ragazzino >> ribatté Morgana, i cui occhi brillarono di giallo con sfumature verdognole. << Ai miei occhi sei solo un dilettante >>.

<< Vogliamo provare, amore? >> la sfidò Constantine, con il suo solito sorrisetto arrogante.

<< Basta! >> tuonò il marziano con voce potente. << Quel che è fatto è fatto. Ora almeno sappiamo contro cosa stiamo combattendo. Pensiamo a un piano >>.

Merlino indicò l'energia verde nelle mani di Constantine e spiegò:
<< Eravamo da Lena perché dentro di lei è rimasto un residuo di quell'energia. È stata posseduta >>.

<< Cosa? >> chiese Lena, impallidendo. Ecco perché aveva quei sogni?

<< Sì, mi dispiace, ma tu sei il tramite perfetto. Hai il suo volto e... beh, la magia... >> disse, lasciando tutti di stucco.

<< Ti sbagli, non sono una strega >> tentò di difendersi, trovando assurda anche solo l'idea.

<< So riconoscere un mio simile. Il tuo potere non è forte o appariscente come il nostro, ma c'è. Ed è evidente. Comunque non importa, perchè lei ha trovato di meglio... >>

<< Superman >> dissero in coro e Merlino annuì.

<< L'ho vista >> disse Clark, ricordando lo scontro col suo alter ego. << A un certo punto è uscita da lui, solo per distrarmi >>.

<< L'abbiamo vista anche noi, amico >> aggiunse Winn, indicando il monitor dove lo spettro si contorceva in tutta la sua bruttezza e inquietudine.

<< Il piano è semplice >> riprese Merlino, attirando nuovamente l'attenzione. << La attiriamo usando quel residuo, in un luogo sperduto... e poi la distruggiamo >>.

Il gruppo annuì, pronti alla missione. In ognuno di loro si agitava una sensazione di vendetta, leggera o intensa. Quello spettro aveva portato via il simbolo della speranza.

Flash, invece, pur avendo vissuto gran parte della sua vita in un mondo senza Superman – cosa che non avrebbe mai ammesso – non provava lo stesso dolore degli altri. Era addolorato soprattutto per Kara, la sua amica, verso la quale sentiva un legame profondo. Aveva perso l'ultimo membro della sua famiglia biologica, della sua razza ormai estinta.

Merlino e Morgana volevano concludere quella storia il prima possibile. Merlino desiderava sconfiggere per sempre la sua nemica secolare, che aveva affrontato e battuto più volte nel corso dei secoli, ma che non smetteva mai di ferirlo. Morgana, invece, voleva chiudere per sempre col passato, cancellare quella macchia e guardare finalmente verso un futuro, forse, più luminoso.

Superman voleva aiutare, come sempre, ma c'era in lui anche un desiderio personale di vendetta. Lo spettro l'aveva ucciso. Non lui lui, ma comunque lo aveva fatto e lui sapeva cosa significava morire. Era orribile, soprattutto per mano di un nemico grottesco. Non aveva ancora superato Doomsday... non del tutto.

Lena voleva solo che tutto finisse il prima possibile.

Con un tocco del suo bastone, Merlino li trasportò via. Gli eroi scomparvero, diretti verso la battaglia imminente.

Universo sconosicuto

Quando Mark entrò all'interno del cilindro alieno, non poté fare a meno di notare la sua maestosità e bellezza. L'aspetto freddo e spoglio del suo interno tradiva il calore che vi si celava. Purtroppo era troppo stanco e distrutto per ammirarlo del tutto, quindi, con passo indeciso, continuò a camminare verso la strana console esagonale in legno. Quando fu abbastanza vicino da poter osservare cosa vi fosse sullo schermo, notò che veniva mostrato il suo recente combattimento contro quel tipo con quattro tentacoli metallici neri dietro la schiena. Doctor Octopus era il suo nome? Con lui vi era l'eroe locale, un tipo in blu e rosso che sembrava avere poteri ragneschi. Notò anche come aveva sconfitto facilmente quel super cattivo, ma in fondo lui era umano, mentre Mark era un viltrumita: l'esito era scontato.

 Notò anche come aveva sconfitto facilmente quel super cattivo, ma in fondo lui era umano, mentre Mark era un viltrumita: l'esito era scontato

<< Ora che ci penso, non gli ho nemmeno chiesto il nome... >> disse tra sé e sé. Octopus aveva urlato il suo nome al mondo intero, ma l'eroe non aveva fatto altrettanto.

<< Si chiama Spider-Man >> disse la voce gelida della sua salvatrice, o di colei che si definiva tale, anche se dal tono della voce e dallo sguardo sembrava quasi più crudele dei viltrumiti. C'era poco da fare: nonostante i suoi grandi poteri, si sentiva in soggezione davanti a quella Tata.

<< Mi stavi spiando? >> chiese Invincible indicando il monitor, più per sciogliere la tensione che per reale preoccupazione, o forse per capire quali fossero le intenzioni del Guardiano. Quando una persona ti spiava non era mai un buon segno. Non sempre.

<< Ovviamente. Come pensi che ti abbia trovato, altrimenti? >> gli chiese lei, come se stesse parlando a un bambino di tre anni. << Come ti ho detto, sono qui per aiutarti. Ora, se non ti dispiace, avrei da fare. >> Azionò un pulsante e una freccia rossa apparve sul pavimento. << La freccia ti mostrerà i tuoi alloggi, dove potrai toglierti quel sangue di dosso >>.

Mark tremò, ricordandosi che aveva ucciso...

<< Armostrong Levi era feccia, meritava quella fine. E no, prima che tu mi parli del tuo codice, sappi che solo gli ingenui seguono quella condotta. Nel multiverso o uccidi o vieni ucciso e non tutti meritano di vivere >>.

<< Quindi dovrei mandare a fanculo il mio codice e uccidere ogni criminale?» chiese Mark, incredulo.

<< Stai esagerando, bambino >>  lo ammonì lei. << Ti sto solo dicendo di non guardare il mondo in bianco e nero, perché non lo è. Nemmeno minimamente. Ora va', ho da fare. >> Detto ciò, tornò ai comandi, ignorando il ragazzo, che seguì la freccia ancora più mesto di prima.

Dopo che Mark fu uscito dalla sala di controllo, la Tata provò simpatia per quel ragazzo. Capiva il suo codice, sul serio. Anche lei, un tempo, aveva un codice, ma quello stesso codice l'aveva fatta finire in un mare di merda così grande che non voleva che qualcun altro ci finisse. Gli ingenui idealisti, oltre ad essere a suo parere degli stupidi idioti, erano i primi a venir massacrati dalla cruda realtà del multiverso.

Ora però non era il tempo per pensare, ma per agire. Doveva ancora salvare Hope, ma prima aveva preferito fare una deviazione da Mark. In primis perché si trovava nel multiverso dove stava stazionando, in secundis perché sarebbe stato più veloce. Con un movimento della mano, il TARDIS cambiò multiverso, arrivando a casa, il Multiverse-DV, più precisamente nell'universo di Hope, la ragazza che doveva salvare. Aveva preparato più piani per entrare nel covo dei vampiri, ma entrare con ombrello alla mano, pronta a spaccare teste, per quanto soddisfacente, sarebbe risultato inutile, una perdita di tempo e soprattutto rischioso per l'ostaggio da salvare.

Aiutare Hope si rivelò facile. Con il TARDIS si smaterializzò nella stanza dove era tenuta intrappolata e, una volta che lei e i suoi rapitori furono nella sala della console, dare fuoco al primo e decapitare il secondo con una lama segreta contenuta nel suo ombrello fu un gioco da ragazzi. Dopo di che, Anacletobot, il gufo robotico precedentemente inviatole da Silente, uscì dalla porta e iniziò a falciare con le sue ali le teste di tutti i membri della Pure Blood. Quelli che scampavano alla mietitura venivano polverizzati dai raggi laser che uscivano dagli occhi del piccolo gufo. Una volta terminato il lavoro, nel giro di davvero poco tempo, nel vecchio magazzino non vi era altro che fuoco e fiamme, contornati dalle urla strazianti dei suoi abitanti.

Tutta la macabra scena fu osservata dalla Tata, che sorrise compiaciuta. Si sentiva leggermente in colpa per aver trasformato il piccolo Anacleto, un robottino creato solo come messaggero, in un'arma di distruzione di massa... ma questa era la vita. Decise di lasciare il gufo nei cieli di quel mondo: sarebbe stato i suoi occhi e le sue orecchie nel caso qualche altro pazzo della Pure Blood, o altri, avesse causato nuovi danni. Decise di mandarlo, in primis, verso la scuola Salvatore, dove si trovavano molti ragazzi, amici di Hope, che forse avrebbero potuto usufruire della sua protezione. Lo avrebbe fatto lei stessa, ma... ora aveva due giovani di cui prendersi cura.

Con un movimento dell'ombrello, Hope si alzò da terra e la Tata si diresse verso l'infermeria con passo elegante.

Terra-1

I Difensori dell'Infinito apparvero ad Atlanta. La città era imponente nella sua decadenza. Grattacieli anneriti si stagliavano contro un cielo torbido, come cadaveri di cemento e vetro rimasti in piedi per miracolo. Le strade erano deserte, disseminate di macerie, carcasse d'auto arrugginite e ossa dimenticate. Un tempo pulsava di vita, ora era una distesa silenziosa, morta... o quasi. Perché se gli esseri umani avevano abbandonato la città da tempo, lo stesso non si poteva dire dei vaganti.

Quel silenzio, però, era insolito. Troppo profondo, troppo uniforme. Forse il robot malvagio che stavano cercando si era già spostato?

<< Scusate la mia ignoranza >> disse Daryl, con tono quasi provocatorio, << ma se Cisco sa aprire i portali, non potevamo arrivare direttamente qui fin da subito? >>

<< Il grande e supremo Leader ci aveva espressamente vietato di usare i nostri poteri >> rispose Raffaello con tono beffardo, evidentemente d'accordo con l'arciere.

<< Per un motivo ben ovvio, piccoli mocciosi ingrati >> sbottò Cisco, indicando il cielo.

Sopra di loro, decine di figure metalliche stavano scendendo in picchiata. Robot. Un'intera flotta. Una volta atterrati, River sbiancò.

<< Cyberman! >> esclamò.

I Cyberman erano molto più che semplici robot. Avevano l'aspetto di statue metalliche forgiate per ispirare terrore, con un'armatura lucida e angolosa che sembrava scolpita nell'ossidiana. I loro corpi, fusi tra la brutalità meccanica dei Cyberman e l'intelligenza letale di Ultron, brillavano di riflessi sinistri sotto la luce fioca del cielo post-apocalittico.

Gli occhi, due orbite cremisi incandescenti, non lampeggiavano mai. Restavano fissi, costanti, come se vedessero ogni dettaglio dell'anima di chi avevano davanti. Al centro del petto, un nucleo pulsava con una luce rossa viva, quasi un cuore artificiale alimentato da odio puro.

<< Fatemi capire bene >> disse Cisco, più teso che mai. << Ci troviamo contro un nemico di Wanda che controlla un gruppo di nemici di River? >>

<< Yep >> rispose Wade, scrollando le spalle.

<< Beh... cazzo? >> squittì Cisco. << Non è che, magari e dico solo magari, possiamo andare a chiedere aiuto a, non so, tutti gli altri supereroi nostri amici e non? >>

<< Io valgo quanto tutti i miei fratelli messi insieme >> si vantò Raffaello, gonfiando il petto e sfoderando i sai.

<< Non è il momento di fare lo sbruffone, stupido ramarro >> lo ammonì Daryl.

<< Come mi hai chiamato?! Se non ti scusi, prima meno Ultron... e poi meno anche te! >>

Nel frattempo, Wanda scrutava il paesaggio in silenzio, rigida, quasi tremante. Quel momento le ricordava troppo la battaglia di Sokovia. La sua casa, distrutta in uno dei giorni più terribili della sua vita. E ora eccola lì, ancora una volta in un mondo devastato, faccia a faccia con Ultron.

In quel momento, lui comparve. Riconoscerlo fu facile: era più grande, più corazzato degli altri, ma in fondo erano tutti lui. Quello era solo il suo corpo principale.

<< Che piacevole visita >> disse il robot con voce calda, quasi umana. Una voce che Wanda aveva imparato ad odiare. << Vedo che, alla fine, siete arrivati >>.

<< Sapevi che eravamo qui? >> chiese Daryl.

<< Certo. L'ho percepito non appena il portale si è aperto. La vostra energia era inconfondibile >> La sua voce, unita al volto privo di espressioni, incuteva ancora più timore. Almeno la prima volta aveva avuto un volto umano. Ora era solo freddo metallo.

Wanda serrò i denti. << Ultron, come hai fatto a sopravvivere?! >>

<< Sono una macchina. Mi è bastato sovrascrivere i miei file su un server prima che Visione mi distruggesse. Da lì ho potuto osservarvi... e devo farvi i miei complimenti per la Guerra Civile >> aggiunse, con sarcasmo.

<< Stronzo! Che diavolo sei venuto a fare nel mio mondo?! >> urlò Daryl.

<< Mi ci ha portato quell'umano di nome Malcolm. Io me ne stavo tranquillo a ricostruirmi un nuovo corpo. All'inizio ero irritato per il trasferimento... ma poi ho scoperto la magnifica tecnologia dei Cyberman. E non ho saputo resistere! >>

<< Qual è il tuo scopo? >> gli chiese River, tesa.

<< Estinguere per sempre la piaga umana. Ora che so dell'esistenza di altri mondi pieni di umani... beh, dovrò sterminarli tutti. O meglio: convertirli. Farli diventare me. Tutti. Fino a creare il Multiverso di Ultron! >> concluse, alzando le mani verso il cielo.

<< Cavoli, per essere un robot è decisamente sentimentale >> commentò Cisco.

<< Ultron prova emozioni. Prova odio, rabbia... e vendetta >> aggiunse Wanda.

<< È stato piacevole parlare con voi... ma ora devo eliminarvi! >>

Detto ciò, i Cyber-Ultron, nome appena creato da Cisco nella sua mente, attaccarono.

<< Ragazzi, arrivano! >> urlò Vibe, in preda al panico, visto che non si era mai ritrovato in mezzo a una battaglia del genere. Un conto era un super-criminale, un conto questa cosa...

Samarium evocò un turbine di fuoco che incenerì tutti i cyborg nemici nelle vicinanze, proteggendo il resto del gruppo. Wanda, con i suoi poteri, avvolse le fiamme blu con il suo potere rosso, creando uno spettacolo di luce blu e scarlatta e lo lanciò verso altri nemici. Tuttavia, così facendo, creò un varco nella loro protezione, permettendo a Ultron di colpirli, costringendoli a dividersi.

<< E io adesso come li sconfiggo? >> borbottò Daryl, mentre si rifugiava in una via laterale. << Ho solo delle frecce... >>

<< Allora usa l'intelletto >> gli disse River, che lo aveva seguito. << Evita però di farti toccare. Ho il brutto presentimento che potresti essere convertito all'istante. >> Detto ciò, si allontanò da lui. Lo scopo dell'archeologa era disperdere quanti più nemici possibile: divide et impera. Lo scopo segreto, se così si poteva definire, era quello di mettere in salvo coloro che non avevano poteri, come Daryl, visto che realisticamente non avrebbero potuto fare molto.

Riscosasi dai suoi pensieri, River sparò al petto di ogni robot con le sue pistole laser, abbattendoli con grande agilità. I Cyberman erano relativamente facili da sconfiggere, anche se controllati da Ultron, ma non era comunque uno scherzo, poiché potevano contare su un esercito imponente.

––––––•––––––

Altrove, Cisco era rincorso da almeno una ventina di nemici, che lo tallonavano come un alveare impazzito. "Cavolo, non sono un combattente! Sono quello che aiuta al computer... Però devo farmi coraggio, altrimenti rischio di diventare Cisconator!"
Si girò e cominciò a emettere potenti vibrazioni che riuscirono a mettere fuori combattimento alcuni cyborg. Il problema era che, per ogni nemico distrutto, altri ne comparivano e questo particolare non gli sfuggì. Decise allora di poggiare le mani a terra e generare un'onda d'urto potentissima che spazzò via quelli al suolo. Rimanevano però quelli in volo e così riprese a correre prima che un raggio lo colpisse.

––––––•––––––

La situazione di Raffaello era decisamente migliore: era un grande combattente. Con agilità, tirò un calcio rotante contro una ferraglia, spedendola addosso ad altre due. Poi, con i suoi sai, infilzò la testa di due cyborg davanti a lui. Il problema era che il campo di battaglia era stracolmo di quei cosi e lo stavano lentamente circondando. Anche lui sapeva bene che, prima o poi, la sua resistenza sarebbe finita.

––––––•––––––

Wanda, invece, sopraffatta da paura e isteria, usò i suoi poteri telecinetici per frantumare una grande quantità di nemici contemporaneamente. I suoi poteri scarlatti non lasciavano scampo: i corpi metallici dei nemici venivano frantumati o schiacciati come lattine. L'Avenger non avrebbe permesso a Ultron di vincere. Non più.

<< Sei migliorata, Wanda. Ti faccio i miei complimenti >> disse Ultron, parlando attraverso tutti i suoi corpi, rendendo la scena al tempo stesso inquietante e maestosa, << ma non sei l'unica che si è aggiornata >>.

Tutti i nemici distrutti cominciarono a ricomporsi, lasciando Wanda sconcertata.

––––––•––––––

Samarium, grazie alla sua capacità di teletrasportarsi e al fatto che dalla sua mano scaturivano fiamme in grado di incenerire qualsiasi cosa, riuscì con relativa facilità a eliminare numerosi nemici. Tuttavia, i problemi arrivarono anche per lui, quando alcuni Cyber-Ultron vicini si fecero esplodere, ferendolo gravemente.

––––––•––––––

Deadpool, che fino a quel momento aveva fatto a fettine i suoi avversari con le sue spade in adamantio, fu colpito da un paio di raggi laser che lo trapassarono. Fortunatamente, il mercenario possedeva un'elevata capacità rigenerativa e le ferite si rimarginarono in un attimo.

<< È tutto qui quello che sapete fare? >> li sbeffeggiò, mostrandogli il didietro, ma due di loro lo afferrarono e cominciarono a volare verso il cielo. Poiché gli tenevano le braccia, non riusciva a liberarsi e sembrava chiaro che stessero per gettarlo nello spazio aperto, un luogo dove neanche la sua capacità di guarigione sarebbe stata utile.  Aspetta... la sua guarigione! Per salvarsi, si spezzò entrambe le braccia: un gesto estremo, ma efficace. Si liberò, sì, ma cominciò anche a precipitare verso il suolo.

Avrebbe fatto male, certo, ma sarebbe guarito in fretta.

––––––•––––––

Dixon vide che, proprio davanti a sé, c'era un camion di benzina. Gli venne subito un'idea: si fermò di colpo e schivò il primo robot che gli si lanciò contro, facendo in modo che quest'ultimo impattasse contro la cisterna, provocandone l'esplosione.

Si mise al riparo dietro le colonne di un palazzo, mentre i suoi nemici venivano disintegrati dall'enorme deflagrazione.

<< Vi ho fregati, bastardi! >>

Il problema, però, era che i  Cyber-Ultron cominciarono a ricomporsi. Per fortuna, ciò diede a Daryl il tempo necessario per fuggire da lì.

––––––•––––––

Poco più lontano da lui c'era River, che decise di togliere uno dei potenziatori laser che alimentavano una delle sue pistole e di lanciarlo a mo' di bomba contro i suoi inseguitori, generando una violenta esplosione che li incenerì. Però non si era accorta che, dietro di lei, ne era rimasto uno che stava per attaccarla. Ma, immediatamente, Deadpool, cadendo dall'alto, estrasse una katana e lo tagliò a metà, per poi spiaccicarsi al suolo, facendo arricciare il naso alla bionda. Non era uno spettacolo piacevole, soprattutto dopo che cominciò a rigenerarsi, dando vita a una scena disgustosa e grottesca.

<< Ti sono mancato, dolcezza? >> le chiese il Mercenario Chiacchierone, visto che la sua testa era ancora abbastanza intatta per poter parlare.

<< Quella è la mia battuta >> rispose lei, divertita.

<< Mi chiedo perché ci siamo divisi. In fondo, siamo più forti insieme. Ogni storia sugli eroi serve a dimostrare questo, no? >>

<< Ci siamo divisi perché siamo stati divisi dal nostro nemico >> gli spiegò River. << Inoltre è meglio così: in gruppo, i più deboli sarebbero solo d'intralcio per i più forti. Wanda e quello stronzo di Samarium sono più forti se non devono pensare a badare a noi >>.

In quel momento, da sotto una macchina, apparve un Cyber-Ultron che corse verso di loro, ma fu fermato da un sai in testa, che però rimbalzò via.
<< Ma che cazzo! >> imprecò Raffaello, mentre correva verso di loro. << Di che cosa sono fatti?! >>

In quello stesso istante, anche il Cyberman tagliato a metà da Wade si ricompose, per poi dire:
<< Upgrade! >> e tornare all'attacco.

<< Raffaello, prendi Deadpool in spalla e andiamocene da qui! >>

La bionda sapeva bene che "upgrade" significava solo una cosa: quei mostri erano appena diventati più forti. Più preparati. E più pericolosi.

––––––•––––––

Cisco non se la stava passando tanto bene, visto che era di nuovo circondato. E non solo: questa volta, dalla loro bocca, i Cyber-Ultron sparavano raggi laser diretti contro di lui.

"Credo che se farò questa cosa perderò sicuramente la testa dal dolore... e triplicherò le ore di lavoro di Caitlin, ma non ho altra scelta."

Aprì vari portali accanto a sé come difesa: i raggi passarono attraverso di essi, colpendo — una volta usciti — proprio i Cyber-Ultron che li avevano lanciati, poiché le uscite erano state aperte dietro di loro. Il ragazzo annuì soddisfatto, ma improvvisamente cominciò a perdere i sensi: lo sforzo era stato troppo e svenne.

Fortunatamente, Wanda, che era lì vicino, lo soccorse e lo portò via di lì.

<< Cisco, stai bene? >> si chiese la ragazza, ma il ragazzo non rispondeva. << Cisco, ci sei? >> detto ciò, gli mise la testa sul petto e, dopo essersi assicurata che fosse vivo, con una piccola spinta telepatica riuscì a farlo svegliare.

<< Wow! Ma che...? Wanda! >> esclamò il ragazzo latino, confuso. Era come essere stati risvegliati da una potente doccia fredda dopo una sbornia.

<< Eri svenuto e ho usato un nuovo trucchetto telepatico. >> Wanda ricordava bene che quella "tecnica" si chiamava peacemaker telepatico. Gliel'aveva insegnata Natasha  o meglio, gliel'aveva proposta. La Vedova Nera cercava un modo efficiente per far svegliare immediatamente le persone svenute, visto che, in caso di crisi, un corpo immobile era solo d'impiccio per sé e per gli altri.

A proposito di corpi immobili...
<< Cisco, Andrey dov'è? >>

<< Ah, boh... non lo aveva Raffaello? >> In quel momento, gli occhi del ragazzo latino brillarono. << Ho avuto un'idea! Wanda, puoi usare i tuoi poteri per farlo svegliare? Lui conosce tutto dei nostri mondi, quindi potrebbe sapere come fermare Ultron! >>

Detto ciò, i due ragazzi si misero a cercare Quark, consci che lui potesse essere la loro ultima possibilità di vittoria.

––––––•––––––

Samarium, ancora ferito e zoppicante, sorprendentemente riusciva ancora a muoversi, anche se a fatica, soprattutto a causa delle ustioni. Con passo incerto si avvicinò al ragazzo biondo, che giaceva lì svenuto e lo guardò con una punta di disgusto. Non lo aveva riconosciuto prima: per lui era solo uno dei tanti scelti dalla sua IA per supportarlo in quella missione, una delle molte pedine sacrificabili. Ma quel ragazzo era tutto fuorché sacrificabile. Era un Pilastro.

Non poteva sbagliarsi.  Vedendolo così, privo di sensi, con un ghigno infastidito disse:

<< Ragazzo, sei il peggior Pilastro della Creazione della storia. >>

Dopo aver sbuffato, si tolse la benda sull'occhio, rivelando un'iride gialla, sorprendentemente umana.
Lanciò un urlo e il suo corpo fu subito avvolto da fiamme blu. Quando il fuoco si dissipò, al suo posto emerse qualcosa che poteva essere definito solo come un demone blu: potente, muscoloso e grottesco, con due occhi che sembravano fari gialli.

 Quando il fuoco si dissipò, al suo posto emerse qualcosa che poteva essere definito solo come un demone blu: potente, muscoloso e grottesco, con due occhi che sembravano fari gialli

Si librò in cielo con le sue maestose ali e distrusse decine di robot nemici.

<< È ora di farla finita! >> ruggì il demone.

––––––•––––––

Da sotto, Cisco e Wanda, appena arrivati, guardarono a bocca aperta quella trasformazione. Poi si precipitarono verso il ragazzo svenuto, consci che svegliarlo poteva essere la loro unica possibilità.

Anche se, forse, la versione demoniaca di Samarium rappresentava un'alternativa più che valida.

Da qualche parte...

Andrey era sia confuso che irritato e sinceramente non si capacitava di come fosse tornato a scuola. Si trovava in aula davanti al piccolo e magro professore di fisica che lo guardava male e gli indicava un problema da risolvere che per lui era come l'aramaico antico. C'era poco da fare, era molto più portato per le materie letterarie che scientifiche, eccetto scienze dove andava bene, ma il punto rimaneva: come ci era finito lì?

Si era risvegliato a casa sua, nella casa dei suoi genitori nel piccolo paesino di montagna dove viveva e si mise a ridere dello strano sogno che aveva fatto. Cambiare città, lavorare in biblioteca, per poi sviluppare dei fantastici super poteri e viaggiare con personaggi delle sue opere preferite. Un sogno davvero bello e figo, ma era davvero un sogno? Nessun sogno poteva percorrere diversi anni o si?

All'inizio decise di ignorare il tutto e di seguire la sua routine, ma si accorse subito che c'era qualcosa che non andava. Tutti, partendo dai suoi genitori che dai compagni di classe e i professori, sembravano più ostili. Veniva interrogato ogni giorno e si era trovato più volte a dover seminare un gruppo di bulli. Cosa strana, perché lui non aveva mai subito del bullismo ed eccetto qualche presa in giro, sia a sue spese che a spese di tutti gli altri, in quella scuola non vi erano mai stati atti di bullismo o così almeno sapeva.

Tutti questi piccoli fatti lo convinsero che c'era qualcosa che non andava.

<< Andrey, il problema non si risolverà da solo >> lo riscosse dai suoi pensieri l'odiato professore, mentre la classe rideva.

<< Secondo me sì in realtà >> detto ciò tirò un pugno in faccia al professore. Per quanto piacevole, non lo avrebbe mai fatto questo gesto nel mondo reale, visto che alla fine era un ragazzo da dieci in condotta, ma qui, in questo strano mondo, che per il biondo non era vero, beh poteva permetterselo. << Ragazzina da incubo >> disse Andrey ad alta voce, ricordandosi che il suo sogno si era concluso mentre quel piccolo mostro gli toccava la testa. << So che ci sei tu dietro tutto questo delirio! >>

I suoi compagni lo guardarono come se fosse un folle e scoppiarono a ridere, facendo irritare non poco Andrey, che prese una decisione drastica e dopo aver preso la prima sedia che aveva a tiro, la fracassò in testa al compagno in prima fila, poi cominciò a fare lo stesso con gli altri. << Dragon Ball insegna che se sei in difficoltà devi menare tutti! >>

Se quello si fosse rivelato il mondo reale e non una fantasia, sarebbe sicuramente finito in riformatorio o peggio, ma poco importava alla fine, sempre meglio di quella scuola. Ok, forse no, però...

I compagni indignati gli saltarono contro e visto che ora si trovava in inferiorità numerica, scappò dalla classe inseguito da tutti gli altri. La cosa strana era che anche tutti gli altri liceali delle altre sezioni sciamarono fuori dalle loro aule per inseguirlo.

Con qualche schivata e botta di culo, il ragazzo uscì fuori dalla scuola, anche se così facendo la situazione peggiorò di molto, visto che le ginocchia cominciavano a bruciargli e il numero di inseguitori triplicò. Essendosi operato ai piedi anni prima, i dolori alle gambe non erano mai guariti del tutto, ok, poteva camminare anche per molto, ma un conto era camminare, un conto scappare a perdifiato per tutto il suo paese. Dio, quanto gli mancavano i suoi poteri, perché si, qui non ne aveva.

Dopo aver corso per quasi tutto il paese, si rifugiò in una viuzza del centro storico e si accasciò a terra, visto che vedeva doppio. Subito però, il volto della ragazzina mostro apparve facendogli incurvare la schiena per lo spavento, gesto che gli fece dare anche una testata.

<< Maledetta mocciosa di Satana.... >> borbottò lui, mentre si rialzava. Venne subito graffiato però sulla spalla, un ginocchio e sul volto, facendogli un male cane, anche perché più che graffi sembravano squarci. La nemica non si vedeva, ma la si poteva sentire ridacchiare e cantare con fare inquietante.

Camminare con il ginocchio in quello stato pietoso non si rivelò facile e quando vide la ragazzina andargli incontro, chiuse gli occhi attendendo la sua fine o almeno per concentrarsi meglio per evocare il suo potere. In quel momento però la musica di Naruto Spin and Burst partì a tutto spiano, poi si sentì << Rasengan! >> seguito da un potente boato.

Aperti gli occhi vide che davanti a lui vi era un essere che sembrava composto da ombre vive.

Aperti gli occhi vide che davanti a lui vi era un essere che sembrava composto da ombre vive

Tra le ombre turbinanti, si stagliava una figura irreale. Alto, snello, con movenze fluide e minacciose, sembrava uscito da un sogno cupo o da un fumetto gotico. Indossava un lungo cappotto scuro, che si apriva come ali nere spinte dal vento, ondeggiando nell'oscurità che lo avvolgeva. Non aveva un volto visibile, solo una testa d'ombra incandescente, dalla quale fuoriuscivano spirali di luce bianca e fumo etereo, come se una fiamma silenziosa gli bruciasse dentro.

Il corpo, pur vagamente umanoide, era composto di pura oscurità, con margini sfumati, quasi instabili, come se la sua stessa presenza stesse lottando per rimanere ancorata alla realtà. Ogni suo movimento lasciava una scia nera e attorno a lui l'aria tremolava come per il calore. Le dita affusolate, guantate d'ombra, sembravano disegnare simboli nell'aria mentre parlava, con una voce che risuonava profonda, familiare e distorta, come un'eco attraverso una caverna piena di nebbia.

<< Ahahah, questo sogno è assurdo >> disse la creatura d'ombra con una voce che Andrey era fin troppo familiare. << Cioè ho usato il rasengan per aiutare il mio amico, che come al solito si trova in difficoltà contro un mostro ahahha >>.

<< In che senso come al solito? Guarda che sei tu la fava tra noi due, eh? >> Andrey gli fece il dito medio, che ci faceva Michael lì? Il suo amico che doveva essere in coma ora era lì davanti a lui in forma spettrale.

<< Nessuno offende il grande Shadowking, ok? >> si vantò l'altro alzando il petto. << Nemmeno i suoi amici nei sogni, qui sono io il mitico protagonista! >>

<< Bel nome e anche bel costume, ottima scelta coprirti la faccia, brutto come sei questo è un miglioramento decisamente gradito >> lo prese in giro il biondo. Gli era mancato scherzare con il suo amico, visto che nel mondo reale lui era in coma e comunque non si vedevano già da un pezzo dopo il suo trasferimento a Viterbo.

<< Ascolta... >> Shadowking lo guardò male, <<... ecco, te hai una faccia che sembra un ananas, non puoi davvero giudicare >>.

<< Se vabbè, ascolta signore delle ombre... non è che mi potresti far uscire di qui? Il multiverso è in pericolo e io devo salvarlo e sai, quindi... >>

<< Guarda che l'eroe del sogno sono io! È il mio sogno e forse il mio primo sogno così lucido ed è davvero fichissimo, non sta a te salvare la situazione, ma comunque... >> si avvicinò a una porta e la aprì, al di là vi era un lungo corridoio incorporeo, che presto si riempì di cremisi e una voce riecheggiò << Andrey... svegliati... >>.

<< Wanda! >> sorrise lui e Shadowking lo guardò confuso. << Beh io vado, te divertiti nel mondo dei sogni e grazie per avermi aiutato >> poi indicò la bimba mostro che ancora si muoveva. << Forse dovresti finirla in modo definitivo >>.

Entrare nel tunnel scarlatto fu un'esperienza orribile, era come venire risucchiati dall'ombelico e nel mentre roteare come una centrifuga.

Terra-1

Quando aprì gli occhi gli venne una nausea tremenda, ma trovarsi Wanda così vicina gli fece quasi passare il senso di disagio. Molto probabilmente il biondo arrossì, ma ci poteva fare poco se la strega era così bella. Cisco si limitò a ridacchiare avendo osservato la scena.

<< Che mi sono perso? >> chiese Andrey e il latino indicò l'esercito di robot che furioso batteva contro una cupola cremisi creata con il potere dell'Avenger. << Ah... >> forse era meglio restare nel mondo degli incubi, forse.

Mondo dei sogni

Michael era sinceramente confuso. Era convinto di star sognando: una sera qualunque, dopo essersi coricato, si era ritrovato immerso, come sempre, nel mondo dei sogni. I sogni, inizialmente caotici come sempre, avevano cominciato a prendere forma, diventando via via più nitidi. Davanti a lui c'era una bambina demoniaca, orribilmente mutilata, una creatura che lui stesso aveva affrontato poco prima. Il villaggio in cui si trovava, la pietra sotto i suoi piedi, l'aria stessa... tutto sembrava incredibilmente reale. E lui, stranamente lucido. Era forse uno di quei sogni lucidi di cui aveva sentito parlare? Quelli in cui si è consapevoli di sognare e si può piegare la realtà a proprio piacimento?

Peccato che non funzionasse così. Aveva appena salvato la vita al suo amico, eppure né lui né l'incubo che aveva davanti sembravano rispondere alla sua volontà. Per gioco, aveva provato a trasformare il volto di Andrey in una palla da basket, senza successo. Aveva persino colpito la bambina demoniaca, una sorta di versione macabra di Samara da The Ring, con un rasengan alla Naruto, ma lei non era svanita come avrebbe voluto. Doveva combatterla davvero, colpire con forza. Quel sogno, quindi, era qualcosa di diverso. Ma cosa?

<< Ma in che senso Andrey deve salvare il multiverso? Bah... >> sbuffò Michael, prima di lanciare un ki blast alla Dragon Ball contro la ragazza incubo. Una sfera di energia gialla esplose con violenza, illuminando l'ambiente e facendo tremare le pareti, crepare i muri e infrangere le finestre.

Una volta certo che la minaccia fosse svanita, pensò di nuovo ad Andrey e come risucchiato da un pensiero, si ritrovò in un altro luogo: un universo viola, popolato da pianeti dello stesso colore, collegati tra loro da filamenti luminescenti che fluttuavano come nervi cosmici. L'atmosfera era surreale. Andrey fluttuava al centro, vestito come Doctor Strange, con il mantello rosso e l'Occhio di Agamotto al collo. Dal suo sguardo scazzato e annoiato sembrava lo Stregone Supremo più infastidito della storia.

Davanti a lui, un volto gigantesco e luminoso, con occhi che sembravano contenere interi universi: Dormammu, il signore della Dimensione Oscura.

Davanti a lui, un volto gigantesco e luminoso, con occhi che sembravano contenere interi universi: Dormammu, il signore della Dimensione Oscura

<< Ma che caz...? >> mormorò Michael, prima di essere nuovamente trasportato altrove, questa volta faccia a faccia con Andrey. Ma non era il solito Andrey: era più muscoloso, più serio e se i suoi occhi non lo tradivano, indossava il costume di Batman. Il simbolo del pipistrello nero su sfondo giallo, le mutande nere sopra i pantaloni grigi... non c'erano dubbi. Era finito in una versione onirica del Lucca Comics?

<< Superman, era ora che arrivassi >> disse Andrey con voce cavernosa, fissandolo come se fosse trasparente. Michael si voltò per vedere chi stesse guardando... e quasi svenne dal cringe. Superman era lui! Capelli castani corti e ricci, occhi marroni dietro un paio di occhiali, gli stessi che usava per leggere. Era come guardarsi allo specchio, ma attraverso un filtro supereroistico. Anche se... le mutande rosse sopra il costume blu erano davvero troppo.

<< Togliti gli occhiali, abbiamo del lavoro da fare >> ordinò Batman, sollevando il cappuccio

<< Togliti gli occhiali, abbiamo del lavoro da fare >> ordinò Batman, sollevando il cappuccio. << I cloni di Breniel stanno attaccando Firenzopolis. Andiamo! >> E con un balzo si lanciò giù dal palazzo, oscillando tra i tetti con il rampino. Superman lo seguì in volo, lasciando il suo sé invisibile in preda alla confusione e all'ilarità.

Firenzopolis? Stavano davvero dicendo sul serio? E se Breniel era chi pensava... la cosa diventava ancora più assurda.

Dopo essersi calmato un attimo, Michael decise di concentrarsi su sé stesso versione Superman. Il pensiero lo trasportò davanti alla sua vecchia scuola superiore. Sbuffò, annoiato, ma qualcosa lo colpì subito: gli studenti non erano umani. Erano uomini-bestia! Dalla macchina accanto a lui, quella di suo padre, scese un ragazzo pecora: lana bianca, sorriso contagioso, piccole corna da ariete, felpa blu e pantaloni neri. Niente scarpe, ovviamente. Salutò un ariete più anziano e burbero  e si incamminò verso l'ingresso.

 Salutò un ariete più anziano e burbero  e si incamminò verso l'ingresso

<< Andrey me la paga... lui e le sue idee sull'uomo pecora. Questo sogno è colpa sua, uff! >> sbottò Michael, mentre il mondo continuava a srotolarsi davanti a lui come un fumetto impazzito.

Mentre precipitava nel vuoto, davanti ai suoi occhi sfilavano immagini fugaci di mondi strani e surreali, come frammenti di realtà alternative. In tre di esse riconobbe chiaramente il suo amico Gabriel, ciascuna volta in una versione diversa.

Nel primo mondo, Gabriel appariva come un guerriero nordico o forse un uomo vissuto in epoche antiche

Nel primo mondo, Gabriel appariva come un guerriero nordico o forse un uomo vissuto in epoche antiche. L'immagine era troppo rapida per cogliere ogni dettaglio, ma la sua figura imponente e il mantello pesante evocavano battaglie lontane e leggende dimenticate.

Nel secondo, indossava vesti regali di un rosso intenso, con una corona dorata che brillava sotto una luce irreale: sembrava un re, fiero e solenne.

Infine, nell'ultima visione, Gabriel era il Soldato d'Inverno. Il braccio metallico, lucido e articolato, con la stella rossa impressa sulla spalla, non lasciava spazio a dubbi. Il suo sguardo era freddo, determinato.

Dopo essere esploso in un'altra risata incontenibile, si ritrovò davanti a una scena che lo lasciò senza fiato: la prima trasformazione di Goku in Super Saiyan!

Vederla dal vivo, lì davanti ai suoi occhi, fu un'emozione indescrivibile, come se la sua infanzia fosse tornata a fargli visita, con tutta la potenza e la magia che solo quei momenti sapevano evocare

Vederla dal vivo, lì davanti ai suoi occhi, fu un'emozione indescrivibile, come se la sua infanzia fosse tornata a fargli visita, con tutta la potenza e la magia che solo quei momenti sapevano evocare.

La scena successiva fu altrettanto iconica: il primo scontro tra Naruto e Sasuke nella Valle dell'Epilogo.

I due ninja si fronteggiavano con rabbia, dolore e amicizia spezzata, e Michael sentì il cuore stringersi

I due ninja si fronteggiavano con rabbia, dolore e amicizia spezzata, e Michael sentì il cuore stringersi. Era come assistere a un frammento di storia che aveva segnato un'intera generazione.

Poi, il sogno cambiò ritmo. Si susseguirono mondi dove cavalli alati volavano sopra le nuvole come creature mitologiche, altri abitati da golem dalle forme più strane, alcuni geometrici, altri simili a statue viventi scolpite nel cristallo. Una foresta immensa e selvaggia si aprì davanti a lui, popolata da bestie mai viste: serpenti piumati, lupi con sei zampe e persino uno scoiattolo dinosauro, una creatura assurda, con il corpo di un roditore misto a quello di un T-Rex. Ogni paesaggio era più surreale del precedente, come se la logica stessa fosse stata messa da parte.

Senza preavviso, qualcosa cambiò. Un senso di angoscia profonda lo invase, così forte da fargli tremare le mani e inumidire gli occhi. Si guardò attorno e si accorse di trovarsi in un parco giochi abbandonato. Il cielo era rosso cremisi, e il sole, dello stesso colore, sembrava osservarlo, immobile e inquietante. La cosa più disturbante, però, era la canzoncina che si sentiva in sottofondo: una melodia infantile, forse in coreano, cantata da voci di bambini invisibili. I giochi si muovevano da soli, come animati da presenze che non si potevano vedere.

Poco più in là, una figura si stava avvicinando. Camminava con fare spensierato, girando su se stessa come in una danza, brandendo un elegante bastone da passeggio. I suoi lineamenti, ancora sfumati dalla distanza, rivelavano un uomo dai capelli neri, volto affilato e bello, ma inquietante. I suoi occhi erano due fori rossi, incandescenti, pieni di energia demoniaca.

 I suoi occhi erano due fori rossi, incandescenti, pieni di energia demoniaca

<< Benvenuto nel Suxen! >> urlò la figura da lontano. Michael sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Quell'essere... era un demone. Uno dei peggiori. Senza pensarci, iniziò a pregare, recitando l'Ave Maria con la speranza che potesse salvarlo, ma la situazione peggiorò.

La scena cambiò di nuovo e questa volta il terrore lo colpì come un pugno allo stomaco.

Davanti a lui si ergeva un demone gigantesco, imponente, con tre volti spaventosi: era Lucifero, come descritto nella Divina Commedia di Dante. Ogni volto masticava un traditore — Giuda, Bruto e Cassio — e le sue ali nere, simili a quelle di un pipistrello, agitavano l'aria gelida dell'Inferno. Il suo corpo era incastrato nel ghiaccio eterno, ma il suo ghigno malefico era vivo, famelico. Con un ruggito, si avventò su Michael, pronto a divorarlo.

Ma proprio in quell'istante, accanto a lui, sentì una presenza gentile, calda, luminosa, qualcosa di puro, che lo afferrò e lo tirò via da quell'incubo. Purtroppo, la gigantesca mano del demone lo raggiunse ancora una volta, e solo con uno sforzo disperato riuscì a fuggire prima di essere divorato vivo.

Con il fiatone e un tremore incontrollabile in tutto il corpo, il suo unico desiderio era tornare a casa. Voleva svegliarsi, ma non ci riuscì.

Deciso a guardarsi attorno, si ritrovò davanti a una scena surreale, immersa in una calma assoluta: tre figure immense, dalle proporzioni quasi divine, sedevano in meditazione profonda.

Avvolte da un'aura luminosa, fluttuavano sopra giganteschi fiori di loto sospesi nel vuoto, come se il tempo stesso si fosse fermato per contemplarle.

Il loro abbigliamento era sontuoso: drappeggi eleganti, gioielli scintillanti e corone sacre che ne accentuavano la maestosità. Non ebbe dubbi: dovevano essere divinità induiste, riconoscibili dalle immagini che aveva visto in documentari e libri, ma ora infinitamente più vive e imponenti.

Le tre divinità gli sorrisero con dolcezza, trasmettendo una sensazione di pace profonda. Poi, con un gesto lento e armonioso, gli indicarono una via di luce che si snodava tra nuvole dorate, pulsando come se fosse viva. In fondo a quel sentiero lo attendeva una figura familiare: la presenza gentile che poco prima aveva cercato di aiutarlo. Ora appariva ancora più luminosa, quasi angelica, con le braccia aperte e un sorriso sereno che lo invitava a proseguire.

 Ora appariva ancora più luminosa, quasi angelica, con le braccia aperte e un sorriso sereno che lo invitava a proseguire

Una volta raggiunta la figura, Michael notò che si trattava niente meno che dell'Arcangelo Raffaele. Era un giovane dal volto gentile e dai capelli ricci, con la carnagione dorata dal sole. Indossava una tunica bianca drappeggiata che sembrava fatta di luce e un'aureola dorata gli cingeva il capo come un sole nascente. Nella mano sinistra stringeva un bastone intagliato, simbolo del viaggio e della guarigione; nella destra, una bottiglia di vetro che emanava un bagliore tenue, come se contenesse l'essenza stessa della vita.

Il suo volto irradiava purezza, ma nei suoi occhi si leggeva anche una severità contemplativa, come se vedesse oltre il tempo e lo spazio. Michael, cristiano fin dalla nascita, che ogni domenica si recava in chiesa e pregava con tutto il cuore, sentì che quella era un'esperienza sacra, una conferma luminosa della sua fede. Sapeva ora che le sue preghiere non erano mai cadute nel vuoto. E sebbene avesse appena incontrato divinità di altre fedi, non provava confusione né dubbio: per lui, ogni credo era un riflesso dello stesso mistero divino. Non aveva mai giudicato nessuno e ora ne aveva la prova.

<< Vieni, Michael. Camminiamo un po' >> disse Raffaele, incamminandosi lungo una strada sterrata che si snodava tra colline dorate e cespugli profumati. La campagna sembrava orientale, ma il ragazzo non riusciva a identificarne il luogo. Il cielo era terso e da lontano si stagliava un monte maestoso, le cui rocce sembravano scolpite dal vento e dalla preghiera.

<< Il Monte Sinai >> lo illuminò il suo angelico compagno. Michael annuì, ammirato. In quel momento si accorse di non essere più avvolto dalle ombre, ma di indossare abiti semplici, simili a quelli di un pastore di duemila anni fa.

Raffaele si fermò e indicò un masso levigato dal tempo. Michael vi si sedette senza obiettare.

<< Avrai capito che questo non è un sogno >> disse l'Arcangelo. Michael annuì, convinto. << O meglio... lo è, ma la tua natura da Dream Walker lo ha reso più reale del necessario >>.

<< Dream Walker? >> chiese stupito Michael.

Raffaele annuì solenne. << Persone come te hanno la capacità di viaggiare tra i sogni, oltrepassando i limiti del corpo e, in rari casi, anche quelli della realtà >>.

Michael ripensò subito agli strani mondi che aveva visitato. Erano reali?

<< Il confine tra realtà e finzione è più sottile di quanto tu credi, ragazzo. Ma sì, sono reali >> rispose Raffaele con dolcezza, poi si fece più serio. << Ora però dobbiamo parlare del tuo corpo. Non c'è modo gentile per dirlo: sei in coma, Michael. Il tuo potere ti ha fatto vagare lontano e se non fossi intervenuto io, chissà dove saresti finito >>.

Michael impallidì. Ecco perché non riusciva a svegliarsi! Ma perché il suo corpo era in pericolo? Forse era in ospedale e la sua famiglia era preoccupata... ma c'era dell'altro?

<< Vedi... un essere di potenza inconcepibile, persino per me, sta guidando un'organizzazione nel tuo mondo. Ti stanno cercando. O meglio, ti danno la caccia perché sei amico di Andrey >>.

<< Che c'entra quell'idiota adesso?! >> sbottò Michael, sopraffatto dall'ansia.

<< Quell'"idiota" è un Pilastro. Il Pilastro della Creazione. Un essere di infinita potenza che potrebbe essere la salvezza o la rovina di colei che vi sta inseguendo. Farà di tutto per fermarlo o catturarlo, compreso minacciare i suoi amici e parenti >>.

Vedendo che Michael stava per porre altre domande, Raffaele alzò la mano per fermarlo. << Per ora non posso dirti altro, ma il tuo corpo è al sicuro, nella mia base >>.

Michael, pur con mille dubbi, annuì mestamente.

<< Ora c'è qualcosa che voglio che tu faccia. Se lo farai, riceverai anche le risposte che cerchi >> gli propose l'Arcangelo.

Michael annuì senza esitare.

<< Ricordi la dimensione dello Scoiattolo Rex? Si trova in un altro multiverso. Lì troverai il Guardiano dell'Omniverso. Si è... perso, diciamo. Lui sa tutto di tutti e potrà risponderti >>.

<< Sarà fatto, ma protegga i miei genitori, la prego. E se vede Andrey, gli dia uno schiaffo da parte mia. Guarda in che casini mi ha cacciato... >> disse, pensando ai due demoni incontrati, uno dei quali era Lucifero in persona.

<< L'altro demone >> disse Raffaele con tono grave, << è qualcuno di ben peggiore di mio fratello. Ti auguro di non rivederlo mai più. Ora vai, e che il Signore sia con te >>.

Detto ciò, Michael si ritrovò in una fitta boscaglia, circondato dai suoni di creature sconosciute. Avvolto dalle ombre, scomparve da lì, determinato a trovare il suo obiettivo. Aveva bisogno di risposte e ora sapeva dove cercarle.

Terra-0

Negli spogliatoi semideserti del Centro Balneare Argelati, immerso tra alberi e vialetti silenziosi della periferia sud di Milano, un ragazzo dai capelli castani stava riponendo con cura i suoi vestiti a tema Dragon Ball nello zaino.

Il suo volto, giovane e segnato da un'espressione malinconica, tradiva un'emozione trattenuta: forse aveva pianto, o forse era sul punto di farlo

Il suo volto, giovane e segnato da un'espressione malinconica, tradiva un'emozione trattenuta: forse aveva pianto, o forse era sul punto di farlo. Rimasto in costume, si guardò attorno con occhi spenti, poi si diresse verso la vasca esterna, da cui provenivano voci e risate.

Sbuffò. Amava la compagnia, adorava stare con gli amici, ma non in quel momento. Non in quel periodo. Almeno, una volta immerso nell'acqua, avrebbe potuto dimenticare per qualche istante i suoi pensieri.

La piscina, circondata da un prato ampio e alberato, ospitava solo un piccolo gruppo: tre ragazzi e una ragazza, talmente chiassosi da sembrare il doppio. Il più imponente tra loro, con una corporatura massiccia che sembrava riempire l'intero campo visivo, lo notò e gli fece cenno di avvicinarsi.

Con un altro sbuffo, il ragazzo si tuffò e li raggiunse, più per educazione che per voglia.

<< Ciao, mi chiamo Matteo >> si presentò il corpulento, poi indicò un ragazzo magro, quasi ossuto, con un viso appuntito da roditore. << Lui è Amedeo, il nerd è Alberto e la nostra regina qui è Noemi. >> Noemi, una ragazza dai capelli castani e lunghi, indossava un costume rosa che le aderiva con grazia. Il suo sorriso era distratto, quasi annoiato. Alberto, invece, lo salutò con un cenno timido, il volto punteggiato da brufoli.

<< Io sono Nicola, ma potete chiamarmi Nick >> rispose il castano. Nella sua mente da otaku, il collegamento fu immediato: sembravano versioni distorte e italiane degli amici di Nobita. Gian, Shizuka, Suneo... e lui, ovviamente, Nobita. Quasi gli scappò da ridere, ma si trattenne.

<< Non ti abbiamo mai visto da queste parti, Nick >> disse Matteo, squadrandolo con curiosità. << Sei nuovo del quartiere? >>

<< Diciamo di sì >> sospirò Nick, consapevole che veniva da molto più lontano di Milano.

<< Ti sembra normale stare al telefono anche in piscina? >> sbottò Alberto, rivolto a Noemi. Lei lo fulminò con lo sguardo, poi tornò a digitare sul suo iPhone. Dopo qualche secondo, mostrò il video che stava guardando: "La minaccia volante colpisce Milano!"

<< È successo poco fa, durante il red carpet di Emilia Stella >> spiegò Noemi.

<< Emilia è proprio una bomba! >> rise Matteo, seguito da Amedeo. << Come lo era sua madre, no? >>

<< E se fossero la stessa persona? >> azzardò Alberto. << Le foto della madre sono vecchie, ma la somiglianza è incredibile! >>

<< Ma non dire cavolate! >> lo zittì Matteo, facendolo indietreggiare. << Sempre con le tue teorie da sfigato! >>

Alberto, con un gesto impulsivo, afferrò il cellulare di Noemi e lo sbatté contro il petto di Matteo. << Assurdo?! Poco fa un uccello gigante ha sorvolato la città. Se può esistere una creatura del genere, perché non una donna immortale? >>

<< Mia madre dice che è tutta una trovata pubblicitaria, una campagna occulta o qualcosa del genere... >> Amedeo si interruppe quando vide Matteo alzare il pugno verso Alberto, ma Nick lo bloccò in tempo.

La forza della sua presa sorprese tutti. << So che non ci conosciamo, ma non sopporto i bulli >> disse Nick, << e io credo che quell'uccello sia l'inizio di qualcosa di straordinario. Una nuova era. Un'era di eroi >>.

Gli altri, tranne Alberto, scoppiarono in una risata fragorosa.

<< In India si dice ci sia un vigilante notturno, Cuore Nero, che controlla le ombre >> disse Alberto.

<< Anche se fosse vero, Cuore Nero è umano. Noi stiamo parlando di una bestia! >> ribatté Amedeo.

<< Altro che bestia, quello è un abominio uscito da un laboratorio segreto! >> Matteo rise, facendo stringere i pugni a Nick sotto l'acqua.

<< Secondo me qualcuno lo controlla. Come quelle tribù africane che usano gli uccelli per cacciare >> disse Noemi, distrattamente. << Sempre se non è tutta una bufala >>.

<< E se fosse un eroe? >> intervenne Nick, con lo sguardo acceso. << Se volasse sopra le nostre teste per proteggerci? Non sarebbe magnifico sapere che c'è qualcuno pronto ad aiutarti? >>

<< Sarebbe inquietante vedere quel coso ogni giorno >> ribatté Noemi, disgustata.

<< Io credo che Nick abbia ragione >> disse Alberto, serio, << ma quel volatile dovrebbe prima imparare a fare l'eroe. Vi ricordate la banca allagata? >>

<< Ahah, ecco il nostro eroe: il Gabbiano Gigante! >> Matteo imitò il verso di una gallina, seguito da Amedeo.

La vista di Nick si offuscò. Perché nessuno capiva? Sì, aveva commesso errori, ma era lì per aiutare. E perché lo chiamavano mostro? Negli anime e nei film Marvel, gli eroi non umani erano amati. Perché lui no?

Perso nella rabbia, non si accorse delle urla né del livello dell'acqua che saliva. Una potente onda si sollevò, scaraventando i quattro contro il muro della vasca.

Il tonfo dei corpi lo riportò alla realtà. Aveva... ferito delle persone e dalla posizione in cui si trovavano, le aveva ferite piuttosto gravemente.Uscì dall'acqua e si avviò verso i corridoi, il cuore pesante. Aveva sbagliato.

Avrebbe dovuto volare via subito, non sarebbe mai dovuto venire qui, ma la piscina lo calmava. Ne aveva bisogno, dopo tutto quello che era successo...

Negli spogliatoi, un ragazzo biondo e paffuto lo stava aspettando. Il suo sorriso era sadico. << Ahahaha, ti ho trovato, mostro-uccello! >> Poi, con una forza brutale, lo scaraventò contro il muro. Nick perse fiato e vista nello stesso istante.

TARDIS

L'Artista squadrò da cima a fondo l'intruso. Aveva un sorriso e un volto dolce e affidabile, e si era presentato con garbo. Alan... questo era il suo nome, no? L'aveva salutata chiamandola con il suo titolo, come se fosse un vecchio amico o, quantomeno, qualcuno che l'avesse già incontrata. Il problema era che lei non sapeva chi fosse quel misterioso individuo. Quindi, ancora una volta, la regola dei viaggi nel tempo "io conosco te, ma tu non conosci me" era entrata in gioco.

Non voleva però farsi ingannare. Le varie paranoie sul non fidarsi di nessuno, inculcate da suo padre, risuonavano come un allarme impazzito nella sua mente. Il campanello più forte aveva la voce della Tata, la versione più paranoica del Guardiano. Gli altri lo erano sì, ma rispetto alla sua incarnazione in nero, sembravano quasi sani di mente.

Decise di affidarsi, come suo solito, alla sua arte. Come attrice, non solo era capace di emulare ogni stato d'animo, sia con la voce che con i movimenti del corpo, ma sapeva anche interpretare la mimica facciale altrui, capendo se qualcuno mentiva o meno. Non era un metodo infallibile, date le varie illusioni facciali in giro per l'Omniverso, ma al momento quel rosso le sembrava una persona affidabile.

<< Se posso permettermi, lasciami chiarire una volta per tutte i tuoi dubbi sulle mie intenzioni >> disse, lanciandole quella che sembrava una bellissima bussola argentata, finemente decorata. La bussola sembrava emanare un'energia propria, tanto da farle vibrare leggermente la mano. La più grande incisione era una "K" sul retro, simbolo di un'entità a lei nota, che un tempo aveva tentato di ucciderla, o almeno di metterla fuori gioco.

<< Questo non vuol dire niente. Non ho buoni ricordi del Guardiano dell'Omniverso >> disse lei, facendo sgranare gli occhi al rosso per la sorpresa.

<< Ma... io so che Enoch e tuo padre, il Guardiano, sono amici... >>

<< Sì, ma sai... che cosa è successo a Enoch? >>

<< Ahimè, l'ho scoperto di recente... >> Trovava ancora assurdo che il suo amico si fosse frammentato e che ora fosse un mortale. Non lo credeva possibile, vista la natura di Enoch. Un essere come lui, ridotto così? Dire che anche i potenti possono cadere era un eufemismo, senza contare tutti i problemi che ne sarebbero sicuramente derivati.

Almeno aveva scoperto perché la bussola non funzionava più, lasciandolo arenato su Terra-0. Ok, con le sue sole forze e qualche trucchetto magico poteva ancora viaggiare nel multiverso, ma non oltre.

<< Comunque, quella bussola me la donò Enoch, quando era ancora divino, con lo scopo di ritrovare la mia famiglia. È un simbolo di speranza e della mia buona fede >> le disse lui, per poi chiederle curioso: << Se posso... che ti ha fatto Enoch? >>

<< Mio padre lo aveva definito un frammento impazzito. Diciamo che cercava di tornare nell'alto dei cieli tramite metodi poco etici >>.

<< Non mi sembra da lui >> affermò Alan. << Enoch preferirebbe restare mortale piuttosto che tornare sul suo seggio. Di questo ne sono quasi certo... >>

Ok, nessuno poteva dire di conoscere bene Kósmos, vista la sua natura infinita e ancestrale, e lui non era nemmeno così arrogante da affermarlo. Ma erano amici, avevano vissuto diverse avventure insieme e poteva dire di conoscerlo meglio della maggior parte delle persone dell'Omniverso, tra i mortali, almeno.

<< Come ho detto: scheggia impazzita. Era lui, ma allo stesso tempo no. O non proprio lui. Fidati, noi Signori del Tempo siamo esperti nel riconoscere chi è quella persona... ma allo stesso tempo non lo è del tutto >>.

Il Soleano pensò subito alla rigenerazione: un vero casino, a suo parere. Bastava guardare l'elegante donna davanti a sé e la matta che l'aveva mandato lì. Erano la stessa persona, eppure...

<< Alan, che cosa vuoi da me? >> gli chiese lei, mentre lo osservava non proprio severamente, ma quasi. In quel momento dovette ammettere che era bellissima. Se non fosse già sposato e fedele a sua moglie, un pensiero ce lo avrebbe fatto. Emilia sembrava un'icona uscita da un film, così bella da rasentare la perfezione.

<< Pensavo che avremmo potuto aiutare Nick insieme >> le propose con un sorriso.

<< Nick? >> chiese lei confusa.

<< Il volatile di prima. Dal tuo sguardo mi è sembrato che tu volessi aiutarlo. Beh, lo voglio anche io. Quindi... facciamo un team-up? >> Il vero motivo per cui era lì, in fondo, era che in un certo senso era stato costretto. In quel momento non poté fare a meno di pensare agli eventi che l'avevano portato in quel TARDIS.

Terra -3, tre settimane fa.

Un portale si aprì accanto a una vecchia roulotte sgangherata e Alan ne uscì guardandosi attorno con aria cauta. Si era stabilito su Terra-0 da circa un anno, durante il quale aveva preso sotto la sua ala — in senso sia simbolico che letterale — un giovane semidio azteco di nome Pedro. Viveva con lui e suo padre Josè in una casa modesta, ma piena di vita e si allenava regolarmente con Jaguar, il dio protettore del luogo. Era stimolante, sì, ma anche frustrante: la sua bussola dimensionale era ormai difettosa e lo teneva bloccato su quella Terra.

Aveva provato di tutto per contattare il suo amico cosmico: prima con semplici richiami, poi con preghiere e infine con un altarino rituale pieno di offerte: merendine, tè, e altre leccornie da merenda. Ma niente. Nessuno sguardo cosmico, nessun segno. Non era da lui. Forse sapeva di non dover rispondere, data la sua natura onnisciente? Anche così, qualcosa non tornava.

Un giorno, esasperato, provò a convocare Ruben, l'allieva di Enoch. Era certo che almeno lei gli avrebbe risposto. Ma anche di lei, nessuna traccia.

Teso e preoccupato, decise di testare se almeno poteva viaggiare all'interno di quel multiverso. Ed eccolo lì, accanto a una roulotte, in una radura che sembrava uscita da un festival post-apocalittico.

All'improvviso, dalla porta malandata della roulotte, sbucarono un gruppo di ragazze. Alcune ancora mezze nude, tatuate ovunque, con gli occhi lucidi e i movimenti scomposti. Urlavano eccitate: il concerto dei Paradox stava per iniziare.

Il sole stava calando, tingendo il cielo di arancio e viola. La notte avanzava. Un ragazzo vestito da rocchettaro — cresta gialla su testa rasata, piercing sulla lingua, giacca da motociclista — si unì alle ragazze e insieme si incamminarono verso una fitta boscaglia. Oltre gli alberi, si intravedevano luci che danzavano nel cielo, probabilmente fari da palco.

Alan notò un palo della luce con un poster strappato. Raffigurava alcuni membri della band: un uomo con testa da cinghiale, muscoloso e in giacca di pelle (il tipo gli ricordava la versione pompata e rock di Inosuke); un robot blu con occhi sorprendentemente umani e una miccia sulla testa; e una figura esplosiva, letteralmente, una bomba umanoide. Erano caricature? O davvero così?

Arrivato al centro della radura, davanti al palco, Alan si trovò immerso in una folla elettrica. Il palco era imponente: schermo gigante, luci stroboscopiche, casse che promettevano di far tremare la terra. Tutti sembravano usciti da un rave rock, tranne lui. Si sentiva fuori posto.

Le luci si accesero. La folla esplose. Dal fumo emerse la band.

La seconda ipotesi era quella giusta: non erano caricature

La seconda ipotesi era quella giusta: non erano caricature. Il cinghiale umanoide era reale, con volto paffuto, zanne prominenti e una camicia bianca che non riusciva a contenere la sua pancia. Sembrava più tenero che minaccioso.

Il robot blu era un caos visivo: niente gambe, occhiali gialli da bambino, cravattino rosso a pois bianchi e un'antenna rossa sulla testa. Sembrava uscito da un cartone animato impazzito.

E a propoisito di cartoni animati...Il batterista era letteralmente una bomba vivente. Occhi grandi, sguardo folle, mani alzate come se stesse per esplodere, in senso musicale, si sperava.

Gli ultimi due membri sembravano umani, ma Alan sapeva riconoscere un arcangelo quando lo vedeva. Che ci faceva Gabriele in una rock band metal?

Al centro del palco, con sguardo beffardo e voglia di spaccare i timpani, c'era lei: la leader. Una vera icona metal. Capelli mossi dai riflessi blu-verdi, taglio irregolare, piercing al naso, tatuaggi sulle braccia che spuntavano dalla giacca di pelle nera. Indossava un top nero aderente che lasciava intravedere un addome scolpito e jeans strappati, vissuti.

Al collo, una collana d'argento semplice ma vistosa. Al polso, un orologio metallico. Sulle labbra, un sorriso sicuro e beffardo. Sembrava uscita da un concerto underground... o da una rissa. Un mix esplosivo di stile, arroganza e libertà.

<< Buonasera sfigati! >> tuonò al microfono, facendo esplodere la folla che urlava il suo nome, lo stesso della band: Paradox. << Chi vuole fare casino?! Dai cazzo! Divertiamoci!!! >>

Con un colpo di chitarra, il concerto iniziò e il terreno tremò.

Dopo quella canzone, ne seguirono molte altre, ancora più chiassose. Alan doveva ammettere che, per quanto il metal non fosse il suo genere, non proprio, i Paradox erano bravi. Sapevano il fatto loro. La seconda voce... beh, si dice "voce angelica" per un motivo, no?

Col passare del tempo, le scene attorno a lui diventavano sempre più deliranti. Era sicuro di aver visto alcune ragazze mostrare il davanzale a Paradox, o a Gabriele, o forse a entrambi e si era ritrovato a bloccare il ragazzo davanti a lui che stava per tirarsi giù i pantaloni. Una scena a dir poco folle, esilarante, ma anche imbarazzante. E poi c'era Gabriele, che dopo aver sfoderato le sue possenti ali bianche, si era messo a fare un assolo girando su sé stesso mentre fluttuava sopra il palco. La discrezione della band era ai minimi storici, ma visto il pubblico, nessuno si sarebbe ricordato nulla... o quasi.

Quando il concerto terminò, Alan tirò un sospiro di sollievo. Certo, avrebbe potuto andarsene prima, ma si era lasciato coinvolgere. Inoltre, voleva parlare con altri viaggiatori multiversali come lui, in primis Gabriele. Magari avrebbe potuto spiegargli come contattare Enoch.

Con un salto fulmineo, riapparve nel retro del palco, l'unico passaggio obbligato per accedere ai camerini o al backstage. Il retro era un miscuglio di architravi, pali in ferro e legno, e tendoni neri. Nulla a che vedere con la scenografia scintillante del fronte palco.

<< Ma guarda chi c'è! >> disse una voce allegra sopra di lui. Alan vide Paradox scendere le scale per raggiungerlo. << Il mio soleano preferito! Che ci fai qui, Al? Sei venuto per goderti della musica fantastica o solo per salutare una vecchia amica? >> Alla sua espressione confusa, lei imprecò con fare teatrale: << Cazzo! Dannati viaggi nel tempo! >>

Alan annuì, grattandosi la testa, più confuso che altro. << Io sono Paradox! Yeah! >> esclamò, mentre gli altri membri della band la raggiungevano. Il cinghiale umanoide portava in braccio il robot senza gambe, creando una scena surreale. << O meglio, conosciuta come l'Artista. >> Poi indicò gli altri: << Il bello è Gabriele, l'Arcangelo. Il cicciottello tenerello della band è Boozer, il nostro bassista. Quello che porta in braccio è Pianobot e infine, il nostro batterista letteralmente scoppiato: BumBum! >>

<< CIAO ALAN! IL BACKSTAGE SARÀ ESPLOSIVO!! >> gridò il cartone animato vivente, avviandosi seguito dal cinghiale antropomorfo e dal robot. Alan li osservò passare, divertito.

<< Sbaglio o questo concerto sembra un po'... abusivo? Voglio dire, il palco è bello, ma siamo in mezzo al nulla >> chiese Alan, curioso.

<< Perché lo è >> rispose Paradox, alzando le spalle. Alan sbuffò interiormente. Aveva capito che Paradox faceva quello che le pareva, anche se non sembrava una cattiva persona.

<< Gabriele, posso farti una domanda? >> disse Alan, voltandosi verso l'Arcangelo. << Che fine ha fatto Enoch? Lo cerco da un anno, ma non mi risponde >>.

<< Ah già, tu sei Alan. Michele ed Enoch mi hanno parlato di te. Sei quella sorta di demone blu loro amico >> disse Gabriele.

<< Demone blu? Guarda che sono un soleano... >>

<< Sei un uomo-nibbio gigante, con molte ali quando ti trasformi. Ne sei davvero sicuro? Il sole e la luce sono i simboli della Stella del Mattino... Lucifero, per intenderci >>.

Alan si irritò. Perché gli umani o le divinità a loro correlate dovevano sempre appropriarsi metaforicamente del suo mondo, definendosi i suoi dei? Il Sole era dei soleani e loro avevano già i propri. Ok, Omniverso, regole diverse... ma che cavolo!

Paradox scoppiò a ridere, mentre si beveva una birra tirata fuori da chissà dove. << Ti sta solo prendendo per il culo >>.

Gabriele esplose in una risata.

Alan sbuffò. << Potreste fare i seri? >>

<< Enoch è caduto. Si è frammentato, è esploso... solo lui sa cosa gli è successo. Non è più nel Nexus, non è più il Guardiano dell'Omniverso. Fidati se ti dico che ha creato non pochi casini. Casini che sto cercando di sistemare anche io... >>

<< A me non sembra >> disse Alan, acido. << Con tutto il rispetto, ma suonare non è sistemare i casini. >> Era fuori di sé. Il suo amico, oltre a essere una guida e un mentore, era anche l'unica possibilità di ricongiungersi con la sua famiglia.

<< Ragazzino >> disse Gabriele, incrociando le braccia. << Sai cos'è la bilocazione, vero? >>

Alan sospirò. << Potreste aiutarmi ad andarmene da questo multiverso o... >>

<< Nah... >> Paradox trincò un altro sorso. << O meglio, sì, l'ho già fatto in teoria. Ma per te è il futuro. Allora... devi tornare su Terra-0, poi aspettare che un grosso uccello blu faccia casino a Milano. Lì troverai me, o meglio, Emilia Stella, una delle mie vite passate. Da lì, la strada sarà tutta in discesa >>.

Gli diede una pacca sulla spalla, poi fece una smorfia decisamente libidinosa. << Ora scusami, ma ho i miei uccelli da incontrare. Sono insieme a qualche bella passerina... capito che intendo, Big Blue? >> concluse facendogli l'occhiolino.

Alan roteò gli occhi, esausto. A dire il vero, aveva già iniziato a indagare su uno strano uccello blu che si aggirava nei cieli italiani. Aveva le sue teorie.

<< Ok, ci vediamo Paradox >> detto ciò, si incamminò via da lì, sparendo in un altro portale.

Terra-0, presente

Il suono di un allarme lo riportò bruscamente al presente. Allarmato, Alan guardò Stella, che sfrecciava attorno alla console. << Non sono la massima esperta di questo TARDIO, il che può sembrare assurdo, visto che ci viaggio da secoli, ma in breve... Nick è stato attaccato >>.

Alan si fece subito serio. << Andiamo >>.

Detroit

Michael Seraphim era ormai certo di essere completamente uscito di senno

Michael Seraphim era ormai certo di essere completamente uscito di senno. Prima o poi doveva succedere, dopo tutte le mostruosità, paranormali e non, che aveva affrontato nella sua vita. Ma... arrivare al punto di vedere bambini animati? Quello era un limite che non pensava avrebbe mai superato. La sua prima ipotesi fu che si trattasse di uno scherzo di qualche fata, magari del suo "amico" leprecauno, quel bastardo. Solo il popolo fatato poteva creare illusioni così elaborate e assurde. Subito dopo, pensò che potesse essere colpa dei demoni affrontati poco prima, ma scartò anche quell'idea: li aveva eliminati.

Avvicinandosi al ragazzino, notò quanto fosse strano l'effetto che produceva. Sembrava disegnato in 2D, eppure era reale quanto lui. Pelle scura, capelli neri, occhi attenti. Indossava una felpa grigia, un marsupio verde e aveva una testa sproporzionata che emanava un'aura di tenerezza. Eppure, qualcosa dentro Michael gli diceva che voleva bene a quel bambino. Ma come? Il fatto che il cartone gli sorridesse non aiutava affatto.

<< Mi piace il tuo nuovo aspetto, maestro! >> disse il bambino con un grande sorriso. << Anche se è un po' strano vederti così... >>

<< Nuovo aspetto? Di che diavolo stai parlando, ragazzino? Per chi mi hai preso, un mutaforma? >>

<< Sì? Tu puoi diventare qualsiasi cosa, no? >> chiese lui, innocente e confuso.

<< Gesù... >> Michael si passò una mano sul volto. << Ascolta, usciamo da questo posto putrescente e poi ne parliamo meglio...>> Detto ciò, si incamminò giù per la scalinata, seguito dalla strana figura.

A metà tragitto si fermò, scrutando il bambino con sospetto. << Fai rumore quando scendi le scale, quindi... perché prima non ti ho sentito salire? >>

Il ragazzino si posizionò sopra un bastone di legno con un cristallo incastonato sulla cima e cominciò a fluttuare. << Erano tante scale, quindi ho deciso di usare un piccolo trucchetto che mi hai insegnato >>.

<< Io non... fanculo, lasciamo perdere >> sbottò Michael, salvo poi rendersi conto di aver imprecato davanti a un bambino. Animato, sì, ma pur sempre un bambino. << Scusa. Andiamo >>.

Una volta fuori, si accorse che l'alba era passata da un pezzo, ma doveva essere comunque mattina presto.

Poco più in là, parcheggiata come un predatore in attesa, c'era la sua Impala del '67: bianca, lucida, con la carrozzeria che rifletteva la luce del mattino come una lama affilata

Poco più in là, parcheggiata come un predatore in attesa, c'era la sua Impala del '67: bianca, lucida, con la carrozzeria che rifletteva la luce del mattino come una lama affilata. Le linee erano pulite e aggressive, il cofano lungo e muscoloso, i fari anteriori incastonati come occhi pronti a scrutare l'oscurità. Il rombo del motore, quando acceso, non era solo un suono, ma una dichiarazione: potente, profondo, quasi mistico. Era più di una macchina. Era una compagna di caccia, una reliquia su quattro ruote, testimone silenziosa di fughe, battaglie e notti di luna piena.

<< Wow! Bella macchina! >> esclamò il ragazzino, gli occhi brillanti di emozione e giganteschi. Era un cartone in tutto e per tutto, anche nelle reazioni.

<< Lo è. Ogni cacciatore di mostri che si rispetti deve averne una >>.

<< Come mai? >> chiese curioso il piccolo compagno.

<< Non lo so... una sensazione, credo >> rispose Michael, incamminandosi verso l'auto. << Dai, andiamo >>.

Arrivati alla macchina, sollevò il ragazzino e lo posò sul cofano, poi lo squadrò con attenzione. << Allora, prima di tutto: nome e cognome >>.

<< Sono Craig Williams, ma questo già dovresti saperlo, no? Ci conosciamo! Sei il mio maestro, il mio tutor cosmico! >> rispose quasi supplicante.

<< Mi dispiace, ragazzo, ma io non ti ho mai visto in vita mia >> disse, ignorando la vocina nella sua testa che gli diceva il contrario. << Come puoi vedere, sono solo un umano. Con abilità magiche, sì, ma pur sempre umano. Non sono un tutor cosmico o qualche altra diavoleria celeste >>.

<< Invece lo sei! Sei Enoch, il Guardiano dell'Omniverso! >> ribatté Craig, arrabbiato e un po' deluso.

<< Enoch, il profeta biblico? Mi dispiace, ma sei fuori strada >>.

<< Enoch non è davvero il tuo nome. È... non posso dirlo, sai com'è >>.

<< I nomi hanno potere >> disse Michael annuendo. In magia, il nome — soprattutto quello vero — possedeva un potere devastante e vincolante. Conoscere il vero nome di una persona o entità significava conoscerne l'essenza più profonda. Per questo si rivelava solo ai più fidati. Per gli dei era diverso: il vero nome era noto a tutti, ma usarlo non era mai saggio, per svariati motivi. << Non dirlo. Non ti credo, ma vista la tua grafica so per certo che questo tuo maestro esista e nominarlo potrebbe solo portare guai >>.

La sua mente tornò alle ultime parole del demone dalla testa di martello affrontato poco prima: Il Primo Demone ti sta cercando. Non era una bella notizia.

<< La mia grafica? >> chiese Craig, confuso.

<< Non noti nulla di strano tra come sono io e come sei tu? Vabbè, passiamo oltre... come mai sei qui? >> Animato o meno, era pur sempre un bambino. E il fatto che fosse arrivato fin lì per cercarlo era preoccupante.

Flashback

Craig, come suo solito, correva a perdifiato attraverso il suo amato ruscello. Quel luogo era un piccolo mondo incantato, dove ogni bambino poteva divertirsi come preferiva. C'era chi sfrecciava in bicicletta, chi si fingeva un ninja, chi vendeva merendine creando una vera e propria economia locale, e chi costruiva intere città, alcune nascoste nelle fogne, altre fatte di cartone. Per Craig, quel posto non era solo una seconda casa: era un universo da esplorare e mappare. Il suo obiettivo? Creare la mappa più dettagliata possibile del Ruscello.

Una volta giunto al ceppo, si calò giù tramite la sedia-ascensore e si guardò intorno con aria soddisfatta. Cuscini scompagnati, una lanterna a pile appesa a un ramo, mappe disegnate a mano e una scatola di biscotti sempre mezza vuota. Un piccolo regno di avventure, dove ogni oggetto aveva una storia e ogni angolo nascondeva un segreto.

In quel momento i suoi amici non c'erano, ma non gli importava: il suo scopo non era restare lì, bensì raggiungere il Nexus, la magica dimora del suo tutor, per divertirsi con la "diavoleria del giorno". Arrivarci era semplice: bastava dare tre colpi con il bastone alla porta della stanza segreta di Kelsey, quella con la scritta gialla "Stai fuori" e il gioco era fatto.

Una volta varcata la soglia, però... si ritrovò nel paesaggio più cupo che avesse mai visto. I bellissimi boschi erano stati sostituiti da un deserto infinito e grigio. Il cielo, prima azzurro e brillante, ora era scuro, punteggiato da enormi sfere fluttuanti che sembravano universi in movimento. Sembrava tutto... morto.

Dei suoni mostruosi in lontananza lo fecero sobbalzare. Con le lacrime agli occhi, si voltò per tornare indietro, ma il passaggio era sparito!

Preso dal panico e dalla paura, si mise a correre verso una meta indefinita: l'importante era allontanarsi da quei suoni il prima possibile. I suoi tentativi di chiamare il maestro o gli altri abitanti del luogo furono inutili. Craig ne era certo: lì era successo qualcosa di terribile.

Dopo aver corso fino quasi a svenire per lo sforzo, si ritrovò davanti a un gigantesco edificio in pietra, dello stesso colore del deserto. Nonostante la tonalità spenta, l'edificio era riccamente decorato con bassorilievi, statue e colonne corinzie fuse nella grande parete. Mentre il ragazzino iniziava a salire la scalinata che si ergeva davanti a lui, notò che parte delle mura erano composte da librerie colme di libri.

Gli interni erano scarsamente illuminati, come il resto del luogo, ma non per questo meno maestosi. Imponenti librerie si snodavano lungo tutte le pareti. Il soffitto a volta, finemente decorato, era sorretto da colonne corinzie che sembravano sfidare il tempo. Il pavimento, interamente ricoperto di sabbia, rendeva ogni passo faticoso. Tra i granelli, diversi libri giacevano sparsi. Uno di essi portava il titolo When Universes Collide. Non appena lo afferrò, Craig si ritrovò davanti a un palazzo abbandonato, dal quale provenivano suoni strani e inquietanti.

Presente

Dopo aver ascoltato la storia del ragazzino, l'omone non poté fare a meno di provare rispetto per lui. Sembrava provenire da un'altra realtà e nonostante la paura era riuscito ad arrivare fin lì. Con un sorriso quasi paterno, disse:

<< Ragazzo, invece di scappare, perché non hai volato con il tuo bastone? Se hai dei poteri, usali >>.

Il bambino si spiaccicò una mano sul faccione, imbarazzato. Come aveva fatto a non pensarci? Certo, i suoi poteri erano per lo più piccole magie divertenti, donategli dal suo maestro, niente di letale o realmente pericoloso.

<< Dai, sali in macchina >> gli ordinò lo stregone, salendo anche lui poco dopo. A dire il vero, non sapeva bene cosa pensare di quel ragazzino, ma sentiva il bisogno di proteggerlo, di tenerlo vicino. Sapeva che gli avrebbe cambiato la vita, forse in meglio. Craig era un mistero che voleva decifrare.

Prima di mettere in moto, lanciò una piccola illusione sul ragazzo, per farlo apparire normale agli occhi degli altri. Poi partì a tutto gas.

Altrove

Amy Smith era nera e sinceramente si era già rotta il cazzo di quella stupida missione che, a dirla tutta, non era nemmeno una vera missione. L'unica cosa che la teneva in quel mondo, insieme ai suoi nuovi "amici", era il fatto che tornare nella sua realtà sarebbe stato peggio. Certo, poteva comunque lasciarli lì e andarsene altrove.

Dopo aver accarezzato la sua bellissima nave, mentre se ne stava seduta sopra un grande masso con lei, vide Damien avvicinarsi con un fare altamente ridicolo.

Il ragazzo sembrava un modello in passerella: ogni passo, ogni movimento del corpo e ogni espressione facciale erano accuratamente calcolati per sembrare il più figo e affascinante possibile. Mancava solo che si togliesse la giacca e la maglia rossa e la scena sarebbe stata completa.

<< Sei un deficiente del cazzo, lo sai vero? >> gli disse. Tanto, con il suo udito da vampiro, l'avrebbe sentita anche se non le fosse stato vicino.

Con un sorriso sfrontato, l'ibrido scomparve dalla sua visuale e riapparve seduto accanto a lei, osservando i restanti compagni di squadra che se ne stavano un po' più in là.

<< Ho una proposta da farti >> disse Damien, guardandola con un sorriso beffardo.

<< Non sono interessata. Non sei il mio tipo. Fottiti >> rispose secca lei, roteando gli occhi.

<< Auch! >> si toccò il petto con la mano destra, fingendosi offeso. << Come può il mio fascino eterno non scalfirti nemmeno un pochino? >> ridacchiò divertito. << Comunque no, non sono qui per chiederti di uscire, anche se sarei disponibile, nel caso, ma per proporti di risolvere questo caso da soli >>.

Lei alzò un sopracciglio, curiosa e gli fece cenno di continuare.

<< Intendo la missione del segnale di soccorso a Roma >> chiarì, giusto per sicurezza. << Vedi, i nostri nuovi alleati sono bravi, forse anche più forti di noi, ma sono alieni in questo mondo. Io e te, che siamo due agenti/killer, sapremmo mimetizzarci come si deve e infiltrarci a Roma in qualsiasi organizzazione pattugli quella zona >>.

<< Quindi li hai notati anche tu. Non male >> disse lei. Aveva notato fin da subito che, una volta giunti attorno al Colosseo per parlare con Ashoka, diversi uomini li stavano seguendo da tempo. Se appena entrati nella città eterna gli "stalker" erano pochi, man mano che si addentravano aumentavano, soprattutto intorno al monumento storico. Chiaro segno che forse la loro base era lì, proprio da dove proveniva il segnale di emergenza.

<< Però, per quanto tu abbia ragione e in due sapremmo cavarcela decisamente meglio che con quelle palle al piede, loro conoscono i nostri volti. Infiltrarci non sarà facile >>.

<< Oh, andiamo. Con un piccolo travestimento, il mio magico potere e l'ancor più magico negozietto dell'usato, sarai irriconoscibile >> le spiegò lui, ma lei non era ancora del tutto convinta, soprattutto per le parole che il moro aveva usato.

<< Aspetta, hai detto "sarai"? E tu che vorresti fare, scusa? >>

<< Diciamo che sarò il tuo cagnolino >> detto ciò, i suoi occhi brillarono, somigliando a quelli di un canide. << Quindi direi che siamo a po... aspetta, no. Forse non ho considerato la possibilità che quei tizi ci abbiano seguiti fin qui >> si domandò, grattandosi il mento mentre osservava i suoi compagni, per poi alzare le spalle. << Sono forti, se la caveranno >>.

<< Sinceramente non me ne fotte un cazzo di loro >> disse la bionda alzandosi << e neanche di te, se devo essere onesta, ma per ora sarò la tua alleata in questo piano. Andiamo? >>

Con un sorriso, Damien si alzò e, dopo averla sollevata in stile sposa — beccandosi un'occhiata gelida — scomparve da lì con la sua velocità vampirica.

––––––•––––––

Poco distante da loro, all'interno di un jet, il portellone si stava aprendo, mostrando una figura semi illuminata. Si potevano distinguere solo il suo ghigno sadico e gli occhi color viola scuro. Con un salto, precipitò nel vuoto come un falco in picchiata, pronto a catturare le sue prede: le Leggende.

Terra-14

Quando il Quinjet atterrò con un sibilo discreto, gli Avengers e gli X-Men si ritrovarono davanti a una struttura imponente: un castello dalle linee gotiche, ma costruito interamente in metallo lucente. Le guglie svettavano verso il cielo come artigli d'acciaio e le pareti riflettevano la luce del sole in bagliori quasi accecanti, conferendo all'edificio un'aura ultraterrena. Sembrava antico e futuristico allo stesso tempo, come se fosse stato forgiato da un artista con il potere di piegare il metallo.

Tutto intorno si estendevano giardini curatissimi, punteggiati da aiuole geometriche e alberi dalle forme insolite. Tra i vialetti si muovevano figure eleganti e variopinte: mutanti, chiaramente, riconoscibili dai loro tratti peculiari o dai poteri che esibivano con naturalezza. In mezzo a loro, una  bella ragazza dai lunghi capelli verdi faceva fluttuare sfere metalliche sopra le mani, divertendo un gruppo di bambini che ridevano incantati.

Chi conosceva Magneto notò subito la somiglianza tra i poteri della giovane e quelli del celebre mutante, e si chiese se ci fosse un legame di sangue.

<< Mia figlia adora questi giardini >> disse una voce profonda e stanca, cogliendoli di sorpresa. Tutti fecero un passo indietro e gli X-Men si irrigidirono. Era Magneto, il loro vecchio nemico, ora padrone di casa. Dire che si sentivano nella tana del lupo sarebbe stato un eufemismo, anche se il suo sguardo, segnato dal tempo, non tradiva ostilità.

<< Capitano Rogers >> disse il signore del magnetismo, porgendo la mano con un gesto solenne. << È un onore fare la vostra conoscenza >>.

<< Sbaglio o Magneto è un fanboy di Steve? >> sussurrò Scott a Sam, e i due ridacchiarono. Magneto li udì.

<< Come ogni bambino ebreo in un lager durante la Seconda Guerra Mondiale, anche io vedevo in Captain America un simbolo di speranza >> spiegò, poi li fissò severamente. << Il Capitano è l'unico Sapiens che rispetto. Ora... se volete scusarmi, abbiamo molto di cui parlare. Seguitemi >>.

Si incamminò verso l'ingresso del castello e il gruppo lo seguì.

Gli interni erano sorprendenti: un connubio tra eleganza regale e tecnologia avanzata. Le pareti metalliche erano scolpite con motivi geometrici e simboli mutanti e luci soffuse filtravano da fonti invisibili, creando un'atmosfera quasi sacrale, ma Steve non riusciva a concentrarsi sull'ambiente. Le parole di Magneto lo avevano colpito nel profondo, risvegliando ricordi che pensava di aver sepolto.

<< Tutto ok? >> chiese Natasha con voce dolce, riportandolo alla realtà.

<< Pensavo solo a ciò che ha detto Magneto poco prima... >>

<< Ne sei davvero stupito? >> ribatté lei, sollevando un sopracciglio. << Steve, sei stato un faro di speranza per molti e lo sei ancora oggi. Mi stupisce che Coulson non sia svenuto quando ti ha visto. Ti adora. Ha persino le tue figurine >>.

Steve sorrise appena, accennando a un ricordo lontano. << No, non è quello. È che... parlare dei lager mi ha riportato alla mente brutti ricordi e mi ha fatto riflettere... >>

Fece una pausa, poi aggiunse con voce più bassa: << Ai miei tempi... era tutto più semplice. C'erano i buoni e c'erano i cattivi. I nazisti erano il male e noi combattevamo per la libertà. Non c'erano ambiguità. Sapevi chi era il nemico, sapevi per cosa lottavi. Oggi invece... è tutto confuso. Grigio. Siamo dei fuggitivi, Nat, e alcuni dei nostri amici, eroi, ci stanno dando la caccia >>.

Si passò una mano stanca sul volto. << Le istituzioni che dovrebbero proteggerci sono corrotte, i confini tra giusto e sbagliato si sono dissolti. Non si combatte più contro una nazione, ma contro idee, contro persone che ieri erano alleati e oggi sono avversari. È come se il terreno morale sotto i piedi fosse diventato sabbia >>.

<< I tempi non sono poi così cambiati >> intervenne Clint. << Ai tuoi tempi erano i nazisti, oggi è il governo. Entrambi perseguitano una razza. Ebrei o potenziati, cambia poco >>.

<< Hai ragione >> ammise Steve, << ma almeno allora c'era chiarezza. Ora chiunque può essere tuo alleato o tuo nemico. Non ci sono più bandiere che dividono il bene dal male. Solo scelte e ognuna ha un prezzo >>.

<< È sempre stato così >> disse Natasha. << È solo che stai crescendo, Steve >> concluse con un sorriso ironico, facendo sbuffare il biondo, divertito.

<< Se posso dire la mia... >> intervenne Bobby, che si era avvicinato al gruppo con discrezione. << L'epoca di Steve era davvero più ingenua. I cartelloni di propaganda per arruolare i giovani sembravano usciti da un fumetto. Oggi sarebbero impensabili >>.

Sam e Scott annuirono.

<< Dipende da dove ti trovi, ragazzo >> disse Magneto, voltando le spalle al gruppo. << Io non ho mai vissuto un'epoca ingenua. Sono sempre stato discriminato, per un motivo o per un altro. I Sapiens temono ciò che è diverso >>.

<< Ma non solo i Sapiens >> ribatté Sam. << Anche tu e altri mutanti avete discriminato noi umani. Lo si capisce dal disprezzo con cui pronunci quella parola. L'uguaglianza deve essere reciproca >>.

Sapeva che non era saggio fare la ramanzina al padrone di casa, ma sentiva che era giusto.

<< Questa era la visione di Xavier >> disse Bestia con un sorriso. << Un mondo dove umani e mutanti convivono pacificamente >>.

<< E gli Inumani dove li mettiamo? >> chiese Ant-Man. << O i potenziati? Forse sono io, ma non mi piace fare tutte queste distinzioni. Abbiamo umani normali e umani con poteri. Che siano naturali, alieni o donati da un siero, poco importa. Ai miei occhi non c'è differenza tra Steve e gli X-Men >>.

<< Questo è il giusto modo di vederla >> gli sorrise Tempesta. << Se tutti la pensassero come te, non saremmo qui in primo luogo >>.

<< Siamo arrivati >> disse Magneto, facendo un gesto con le dita. Le porte di metallo si aprirono con un suono profondo, rivelando una sala illuminata da luci bluastre. Al centro, attorno a un tavolo, due figure familiari stavano discutendo: Nick Fury e Charles Xavier!

Avengers Compound

Dopo neanche mezz'ora di indagini su Orchis, Tony era già stufo marcio. Era bravo a hackerare sistemi — lo aveva fatto con il Pentagono da giovane — e aveva a disposizione Friday, un'intelligenza artificiale da lui creata che lo stava assistendo. Eppure... niente. L'agenda sembrava esistere, ma solo come una piccola filiale di aziende farmaceutiche e tecnologiche. Non c'era nulla di losco, perché non c'era nulla da cercare. Esisteva, punto.

Sul grande schermo olografico davanti a lui campeggiava il simbolo di Orchis: un cerchio centrale con un fiore stilizzato bianco a cinque petali, incastonato in un anello segmentato dai toni rossi, arancioni e beige. Il design era simmetrico, elegante, ma inquietante. Sembrava voler trasmettere vitalità e ordine, ma Tony lo percepiva come una maschera: troppo perfetto per non nascondere qualcosa.

Con un sonoro sbuffo si passò le mani sul volto, riflettendo su come stanarli. Gli venne un'idea.  Se quel nome fosse solo una facciata? Un'etichetta pulita dietro cui si celavano entità ben più pericolose, come il governo di Ross o associazioni criminali come l'Hydra. Era strano associare il governo a quelle organizzazioni, se non fosse che l'Hydra vi si era già infiltrata in passato. Ora, finalmente, Tony aveva aperto gli occhi: sugli accordi, sul sistema, su Ross.

In teoria, gli accordi erano giusti. Lo pensava ancora, ma la realtà era ben diversa e a gestire tutto c'era un uomo che gli aveva chiesto di costruire macchine genocide. << Costruire... >> mormorò. Se avesse accettato, avrebbe potuto sabotare il progetto dall'interno e magari rintracciare gli agenti di Orchis con un virus tracciatore.

<< Signore >> lo interruppe la voce elettronica di Friday. << Le ricordo che tra poco è atteso alla conferenza stampa del progetto spaziale di Reed Richards >>.

<< Di' loro che mi dispiace, ma ho altro a cui pensare >> rispose secco, perché era vero. Inoltre, non aveva voglia di discutere ancora una volta con l'uomo più intelligente del mondo, anche perché sapeva che quel titolo spettava a lui.

Con un gesto del dito, lo schermo olografico raffigurante il simbolo di Orchis scomparve, lasciando il posto al volto del suo amico Rhodey. << Che cosa ti è successo? >> pensò. Rhodey era sempre stato legato all'esercito e agli ordini, ma come poteva essere d'accordo con quella che, di fatto, rischiava di diventare una mattanza?

Deciso a vederci chiaro, Tony stava per iniziare a indagare anche su di lui, quando un fastidioso bip lo interruppe di nuovo.

<< Questa volta che cosa c'è?! >> sbottò irritato.

<< Il signor Parker è in grave pericolo, signore >> rispose Friday con tono grave, cosa insolita per una IA. << In questo momento sta combattendo contro soldati governativi >>.

<< Che cosa?! >> urlò Stark, fuori di sé. Attivò immediatamente la visione remota attraverso la maschera di Peter. Ringraziava il cielo e la sua eccessiva preoccupazione, per aver installato quelle modifiche al costume.

L'immagine che gli apparve era frenetica e impressionante: numerosi soldati venivano messi al tappeto da colpi precisi, immobilizzati con ragnatele ai muri e ai pali. La visuale si muoveva con una fluidità incredibile, schivando proiettili e taser, mettendo KO ogni avversario. Doveva ammetterlo: Parker era bravo. Dannatamente bravo.

Ai lati della visione, vide una madre stringere una bambina dagli occhi viola luminescenti. Una mutante? Quindi Ross aveva già iniziato ad attaccare la gente per strada?

Furioso e preoccupato, Tony si alzò di scatto dalla sedia. Il suo volto era più che determinato.

<< Friday, di' a Pepper che farò tardi per cena >>.

Detto ciò, pigiò un dispositivo luminescente sul petto.

In un istante, l'armatura a nanomacchine si attivò: un fiume di metallo liquido si riversò fuori dal dispositivo, avvolgendolo come una seconda pelle. Le placche si incastrarono con precisione chirurgica, formando l'iconico volto di Iron Man. Gli occhi si accesero con un bagliore azzurro e il reattore centrale pulsava come un cuore artificiale pronto alla battaglia.

Senza perdere tempo, volò via da lì, attraversando una finestra che si aprì automaticamente verso l'esterno.

Canada

Wolverine si schiantò contro un terreno innevato, il dolore gli attraversò ogni fibra del corpo, mentre i suoi sensi, confusi e annebbiati, cercavano di rimettere insieme i pezzi. Si risistemò il braccio slogato, aiutato dal suo fattore rigenerante. Cosa diavolo era successo?

Un ruggito possente, seguito da una figura imponente che precipitava verso di lui, gli fece tornare la memoria. Giusto... Hulk!

Il colosso verde atterrò davanti a lui con un boato, le vene pulsanti di rabbia e radiazioni gamma. Era furioso. Era pronto a combattere.

Logan schivò il primo pugno e affondò i suoi artigli nei talloni del gigante, strappandogli sangue verde e un urlo di dolore. Poi lo colpì ripetutamente sulla schiena e sul torso, ma Hulk, furioso come non mai, gli assestò un pugno devastante che lo rispedì in volo.

Questa volta Wolverine atterrò in cima a uno strapiombo, che venne immediatamente distrutto dall'impatto di Hulk, facendoli precipitare entrambi nel lago sottostante.

Quando Hulk emerse cercando il suo nemico, Logan era già alle sue spalle. Sfruttando un'altura, gli saltò sulla schiena e affondò gli artigli nella carne del gigante, strappandogli un altro urlo. Hulk, vedendo che scrollarselo di dosso non serviva, si lanciò all'indietro contro una roccia, schiacciando il mutante.

Una volta a terra, il Gigante di Giada lo tempestò di pugni, facendo tremare la terra e devastando il volto di Logan. << HULK È IL PIÙ FORTE CHE C'È >> urlò, chiudendo con un colpo finale.

Poi si voltò verso il lago, osservando il suo riflesso increspato, ma il nemico si era già rialzato, quasi illeso, con un sorriso di sfida sul volto. << Uomo artiglio, lascia stare Hulk o Hulk spacca di nuovo la tua faccia! >>

<< Datti una cazzo di calmata, non sono tuo nemico! >>

<< SHIELD è nemico di Hulk! >> ringhiò, colpendo Logan con un pugno che lo scaraventò contro un albero. Solo allora il mutante notò il simbolo dello SHIELD sulla sua spalla. << Merda... >> mormorò, rialzandosi dolorante. Alzò le mani in segno di resa.

<< Ragazzone, sono un amico degli Avengers, i tuoi amici >> disse, sperando che la bestia che era stato mandato a fermare fosse proprio lui... ma ne dubitava.

Logan lo osservava con attenzione. Hulk era potente, incontrollabile, ma non era il tipo da massacrare un villaggio senza motivo. No, qualcosa non tornava. Il massacro, le tracce, il sangue verde... tutto indicava un altro tipo di mostro. "Non può essere lui," pensò Logan. "Non è il mostro che sto cercando."

<< Avengers non essere amici di Hulk! >> urlò. << Loro sfruttano Hulk per paura e per avere la sua forza. Donna rossa inganna debole Banner con belle parole per controllare Hulk! >> Logan capì che parlava della Vedova Nera. << Ma Hulk è più furbo e forte di Banner. Hulk capisce inganno! Solo Uomo Bandiera è amico di Hulk! >>

<< Ah... fanculo >> sbottò Logan, voltandogli le spalle. Non era lì per lui. C'era un altro mostro da trovare.

<< Piccolo uomo artiglio dà la caccia a mostro della foresta? >> chiese Hulk. << Anche Hulk lo cerca. Deve ancora finire di spaccarlo! >>

I due si incamminarono verso un villaggio poco distante. Il paesaggio era spettrale: la neve era sporca di sangue, le casette di legno, un tempo calde e accoglienti, ora erano annerite dal fumo e sventrate da artigli. Le porte divelte, le finestre infrante. Ovunque c'erano cadaveri: uomini, donne, bambini. I loro volti congelati in espressioni di terrore puro.

Wolverine si fermò, annusando l'aria. Un odore particolare si faceva strada tra il sangue, la cenere e le lacrime: sangue verde fluorescente. Era ovunque, ma solo ora riusciva a distinguerlo.

<< Cazzo, Hulk... siamo circondati >>.

In quel preciso istante, quattro figure si materializzarono dal nulla, come se fossero emerse dall'ombra stessa. Erano massicce, di stazza variabile, con armature aliene e maschere minacciose. I loro occhi brillavano di luce rossa, e ognuno impugnava armi avanzate, letali.

Uno di loro, il più imponente, torreggiava sugli altri. La sua armatura era più spessa, segnata da cicatrici di battaglia e incisioni tribali. Nella mano sinistra stringeva qualcosa di raccapricciante: una testa decapitata, pelosa, con zanne ancora sporche di sangue e occhi vitrei spalancati in un'espressione congelata di furia. La teneva come un trofeo, lasciando che gocciolasse lentamente sulla neve. Il suo respiro era profondo, ritmato, come se stesse già pregustando il prossimo scontro.

 Il suo respiro era profondo, ritmato, come se stesse già pregustando il prossimo scontro

La caccia era appena cominciata!

Note di capitolo

Ed eccoci alla fine! ^^

Come sempre, parliamo delle varie trame:

Nella DC, oltre alla presenza del fantastico Superman di S&L, abbiamo scoperto chi è il nemico della settimana: Morgana di Merlin! O meglio... la sua energia oscura, visto che la Morgana buona e Merlino sono presenti anche loro per dare una mano. Per creare questa versione oscura di Morgana, mi sono basato su una teoria di alcuni fan/autori — incluso il mio amico Aragorn II Elessar — secondo cui la trasformazione di Morgana da buona a cattiva è avvenuta troppo in fretta per essere naturale. Attraverso la Torre Oscura, invece, tutto cambia.**

Personalmente non sono mai stato completamente d'accordo con questa teoria, perché Morgana aveva tutte le ragioni per diventare stronza anche senza la magia nera. Ma, dato che ho già usato le mie teorie nella storia dei New Avengers (che riscriverò), ho deciso di cambiare approccio. Anche perché, va detto, resta una teoria plausibile.

Tramite Winn e lo stesso Clark ho anche fatto notare che i Superman dei vari universi differiscono in potenza. Può sembrare assurdo, ma oltre al fatto che si nota, questa cosa è canonica anche nei fumetti. Quindi eccola qua.

Su Terra-3, Artù si ricongiunge alla sua casa e ai suoi compagni, e nel frattempo scopre la passione per le moto da cross XD.

Intanto la Tata fa una strage di vampiri, dimostrandosi ancora una volta la versione più inquietante del Guardiano, visto che ha trasformato il piccolo gufetto robot in un'arma di distruzione di massa. Inoltre ha aperto gli occhi a Mark sul suo codice dell'eroe, che secondo lei è demenziale e stupido. Per chi non conosce bene questo personaggio: quando pensa al suo passato, in questo caso ricorda la sua sesta versione, una donna gentile, pura e eroica, che aiutava tutti con il suo caldo sorriso. Era la rappresentazione più alta dell'eroismo classico. La Tata la detesta per vari motivi (troppi da elencare qui), ma per farla breve: tra la versione 6 e la 9 c'è tanto sangue e sofferenza.

Spero che il "cameo" di Spectacular Spider-Man vi sia piaciuto.

Su Terra-1 inizia la lotta contro Ultron. Questo robot fuso ai Cybermen è un vero incubo, soprattutto per la povera Wanda.

Andrey, intanto, viene aiutato da Michael, che dopo anni torna nei panni di Shadowking! L'eroe omnirico visita vari universi dove incontra strane versioni — alcune riconoscibili, altre no — di se stesso e dei suoi amici. Vede anche svariate cose strane e nerd. Tra i vari mondi c'è la foresta antica e misteriosa che appare nelle sue storie, almeno della sua controparte reale, Son_Michael. Nei prossimi due capitoli (e non solo) ci sarà un piccolo crossover tra le nostre storie, crossover che è già avvenuto nella sua The New Age: Il risveglio del male.

Abbiamo visto anche... lui, che appare con la musica inquietante della seconda stagione di Squid Game. Avete capito chi è, vero?

Nel mondo reale torna anche Nick, in forma umana e si ripete quasi la stessa scena della mia vecchia storia Team-0 , una storia che è meglio lasciare nel dimenticatoio, ma che aveva comunque due o tre cose buone.

Scopriamo anche perché Alan è andato dall'Artista. E a proposito di lei... per la prima volta in assoluto, in tutte le mie storie, sono apparsi i Paradox! Sarebbero dovuti comparire in Le molte vite dell'Artista, ma visto che li avevo già nominati su Terra-3, mi sono detto: perché no?

Michael Seraphim ha incontrato l'allegro Craig, che gli ha rivelato la sua vera identità — anche se era già ovvia — e lo stesso omone si rifiuta di crederci. Per sapere di più su Craig vi consiglio di leggere Le cronache di Enoch, anche perché scoprirete di più anche su Alan.

Infine, nel mondo Marvel, il Team Cap si ritrova faccia a faccia con Magneto. E non solo: anche Polaris e due figure leggermente importanti alla fine. Spero che il discorso di Cap sulle differenze tra il secolo scorso e questo vi sia piaciuto. Il rispetto di Magneto verso Steve è un'idea molto valida che ho preso da Aragorn, sì, sempre lui. Lo vedo come un headcanon sensato, considerando l'etnia di Erik e tutto il contesto politico dell'epoca.

Iron Man, intanto, finalmente apre gli occhi, ma non fa in tempo a fare nulla che Spider-Man è già nei guai. In questa storia ho deciso di creare un bel rapporto tra i due, sano e sensato, non lo schifo che c'è nel canone. Inoltre viene nominato Reed Richards, quindi i Fantastici Quattro sono qui! O lo saranno molto presto. ;)

Spero che lo scontro tra Wolverine e Hulk vi sia piaciuto. Avrebbe potuto essere più intenso e lungo, sì, ma alla fine Logan sa chi è Hulk e non vuole fargli del male, visto che il Gigante di Giada è un Avenger noto a tutti.

Alla fine i due si imbattono nei... Predators! Essendo una storia crossover, volevo fare uno scontro crossover. Mi spiace per i fan del Wendigo, che è stato decapitato off screen.

Detto ciò, ci vediamo nel prossimo capitolo!

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Sul capitolo in generale

  • Nessun commento generale ancora.

Accedi per commentare (email verificata).