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Creato il 23/08/2026, 19:24 · Aggiornato il 23/08/2026, 20:16

Capitolo 8: Il circo e la notte

@bergadavideDavide
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Episodio 8 - Il Circo e la Notte

POV: Edoardo Carini Alzaia Naviglio Grande / Via Giuseppe Ripamonti, Milano Sabato 8 agosto 2026, ore 01:30

Dopo il primo drink la situazione deragliò in modo magnifico. Ordinammo due Gin Tonic. Poi altri due, con il gin che cominciava a bruciare dolce in gola e la calura di agosto che trasformava i cubetti di ghiaccio in acqua nel giro di tre minuti. Poi passammo a qualcosa di più pesante: shots di Tequila con lime e sale, mandi giù e senti una fiammata che ti parte dallo stomaco e ti sale dritto alle tempie.

Ma la cosa assurda non era tanto l'alcol che scorreva a fiumi. Era il circo continuo che ruotava attorno al nostro tavolino.

Francesca non era semplicemente una cliente del locale: era la regina non incoronata del Naviglio. Nel giro di mezz'ora saremo stati interrotti almeno sei o sette volte.

Prima un gruppo di tre ragazzi sui trent'anni, palesemente alticci, si fermò di scatto: «Francie! Ma sei tu!» uno di loro, camicia bianca sbottonata fin quasi all'ombelico, le si buttò addosso cingendole la vita da dietro con un'confidenza assurda. «La serata al privé dell'altra settimana è stata una carneficina! Sei una pazza!»

Francesca non fece una piega. Invece di ritirarsi, si girò tra le sue braccia con un sorriso sfacciato, appoggiando le mani sul petto del tipo e dandogli due baci stampati sulle guance, quasi a sfiorargli le labbra. «Sparisci, Marco, che stasera sto facendo la brava,» ridacchiò, tirandogli un colpetto giocoso sul fondoschiena mentre lo spingeva via.

Poi fu la volta di due ragazze in minigonna che la travolsero di abbracci, finendo per strofinarsi a lei in un siparietto d'affetto esagerato, ringraziandola per non so quale lista vip. Francesca le maneggiava tutte con una disinvoltura disarmante: una carezza sulla schiena scoperta di una, un pizzicotto sul fianco dell'altra, una battuta spinta con il barista che nel frattempo le allungava un altro shot omaggio.

Io guardavo la scena dal mio posto, mandando giù il gin. La sua natura era totalmente disinibita, fisica, lasciva in un modo naturale che non aveva nulla di costruito. Francesca toccava e si faceva toccare senza filtri, senza le rigidità o le paranoie che ero abituato a vedere nelle ragazze della mia età. Era carne, presenza, istinto puro. E la cosa, invece di infastidirmi, mi scaldava il sangue come un motore al minimo che aspetta solo di sgasare.

Dall'interno del locale le casse cominciarono a spingere un pezzo latino, un ritmo lento, caldeggiante, con i bassi che facevano vibrare la vetrata. Lei non stava mai ferma. Finì il suo drink in un unico sorso, mi prese per il polso e mi tirò in piedi di scatto, «Ho voglia di ballare,» trascinandomi sul marciapiede a ridosso del canale, dove un paio di altre coppie stavano già ciondolando con il bicchiere in mano. «Lo sai che ballo latino americano da un paio d'anni ormai?» disse, era vicinissima mi parlava direttamente sulle labbra, piantandomi le mani sulle spalle e facendomi oscillare con un colpo di bacino. «Tu sai qualcosa o devo insegnarti tutto?» «So muovere i piedi,» risposi, cercando di mantenere la posizione d'impatto da marzialista. «Il resto vediamo.» «Allora lasciati andare, primo della classe.» Ballammo. Anzi, lei ballò e io cercai di starle dietro senza sembrare un pezzo di legno da cantiere. Francesca era incontenibile: precisa, sensuale, guidava lei senza darlo a vedere. Il suo vestito a fiori scorreva sulle mie cosce, la pelle dorata delle sue spalle era calda e imperlata di un velo impercettibile di sudore. Le sue mani sapevano esattamente dove posarsi e per quanto tempo restarci: prima sui miei fianchi, poi salendo lungo i pettorali protetti dalla polo azzurra. Sotto i polpastrelli sentì la durezza dei muscoli. Emise un piccolo mugugno di piacere, basso, rauco. «Mmh… vedo che sei ben allenato…» Si morse il labbro inferiore, tenendo lo sguardo basso sui miei pettorali ancora un secondo di troppo. A un certo punto, mentre viravamo in un giro stretto che ci portò a un millimetro l'uno dall'altra, le sue dita scivolarono rapide sotto il bordo della mia maglietta. I suoi polpastrelli, freschi per via del bicchiere di ghiaccio tenuto poco prima, tracciarono la fascia dei miei addominali e la pelle della schiena. Un secondo solo. Un brivido elettrico che mi fece raddrizzare la spina dorsale. L’alcol, il ballo, il suo profumo e la vicinanza delle sue labbra mi eccitarono a tal punto che ebbi una forte erezione, lì, sul cemento davanti al locale. NLei se ne accorse. Si strusciò contro di me solo un attimo di troppo, abbastanza da farmelo sentire con chiarezza, poi si scostò con un gesto quasi pudico, tornando a debita distanza. Gli occhi verdi, però, mi dicevano che aveva registrato tutto. Poi le sue mani tornarono al loro posto sui miei bicipiti, come se niente fosse, mentre lei mi lanciava un'occhiata da sotto in su, fin troppo consapevole dell'effetto che mi aveva appena fatto. Tornammo al tavolo senza dirci niente. Io mi sedetti cercando di sistemarmi i pantaloni con un gesto il più naturale possibile, ancora troppo consapevole di quello che era successo sul marciapiede. Francesca invece si accomodò di traverso, come se non fosse successo nulla, e riprese il suo drink con aria soddisfatta. Solo quando mi fu di nuovo di fronte, gli occhi verdi ancora un po’ stretti dal sorriso, attaccò a bruciapelo:«Serena,» disse a bruciapelo. «Parliamone. Era una cosa seria?» Feci girare il ghiaccio nel bicchiere. L’alcol mi scioglieva la lingua più del dovuto. E, mentre l’erezione di prima si gonfiava, risposi senza guardarla: «Serena…era, la tipa che ho sempre voluto.» Francesca inclinò appena la testa. Con un dito mi sfiorò il dorso della mano, un tocco leggero, quasi distratto. Stava diventando il suo modo di creare intimità: piccolo, preciso, difficile da ignorare. «Com’è? Esteticamente dico.» «Bionda. Capelli mossi, non li porta mai troppo lunghi. Più bassa di me. Fisico nella norma… però un culo da favola. E come al solito, quelle col bel sedere sono piatte davanti.» Rise sottovoce. Io proseguii, ormai senza freni. «Occhi marroni. Ho fatto i salti mortali per starci insieme. All’inizio non mi cagava di striscio.» «Impossibile,» mi interruppe lei. Alzò una mano e salutò una coppia che stava passando: una ragazza e un ragazzo di colore con i rasta, vestito da rapper. Che ricambiarono il saluto con entusiasmo . «Ciao, frà!» disse la tipa. «Ciao, tesoro» le fece eco la mia accompagnatrice. Poi tornò a me, senza perdere il filo. «Le tipe che non ti cagano si lasciano stare, Edo.» mi ammonì lei, dolcemente. Passò al mio soprannome con una naturalezza che mi colpì. Come se mi conoscesse da mesi. Mi incupì all’improvviso. Pensai a Serena e a Marcello. A cosa stessero facendo in quel momento, in Sicilia, mentre io ero qui con una donna che mi toccava la mano e mi chiamava Edo come se fosse la cosa più normale del mondo. Francesca se ne accorse. Mi prese il mento con due dita e mi girò delicatamente il viso verso di lei. Mi baciò sulla guancia. Un bacio leggero, naturale, senza enfasi. Come se fosse un gesto che faceva spesso. «Sei troppo giovane e carino per essere così triste,» mormorò. Poi aggiunse, più bassa: «E poi la vita è una sola. Dobbiamo godercela, no?» lisciandosi distrattamente una ciocca di capelli. Restai un secondo fermo, ancora un po’ scosso da quel bacio così semplice e diretto. «E tu?» chiesi. «Da quanto vedo… te la sai godere. Sei la regina dei Navigli.» Francesca rise, si sistemò i capelli dietro un orecchio e mi guardò con quegli occhi verdi un po’ stretto dal sorriso. «Non solo, piccolo mio,» disse. «Non solo.», poi continuò senza darmi respiro,.«Le storie finite male lasciano residui,» disse, la voce rauca resa ancora più profonda dal fumo di una sigaretta che un passante le aveva appena acceso. «Ti si incastrano sotto la pelle come schegge. Tu li hai ancora addosso, Edo. Si sente da come ti irrigidisci quando parli di lei. Ma stasera, per una volta, potresti anche non pensarci.» Sul tavolo i telefoni di entrambi non smettevano di vibrare. Schermi che si illuminavano a intervalli nella penombra. Francesca dava un’occhiata al suo, scrollava le notifiche con il pollice laccato di rosso, ogni tanto rideva di gusto per un messaggio e poi lo ributtava a faccia in giù sul legno. Poi tornava a fissarmi, mentre io facevo più o meno la stessa cosa con il mio. A un certo punto, come a volersi giustificare, sospirò e fece un piccolo cenno del capo. «Lavoro. Ex che rompono i coglioni. Amiche che vogliono sapere dove sono finita e con chi sono. Il solito circo. E tu?» Guardai il display. Tre messaggi di gruppo, una notifica di Instagram, niente che mi cambiasse la vita. «Notifiche. Tante. Social network, per lo più. Nulla di importante.» Feci una pausa. L’alcol ormai mi aveva tolto ogni freno. «Nulla come te.» Me ne accorsi appena le parole mi uscirono di bocca. Mi sorpresi da solo. Francesca rise. Una risata felice, e allo stesso tempo un po’ fintamente imbarazzata. Poi mi prese la mano. «Facciamo quattro passi.» Andai a pagare. Giampiero mi fissò da dietro il bancone, un mezzo sorriso storto stampato in faccia. «Auguri per la serata, Edoardo. Lei è… beh. Lo scoprirai.» Strabuzzò gli occhi e scosse la testa, come a dire che sapeva già tutto. La trovai appoggiata al muretto che dava sul Naviglio. Un filo d’aria le scompigliava i capelli sulla schiena nuda. Stava rispondendo a uno dei migliaia di messaggi che le erano arrivati e aveva un’espressione stranamente un po’ cupa. Mi avvicinai. Per un attimo ebbi la voglia precisa di abbracciarla da dietro e baciarle il collo, come facevo sempre con Serena. Ma lei non era Serena. Allora le tocchai solo il fianco. La pelle era morbida e fresca, nonostante il caldo. «Tutto bene?» le chiesi. Francesca abbassò il telefono e restò un secondo a guardare l’acqua scura del canale. «Figurati…» La voce le era uscita più bassa del solito. «Sembrerebbe che ogni volta che mi prendo del tempo per me, è come se lo togliessi agli altri.» Si voltò verso di me. Io barcollavo leggermente e biascicavo un po’ le parole. «È il prezzo di essere…» La guardai da capo a piedi, senza nessuna vergogna. «Beh. Di essere te.» Mi prese per il polso e mi trascinò oltre, lungo viale Gorizia, dove la strada faceva una leggera curva tra i due canali, «Vieni. Qui si beve meglio.» Il locale in cui mi portò era un bar notturno piccolo e affollato fino all’orlo. L’aria dentro era densa di alcol, di sudore e di profumi mescolati. Quasi tutti erano ubriachi almeno quanto me. Musica alta, luci basse, corpi che si sfioravano senza troppi complimenti. Non facemmo in tempo a fare due passi che due tipi sulla quarantina la riconobbero. Le si avvicinarono senza esitazione e la baciarono sulle guance con un’enfasi che andava ben oltre la cortesia. Lei ricambiò allo stesso modo, ridendo. Uno dei due, in particolare, le prese i fianchi e le passò una mano tra i capelli, «La festa con la schiuma di martedì scorso, madonna Fra… me la sogno ancora tutte le notti. Quando la replichiamo?» Francesca stava per rispondere, poi mi fissò. Forse avevo una strana espressione, perché lo allontanò leggermente con una mano sul petto. «Presto, Mauro. Presto.» Poi, all’altro: «Ciao Franco, ci sentiamo.» Si mosse agilmente verso il bancone, aprendosi la strada tra la folla come se quello spazio le appartenesse. Manco a dirlo, i due dietro al bancone la riconobbero al volo. «Ciao Fra! Che ti offro?» Ovviamente lei non pagava mai. Bevemmo ancora. Un altro shot. La testa cominciava a girarmi in quel modo piacevole e denso in cui i pensieri perdono i contorni affilati. Sotto il piccolo tavolo di legno, la superficie era ridotta. Le nostre ginocchia si sfioravano continuamente. Poi le gambe. Poi le mani sul ripiano. A un certo punto Francesca allungò il braccio e mi sistemò il colletto della polo Timberland con un gesto lento, quasi materno... solo che poi fece scivolare le dita sulla pelle scoperte del collo, lasciandole lì un attimo di troppo. La sua mano era calda, pressante. A un certo punto smisi di calcolare. Smisi di fare il marzialista che controlla la distanza, smisi di pensare a Serena, alla differenza d'età, a cosa avrebbe detto Nicol o a quanto sarei stato distrutto il giorno dopo. Lei se ne accorse all'istante. Lo vide nei miei occhi. Si sporse un poco in avanti sul tavolo, gli occhi verdi illuminati dalle luci arancioni del locale e dai riflessi dell'acqua del canale. La scollatura le si aprì generosa davanti a me, il profumo di vaniglia e alcol mi saturò le narici. «Edo,» disse, la voce ridotta a un bisbiglio raschiato che mi passò dritto sulla colonna vertebrale. «Tu a Rho non ci arrivi stasera. Non in queste condizioni. E io non ho nessuna intenzione di lasciarti guidare per mezz'ora di autostrada così.» Fece una pausa. Fece scorrere lo sguardo dalle mie labbra ai miei occhi, con la stessa naturalezza con cui aveva chiesto il drink ore prima in pizzeria. «Casa mia è a cinque minuti. Via Ripamonti. Vieni.» Non era una domanda. Era un’apertura. Era la sua mossa, un invito senza rete di salvataggio. Io la guardai. Il gin mi ronzava piacevolmente nelle orecchie, il caldo della notte milanese mi appiccicava la t-shirt alla schiena, e per la prima volta da mesi non sentivo il minimo bisogno di scappare o di difendermi. Annuii. Solo una volta. Lenta. Chiara.

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