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Capitolo 3: Nuovi arrivi e sguardi di sfida
POV: Edoardo Carini
Luogo: Scuola di Hatha Yoga, Via Giovanni Spadolini 11, Milano
Data e Ora: Venerdì 7 agosto 2026, ore 19:45
Giulia stava finendo il riscaldamento.
In piedi al centro del suo tappetino, gambe unite, braccia tese verso l’alto. Il completo sportivo le disegnava il corpo con precisione. Scendeva con la schiena perfettamente dritta, sfiorava il pavimento con le dita senza il minimo sforzo, poi risaliva fluida. I piedi curati, unghie di un azzurro acceso, restavano ben piantati a terra.
«Scendendo esploriamo… salendo inspiriamo…»
La sua voce da prima della classe riempiva la sala. «Lentamente. Schiena dritta. Così. Edo, la schiena. Guarda me.»
La guardavo.
Ma i denti erano stretti.
Intanto dallo spogliatoio, arrivavano voci frammentate.
Prima quella di Francesca, rauca e sensuale, appena abbassata:
«…non mi sono portata niente, ho deciso di venire all’improvviso. Fa niente se faccio lezione con il vestitino?»
Poi quella di Nicol, dolce, lenta, quasi meditativa:
«Non c’è problema… tanto è una lezione di prova.»
Un attimo di silenzio. Poi di nuovo la voce di Francesca, più bassa, con un filo di risata:
«Perfetto.»
Il mio tentativo di imitare Giulia assomigliava più al collasso di un vecchio armadio che a un movimento di Hatha. Le anche resistevano, i femorali tiravano, e il caldo non aiutava.
Prima che potessi rispondere, sentii una pressione leggera e calda tra le scapole.
«Fai attenzione qui… piano.»
La voce di Nicol mi arrivò ridotta a un soffio, a due centimetri dall’orecchio destro. Una mano correggeva la postura dorsale, l’altra scivolò sul fianco destro, ferma, precisa.
«Qui parte il movimento. Non dalla schiena. Concentrati qui.»
Mi guidò per un paio di ripetizioni. Il tocco mi lasciò immobile, respiro sospeso, pelle improvvisamente troppo consapevole. Poi, con la stessa grazia silenziosa, si staccò e tornò al centro della sala.
Fu in quel momento che Francesca si mosse.
Camminò con passo felpato e andò a posizionare il suo tappetino proprio al mio fianco. A pochi centimetri. Troppo vicina per essere casuale, troppo naturale per sembrare calcolata.
«Ciao,» disse, con una naturalezza disarmante, come se ci conoscessimo da sempre.
«C-ciao…»
La risposta mi uscì goffa. La voce mi si era improvvisamente ristretta in gola.
Giulia interruppe l’esercizio e si raddrizzò di scatto. Aprì la bocca, pronta a far notare che la lezione era già iniziata, ma Nicol la anticipò con un tempismo perfetto.
«Adesso vi presento una nuova arrivata. Francesca.»
Sorrise, prima alla classe e poi a lei. «Certo, è arrivata un po’ a fine anno…»
Giulia soffocò una risatina, portandosi rapidamente una mano alla bocca per mascherarla da colpo di tosse. Il messaggio era chiaro: iscriversi a un corso di yoga a inizio agosto aveva del surreale.
Nicol ignorò la provocazione e proseguì, calma:
«Farà con noi questa lezione e le tre di settimana prossima… se viene. Vieni?»
Francesca non guardò Nicol.
Voltò lentamente la testa verso di me. I suoi occhi verdi mi piantarono dentro, netti, senza un briciolo di imbarazzo. Un lampo. Diretto.
«Non lo so ancora,» disse, con una voce calma che fece voltare anche Giulia.
Poi, dopo un attimo di silenzio appena percettibile: «… la mia idea è quella.»
Lo disse fissandomi dritto negli occhi.
Le parole caddero tra noi come una sfida aperta. O forse come una promessa.
Proprio lì, a pochi centimetri dal mio tappetino.
Nicol batté leggermente le mani, richiamando l’attenzione.
«Bene, classe. Adesso facciamo questo. Prima guardate me.»
Si sistemò al centro del suo tappetino a gambe incrociate, schiena dritta ma non rigida. Appoggiò una mano sulla pancia, l’altra sul petto. Chiuse gli occhi un istante, poi li riaprì.
«Sukhasana. Posizione comoda. Niente forzature. Una mano qui…» toccò l’addome, «e una qui.» Spostò le dita sul centro del petto. «Respirazione in tre parti. Dirga Pranayama. Inspirate gonfiando prima la pancia, poi la gabbia toracica, infine il petto. Come se riempiste un bicchiere dal fondo. Espirate al contrario: svuotate dal petto, scendete alle costole, finite con la pancia. Lento. Consapevole.»
Lo mostrò una volta sola, con precisione quasi chirurgica. Il torace si espanse in tre ondate nette, poi si sgonfiò con la stessa calma. La coda nera dei capelli restò immobile sulla schiena.
«Adesso insieme.»
Obbedimmo.
Mi sistemai a gambe incrociate. Le anche protestarono subito, come sempre. Di fianco a me sentii Francesca sistemarsi con un piccolo sospiro, più disinvolta di quanto mi aspettassi. La sua gamba destra finì a pochi centimetri dalla mia.
Nicol iniziò a guidare.
«Inspirate… pancia… costole… petto. Espirate… petto… costole… pancia. Di nuovo. Non forzate. Lasciate che il respiro faccia il lavoro.»
Passò tra i tappetini a passo lento. Si fermò un attimo dietro Giulia.
«Perfetto, Giulia. Come sempre. Spalle morbide, sì.»
Poi proseguì. Toccò leggermente la spalla di Elena, corresse l’inclinazione di Chiara con un cenno del capo. Quando arrivò a noi due, rallentò.
«Edo…»
La voce era paziente, ma con quel filo di ilarità che conoscevo bene. «Le ginocchia non devono toccare le orecchie. Abbassa un po’ il bacino. Ecco. E la mano sulla pancia deve sentire il movimento, non premere.»
Spostai la mano. Il respiro mi uscì più corto del dovuto. Di fianco, Francesca stava facendo esattamente lo stesso errore al contrario: il petto saliva troppo in fretta, la pancia quasi non si muoveva.
Nicol si chinò leggermente verso di lei.
«Francesca. Più lento. Parti dal basso. La pancia prima di tutto. Sì… così. Meglio.»
Francesca soffiò un mezzo sorriso, gli occhi verdi socchiusi per la concentrazione.
«Non sono abituata a stare ferma,» mormorò, abbastanza forte da farmelo sentire.
Nicol rise piano.
«Si nota. Ma stai andando bene. Entrambi state andando… a modo vostro.»
Tornò al centro.
«Ancora tre respiri completi. Insieme. Edo, non trattenere. Francesca, non anticipare. E Giulia… continua così.» inviandole un bacio volante.
Giulia sorrise soddisfatta.
Il caldo della sala sembrava essersi fatto più denso. Sentivo il respiro di Francesca a pochi centimetri, irregolare all’inizio, poi sempre più vicino al ritmo che Nicol imponeva. Il mio restava più pesante, segnato dagli anni di sforzo. Ogni tanto i nostri sguardi si sfioravano di lato, veloci, e ognuno di quei lampi verdi mi faceva perdere il conto del respiro per un secondo.
Nicol chiuse l’esercizio con un piccolo cenno del capo.
«Bene. Molto bene. Anche chi ha faticato.»
Il sorriso che rivolse a me e a Francesca era chiaro.
«Passiamo a quattro zampe,» annunciò Nicol, mettendosi sui palmi e sulle ginocchia al centro della sala. «Marjaryasana e Bitilasana. Gatto e Mucca. Mobilitiamo la colonna, una vertebra alla volta.»
Mi sistemai sul gommapiuma. Mani perpendicolari sotto le spalle, ginocchia allineate ai fianchi. Se le posizioni in piedi e gli allungamenti mi facevano soffrire, il lavoro sulla colonna era pane per i miei denti: anni di Kung Fu e schivate sul ring mi avevano insegnato a muovere la schiena come una catena snodabile.
Inspirai, inarcando lentamente dal bacino fino alla nuca; espirai, spingendo le scapole verso il soffitto e portando il mento al petto. Un movimento fluido, profondo, controllato al millimetro.
Nicol si fermò a guardarmi, le mani appoggiate sulle cosce. «Guardate Edo,» disse, attirando l'attenzione della classe. «Partenza dal sacro, articolazione lombare, poi dorsale, poi il collo. Sembra un gatto. Anzi, una pantera. Bravissimo, Edo. Impeccabile.»
«Addirittura la pantera?» sghignazzò Elena dal suo tappetino. «Piano con i complimenti, Nicol, che poi la pantera ci prende gusto,» aggiunse Giulia, ridacchiando. «L'importante è che non morda,» mormorai senza uscire dal ritmo del respiro, strappando un lampo d'ilarità a Nicol.
Di fianco a me, però, la situazione era un disastro comico. Mi girai di lato per un secondo, restando a quattro zampe. Francesca era completamente negata. Invece di srotolare la colonna una vertebra alla volta, muoveva l'intero busto come un blocco di marmo, scuotendo le spalle e i fianchi con scatti rigidi. Sembrava stesse cercando di ballare la salsa a quattro zampe.
L'abitino le era risalito sulla coscia, mettendo in mostra le gambe sode e il profilo tonico del corpo, ma il suo viso era una maschera di pura frustrazione.
«Ehi, pantera,» bisbigliò Francesca intercettando il mio sguardo, con la voce rauca e il fiato corto per lo sforzo. «Hai finito di fare il primo della classe o mi spieghi come diavolo fai a snodarti così?»
Nicol si avvicinò a passo felpato, accucciandosi al suo fianco con una dolcezza contagiosa. «Francesca, tesoro, non siamo in pista da ballo,» le disse ridendo piano, appoggiandole con grazia una mano al centro della schiena. «Non spingere con i fianchi. Immagina che ogni vertebra sia un tasto di pianoforte: suonali uno alla volta. Respira dentro il movimento... ecco, così. Molto meglio.»
Francesca soffiò un sospiro, una ciocca bionda appiccicata alla fronte sudata, ma i suoi occhi verdi cercarono subito i miei. Un lampo di sfida ironica e sensualità disinvolta.
«Vedi?» mormorò verso di me, mentre Nicol le sfiorava i fianchi per stabilizzarla. «Imparo in fretta. Quindi stasera niente scuse: in pizzeria mi offri da bere.»
Evidentemente Nicol le aveva già accennato della pizza prima, quando ciarlavano nello spogliatoio e io ero troppo occupato a fare la pantera sul parquet per ascoltarle. Ma la battuta sul drink? Quella non era decisamente scritta sul manuale di Hatha Yoga.
La situazione si stava facendo di colpo maledettamente interessante.
Tra me e me ridacchiai, tenendo lo sguardo basso sul gommapiuma per non far trapelare la sorpresa. Una donna così? Occhi e croce doveva avere una quarantina danni, una presenza che saturava la stanza e zero peli sulla lingua, facendo allusioni così aperte a un ragazzo visibilmente più giovane?
Di solito le ragazze della mia età giocano di strategia, messaggini velati e sguardi di traverso. Francesca no. Francesca entra, pretende il tappetino di fianco al mio, sembra un blocco di marmo mentre tenta disperatamente di fare la mucca, e poi mi lancia un guanto di sfida senza battere ciglio.
Io sono un tipo tranquillo, uno che è venuto qui per cercare la calma interiore e la decompressione. O almeno, questo era il piano fino a cinque minuti fa. Adesso, al solo pensiero di sedermi a quel tavolo in via Bazzi e vedere fin dove ha intenzione di spingersi, il mio battito cardiaco ha deciso di fare un allungo che manco al terzo round sul ring.
Sfida accettata, bionda.
«Terzo esercizio di stasera, un esercizio dinamico,» annunciò Nicol, portandosi al centro della sala con la solita grazia sciolta. «Garudasana. La posizione dell’Aquila. Prima guardate me, poi lo facciamo tutti insieme.»
Si posizionò al centro del suo tappetino. Piegò leggermente le ginocchia, sollevò la gamba destra e la avvolse con un unico gesto fluido attorno alla sinistra, incastrando il collo del piede dietro il polpaccio. Poi intrecciò le braccia all'altezza dei gomiti e dei polsi, portando i palmi a contatto davanti al viso.
«L’Aquila richiede equilibrio, coordinazione e, soprattutto, un punto fisso,» spiegò con voce calma, restando immobile come una statua scolpita nel legno. «Fissate un punto sul muro o sul pavimento. Il Drishti. Non muovete lo sguardo. Respirate.»
Sembrava volare senza staccarsi da terra. Un’armonia perfetta che faceva sembrare l'impossibile la cosa più naturale del mondo.
«Ok, ora tocca a voi,» disse sciogliendo la posizione con una leggerezza disarmante. «Piegate le ginocchia e provate ad avvolgere la gamba.»
Fu il preciso momento in cui la teoria scontrò la realtà. E la realtà, per me e Francesca, fu una catastrofe comica.
Piegai le ginocchia e cercai di accavallare la coscia destra. Ma i miei adduttori e i femorali, ancora contratti dagli anni di sacco e squat pesanti, opposero un netto rifiuto. Riuscii solo a rimanere incastrato in un'ipotesi di piegamento, rigido come un pilastro di cemento armato piegato dal vento.
Di fianco a me, Francesca decise di prenderla di petto. Avvolta nei suoi leggings scuri e con l'abitino tirato su oltre le cosce, lanciò la gamba con troppa foga. Il risultato? Perse l'equilibrio all'istante. Con un piccolo squittio di sorpresa, ondeggiò vistosamente e allungò le braccia a caccia di un appiglio, finendo per aggrapparsi con entrambe le mani alle mie spalle.
Il mio centro di gravità, già precario, crollò. Invece di due regali rapaci concentrati sul proprio Drishti, ci ritrovammo avviluppati l'uno all'altra, come due fenicotteri ubriachi che cercavano di non schiantarsi sul parquet.
Giulia, perfettamente in equilibrio sul suo tappetino come una statua in miniatura, fu la prima a far scoppiare la bolla. «Edo! Ma l’Aquila dovrebbe volare alto, non avvinghiarsi al primo passante!»
«Ma altro che aquile!» sghignazzò Elena dal fondo della sala. «Sembrano due spaventapasseri che si sono annodati durante una bufera di vento!»
«Francesca, ti avviso,» infierì Chiara, tenendosi la pancia dal ridere, «Edoardo è compreso nella quota d'iscrizione solo come supporto morale, non come deambulatore!»
«Ragazze, pietà, chiamate i Vigili del Fuoco per districarli!» esclamà Marta, ormai piegata sul suo gommapiuma.
Francesca si strinse a me per non cadere, ridendo a crepapelle con quella sua voce calda e un po' rauca che le vibrava nel petto, a un centimetro dalla mia t-shirt. «Scusa, pantera!» mi soffiava sul collo, gli occhi verdi spalancati dal divertimento. «Ma eri l'unica cosa solida nel raggio di tre metri!»
«Sì, peccato che la cosa solida stia per crollare,» mormorai con un filo di voce, cercando disperatamente di far presa con le dita dei piedi sul legno caldo per non travolgerla.
Nicol, al centro, dovette rinunciare del tutto alla sua solennità da insegnante. Si portò una mano alla bocca per frenare una risata limpida, con gli occhi neri che le brillavano. «Edo, la pantera di prima ha palesemente perso le ali strada facendo!» battutò con gli zigomi alti per il sorriso. «E tu, Francesca, guarda che il Drishti è un punto fisso sulla parete, non la spalla del tuo vicino di tappetino!»
La sala venne travolta da un'ondata di ilarità generale che spazzò via ogni traccia di stanchezza.
«Va bene, va bene... sciogliete l'intreccio prima di dover chiamare davvero un'ambulanza,» disse infine Nicol, alzando le mani per riprendere il controllo con dolce fermezza.
Mentre ci staccavamo — Francesca con un ultimo sguardo di sfida complice e io scuotendo la testa con un sorriso rassegnato — Nicol fece un battito di mani leggero.
In un istante, la sua voce cambiò registro. Tornò profonda, morbida, ipnotica. «Aprite i piedi alla larghezza delle spalle. Lasciate cadere le braccia lungo i fianchi. Chiudete gli occhi...»
Il vocio e le risate sfumarono in un secondo, riassorbiti dal calore avvolgente della stanza e dal profumo di legno e sandalo.
«Inspirate ed espirate,» riprese la voce di Nicol, scivolando nell'aria ferma di agosto come un velo di seta. «Lasciate che la risata pulisca il petto. Avete faticato, avete scherzato... ora torniamo al centro. Al lago calmo. Senza più onde.»
Il silenzio tornò sovrano nella scuola. Di fianco a me, il respiro di Francesca si fece lento, regolare, mentre il calore della sera mi avvolgeva la schiena. Chiusi gli occhi, sapendo bene che il vero "vortice della mente" sarebbe iniziato di lì a poco, davanti a una pizza in via Bazzi.