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Capitolo 1: Il Grado di Fusione
POV: Edoardo Carini
Luogo: Scuola di Hatha Yoga,.il Ciglio Viola
Via Giovanni Spadolini 11, Milano
Data e Ora: Venerdì 7 agosto 2026, ore 19:30
Salire al primo piano di Via Spadolini a inizio agosto era come infilarsi in una bocca calda.
Milano fuori dalle vetrate boccheggiava sotto un cielo di piombo arancione. Nei corridoi del palazzo il calore degli studi di grafica si era accumulato tutto il giorno e adesso restava lì, denso, senza via di fuga. Niente aria condizionata. Solo i finestroni spalancati e il ronzio lontano dei tram.
Mi chinai sull’ingresso, slegai le sneakers e le lasciai sul grande tappeto di corda. Il perlinato chiaro profumava di resina asciutta e di una traccia leggera di sandalo. Quando i piedi nudi toccarono il parquet marrone scuro, il legno mi restituì l’afa della città come una carezza troppo intima. Tre respiri e il sollievo era già sparito.
In fondo alla sala, seduta a gambe incrociate con una naturalezza che sembrava sfidare la gravità, c’era Nicol.
Top grigio aderente, pantaloncini morbidi, pelle dorata, niente trucco. Capelli neri raccolti in modo semplice, occhi neri profondi. Aveva quella bellezza trasparente, acqua e sapone, che non ha bisogno di chiedere attenzione: la prende e basta. Attorno a lei, disposte a semicerchio, Marta, Elena, Chiara e la piccola Giulia. I loro tappetini formavano un fiore aperto intorno alla sua voce.
«…perché la maggior parte della gente pensa che l’Hatha Yoga sia solo una ginnastica lenta per allungare i femorali,» stava dicendo, muovendo le mani affusolate nell’aria. «Ma Hatha è fatto di due radici: Ha, il sole, l’energia maschile, attiva, il calore; e Tha, la luna, l’energia femminile, la ricettività, il fresco. Fare Hatha non significa diventare flessibili per il gusto di esserlo. Significa mettere in equilibrio queste due forze prima che inizino a farsi la guerra dentro di noi.»
Passai accanto a loro a passo lento, sacca su una spalla. Sfiorai con lo sguardo i volti attenti. Giulia, la più giovane, la fissava come si fissa un’oracolo, blocco notes sulle ginocchia.
«Nicol, ma nei Sutra di Patanjali non si parla quasi mai di posizioni fisiche, vero?» chiese Chiara, sistemandosi un fermaglio. «L’altro giorno leggevo il primo capitolo e mi sembrava tutta meditazione.»
Nicol sorrise, un sorriso largo che le illuminò gli occhi neri e le alzò leggermente gli zigomi.
«Hai ragione. Su oltre centocinquanta versi, Patanjali dedica all’āsana praticamente solo due o tre righe. La più famosa è nel secondo libro: Sthira-sukham āsanam. La posizione deve essere stabile e comoda. Tutto qui. Nessun acrobatismo. Se sei contratta, se stai soffrendo per dimostrare quanto sei brava, non sei nello yoga. Sei nell’Ego.»
Entrai nello spogliatoio unisex e lasciai la porta socchiusa. Da lì dentro potevo sentirla ancora. Anni di karate, kung fu e kickboxing mi avevano insegnato cosa significa stabilità senza tensione: sul ring ti serve per schivare un gancio o caricare un calcio circolare. Qui Nicol la insegnava per fermare i pensieri. O almeno per provarci.
«Patanjali lo definisce fin dal secondo sutra,» continuò la sua voce, calda e precisa. «Yogas citta-vṛtti-nirodhaḥ. Lo yoga è la stasi dei vortici della mente. I vṛtti sono le onde sulla superficie di un lago. Quando sei arrabbiato, stanco, o continui a correre da un impegno all’altro senza mai fermarti, il lago è in tempesta e non vedi più il fondo. L’Hatha usa il corpo e il respiro come un’ancora. Lavoriamo sui muscoli per calmare i nervi. Calmiamo i nervi per pulire lo specchio dell’acqua.»
Marta si sporse in avanti. «Ma è difficilissimo! Io appena mi metto sul tappetino inizio a pensare alla spesa, al lavoro, a cosa devo fare domani…»
«Perché ti sforzi di bloccare i pensieri. Non devi combatterli. Se combatti un vortice, lo nutri. Servono due cose: Abhyāsa e Vairāgya. La pratica costante e il distacco. Ti metti sul tappetino senza pretendere di essere perfetto. Osservi il pensiero che passa, come una nuvola, e lo lasci andare. Senza giudizio.»
Uscii dallo spogliatoio solo con i pantaloni larghi di cotone nero. Il fisico asciutto, segnato da anni di sacco e di piegamenti, faceva un contrasto netto con la morbidezza della sala. L’aria calda mi leccò subito la pelle del petto e delle spalle.
Nicol alzò lo sguardo e alzò un sopracciglio.
«Edo.»
La voce era calma, ma ferma. «Maglietta. Subito.»
Mi fermai a metà strada, un mezzo sorriso già pronto.
«Fa un caldo bestiale.»
«Lo so. E ci sono cinque ragazze in sala. Maglietta.»
Non alzò il tono. Non ne aveva bisogno. Quegli occhi neri bastavano. Tirai fuori dalla sacca la maglietta nera leggera, me la infilai con un gesto veloce e proseguii verso il mio angolo abituale, accanto alla grande libreria di legno. Qualcuno delle ragazze (probabilmente Elena) soffocò una risatina.
«Ciao Edo,» riprese Nicol, più soft adesso, come se la questione fosse chiusa. «Puntuale come sempre.»
«Ciao Nicol. Ciao ragazze.» Accennai un piccolo nodo del capo e srotolai il gommapiuma scuro sul legno caldo.
«Stasera, visto che è la terzultima lezione prima della chiusura, faremo una pratica molto concentrata sul respiro e sulla presenza,» disse, mani appoggiate sulle cosce. «Daniela ha avuto un ritardo con un volo da Roma e non ce la fa. Quindi vi beccate me.»
«Un vero peccato,» battei a bassa voce.
Elena e Chiara risero. Nicol mi lanciò un’occhiata divertita, un lampo veloce.
Ero attratto da lei dal primo giorno in cui ero entrato lì dentro, un anno prima, ancora con Serena. C’era qualcosa nel suo modo di muoversi, in quella completa assenza di artificio, nei capelli neri e negli occhi scuri che sembravano vedere più di quanto dicessero, che ti restava addosso. Ma ero troppo riservato e troppo pratico per fare mosse azzardate. Mi bastava la sua presenza. La sua energia pulita. E il fatto che, quando serviva, sapeva mettermi a posto in due secondi.
«Comunque, dopo la lezione andiamo a mangiare una pizza in via Bazzi,» aggiunse, rivolgendosi al gruppo. «Niente scuse stasera. Facciamo festa prima della pausa estiva.»
Marta ridacchiò. «Sì, Nicol, basta che stavolta non sparisci dopo il primo dolce come fai sempre.»
«Ma io non sparisco mai!» protestò lei con finta innocenza, mano al petto. «È solo che a volte il dovere chiama…»
Sapevamo tutti che era una bugia dolce. Nicol creava il gruppo, lo teneva insieme, e poi sfumava nella notte lasciando gli altri a proseguire.
Mi sedetti a gambe incrociate, mani sulle ginocchia, occhi chiusi. L’odore del legno caldo, il tepore che mi appiccicava la maglietta alla schiena, la voce di Nicol che riprendeva a parlare di prāṇāyāma e di energia vitale… Tutto scorreva nei binari di un venerdì prevedibile, quasi sonnolento.
Poi, dal corridoio esterno, arrivò il rumore.
Passi decisi. Tacchi bassi o sandali rigidi che picchiavano sui gradini con un ritmo rapido, frenetico, del tutto estraneo al tempo lento di quella stanza. Come se qualcuno avesse portato dentro l’estate intera e non avesse intenzione di chiedere permesso.
La porta d’ingresso venne spalancata con una sferzata d’aria calda.
E qualcosa, nell’equilibrio della sala, si spezzò.