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← Troppo grande per me

Creato il 27/08/2026, 08:55 · Aggiornato il 27/08/2026, 08:58

Capitolo 10: Schiuma Party

@bergadavideDavide
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POV: Francesca Curtis

Luogo: Cascina vicino al Merlata Bloom, Milano

Data e Ora: Martedì 4 agosto 2026, ore 20:00

​L’afa di Milano a quest’ora non perdona, ma nel retro della Cascina, a due passi dal Merlata Bloom, l’aria sembrava quasi carica di elettricità.

​Me ne stavo seduta su una cassa audio rovesciata, il primo bicchiere di prosecco fresco tra le dita e lo smartphone illuminato davanti agli occhi. Rileggevo per la terza volta il testo che avevo pubblicato su Comehome qualche giorno prima, giusto per godermi il lavoro ben fatto:

​SCHIUMA PARTY – CASCINA MERLATA

Martedì 4 agosto – dalle 21:00

Cascina storica a due passi dal Merlata Bloom

Organizzato da Francesca Curtis & Giampiero

Ingresso 15€ (incluso 1 drink)

Dress code: zero inibizioni.

Schiuma, gin, tequila, musica fino a chiusura.

Niente cagacazzi, niente giudizi, niente mezz’ore di corteggiamento.

Si balla, si beve, si suda, si tocca.

No cagacazzo allowed.

“Si vive una volta sola!”

​Sorrisi da sola sopra il vetro della coppa. Era esattamente il mio marchio di fabbrica.

​Poi alzai gli occhi dal display e guardai oltre le quinte del bar e la consolle del DJ. Il sorso di bollicine mi andò quasi di traverso.

​La corte esterna si stava riempiendo a un ritmo spaventoso. Sull’applicazione risultavano un’ottantina di prenotazioni confermate, ma là fuori c’erano già più di centocinquanta persone che spingevano per entrare, e la fila fuori dai cancelli continuava ad allungarsi. Ragazzi universitari, trentenni appena usciti dagli uffici di Rho con la cravatta già slacciata, ragazze in minigonna o direttamente in costume da bagno sotto camicie trasparenti. Un fiume umano attratto dalla promessa di annegare il caldo milanese nella schiuma e nell’alcol.

​Giampiero stava scaricando le ultime casse di gin e tequila dietro al bancone, con la fronte già imperlata di sudore, mentre i tecnici finivano di montare i due cannoni sparaschiuma puntati dritti verso il centro del piazzale.

​«Francesca, ma quanti cazzo ne hai fatti venire?» mi urlò da sopra il rumore del soundcheck, spalancando gli occhi davanti alla marea di gente che continuava a sciamare.

​Mandai giù l’ultimo sorso di prosecco, mi alzai dalla cassa audio e mi sistemai la camicia bianca, sbottonando un bottone per mettere in evidenza il reggiseno nero. Il sorriso mi si allargò sul viso, lento e soddisfatto.

​«Te l’avevo detto o no che ai miei eventi non si fa la muffa?» gli gridai di rimando, lanciandogli un’occhiata di sfida. «Prepara i bicchieri, Giampi. Stasera la Cascina la tiriamo giù.»

​La mia mente scivolò su Silvy.

​Era il mio orgoglio, anche se non glielo dicevo quasi mai in faccia. Quella sera era con Alex, il suo ragazzo. Era venuto a prenderla alle diciannove: andavano al cinema. Anche quest’anno era stata promossa, per un pelo, ma era stata promossa. Io le mandavo messaggi, le dicevo «dai che ce la fai», senza mai davvero metterle pressione. Lei faceva il minimo indispensabile e io facevo finta di non accorgermene.

​Speravo soltanto che non scopassero già. E che non avesse preso da me.

​Io, alla sua età, ero stata molto più prematura. Troppo. E adesso, a quarantasette anni, mi ritrovavo ancora a organizzare feste dove la gente finiva a scopare in macchina o in tre su un divano. Mentre mia figlia a sedici anni andava al cinema con un ragazzo, io stavo qui, con il prosecco in mano, a guardare una corte che si riempiva di sconosciuti ubriachi.

​Il mondo aveva sempre avuto un modo tutto suo di fottermi.

​Carlo mi aveva beccata in casa nostra, in via Olivetti, con due clienti della Wind. Ero mezza nuda, seduta sulle gambe di uno mentre l’altro mi baciava il collo. Un festino alcolico come tanti altri, niente di speciale. Lui sarebbe dovuto tornare il giorno dopo da un viaggio d’affari. Invece aveva voluto farmi una sorpresa. Mai fare le sorprese. Bisogna sempre avvertire. È una regola di base, no? Uno arriva all’improvviso e poi si scandalizza di quello che trova. Come se la casa non fosse anche mia. Come se io non avessi il diritto di staccare la spina ogni tanto dopo giornate passate a vendere abbonamenti e a sorridere a gente che non meritava nemmeno il tempo che le dedicavo.

​Non ha fatto drammi, per fortuna. Probabilmente da anni aveva le sue tresche anche lui, solo che le gestiva meglio, o con più ipocrisia. Mi ha lasciata in fretta. Mi ha lasciato anche la casa, in cambio di non dover mantenere né me né Silvia. Affido condiviso cinquanta e cinquanta. Pulito, civile, quasi elegante.

​A Silvia, che all’epoca aveva tredici anni, non avevamo spiegato un granché. Ma lei aveva capito comunque. Le era caduto il mondo addosso, si vedeva dagli occhi. E un po’ anche a me, diciamocelo. Mi sono dovuta reinventare da zero. Lavoro nuovo, vita nuova, bilanci da far quadrare da sola.

​Eccomi qui.

​Ancora in piedi, ancora a organizzare serate, ancora a riempire le case e i locali di gente che almeno non finge di essere migliore di quello che è. Il mondo ha sempre avuto un modo tutto suo di punirti quando abbassi la guardia. Uno sbaglia il timing di una serata e ti ritrovi a dover ricostruire tutto. Come se la colpa fosse solo tua. Come se gli altri non avessero mai fatto peggio, solo con più discrezione.

​All'improvviso mi scrisse Silvy.

​Silvy: Mamma ci fermiamo a mangiare qui all’UCI di Bicocca

Francesca: Che film andate a vedere? L’avete deciso?

Silvy: Io volevo vedere Odissea, tu mi avevi detto che saremmo andate insieme ma se aspetto te… lui e gli amici vogliono vedere Spider-Man ovviamente…

Francesca: Ti ho detto che ti porto a vedere Odissea, non preoccuparti

​Non era vero. Odiavo il cinema. E poi quel film durava tre ore. Tre ore ferme in una sala erano un inferno. Non sarei mai stata capace di stare così tanto senza fare niente.

​Silvy: Sì sì mamma, raccontalo a qualcun altro. Poi te che fai stasera?

Francesca: Uno schiuma party. In Merlata

Silvy: Ah. Adesso capisco come ti sei vestita…

Francesca: Mi raccomando amore, dopo il cinema fatti subito accompagnare a casa. Ci vediamo lì.

Silvy: Sì mamma…

Francesca: A dopo amore ❤️

​Aspettai cinque minuti ma non arrivò nessuna risposta… faceva sempre così.

​Mi dedicai alla festa, d'altronde l'avevo organizzata io.

​Avevo indossato per la serata un paio di pantaloncini di jeans talmente striminziti che le tasche anteriori uscivano quasi dal tessuto. Dietro, dagli strappi larghi sulle natiche, si vedeva chiaramente la pelle e un angolo del perizoma nero. Sopra, una camicia bianca di cotone leggero, sbottonata fin quasi sotto il seno, lasciava scoperto il reggiseno in tessuto nero, semplice ma tagliato in modo da spingere e mettere in evidenza. I capelli li avevo lasciati sciolti, lisci, e ai piedi un paio di sandali con un tacco medio, abbastanza comodi da reggere tutta la notte ma abbastanza alti da allungarmi ancora di più le gambe.

​Infilai lo smartphone nella tasca posteriore dei jeans, proprio dove lo strappo largo lasciava intravedere il perizoma nero, e feci un gran respiro. Abbandonata l'espressione da madre frustrata, indossai velocemente la maschera da regina della festa.

​Mi avvicinai al bancone dove Giampiero stava stappando bottiglie di prosecco e tequila a una velocità disumana. L'aria nel dehor era già densa, pregna di sudore, profumi dolciastri e alcol che cominciava a fare il suo dovere. Giampi mi allungò un altro calice senza che gli chiedessi niente, con quel suo solito sorriso da delinquente che conosceva tutte le mie versioni.

​«Giro d'assaggio, Fra?» mi urlò sopra i bassi che cominciavano a far tremare le casse audio ai lati della consolle.

​Gli sorrisi. «Veramente è già il terzo "giro", Gian…»

​Mandai giù un sorso lungo, sentendo le bollicine bruciarmi piacevolmente la gola, e mi voltai verso la corte che si stava stipando come un vagone della metropolitana nell'ora di punta. Il calore dell'asfalto saliva dritto alle gambe, mescolandosi al profumo della notte d'agosto.

​Tra i primi a farsi largo nel mucchio comparve la sagoma imponente di Mauro. Camicia sbottonata fin quasi all'ombelico, abbronzatura perfetta e la solita sfacciataggine di chi sa benissimo cosa aspettarsi dalle mie serate. Si trascinava dietro Valeria, la sua fidanzata: trentacinque anni, un fisico asciutto messo in risalto da un vestitino nero elastico e un’aria inizialmente timida che si stava già sciogliendo sotto l’effetto del primo drink.

​«Fra!» mi ruggì Mauro addosso, scavalcando due ragazzi per stringermi i fianchi e piantarmi due baci caldi sulle guance, tenendomi un secondo di troppo. «Te lo giuro, se stasera non è all'altezza di martedì scorso ti chiedo i danni!»

​Valeria mi sorrise, con una vena di curiosità ammiccante negli occhi, lasciandosi attirare nel nostro raggio d'azione.

​«Non preoccuparti, Maurino,» gli risposi all'orecchio con voce bassa e roca, sfiorandogli la mascella prima di spingerlo verso il bancone. «Ai miei eventi nessuno torna a casa insoddisfatto. Chiedilo a lei.»

​Valeria ridacchiò, mentre Mauro le faceva già scivolare una mano azzardata sul fondoschiena.

​Alle ventitré spaccate la consolle esplose con Tutta l’Italia di Gabry Ponte. Il ritornello partì fortissimo, le casse vibrarono sotto i piedi e in un secondo tutta la corte alzò le braccia. I tecnici non aspettarono un secondo: azionarono i due cannoni contemporaneamente. Un getto continuo, denso e spaventosamente caldo di schiuma bianca si abbatté sul centro del piazzale, travolgendo la folla in un’unica onda appiccicosa. Fu il delirio. La gente urlava, saltava, si strappava via magliette e camicie mentre la schiuma saliva fino alle ginocchia e poi fino alla vita. Chi riusciva a stare in piedi ballava già a ritmo, chi scivolava rideva ancora più forte.

​Il deejay non lasciò nemmeno il tempo di respirare. Appena Tutta l’Italia cominciò a calare, attaccò La testa gira di Fred De Palma. Il ritmo era più lento, più ondulatorio, ma la gente non si fermò. Anzi. Tutti, me compresa, ci mettemmo a cantare a squarciagola il ritornello, mentre la schiuma ci colava dai capelli, dalle spalle, dal petto. Qualcuno aveva iniziato a ballare davvero, non più a saltare: fianchi che segnavano il tempo, braccia alzate, corpi che si cercavano e si perdevano nella bianca confusione. Io sentivo la camicia completamente trasparente addosso, i jeans zuppi che mi stringevano, e cantavo anche io, la voce roca che si mescolava a centinaia di altre, mentre la testa, effettivamente, cominciava a girare.

​Nel giro di mezz'ora eravamo tutti trasformati in un unico corpo bagnato e pulsante. Il mio reggiseno nero era inzuppato, la camicia bianca mi si era appiccicata alla pelle come una seconda membrana trasparente, lasciando intravedere le forme senza più pudore, e i jeans zuppi addosso mi davano una sensazione di carica fisica assoluta.

​Fu esattamente al centro di quella marea bianca che li vidi. Marco e la sua ragazza.

​Lui, poco più che ventenne, bagnato marcio, i muscoli scolpiti messi in mostra da una canottiera zuppa e gli occhi incandescenti di chi ha già buttato giù tre shot; lei, una pennellata di giovinezza con i capelli biondi incollati al collo e un bikini striminzito che le fasciava il petto. Stavano ballando l'uno contro l'altra, ridendo mentre si tiravano manciate di spuma sul viso.

​Marco alzò lo sguardo, mi vide immobile a due passi da loro con il bicchiere in mano e la camicia completamente trasparente, e non distolse gli occhi. Non era uno sguardo timido. Era lo sguardo di un ragazzo che vede una donna senza freni e decide di non tirarsi indietro.

​In quello stesso istante il deejay fece partire Tití Me Preguntó di Bad Bunny.

​Il ritmo cambiò di colpo: più sporco, più lento, più carnale. I bassi entrarono pesanti e tutta la corte perse il controllo sul serio. La gente non ballava più: si strofinava. Mani che scivolavano sotto magliette zuppe di schiuma, bacini che battevano contro altri bacini, bocche che si cercavano senza nemmeno conoscersi. Qualcuno aveva già perso il reggiseno, qualcun altro ballava solo in boxer. L’aria odorava di alcol, di schiuma calda e di pelle.

​La ragazza di Marco si girò per capire cosa stesse fissando. Mi squadrò da capo a piedi con un sorriso lento, complice, quasi divertito. Poi lo prese per il polso e lo trascinò dritto verso di me.

​Allungò una mano, afferrò una manciata di schiuma dal mio petto e me la spalmò lentamente sulla spalla scoperta, facendo scendere le dita un po’ più in basso del necessario, fin quasi a sfiorare il bordo del reggiseno nero inzuppato. Il contatto della sua pelle fresca contro la mia mi fece salire un brivido elettrico lungo tutta la spina dorsale.

​Marco non disse niente. Si limitò a restare a un passo da me, lo sguardo fisso sul punto in cui la camicia trasparente mi si era appiccicata ai capezzoli. La sua ragazza rise bassa, si morse il labbro e, senza staccare gli occhi dai miei, prese la mano di lui e la posò sul mio fianco nudo, proprio sopra il bordo dei jeans strappati.

​Lei mi si avvicinò di più, abbastanza da parlarmi direttamente sull’orecchio nonostante la musica.

​«Vieni da noi?»

​La voce era bassa, sicura.

​Marco intanto mi guardava con occhi infuocati, senza dire una parola. Non era la prima volta che finivo la serata in tre, ma di solito c’erano due uomini e io. Non ero mai stata con una donna. Non davvero. L’idea mi allettava più di quanto volessi ammettere, e tutto il prosecco bevuto non aiutava a tenere a bada i bollenti spirits. Valeria era stupenda: pelle chiara, labbra carnose, lo sguardo di chi ha già deciso il da farsi. Mi prese la testa tra le mani e mi piantò la lingua in gola senza preavviso. Sapeva baciare. Sapeva esattamente quanto spingere e quanto ritirarsi. Quando si staccò, mi lasciai scappare un mezzo sorriso e annuii.

​Mi diressi verso il bancone per dire a Giampiero che andavo via.

​Non feci tre passi che mi bloccò Rafael. Il mio istruttore di latino.

​Lo conoscevo da un anno. Ci provava con me in modo costante, nonostante fosse sposato con Mariana, una ragazza carissima, bella e simpatica, alla quale non avrei mai fatto una vigliaccata del genere.

​«Ciao, frà.»

​Mi prese i fianchi ancora bagnati di schiuma e mi baciò sulle guance e sul collo, il suo solito saluto un po’ troppo intimo.

​«Stasera sei caliente.»

​«Lo so,» risposi tagliente. «Dov’è Mariana?»

​«È da qualche parte qui in giro.» Mi prese la mano. «Balliamo?»

​Lo smartphone nella tasca posteriore vibrò.

​Poi di nuovo.

​Poi ancora.

​Tre messaggi di fila.

​«Devo rispondere,» dissi, staccandomi da lui con un movimento più nervoso del solito.

​Lo schermo si illuminò di nuovo.

​Silvy: Mamma è successo un casino! Vieni a casa?

​Rimasi un secondo ferma, la schiuma che mi colava ancora lungo la schiena.

​Richiamai. Una volta. Due. Tre.

​Niente. Solo squilli a vuoto.

​«Ma porca puttana…»

​La rabbia mi salì in gola all’improvviso, calda e cattiva.

​Mi feci largo tra la gente senza più sorridere e raggiunsi il bancone.

​«Io vado a casa.»

​Giampiero alzò gli occhi dallo shaker, subito preoccupato.

​«Tutto bene, tesoro?»

​«Non lo so,» risposi, e la voce mi uscì carica di veleno.

​Non aspettai la risposta. Cinque minuti dopo ero già in macchina, i jeans ancora zuppi che mi si erano attaccati al sedile, i capelli gocciolanti, direzione casa.

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