Vai al contenuto principale

← Troppo grande per me

Creato il 19/08/2026, 03:07 · Aggiornato il 19/08/2026, 03:07

Capitolo 4: Il corvo

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Politicamente Scorretto
  • Uso di sostanze / Dipendenze
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Episodio 4 - Il Corvo

POV: Edoardo Carini

Scuola il Ciglio Viola, Via Giovanni Spadolini 11, Milano Venerdì 7 agosto 2026, ore 20:00

L’aria nella sala era ormai arrivata a saturazione. Il calore di agosto non dava tregua, denso e pesante come una coperta di velluto bagnato stesa su ognuno di noi. Piccole gocce di sudore perlavano la fronte di Francesca, scivolando lente lungo la tempia per poi perdersi sul collo, dove la pelle chiara rimandava i riflessi dorati e caldi della luce del crepuscolo.

Con la canotta e i leggings appiccicati dal vapore della stanza, la sua silhouette e quella delle altre ragazze — da Elena a Chiara, fino alla perfezione atletica di Giulia — si facevano inevitabilmente più nitide, tracciate dall'umidità che fasciava i tessuti. Abbassai lo sguardo sul parquet marrone scuro, sentendomi d'un tratto un po' in imbarazzo per quello scorcio involontario di intimità e grazia femminile. Cercai di concentrarmi unicamente sul ritmo del respiro, ma il caldo rendeva ogni battito del cuore un fatto udibile, quasi pubblico.

Nicol smorzò l'atmosfera ovattata con un sorriso enigmatico, mettendosi in piedi al centro della sala con la solita disinvoltura.

«Bene, ragazzi, abbiamo scaldato e mobilitato la colonna,» disse, alzando appena il tono della voce per richiamare la nostra attenzione. «Ora, prima di lasciarci andare al rilassamento finale, sfidiamo un po' la nostra gravità. Portiamoci in Bakasana, la posizione del Corvo. E la facciamo dinamica.»

Piegò le ginocchia, scendendo in un accovacciamento profondo — Malasana — con una morbidezza che pareva disattendere ogni legge della fisica. Appoggiò i palmi delle mani a terra, ben aperti, con le dita divaricate come le radici di un albero sul legno. Portò le ginocchia ben incastrate sopra i tricipiti, fin quasi dentro le ascelle, e senza compiere il minimo scatto o forzatura, sbilanciò il peso del corpo in avanti.

I suoi piedi si staccarono da terra. Semplicemente, fluttuò.

Restò sospesa in aria, a trenta centimetri dal parquet, in un equilibrio perfetto sulle sole mani. La cosa pazzesca era che continuava a parlare con noi, con la voce ferma, profonda e incontaminata dalla fatica, come se stesse facendo una tranquilla passeggiata in riva al mare con una brezza fresca sul viso.

«Spingete bene via il pavimento con i palmi,» spiegò, continuando a respirare con un ritmo fluido e regolare dal naso. «Incurvate leggermente la parte alta della schiena, spingete le scapole verso l'alto e contraete l'addome. Non è una questione di forza brutale, ma di trovare il punto d'unione tra il centro del corpo e le mani. Sentite il peso che trasla... e oscilliamo leggermente avanti e indietro. Manteniamo il volo per cinque respiri.»

Scese toccando il pavimento con le punte dei piedi, senza produrre il minimo rumore, come un foglio di carta posato dal vento.

Giulia, naturalmente, fu la prima a raccogliere la sfida con la sua solita precisione da prima della classe. Accosciata sul suo tappetino, piantò i tricipiti contro le ginocchia e salì in Bakasana in un secondo flat. Restò lassù immobile, i piedi uniti e sollevati verso i glutei, con un'espressione neutra e una respirazione nasale fin troppo accentuata, quasi a voler far sentire a tutta la stanza quanto fosse padrona assoluta della situazione.

Io mi chinai sul tappetino e guardai i miei palmi bagnati di sudore. Se gli allungamenti dei femorali o la flessibilità delle anche mi stritolavano ogni volta, il discorso cambiava radicalmente quando si parlava di appoggi, braccia e stabilità del core. Anni di piegamenti sulle braccia, lavoro al sacco e posizioni di guardia nel karate e nella kickboxing mi avevano lasciato due spalle solide e una struttura abituata a reggere l'impatto e il peso.

Divaricai le dita, le piantai sul parquet caldo e feci presa con i polpastrelli. Incastrai saldamente le ginocchia dietro i tricipiti, tirai dentro la pancia con un'espirazione secca e sbilanciai il baricentro in avanti.

I piedi si staccarono dal legno.

Non fu un volo poetico o aereo come quello di Nicol, ma una pura dimostrazione di architettura marziale. I muscoli delle mie braccia e delle spalle si tracciarono netti sotto la maglietta nera bagnata, i tricipiti lavorarono a pieno carico, ma rimasi lassù. Sospeso. Solido come un blocco di granito ancorato nell'aria.

Nicol, passando con passo lento vicino al mio tappetino, mi diede una leggera picchiettata sulla schiena con un chiaro sorriso di approvazione.

«Ottimo lavoro, Edo!» disse, con quel suo tono solare. «La forza del tatami qui si vede tutta. Sei piantato nell'aria. Ricordati solo di respirare, non restare in apnea per la foga.»

Di fianco a me, purtroppo per lei, la situazione di Francesca era un quadro del tutto diverso.

Se prima mostrava una grazia naturale nei movimenti più sciolti, l'equilibrio di pura spinta sulle braccia le presentò un conto salatissimo. L'abitino le scivolava sulle cosce bagnate dal caldo, e per quanto provasse a spingersi in avanti, le braccia sottili e toniche tremavano vistosamente sotto lo sforzo.

«Ma come diamine fate?» sbuffò, con la voce rauca resa ancora più profonda e graffiante dalla frustrazione.

Provò a sbilanciarsi, ma le ginocchia le scivolarono via dai tricipiti bagnati di sudore. Per un pelo non piantò la fronte sulla gommapiuma, salvandosi all'ultimo secondo con un colpo di reni e una risata stizzita.

«Maledizione... le braccia mi cedono!» mormorò, asciugandosi la goccia di sudore dalla tempia con il dorso della mano.

Mentre scendevo controllando il movimento senza fare rumore sul legno, girai la testa verso di lei con un sorriso sornione.

«Serve una spinta, bionda?» la stuzzicai a bassa voce, riprendendo fiato.

Francesca mi piantò addosso i suoi occhi verdi, fulminandomi con uno sguardo in cui si mescolavano una rabbia comica, una voglia matta di cimentarsi e un'innegabile carica sensuale. Un paio di ciocche dorate le si erano appiccicate alla guancia, e il petto le saliva e scendeva rapidamente.

«Stai zitto, primo della classe,» ringhiò sottovoce, provando di nuovo a salire ma riuscendo solo a staccare un alluce per un secondo prima di ricadere sui talloni con un «uff» rumoroso.

Nicol le si avvicinò con dolcezza, accucciandosi al suo fianco.

«Francesca, tesoro, non usare solo la forza delle braccia,» le spiegò piano, posandole una mano calda e leggera tra le scapole per stabilizzarla. «Il Corvo non si solleva spingendo di muscoli, ma fidandosi del proprio centro. Alleggerisci le spalle, lascia che sia l'addome a tirare su le gambe. Riprova senza fretta.»

Francesca trasse un lungo sospiro, guardando prima la maestra e poi di nuovo me. Il suo sguardo verde era un misto di resa ironica e sfida spalancata.

«Ok, ho capito,» disse, lasciandosi andare a sedere sulla gommapiuma, esausta per l'afa. «Stasera la gravità ha vinto lei. Ma tra poco in pizzeria mi spieghi qual è il trucco, pantera. Perché pretendo una rivincita.»

Nicol batté leggermente le mani, richiamandoci tutti all’ordine dopo il Corvo.

«Bene. Adesso chiudiamo. Shavasana. La posizione del cadavere. Quella in cui, finalmente, non dovete fare più niente.»

Si alzò in piedi al centro della sala e, con un gesto lento e quasi cerimoniale, si sciolse la coda. I capelli neri le cascarono sulle spalle in un’unica onda scura, e per un attimo l’aria calda sembrò trattenere il respiro insieme a noi. Si passò una mano tra i capelli, sistemandoseli dietro le orecchie, poi si abbassò con quella fluidità che sembrava non costarle nessuno sforzo.

«Guardate.»

​Si mise a sedere sul tappetino con le ginocchia piegate e i piedi ben piantati a terra. Portò le mani dietro la testa, sorreggendosi la nuca con le dita intrecciate per allungare il collo, e ci mostrò il movimento.

«Adesso, tenendo le ginocchia piegate e i piedi ben saldi a terra, srotolate lentamente la spina dorsale una vertebra alla volta sul tappetino,» spiegò, scendendo con controllo millimetrico. «Accompagnate la schiena, allungatela bene... e per ultima appoggiate la nuca.»

Una volta stesa a terra, unì le piante dei piedi lasciando che le ginocchia si aprissero verso l’esterno in un gesto morbido. Spinse i talloni lentamente in avanti finché le gambe non si distesero del tutto e le punte dei piedi non ricaddero all’infuori, abbandonate. Sistemò le braccia lungo i fianchi, con i palmi rivolti verso l’alto, e chiuse gli occhi.

«Questa è la posizione corretta,» disse, e la voce le era già cambiata. Più bassa. Più lenta. Quasi un sussurro che si posava sulla pelle invece di entrare nelle orecchie. «Piedi uniti, ginocchia che cedono verso fuori. Talloni che spingono in avanti. Lasciate che le punte ricadano da sole. Non forzate niente. Il corpo deve essere pesante. Come se si sciogliesse nel pavimento.»

Io la fissavo.

Come mi capitava quasi sempre durante le sue dimostrazioni, ero rimasto immobile, un po’ inebetito, a guardarla. I capelli neri sparsi sulla gommapiuma, il profilo del collo, il modo in cui il petto saliva e scendeva con una calma che sembrava non appartenere a questa stanza piena di afa e di sudore. La voce bassa, meditativa, mi entrava sotto la pelle e mi teneva lì, senza che riuscissi a distogliere lo sguardo.

Di fianco a me sentii un piccolo movimento: era Francesca.

Probabilmente aveva colto al volo la mia ammirazione fin troppo evidente. Quando distolsi gli occhi da Nicol per un secondo, la trovai che mi guardava di sottecchi. Un sorrisetto d’intesa le era comparso agli angoli della bocca. Leggero. Complice. Come dire: sono d’accordo con te.

Abbassai lo sguardo sul mio tappetino, sentendo il calore salirmi un po’ più in alto del dovuto lungo il collo.

«Adesso tutti,» riprese Nicol, ancora sdraiata. «Sdraiatevi. Stessa posizione. Occhi chiusi. E lasciate andare.»

Mi stesi. Unii le piante dei piedi, spinsi i talloni in avanti e lasciai che le ginocchia cedessero verso l’esterno. Le braccia lungo i fianchi, i palmi aperti. L’aria calda mi premeva sul viso. Di fianco a me sentivo il respiro di Francesca, più leggero del mio, e sapevo che quel sorrisetto era ancora lì, da qualche parte dietro le sue palpebre chiuse.

Mentre noi prendevamo la posizione, lei si era già alzata.

La sentivo muoversi leggera, anche da sotto le palpebre chiuse: passi morbidi sul parquet, quasi inesistenti. Si era avvicinata alle finestre, aveva abbassato le tende una dopo l’altra, spegnendo la luce calda e arancione di fuori. Poi aveva chiuso la porta con un click soffice e, dopo un attimo di silenzio, era arrivato l’odore sottile dell’incenso. Sandalo e qualcosa di più dolce, forse vaniglia. Un filo di fumo che si mescolava all’afa già densa della stanza.

Sentii il suo corpo sedersi in mezzo a noi, al centro del cerchio.

«Adesso non dovete fare più nulla, se non respirare.»

La voce era bassa, dolce, rilassante. Quasi un sussurro che scivolava sull’aria ferma.

«La gravità farà tutto il lavoro per voi. Il corpo è abbandonato. Il respiro vi attraversa come un’onda.»

Io restavo disteso, piante dei piedi unite, ginocchia aperte, braccia abbandonate. Il sudore mi raffreddava appena sulla fronte. Al mio fianco percepivo il suo respiro, regolare, e sapevo che era lì, a pochi centimetri.

«Immaginate di essere su una spiaggia bellissima che conoscete. Il sole è perfetto sopra di voi e la temperatura è mite e fresca.»

Chiusi gli occhi con più decisione.

Immaginai una spiaggia da sogno, di quelle isole tropicali che avevo visto solo in televisione: sabbia bianchissima, acqua turchese, palme che si muovevano piano. E al mio fianco c’era Serena. Bellissima come sempre, i capelli mossi dal vento leggero, il sorriso che un tempo mi toglieva il fiato.

Poi, senza volerlo, mi tornò in mente la nostra ultima litigata. Ce ne eravamo dette di ogni genere. Parole taglienti, silenzi lunghi, porte sbattute. La spiaggia nella mia testa si offuscò un attimo, come se un’onda più scura l’avesse coperta.

La voce di Nicol continuò, indifferente ai miei pensieri.

«A ogni respiro completo che fate, piano piano affondate nella terra. Finché non vi fondete completamente con il terreno. A ogni inspirazione l’onda del mare sale, coprendo il vostro corpo. A ogni espirazione si ritrae. Andate avanti così. Immedesimatevi con l’acqua del mare.»

Respirai.

L’onda saliva. L’onda scendeva.

Serena rimaneva lì, sulla riva della mia mente, e io non sapevo se volevo che restasse o che se ne andasse con la prossima ondata.

​«Adesso sospendete la visualizzazione e rientrate nel vostro corpo.»

La meditazione finì così. La voce di Nicol sembrava provenire da ogni angolo della stanza; mi sentivo davvero calmo, rilassato e persino meno in menata per com'era finita con Serena e per il fatto che in quel momento stesse andando in vacanza in Sicilia con Marcello, il mio migliore amico.

«Bene ragazzi,» continuò la maestra con la sua tipica cadenza, prendendo un leggero respiro ogni tre o quattro parole. «Giratevi sul fianco e, quando siete pronti, facendo leva con i palmi delle mani sul parquet, alzatevi lentamente.»

Mentre lo diceva accese la luce nella stanza e la trovai che già varcava la soglia per andare alla sua scrivania. «La lezione è finita.»

Sentii un leggero russare al mio fianco: sul tappetino accanto al mio, Francesca si era completamente addormentata.

Trattenni a stento una risata e la indicai alle altre, che sorrisero sommessamente di rimando prima di arrotolare i propri tappetini e avviarsi verso lo spogliatoio.

Nicol mi lanciò un’occhiata di traverso mentre sistemava i suoi capelli neri dietro un orecchio.

«Edo. Svegliala tu. Io devo chiudere la cassa.»

La voce era bassa, quasi da confidenza. Poi si allontanò verso la scrivania in fondo alla stanza, lasciandomi solo con lei.

Mi accovacciai accanto al suo tappetino e le tocchai leggermente la spalla.

«Francesca…la lezione è finita, sveglia.»

Lei emise un suono basso, di protesta e lamento insieme. Poi aprì gli occhi di scatto. Quei due lampi verdi mi fissarono per un secondo senza capire dove fosse, poi la consapevolezza le tornò tutta insieme ad un sorrisetto sgembo.

Si sollevò a sedere con un movimento lento, ancora intontita dal sonno. L’abitino le era un po’ rivoltato su un fianco. Si sistemò il tessuto senza nessuna fretta, poi alzò lo sguardo su di me.

Un mezzo sorriso le comparve sulle labbra ancora gonfie di sonno.

«Uff…»

La voce le uscì roca, più bassa del solito.

«Di solito, quando un uomo mi sveglia, sono…meno vestita di così.»

Mi fece l’occhiolino. Lento. Esplicito. Guardando distrattamente i vestiti.

Poi restò lì, seduta sul tappetino, con le ginocchia piegate e le braccia abbandonate sulle cosce, a guardarmi da sotto in su come se avesse appena detto la cosa più normale del mondo.

Io restai accovacciato a pochi centimetri da lei. Il cuore mi batteva un po’ più forte del dovuto.

Sorrisi di lato, senza distogliere lo sguardo.

«Pronta per la pizza, allora? Ti unisci a noi?»

Feci una piccola pausa, attendendo la sua risposta.

Francesca chinò appena la testa, e stavolta il sorriso le diventò più largo, più consapevole. Gli occhi verdi mi tennero inchiodato un secondo di troppo.

«Vengo,» disse soltanto.

Poi aggiunse, quasi tra sé: «Ma tu mi devi ancora spiegare come si fa quel maledetto Corvo.» ed esplose in una risata divertita.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…