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Capitolo 6: Maschere
POV: Edoardo Carini
Luogo: Pizzeria Del Ponte / Via Giuseppe Ripamonti, Milano (Appartamento di Francesca)
Data e Ora: Venerdì 7 agosto 2026, ore 22:45 – 06:00
Mentre Nicol e le ragazze mangiavano leggere come farfalle — piluccando fettine sottili, verdure grigliate e croste di pizza lasciate nel piatto — io e Francesca, seduti l'uno di fronte all'altra, sembravamo due bisonti al pascolo.
Io stavo finendo la mia Campagnola senza lasciarne traccia, Francesca era uno spettacolo a parte: la sua Pizza Del Ponte era già spianata per tre quarti e con la mano destra stava buttando giù i colpi finali della sua seconda birra media rossa, scolandosela d'un fiato come fosse semplice acqua minerale. All'improvviso, nel mezzo del cazzeggio generale, Elena si è inclinata in avanti sulla tovaglia a quadri, piantando gli gomiti sul tavolo con un sorriso malizioso. «E... David?» ha chiesto a bruciapelo, guardando Nicol. «Quando ce lo fai conoscere?» Francesca ha avuto un blocco del sistema digestivo. Si è bloccata a metà sorso, tossendo forte e posando il boccale sul tavolo con un colpo secco che ha fatto sobbalzare le posate. Si è pulita l'angolo della bocca con il tovagliolo di carta, sgranando due fanali verdi spalancati per la sorpresa. «Nicol?!» ha esclamato con la sua voce rauca, tra la finta indignazione e la curiosità pura. «Sei fidanzata?! E me lo dici così?!» Nicol non ha fatto una piega. Ha sorriso con quell'aria serafica che la contraddistingue, sistemandosi una ciocca di capelli neri dietro l'orecchio. «Si chiama David,» ha risposto con una calma olimpica. «Si occupa di impianti fotovoltaici ed è in Germania per lavoro quasi tutto il mese. Ci lasciamo i nostri spazi, non ci soffochiamo. È la base per far funzionare le cose.» «Una santa donna…» mormorò, e la voce le scese di un tono intero, diventando più bassa, più calda. «Io non resisterei. Un uomo lontano un mese intero… no. Io ho bisogno della presenza. Fisica. Costante.» Poi girò leggermente la testa e fissò Giulia con uno sguardo marcato, quasi divertito. «Una ragazza ha le sue necessità, no?» Giulia arrossì fino alla radice dei capelli, soffocando una risata dietro il tovagliolo di carta. Chiara e Elena si scambiarono un’occhiata complice. Nicol fissò Francesca per un paio di secondi con quegli occhi neri capaci di leggere anche ciò che non avevi ancora pensato. Un piccolo sorriso le piegò l’angolo della bocca, ponderato, quasi divertito dal candore spudorato della nuova arrivata. «Credimi, Francesca, comprendo benissimo,» disse con voce vellutata, posando le posate sul piatto ormai vuoto. «Anch’io ho avuto i miei periodi decisamente… mossi. E volendo, avrei ancora tutte le carte in regola per farmi valere.» Fece una pausa millimetrica, lasciando che l’allusione fluttuasse tra le risatine coperte del tavolo. «Ma a un certo punto impari che la quantità non sostituisce la qualità. E che, a una certa, la devi appendere al chiodo.» Non specificò cosa. Non ne aveva bisogno: lo capimmo tutti. Mentre pronunciava l’ultima frase, Nicol fece scivolare lo sguardo sulle sue quattro fedelissime — Giulia, Elena, Chiara e Marta — e lanciò loro un occhiolino lento, nitido, pieno di una complicità antica. Escluse Francesca con precisione chirurgica. Nessuna cattiveria, solo una frecciatina limpida: tu sei ancora nella fase del caos, cara. Noi siamo già oltre. Francesca incassò il colpo con gli occhi verdi spalancati, un attimo di smarrimento puro, poi un ghigno sghembo le illuminò il viso. Aveva capito benissimo. Io, non sapendo bene dove guardare, fissai il piatto e dissi con finta nonchalance: «Beh… non credo sia un crimine volersi divertire un po’.» Risultai più falso di una banconota da trenta euro. Marta raccolse al volo: «A proposito…» la voce melliflua, mentre sistemava una ciocca di capelli castani ribelli e deponeva la forchetta. «Non ci hai più detto che fine ha fatto Serena. Avevamo legato così tanto io e lei…» Non era vero. Serena odiava Marta. Ciò nonostante, aveva lasciato la palestra quando aveva capito che guardavo più Nicol di lei. Ma prima che qualcuno potesse rilanciare o anche solo ordinare un amaro, Nicol compì la sua magia. Con un movimento fluido e ininterrotto, come se stesse eseguendo un’asana invisibile, scivolò fuori dal giro di panca. Tirò fuori dalla borsetta una banconota da venti euro, la posò accanto al piattino e sfilò la giacchetta dallo schienale. «Beh, bimbi, io vi saluto. Vado a casa a farmi il mio riposino di bellezza… e magari a meditare sulle nuove dinamiche all’orizzonte.» Il sorriso era solare, impeccabile. Lo sguardo, però, sfiorò di sottecchi proprio me. «Ma Nicol!» protestò Marta, sporgendosi. «Non prendi neanche il limoncello? Abbiamo appena finito!» «La solita!» infierì Elena ridendo. «Scomparsa d’autore!» Nicol alzò le spalle con disinvoltura disarmante mentre già prendeva lo smartphone dalla borsetta. «Siamo alle battute finali prima della pausa estiva, ragazze. E domattina devo spalancare la scuola prima che il sole trasformi via Spadolini in un forno crematorio.» Dispensò due baci rapidi sulle guance a ciascuna di loro. Arrivata a me, mi appoggiò una mano calda sulla spalla, stringendola per un secondo. Parlò sottovoce, ma non abbastanza da non farsi sentire da Francesca: «Edo, non farla faticare troppo. E tu, Francesca… benvenuta nel gruppo. Se sopravvivi al weekend, ti aspettiamo martedì a lezione, dovrebbe esserci Daniela.» Prima che qualcuno potesse fare un’altra domanda o trattenerla anche solo per due minuti, Nicol era già in piedi, dritta, elegante nella sua semplicità. Un cenno della mano al ristoratore, una sferzata di capelli neri sulla schiena, e dopo un ultimo cenno con la mano scomparve nella direzione della palestra. Sparita. Dissolta nella notte calda di Milano come nebbia d'agosto. «Ve l'avevo detto...» sospirò Marta, scuotendo la testa ma sorridendo. «Dopo il primo dolce o la fine della pizza, Nicol sfuma sempre.» Francesca seguì con lo sguardo la sagoma di Nicol oltre la vetrata fino a perderla di vista, poi si girò verso di me, sgranando gli occhi con una risata rauca. «Ma quella donna è un ninja! Ha sganciato la bomba, mi ha rifilato la lezione di vita ed è evaporata nel nulla!» «Benvenuta nel mondo di Nicol,» risposi, finendo l'ultimo sorso della mia birra. «Non la fermi neanche con la forza di gravità.» Francesca mi fissò, aveva il gomito puntato sul tavolo e il mento appoggiato alla mano. Per la prima volta in tutta la serata i suoi occhi verdi persero quella velatura di sfida per farsi stranamente attenti. «E tu,» senza nemmeno considerare le altre ragazze al tavolo, «evaporazione a parte, cosa fai?» mormorò con quel suo tono caldo. «Scappi anche tu o mi offri quel famoso drink?»