Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Capitolo 5: La Polveriera di Via Bazzi
POV: Edoardo Carini Luogo: Via Giovanni Bazzi / Pizzeria Del Ponte, Milano Data e Ora: Venerdì 7 agosto 2026, ore 20:30
Nicol camminava davanti a tutti, in pieno stile Capogitta. Le ragazze le ruotavano intorno come satelliti, tempestandola di domande a raffica. Lei rispondeva a metà, rideva, scuoteva i capelli neri ancora sciolti e ogni tanto alzava una mano per interrompere il fuoco di fila. Indossava ancora i pantaloni da yoga che aveva prima a lezione: la gamba destra scendeva fino a coprire completamente il piede, nascondendo la ciabatta indiana marrone terra con il leggero tacchetto; la sinistra restava esposta fino al polpaccio scultoreo, che si contraeva a ogni passo sul marciapiede caldo. Sopra aveva indossato al posto della canottiera di prima, una camicetta leggera sbottonata ad arte sul décolleté in perfetto stile new age. A tracolla portava una borsetta piccola da cui spuntava il suo telefono vetusto, un iPhone dei primi anni Dieci, stile boomer puro. Quello che usava solo per le telefonate. Secondo me non gli faceva più nemmeno partire WhatsApp. Attorno a lei, Elena, Chiara, Marta e Giulia indossavano vestitini estivi leggerissimi, corti quanto bastava per far sembrare l’afa ancora più evidente. Io restavo un paio di passi indietro. Una mano in tasca, l’altra a scorrere lo schermo del telefono. Cento sessanta mila notifiche sparse tra Instagram, Facebook, Tinder, Threads e X mi fissavano come un esercito di spie. Non ne aprii nessuna. Continuavo a pensare a come avrei dovuto affrontare quella pizza. Una polveriera. Battutine, sguardi, tensioni sotterranee, e sullo sfondo il buco nero lasciato da Serena. Camminavo a testa bassa, lasciando che il rumore delle chiacchiere mi scorresse addosso senza davvero entrarci. Poi sentii una corsa leggera alle mie spalle. Passi rapidi, precisi, che si avvicinavano sul marciapiede con una grazia quasi impossibile. Francesca, si era attardata dietro di noi a rispondere alle quattrocentosessantamila chiamate e messaggi che le erano arrivati negli ultimi cinque minuti. Quando mi affiancò aveva in mano un iPhone di ultima generazione, enorme, più grande della sua stessa mano. I capelli biondi le cascavano sciolti sulle spalle e, nonostante la lezione e il caldo bestiale, profumavano ancora. Ai piedi portava un paio di scarpe nere con un tacco da almeno dieci centimetri, eppure correva come se fossero sneakers. Mi lanciò un’occhiata di sottecchi, ancora un po’ senza fiato. «Il mondo,» disse con quella voce rauca. «non smette mai di rompere i coglioni.» Poi mi fece un mezzo sorriso storto e allungò il passo per raggiungermi del tutto. Tutti, tranne ovviamente Nicol, eravamo massacrati dalle zanzare. Ci si avventavano addosso come se se quello fosse l'ultimo giorno della terra. In cinque minuti avevo già contato almeno trecento punture: avambracci, collo, caviglie, persino dietro le orecchie. Francesca, al mio fianco, non se la passava meglio. Si colpiva ovunque con una rapidità quasi isterica: cosce, spalle, la zona sotto il seno dove l’abito le si era appiccicato per il caldo. Ogni schiaffo faceva oscillare leggermente il tessuto leggero. Anche le altre, davanti a noi, si esibivano nella stessa danza ridicola, sbattendo le mani e scozzonando le gambe scoperte. «Idrovore del cazzo!» sbottò lei a denti stretti, mentre si dava un altro colpo sulla parte interna della coscia. Scoppiai a ridere, basso, genuino. «Hai ragione. Ma a che servono, me lo sono sempre chiesto. Solo a rovinare le serate.» Lei non raccolse. Invece, si voltò verso di me, lentamente fermandosi quasi sul marciapiede, e mi piantò addosso quei due fanali verdi. Non c’era più traccia di scherzo superficiale, solo una curiosità tagliente, un po’ predatrice. «E tu? Perché te ne stai in disparte?» La voce le era scesa di un tono intero, rauca, calda, quasi confidenziale nonostante il rumore della strada. «Problemi di cuore?» Lo disse con un sorrisetto storto, come se l’ipotesi le sembrasse allo stesso tempo improbabile e deliziosamente interessante. Mi fissava senza battere ciglio, aspettando. Io non risposi a parole, annuì lentamente con la testa, una sola volta, senza distogliere gli occhi dai suoi. Il silenzio tra noi si fece improvvisamente più denso dell’aria di agosto; Francesca inclinò appena il capo, e quando riprese a parlare la voce le era diventata ancora più bassa, più lenta, quasi un filo di fumo: «Là davanti c’è tutto un terreno di caccia per un ragazzo giovane come te.» Indicando le 4 ragazze compresa Nicol, «E invece te ne stai qui in disparte a chiacchierare con una donna che potrebbe tranquillamente essere tua madre.» Fece una piccola pausa, lasciando che le parole si posassero. Il tacco della sua scarpa nera picchiettò una volta sola sull’asfalto. Non si mosse di un centimetro da me, l’odore leggero dei suoi capelli, nonostante il sudore e la lezione, arrivò distinto. La guardai un secondo di troppo. Sentivo il calore che mi saliva lungo il collo, e non era solo colpa delle zanzare. Poi risposi, diretto, senza sorridere, con la stessa calma piatta di quando si accetta una sfida sul ring: «Se avessi una madre come te, non uscirei mai di casa.» Francesca non rispose, fece finta di niente e insieme raggiungemmo le altre che aspettavano la capogita che era entrata a prendere la sua prenotazione. Il tavolo della Pizzeria Del Ponte era un cantiere a cielo aperto di pianti, risate e fumo di mozzarella fusa. Eravamo arrivati quasi di corsa, ancora scuotendoci le zanzare di dosso. Un Cameriere in livrea bianca ci mostrò il tavolo che era già apparecchiato sotto una fila di lucine calde, un rettangolo di legno un po’ storto con panche lunghe ai lati. Nicol si sistemò di testa, come era naturale che facesse, e con un gesto ampio ci indicò i posti. «Edo, vieni qui. Francesca, tu di fianco a lui, così non vi tengo d'occhio...» facendomi un 'occhiolino malizioso. Le ragazze risero. Elena e Chiara si infilarono di fronte a noi, Marta si mise accanto a Giulia, e in pochi secondi la geografia del tavolo era chiara: io e Francesca dallo stesso lato, spalla contro spalla, con appena pochi centimetri di spazio tra i nostri corpi. Lei si sedette allargando appena le gambe per sistemare il vestito, e il suo ginocchio sfiorò il mio sotto il tavolo. Non lo ritrasse. Nicol, di fronte a noi, ci osservò un attimo di troppo mentre apriva la borsetta e posava il vecchio iPhone accanto al tovagliolo. Poi sorrise, quel sorriso leggero e consapevole che usava quando aveva già capito tutto. «Perfetto,» disse soltanto. «Adesso ordiniamo prima che le zanzare finiscano il lavoro.» Io appoggiai i gomiti sul legno caldo e sentii Francesca spostarsi appena, abbastanza da farmi arrivare di nuovo il suo profumo. Quando sono arrivate le pizze, la mappa delle nostre personalità si è palesata sul tavolo senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Nicol ed io avevamo ordinato esattamente la stessa cosa: una Campagnola, rigorosamente vegetale, croccante e leggera. Elena e Chiara, invece, avevano optato per un mattone di doppia mozzarella e salsiccia, Marta per una Quattro Formaggi filante, mentre la piccola Giulia si godeva un semplicissimo piatto di pasta al sugo, dichiarando con una smorfia che a lei la pizza proprio non andava giù. E poi c’era Francesca. Davanti a lei era atterrata la Pizza Del Ponte: la specialità della casa, una roba atomica carica di qualsiasi ingrediente presente nel raggio di tre chilometri. «Si vive una volta sola, Carini!» ha esclamato lei ammiccando nella mia direzione, prima di affondare la forchetta con un’espressione di puro godimento. Nicol, muovendo la spina dorsale dritta come un fuso tra un boccone e l'altro, ha colto la palla al balzo per riallacciarsi al discorso iniziato in palestra: «Vedete? Questo ci riporta dritti a Yogas citta-vṛtti-nirodhaḥ. Il corpo è fondamentale, è il nostro tempio e va nutrito, ma deve essere la mente a comandare, non i sensi. Altrimenti restiamo schiavi dell'impulso del momento...» Ha fatto una breve pausa, girando la testa con una lentezza calcolata verso Marta. «Vero, Marta? Come va con Alessio? Ti tradisce ancora?» Nel tavolo è calato un secondo di silenzio atomico. Marta ha mandato giù un boccone di Quattro Formaggi e ha alzato gli occhi al cielo con una finta delusione teatrale. «Sì... purtroppo sì.» Giulia ha sgranato gli occhi, indignata, quasi rovesciando il piatto di penne al pomodoro. «E che aspetti a lasciarlo?!» Marta ha abbozzato una risata imbarazzata, aprendo la bocca per rispondere, ma Nicol l'ha anticipata secca, senza neanche scomporre il suo sorriso solare: «Per il sesso, immagino.» Marta, per nulla imbarazzata dall'esclamazione di Nicol, ha annuito decisamente, confermando le parole della nostra insegnante. Il tavolo è letteralmente esploso: Elena e Chiara si sono piegate in due dal ridere, Giulia è diventata rossa come il suo sugo e Francesca è scoppiata in una risata fragorosa, profonda e rauca, tirando un pugno giocoso sul tavolo che ha fatto tremare i bicchieri di birra. Io mi sono limitato a bere un sorso dalla mia bionda media, guardando quella gabbia di matte e pensando tra me e me: Cominciamo decisamente bene… Mentre Nicol e le ragazze mangiavano leggere come farfalle — piluccando fettine sottili, verdure grigliate e croste di pizza lasciate nel piatto — io e Francesca, seduti l'uno di fronte all'altra, sembravamo due bisonti al pascolo. Io stavo finendo la mia Campagnola con foga, manco fosse il primo pasto da mesi. Francesca era uno spettacolo a parte: la sua Pizza Del Ponte era già spianata per tre quarti e con la mano destra stava buttando giù i colpi finali della sua seconda birra media rossa, scolandosela d'un fiato come fosse semplice acqua minerale. All'improvviso, nel mezzo del cazzeggio generale, Elena si è inclinata in avanti sulla tovaglia a quadri, piantando gli gomiti sul tavolo con un sorriso malizioso: «E... David?» ha chiesto a bruciapelo, guardando Nicol. «Quando ce lo fai conoscere? Francesca, quasi ingozzandosi, si è bloccata a metà sorso. Ha tossito forte, posando il boccale di rossa sul tavolo con un colpo secco che ha fatto tremare i bicchieri e sobbalzare le posate. Si è pulita una traccia di schiuma dall'angolo della bocca con il tovagliolo, sgranando due fanali verdi incandescenti per la sorpresa. «Nicol?!» ha esclamato con quella sua voce rauca e graffiante, sospesa tra la finta indignazione e la curiosità più famelica. «Sei fidanzata?! E lo vengo a sapere così?!» Manco si conoscessero da mesi, pensai io tra me e me, trattenendo un sorrisetto. S'erano viste per la prima volta due ore fa in spogliatoio, giusto? Nicol non ha fatto una piega. Ha sorriso con quell'aria serafica e inafferrabile che la contraddistingue, facendosi scivolare una ciocca di capelli neri dietro l'orecchio con un gesto lento, quasi ipnotico. «Si chiama David,» ha risposto con una calma olimpica. «Si occupa di impianti fotovoltaici ed è in Germania per lavoro quasi tutto il mese. Ci lasciamo i nostri spazi, non ci soffochiamo. È la base per far funzionare le cose.» Francesca ha scosso la testa, lasciando che una risatina gola e profonda le vibrasse nel petto. Ha fatto dondolare la birra residua nel bicchiere, poi ha abbassato lentamente lo sguardo su di me. Un'occhiata liquida, sfacciata, che è scivolata dalla mia bocca giù lungo il collo e il petto, prima di risalire ad agganciare di nuovo i miei occhi. Sotto la tovaglia a quadri, la punta della sua scarpa col tacco si è allungata a cercare la mia gamba, sfiorandomi lo stinco con una lentezza calcolata. «Sei una donna fin troppo resistente, Nicol,» ha commentato, con la voce che le è scesa di un tono intero, diventata pura trappola di velluto. «Io non lo reggerei mai, lontana dal mio uomo per un mese intero. Va bene che lo yoga, calmerà pure la mente... ma la carne ha le sue pretese. Io necessito di attenzioni molto più... fisiche e costanti, se mi spiego...» Poi ha fatto scivolare la punta della lingua sulle labbra ancora umide di birra, lanciandomi un ammiccamento così spudorato che il sangue mi è sceso di colpo nei calzoni.