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Capitolo 2: Un lampo verde
POV: Edoardo Carini
Luogo: Scuola di Hatha Yoga, Via Giovanni Spadolini 11, Milano
Data e Ora: Venerdì 7 agosto 2026, ore 19:38
Nicol abbassò lo sguardo sul telefono, poi lo sollevò di nuovo verso di noi.
«Beh… secondo me non viene più nessuno.»
La sua voce era leggera, quasi sollevata. Fece un piccolo movimento circolare con il collo, lento, fluido. La coda nera dei capelli ondeggò su e giù, seguendo il ritmo, e una ciocca le sfiorò la clavicola scoperta. L’aria calda della sala sembrava aggrapparsi a quel gesto.
La fissai, come sempre. Un po’ inebetito.
Non riuscivo a fare altrimenti. C’era qualcosa in lei che ti bloccava lo sguardo senza sforzo, senza bisogno di chiedere.
Nicol se ne accorse. Mi fece l’occhiolino, un lampo veloce e complice, e inclinò leggermente la testa come a dire: fallo anche tu.
Obbedii. Rotai il collo una volta, due. Le vertebre scricchiolarono appena. Il calore mi premeva sulla nuca.
«Su, iniziamo il riscaldamento,» disse lei, alzando un po’ il tono. «Mettetevi a gambe incrociate. Posizione del loto… comoda, eh. Niente eroismi.»
Mi sistemai sul gommapiuma. Le anche opposero resistenza, come sempre. Anni di tatami e di colpi avevano lasciato il corpo rigido in certi punti, anche se lo yoga stava iniziando a scioglierlo. Spinsi un ginocchio più in basso, poi l’altro. Non era elegante.
Nicol mi guardò e rise piano, un suono basso e caldo.
«Edo, meno rigido. Non sei sul tatami. Qui non devi colpire nessuno.»
Giulia fu la prima a farle eco, poi Elena e Chiara. Anche Marta sorrise dietro la mano.
Io scossi la testa e risii a mia volta, basso.
«Ci sto provando.»
«Lo so. Continua a provarci.»
Nicol chiuse gli occhi un attimo, inspirò profondamente e riprese i movimenti circolari del collo, più lenti adesso, quasi meditativi. La coda nera danzava. La maglietta le si era già appiccicata leggermente alla schiena per il caldo. Io seguivo il ritmo con gli occhi socchiusi, sentendo il parquet caldo sotto le cosce e il respiro delle ragazze intorno.
Il tempo sembrava essersi dilatato.
Solo calore, legno, respiro e la voce di Nicol che di tanto in tanto correggeva una spalla o un’inclinazione.
Poi le campanelline attaccate alla porta tintinnarono.
Un suono chiaro, metallico, troppo vivace per quella stanza densa di agosto.
Tutti alzammo lo sguardo.
Dalla porta che dava sull’ingresso fece capolino prima di tutto una chioma bionda, liscia e luminosa, che incorniciava il viso ovale di una donna dalla pelle chiara.
Indossava un mini abitino blu e rosso a fiorellini stampati; due gambe lunghe, sode e visibilmente allenate svettavano dall'orlo corto della gonna, finendo in un paio di piedi curatissimi con le unghie laccate di un rosso vivo. Un'apparizione del tutto fuori contesto per una lezione di Hatha Yoga, ma capace di prendersi la scena in un secondo.
E poi li vidi: due occhi verdi, intensi, quasi improbabili in quella luce calda e bassa. Un lampo. Secco. Diretto.
«Nicol?»
La voce era decisa, un filo roca, con un’inflessione che non chiedeva permesso di entrare ma lo prendeva già.
Nicol aprì gli occhi.
«Giulia, continua tu un attimo.»
Giulia, la sua preferita, annuì subito e riprese i movimenti circolari del collo con una serietà quasi solenne. Nicol si alzò in un unico gesto fluido, senza rumore, e si diresse verso l’ingresso.
Io la seguii con lo sguardo.
O meglio: seguii il movimento dei suoi fianchi sotto i pantaloncini morbidi, poi, quando lei si spostò, il mio sguardo scivolò oltre.
La donna sulla soglia era alta, tonica, vestita in modo semplice ma preciso. Un top scuro aderente e leggings che disegnavano le gambe lunghe. Mentre Nicol la raggiungeva, lei fece un mezzo passo dentro e io, per un secondo troppo lungo, fissai la curva del suo sedere. Netta. Sicura. Come se anche quello facesse parte del modo in cui occupava lo spazio.
«Ciao,» disse Nicol con il suo tono solare. «Tu devi essere Francesca.»
«Sì.» Lei sorrise, un sorriso ampio e immediato. «Daniela mi ha detto che forse venivo. Alla fine… sono venuta.»
Nicol le fece cenno di entrare.
«Lascia le scarpe sul tappeto e vieni. Stiamo proprio iniziando.»
Francesca chinò il capo in un cenno rapido, si liberò dei sandali con un gesto deciso e avanzò nella sala. Gli occhi verdi mi sfiorarono per una frazione di secondo. Solo una frazione. Ma fu abbastanza.
Nicol si voltò verso di noi, ancora sorridente.
«Ragazzi, questa è Francesca. Prima volta con noi. Trattatela bene.»
Io abbassai lo sguardo sul mio gommapiuma, ma il lampo verde mi era rimasto stampato dietro le palpebre.
Giulia aveva preso il posto di Nicol al centro del semicerchio.
Aveva le mani appoggiate ai fianchi, le gambe leggermente divaricate e non tese. La voce le uscì un po’ timida, ma chiara.
«Adesso sciogliamo il bacino. Movimenti circolari… avanti e indietro con il pube. Lenti. Senza forzare.»
Obbedimmo.
Il parquet caldo sotto i piedi nudi, l’aria ferma che mi appiccicava già la maglietta alla schiena. Spostai il bacino in avanti, poi indietro. Il movimento era piccolo, quasi intimo. Dalla coda dell’occhio vidi Elena e Chiara seguirlo con naturalezza. Io restavo più rigido, come sempre.
Dall’atrio arrivavano le voci. Sommesse, ma distinte nella quiete della sala.
Due toni che non avrebbero potuto essere più diversi.
Quella di Nicol: dolce, lenta, precisa. Con quel suo modo caratteristico di prendere fiato ogni tre o quattro parole, come se ogni frase avesse bisogno di spazio per posarsi.
E l’altra.
Rauca. Frettolosa. Con un non so che di sexy che ti entrava sotto pelle senza chiedere il permesso.
«…conosci Daniela da tanto?» stava dicendo Francesca. «Ho lavorato con lei per un periodo in Alitalia. Posto orrendo, ti giuro.»
Nicol rispose mentre si muovevano, probabilmente mostrandole gli spogliatoi.
«Sì… da quasi cinque anni. Frequentiamo entrambe il Quarto Chakra, la nostra scuola di formazione. Questo è lo spogliatoio…»
Un attimo di silenzio. Poi la voce di Francesca, più bassa, quasi divertita:
«Ma ce n’è solo uno…?»
Nicol soffocò un sorriso. Lo sentii dalla cadenza.
«Sì. Tanto… siamo più o meno tutte donne.»
Un mezzo sorriso mi sfiorò le labbra. Continuai a muovere il bacino, avanti e indietro, sentendo il calore salirmi lungo la schiena.
Giulia intanto aveva divaricato leggermente le gambe, una davanti e una dietro.
«Adesso allungamenti frontali. Piano. Edo…» alzò lo sguardo verso di me e sorrise, «non devi spaccarti come al solito. È solo il riscaldamento.»
Le altre risero.
Elena, Chiara, Marta. Anche Giulia, un po’ più soft.
Mi prendevano sempre in giro per l’irruenza. Per il fatto che, anche quando dovevo solo sciogliermi, finivo per spingere troppo, come se fossi ancora sul tatami.
Scossi la testa e risii a mia volta, basso.
«Ci sto provando, Giulia.»
«Lo so. Continua a provarci.»
Abbassai il busto in avanti, sentendo i femorali tirare. L’aria calda mi sfiorava la nuca.
E mentre restavo piegato, le voci dall’atrio continuavano, più vicine adesso.
Il lampo verde di quegli occhi mi era rimasto stampato dietro le palpebre, e il suono rauco di quella voce nuova lo stava rendendo ancora più nitido.