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POV: Edoardo Carini
Luogo: Via Olivetti 8, Milano (zona Fondazione Prada / Fastweb)
Data e Ora: Sabato 8 agosto 2026, ore 02:00 – 05:00
Seguirla in apnea lungo via Ripamonti fino al civico 8 di via Olivetti fu un’impresa al limite delle mie capacità psicofisiche. Guidavo lentamente, sbandando leggermente a ogni curva, con le mani appiccicate al volante della mia Yaris bianca che, di fianco alla sua berlina nera, non era mai sembrata così piccola e ridicola. Lei, al contrario, pennellava l’asfalto con disinvoltura, come se fino a quel momento avesse mandato giù solo gazzosa e non fiumi di gin e tequila.
Parcheggiammo proprio di fronte alle vetrate avveniristiche della nuova sede di Fastweb, all’ombra scura della Fondazione Prada.
L’appartamento era al terzo piano. Centoventi metri quadri di casa, pulita, ordinata e profumata di bucato e fragranze d’ambiente. Ma Francesca non mi diede nemmeno il tempo di guardarla: non accese neanche una luce. All’ingresso sfilò i tacchi con un sospiro e mi disse a bassa voce di fare lo stesso.
Mi guidò al buio verso una stanza secondaria, una sorta di piccolo studio dominato da un grande divano in pelle nera.
«Tu dormi qui… ma prima…» mormorò.
Sparì nel corridoio e riapparve un attimo dopo con una bottiglia di prosecco e due calici.
Sgranai gli occhi.
«Ancora?»
«Che c’è, il bambino ha bevuto troppo?» mi stuzzicò, con un sorriso sospeso tra il serio e il faceto che era un’aperta sfida.
Versò da bere e si sedette accanto a me sul divano. La pelle del divano scricchiolò sotto il suo peso.
«Comunque Edo… non mi divertivo così da un po’.»
«Tze…» risposi, cercando di darmi un contegno. «Dai Fra, sei l’anima della festa, difficile crederlo.»
«No, davvero. Con te mi sento leggera. È facile. Sei un ragazzo che mette a proprio agio.»
Mentre parlava mi accarezzava la gamba, partendo dal ginocchio e salending lentamente verso l’interno della coscia. I suoi polpastrelli erano caldi. Lei mandò giù un bicchiere dietro l’altro arrivando al terzo in un baleno, mentre io facevo un’immane fatica a finire il primo. Finimmo la bottiglia restando a guardarci negli occhi, vicinissimi, come se in quella stanza buia fossimo diventati l’unica cosa esistente nell’intero universo. Il prosecco mi frizzava ancora in gola. Il suo profumo di vaniglia e alcol mi entrava nel naso a ogni respiro.
Verso le tre e mezza Francesca si staccò.
«Beh, piccolo mio…» — era la seconda volta che mi chiamava così quella notte — «…s’è fatta una certa. Andiamo a dormire.»
Feci per alzarmi, ma lei allungò una mano e mi fermò premendomi il petto.
«No, no, Edo. Tu dormi qui, io vado in camera mia. Siamo solo amici e sono molto più grande di te. Non farti certe illusioni…»
Lo disse con un tono perentorio, ma negli occhi aveva il sorriso furbetto di una bambina davanti al regalo di Natale.
Non ci pensai due volte.
Le afferrai la mano ancora protesa verso di me e la tirai con decisione, facendola cadere a cavalcioni sopra di me. Il suo peso mi schiacciò contro il divano. Il vestito a fiori le si arrotolò sulle cosce. Sentii il calore del suo sesso contro il mio attraverso i pantaloni.
«Mhh…» fece lei, lasciando uscire un sospiro caldo sulle mie labbra. «Vedo che il tuo amico qua sotto è ancora arzillo come sui Navigli…»
La baciai d’impulso.
Francesca aprì la bocca senza esitare, accogliendo la mia lingua con un’avidità che mi fece tremare le ginocchia. Il bacio fu umido, profondo, saporito di prosecco e di sigaretta. In un attimo le sue mani erano già sui miei pantaloni: me li sfilò con gesti rapidi, insieme al boxer, e si chinò.
Me lo prese in bocca senza preamboli.
La lingua calda e umida mi avvolse la testa del pene, poi scese lungo il dorso mentre una mano mi stringeva la base. Il mio pene era letteralmente diventato di marmo. Reclinai la testa all’indietro emettendo un mugugno di piacere, ma lei mi coprì subito la bocca con la mano libera, attenuando i miei versi. Succhiava con ritmo, a volte lento e profondo, a volte più veloce e superficiale, come se sapesse esattamente quando accelerare e quando fermarsi. Ogni tanto mi guardava da sotto in su, gli occhi verdi socchiusi, mentre saliva e scendeva.
Mai nessuna mi aveva fatto un sesso orale del genere. Era come se sapesse esattamente a che punto fossi. Un secondo prima che venissi si fermò, lasciandomi pulsare a vuoto nell’aria fresca della stanza.
In un attimo si spogliò.
Il vestito cadde a terra con un fruscio leggero. Rimasta completamente nuda al buio, il corpo mi apparve a tratti: i seni sodi, il ventre piatto, le cosce toniche, il sesso rasato. Rovistò nella borsetta, prese un preservativo e me lo infilò con una maestria impressionante, facendolo scorrere fino in fondo con due dita esperte. Poi si piantò sopra di me.
Mi cavalcò con un impeto selvaggio.
Si alzava e si riabbassava con forza, prendendomi tutto fino in fondo a ogni discesa. Le sue unghie mi graffiarono il petto. Io le tenevo i fianchi, cercando di reggere il ritmo, ma lei comandava. Venni quasi subito, con un urlo soffocato di nuovo dalla sua mano premuta sulla mia bocca, mentre lei mi mordeva il collo lasciandomi succhiotti profondi che mi avrebbero segnato la pelle per una settimana intera. Sentii il calore del mio sperma riempire il preservativo mentre lei continuava a muoversi ancora qualche secondo, come per spremermi fino all’ultima goccia.
Non appena venni, si alzò e mi sfilò il preservativo, rimettendolo nell’involucro senza il minimo pudore. Si sedette di fianco a me, allargò le gambe e mi invitò a leccarla con un semplice cenno del mento.
Lo feci senza farmelo chiedere due volte.
Affondai tra le sue cosce. L’odore era forte, muschiato, mescolato al suo profumo. La leccai piano all’inizio, poi con più decisione, aprendole le labbra con la lingua e cercando il clitoride. Lei ansimava già. Con una mano le esploravo un seno, stringendo il capezzolo tra le dita. Lei prese l’altra mia mano e si mise l’indice in bocca, succhiandolo forte, facendomi tornare durissimo nel giro di pochi secondi.
«Sì… succhiami così… sì, proprio lì…» ansimava, muovendo il bacino contro la mia bocca.
Quando il suo piacere sembrò raggiungere l’apice con una scossa del bacino, mi fermò, si sdraiò sul divano e mi fece cenno verso la borsa.
«Prendi un altro preservativo… la sicurezza prima di tutto.»
Lo indossai con le mani un po’ tremanti ed entrai di nuovo in lei.
Questa volta fu una penetrazione molto più lunga e profonda della prima. Mi muovevo piano all’inizio, poi acceleravo, sentendo le sue unghie conficcarsi nella mia schiena. Francesca si lasciò andare del tutto a frasi oscene, a voce bassa ma chiara:
«Sì, scopami… dai Edo, sfondami… sei un toro da monta e io sono la tua puttana… cazzo Edo, se vai avanti così mi fai innamorare…»
Ogni parola mi mandava fuori di testa. La sentivo bagnata, calda, stretta intorno a me. Continuavi a spingere, cercando di resistere, ma proprio mentre stavo per esplodere — e lei non era ancora venuta — si allontanò di scatto e mi sfilò il preservativo.
Ero ancora completamente eretto, lucido di lubrificazione e di sudore. Francesca mi guardò, decisamente felice di vedermi ancora duro, e si girò a pancia in giù sul divano di pelle. Aprì le gambe e sollevò leggermente il bacino.
«Purtroppo abbiamo finito i preservativi… mi devi prendere da dietro.»
Strabuzzai gli occhi, spiazzato.
«Non ho mai preso da dietro nessuna.»
Lei, felicissima della mia confessione, scoppiò in una risata calda e mi lanciò un’occhiata sopra la spalla.
«C’è sempre una prima volta.»
Mi posizionai dietro di lei.
La penetrazione anale fu lenta all’inizio. Lei era stretta, caldissima. Entrai centimetro dopo centimetro, guidato dalle sue spinte all’indietro. Quando fui completamente dentro, rimasi fermo un secondo, sopraffatto dalla sensazione. Poi cominciai a muovermi. Fu un’esperienza incredibile, intensa e sconosciuta, che mi travolse del tutto. Ogni spinta sembrava più profonda della precedente.
Francesca intanto gridava con la faccia affondata tra i cuscini:
«Bravo… bravo ragazzo mio… prendi per il culo una donna che potrebbe essere tua madre…»
Poi allungò un braccio all’indietro, mi afferrò la mano e se la portò sulle natiche.
«Dai, schiaffeggiami il culo. Dai, schiaffeggiami il culo!»
Lo feci.
Prima piano, poi più forte. Il suono secco della mano sulla carne riempiva la stanza buia insieme ai suoi gemiti. Continuai a scoparla e a schiaffeggiarla finché non venni di nuovo, questa volta dentro di lei, con un gemito lungo e rauco che non riuscii a trattenere.
Morale della favola: io ero venuto tre volte, mentre lei non era arrivata all’apice nemmeno una. Un bilancio che mi lasciava addosso un senso strano di sconfitta, o forse la consapevolezza latente che, nonostante tutta la mia vigoria da ventunenne, era ancora lei ad avere il controllo assoluto del gioco.
Mi indicò il bagno con un cenno del capo.
Fuori il cielo era ancora scuro, ma l’orologio sul telefono segnava già le cinque del mattino.
«Adesso dobbiamo dormire per forza, Edo. Almeno un paio d’ore,» mormorò con la voce impastata dal sonno e dall’alcol.
Quando uscii dal bagno dopo essermi sciacquato il viso con l’acqua fredda, Francesca aveva già fatto sparire ogni traccia della scappatella, buttando via i preservativi. Si avvicinò a me a passo lento, completamente nuda, mi cinse il collo e mi diede un lungo bacio appassionato sulla bocca, profondo e lento, di quelli che ti mozzano il fiato e ti azzerano i pensieri.
«Ci vediamo domani mattina,» disse a fior di labbra.
Raccolse i vestiti abbandonati a terra e, senza un minimo di pudore, camminò nuda lungo il corridoio verso la sua camera da letto. Si chiuse la porta alle spalle con un clack asciutto e definitivo, lasciandomi solo nel silenzio dello studio.
Mi accasciai sul divano in pelle, stremato, stordito e con la testa che girava ancora per via del prosecco. Chiusi gli occhi e l’oblio mi inghiottì all’istante: il tempo si annullò e, in un battito di ciglia, la notte si dissolse.
Mi svegliai ancora mezzo nudo sul suo divano, illuminato dalla luce calda del sole di agosto che filtrava tra le fessure delle tapparelle, con i muscoli indolenziti e il sapore di Francesca ancora impresso sulle labbra.
Erano passati quelli che dal mio punto di vista sembrarono quindici minuti. Invece, quando riaprii gli occhi erano già le otto. Il sole era alto e l’afa già presente, densa, pesante. Ero sudatissimo. Il tessuto del divano in similpelle non aiutava, soprattutto visto che ero ancora a petto scoperto.
Francesca non c’era.
Immaginai che fosse in camera sua a dormire. La decenza mi imponeva di vestirmi e sparire il prima possibile. Mi alzai, recuperai la polo e i pantaloni, e feci per avviarmi verso l’ingresso.
La intravidi in cucina.
Era in piedi, a piedi nudi, con una vestaglia nera leggera e i capelli biondi sciolti sulle spalle. Armeggiava con la Nespresso. Quando mi vide, la sua espressione era più seria di quella della sera prima. Meno gioco, più realtà.
«Vuoi un caffè?» chiese soltanto.
Mi avvicinai.
Anche da lì sentivo ancora addosso a lei l’odore del sesso che avevamo fatto fino a poche ore prima. Un odore caldo, intimo, che contrastava in modo strano con la luce del mattino e con il rumore della macchinetta del caffè.
Stavo per rispondere quando dal corridoio arrivò un altro passo.
Comparve una ragazza.
Alta, snella, capelli castano scuro raccolti in modo disordinato, occhi verdi identici a quelli di Francesca. Indossava una felpa oversize e un paio di shorts. Ci guardò entrambi con un’espressione piatta, quasi annoiata.
«Ciao, Silvy,» disse Francesca senza voltarsi.
«Mamma, mi preparo e vado in piscina. Tra mezz’ora passa Alex a prendermi con gli altri.»
«Sì, tesoro.»
Francesca le diede un bacio veloce sulla tempia.
La ragazza non mi degnò di uno sguardo. Passò oltre, diretta verso il frigorifero.
Francesca si voltò verso di me e, con la stessa naturalezza con cui la sera prima me lo aveva preso in bocca, disse:
«Amore, lui è Edoardo,» rivolgendosi alla figlia con un tono dolce, casalingo, assolutamente privo di malizia.
Rimasi di sasso.
Era sempre stata in casa? Aveva sentito tutto? E soprattutto… quanti anni aveva? Sembrava della mia stessa età, o poco meno.
Silvia mi salutò con un sorriso freddo, appena accennato.
«Vado a prepararmi,» disse soltanto, indicando il corridoio. Poi sparì senza aggiungere altro.
Francesca la seguì con lo sguardo fino a quando non sentì chiudersi una porta. Solo allora tornò a me, interpretando chiaramente quello che mi stava passando per la testa.
«Ha sedici anni,» disse con calma. «Ed è una ragazza sveglia.»
Il caffè cominciò a scendere nella tazzina con un gorgoglio basso.
Io restai fermo in mezzo alla cucina, ancora mezzo vestito, con l’odore di lei stampato sulla pelle e la consapevolezza improvvisa che quella casa non era solo il posto dove avevo passato la notte.
Era anche il posto dove viveva sua figlia.