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Capitolo 7: Navigli
POV: Edoardo Carini
Pizzeria Del Ponte, Via Bazzi, Milano
Venerdì 7 agosto 2026, ore 23:10
Non appena Nicol è sfumata nell’ombra di Via Bazzi con la sua solita mossa silenziosa e perfetta, le altre hanno perso ogni consistenza. Marta ha tirato fuori la scusa del fidanzato con un colpetto di tosse, Elena e Chiara si sono scambiate un’occhiata d’intesa e sono scivolate via verso il tram, seguite da Giulia che ci ha salutato con una solennità quasi comica.
Nel giro di tre minuti la tavolata si era svuotata.
Ma la verità è che per me e Francesca quelle ragazze erano già diventate irrilevanti da un pezzo.
Eravamo rimasti solo noi due.
Il cameriere stava portando via i piatti sporchi, lasciando sul tavolo soltanto l’odore di mozzarella bruciata, i fondi di birra rossa e quell’aria d’agosto che non accennava a rinfrescare. Francesca ha appoggiato i gomiti sulla tovaglia a quadri, incrociando le dita laccate di rosso sotto il mento. Il gesto era lento, studiato. Il suo sguardo si è piantato dritto su di me, senza filtri, senza più nessuno a fare da cuscinetto.
«Allora, Carini…»
La voce le è uscita bassa, rauca, vibrante nel petto.
«Ora che le bambine sono andate a nanna… che si fa?»
Ho girato il bicchiere tra le dita. Sentivo il sangue muoversi più in fretta del solito.
Avevo ventun anni.
Lei ne dimostrava ben più di quaranta, portati con la disinvoltura spietata di chi ha già vinto tutte le battaglie che le interessavano. E diciamocelo chiaramente, senza fare i puritani: una donna così — bella, spregiudicata, con la pelle dorata e l’aria di chi sa esattamente come smontarti pezzo per pezzo — è il sogno proibito di qualsiasi ventenne etero che si rispetti.
La pressione ce l’avevo proprio lì, nel basso ventre. Ferma. Inequivocabile. Il corpo aveva già deciso per me.
Francesca, quasi fosse telepate, mi teneva inchiodato con quegli occhi verdi. Non diceva niente. Mi schiacciava solo con lo sguardo contro la sedia, facendomi salire il calore lungo il collo e, contemporaneamente, una voglia matta di vedere fino a che punto potevo spingermi prima di bruciarmi.
«Potrei accompagnarti alla macchina e poi sparire anche io, come ha fatto Nicol,» ho azzardato, cercando di tenere la voce ferma. Speravo segretamente di non aver fatto la mossa sbagliata.
Per fortuna lei ha riso.
Una risata corta, profonda, che le ha fatto oscillare leggermente la scollatura.
«No. Troppo prevedibile.»
Ha scosso la testa con un sorriso storto, poi ha allungato una mano e ha sfiorato il bordo del mio bicchiere con l’indice.
«E poi mi hai promesso un drink. Quello del Corvo. Ricordi?»
Mi ha piantato addosso quei due fanali verdi, il sorriso ancora più storto, quasi una sfida.
«Navigli?» ho proposto, colto da un’illuminazione improvvisa.
Francesca non se l’è fatta ripetere.
«Ci sta.»
Ha preso subito in mano la situazione, la voce diventata ancora più bassa, più sicura.
«Conosco un posto. Musica decente, niente puzza di chiuso e un bancone serio. Andiamo con le auto. Io parcheggio vicino, tu mi stai dietro. Poi vediamo.»
Sperando il piano d’attacco, tutto d’un fiato.
Annuì.
Non avevo voglia di tornare a Rho. Non ancora.
Uscimmo.
Lei camminava un passo avanti, i tacchi che battevano secchi sull’asfalto ancora caldo. Indossava uno di quei vestiti che si vedono addosso alle ragazze ultimamente: gonna cortissima, una sottile fascia di tessuto a X sulla schiena che lasciava scoperta gran parte della pelle, per poi fasciare il seno sul davanti e abbandonare completamente spalle e pancia. Il tessuto rosso e blu a disegni floreali le si muoveva sui fianchi a ogni passo, e io la seguivo con lo sguardo senza nemmeno provarci a fingere altrimenti. Prima di salire sulla sua auto — una nera, compatta, di quelle fatte per muoversi veloci in città — si voltò. I capelli biondi le caddero su una spalla.
Io indossavo pantaloncini color panna abbastanza eleganti, una polo azzurra della Timberland e un paio di Puma bianche. Non puzzavo nemmeno troppo dopo l’allenamento: potevo anche andare. Chissà che uomini aveva frequentato prima di me, pensai. Poi mi risposi da solo: e chi se ne frega. L’aveva detto anche lei a cena, ridendo. Si vive una volta sola. Quando mi sarebbe ricapitata una così?
«Non scappare, eh,» disse lei ridendo, strappandomi dai miei pensieri. «Parcheggiamo affianco alla darsena, ok?»
La voce era bassa, quasi un ordine dolce.
Annuii con foga, forse con troppa foga, perché Francesca rise di nuovo e mi fece l’occhiolino.
La mia macchina sapeva di estate e di sudore vecchio. Accesi il motore e uscii su via Ripamonti, direzione Navigli. Le strade a quell’ora erano quasi vuote. Solo qualche scooter e le luci arancioni dei semafori che si riflettevano sull’asfalto.
Mentre guidavo, la mente andò per conto suo.
Francesca.
Quarant’anni? Forse di più. Forse meno. Difficile dirlo con precisione. Aveva il corpo di qualcuno che si allena e la voce di qualcuno che ha già vissuto abbastanza da non dover più fingere. Io ne avevo ventuno. Lei poteva avere quasi il doppio dei miei anni. Eppure…Eppure era figa!
Non nel senso banale della parola. Era presente.
Occupava lo spazio in un modo che poche donne della mia età riuscivano a fare.
Quando ti guardava sembrava già sapere dove saresti andato a finire, e la cosa, invece di farmi scappare, mi teneva lì, inchiodato.
C’era qualcosa di pericoloso in quella sicurezza. Qualcosa che mi faceva salire il sangue troppo in fretta.
Qualcosa che in cuor mio, mi fece capire che quella notte o era un successo mai visto prima o era un errore dal quale non mi sarei più ripreso.
Serena mi passò in testa per un secondo.
Il suo sorriso, l’ultima litigata, il fatto che in quel momento fosse chissà dove in Sicilia con Marcello. Poi sparì. Come se la notte di agosto avesse deciso di cancellarla temporaneamente, di lasciarmi solo con il caldo, con il rumore del motore e con l’immagine di Francesca appoggiata alla macchina che mi aspettava.
Parcheggiai proprio dietro alla sua macchina, il naviglio era la che ci aspettava.
Lei era già fuori, appoggiata alla fiancata della sua auto nera, rivolta verso il marciapiede.
Intenta in una telefonata concitata con chissà chi. Il telefono premuto all’orecchio, l’altra mano abbandonata lungo il fianco. Parlava a voce alta, senza nessun riguardo per chi potesse sentirla.
«Sì, te l’ho già ripetuto.»
Pausa. Aspettava la risposta dall’altra parte.
«No, stasera non vengo a ballare alla Botteghetta.»
Un’altra pausa, più lunga. Il suo piede col tacco picchiettava nervoso sull’asfalto.
«Ma non me ne frega un cazzo…»
Poi mi vide.
Alzò lo sguardo, mi riconobbe, e la voce le cambiò di colpo, diventando più secca, più frettolosa.
«Dai, che ho compagnia. Ci sentiamo domani.»
Attesa brevissima.
«Ma fai un po’ quel cazzo che ti pare, Sonja. No, non mi interessa. Ciao. Ciao. Ciao.»
Chiuse la chiamata con un gesto netto del pollice e abbassò il telefono.
Quando alzò di nuovo gli occhi su di me, il sorriso le era già tornato: lento, consapevole, leggermente storto.
«Scusa,» disse, scostandosi dalla macchina.
«Le solite scassacazzi. Se non gli organizzi la serata non sanno nemmeno infilarsi… o peggio, sfilarsi le mutandine.»
Rise sottovoce, come se avesse appena detto la cosa più normale del mondo, e mi fece cenno di seguirla verso l’ingresso del locale.
«Piuttosto tu, complimenti.»
Francesca mi prese sottobraccio con naturalezza, come se lo facesse da sempre. La sua pelle era calda contro la mia.
«Punti in più per non avermi piantato in asso.»
Rise piano, la voce ancora un po’ roca dalla telefonata di poco prima, e mi tirò leggermente verso di sé.
«Vieni. Il locale è proprio all’inizio del vecchio Naviglio.»
Mi fece un piccolo cenno con la testa nella direzione dell’acqua.
Camminammo fianco a fianco verso Piazza XXIV Maggio. L’arco dell’antico bastione ci sovrastò all’improvviso: mattoni scuri, pietra consumata dal tempo, un passaggio largo e un po’ solenne che sembrava un confine tra la Milano ordinata e quella più selvaggia che cominciava subito dopo. Lo attraversammo in silenzio, e dall’altra parte il Naviglio si aprì davanti a noi come una ferita luminosa.
Alzaia Naviglio Grande era piena di gente, nonostante fosse il sette agosto e fosse già tardi.
Una folla mista, chiassosa, sudata, bella e un po’ ubriaca. Ragazzi seduti sui muretti con bottiglie di birra tra le ginocchia, gruppi di trentenni che ridevano troppo forte fuori dai locali, coppie che camminavano lente tenendosi per mano, turisti con la macchina fotografica ancora al collo anche di notte. L’aria odorava di frittura, di alcol, di acqua stagnante e di profumi mescolati. Le luci dei locali si riflettevano sull’acqua scura del canale in scie dorate e rosse, e ogni tanto una barca ferma dondolava piano contro la sponda. La musica usciva dalle porte aperte a volume diverso: reggaeton da una parte, jazz dall’altra, e più avanti qualcuno che cantava fuori tempo su una chitarra stonata.
Francesca camminava aggrappata al mio braccio come se quella fosse la cosa più naturale del mondo. Ogni tanto il suo fianco sfiorava il mio, e il tessuto leggero del vestito mi toccava la pelle del braccio. Non diceva niente. Guardava dritto davanti a sé, con un mezzo sorriso soddisfatto, come se avesse già deciso che la serata sarebbe andata esattamente dove voleva lei.
Io la lasciavo fare.
Il caldo della notte mi premeva sulla nuca, la folla ci sfiorava da entrambe le parti, e per la prima volta da quando eravamo usciti dalla pizzeria ebbi la netta sensazione di aver attraversato un confine. Non solo geografico.
Il locale che mi aveva indicato era proprio all’inizio, con le vetrate aperte sul canale e una fila di tavolini già occupati. Francesca rallentò il passo, mi strinse un po’ più forte il braccio e alzò gli occhi su di me.
«Siamo arrivati,» disse soltanto.
Poi aggiunse, più bassa: «Adesso vediamo se sai bere quanto sai fare il Corvo.»
Era un tipico locale del Naviglio Grande: piccolo e un po’ buio all’interno, con una fila di tavolini stretti all’aperto che guardavano direttamente il canale.
Non appena mettemmo piede dentro, il barista alzò lo sguardo da dietro il bancone e sorrise di colpo.
«Francesca! Che bello averti qui stasera.»
«Grazie, Giampiero.»
Lui le venne incontro, le mise le mani sui fianchi e la baciò sulle guance tenendola più del necessario. Lei si lasciò manovrare senza nessuna resistenza, come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Figata la serata che hai organizzato l’altra sera in quel locale con la schiuma,» proseguì lui, ancora con le mani su di lei. «Non ho mai bevuto così tanto, non ho mai riso e non mi sono mai divertito così in vita mia. Sei una cazzo di genio.»
Francesca sorrise, soddisfatta.
«Lo so,» rispose. «Ai miei eventi ci si diverte sempre. E spesso le serate non finiscono lì.»
Gli fece l’occhiolino, poi alzò le mani e mimò due bocce enormi all’altezza del petto.
«Piuttosto… con la mora dalle tette enormi?»
Giampiero scoppiò a ridere e scosse la testa.
«L’ho schiacciata in macchina, ovviamente. Eravamo oltre il limite di almeno dieci volte. Se ci beccavano gli sbirri adesso ero in galera e non qui a offrirti da bere.»
Poi si voltò leggermente verso di me, senza però togliere del tutto le mani da Francesca.
«Piuttosto, cosa porto a te…» — e spinse il mento nella mia direzione — «e al tuo amico?»
«A proposito, piacere. Io sono Giampiero. E tu?»
«Edoardo. Piacere.»
Feci un piccolo cenno del capo. «Portami un Martini cocktail.»
«Grandissima idea. Arrivo subito.»
Francesca mi lanciò un’occhiata di approvazione.
«Bravo,» mormorò.
Giampiero si stava già voltando verso il bancone quando chiese, quasi per dovere:
«E a te il solito?»
«Sì, caro,» rispose lei senza esitazione.