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(Back to Black - Amy Winehouse)
POV: Edoardo
Luogo: Green Bar, Via Pace 89 Rho
Data e Ora: Venerdì 14 agosto 2026, ore 23:55
Avevo ancora il sapore di lei in bocca e il tremore nelle mani. La Mercedes era spenta da meno di un minuto e io restavo seduto, con le dita strette sul volante come se la macchina potesse ripartire da sola.
Quello che era successo in tangenziale non entrava ancora bene nella testa.
Non era un sogno erotico.
Non era una fantasie da spogliatoio.
Era successo sul serio: lei, il vestito nero tirato su, la testa tra le mie gambe, mentre io guidavo a cento all’ora la sua macchina e cercavo di non ammazzarci entrambi.
Avevo ventuno anni e quella era, senza esitazione, la cosa più folle e più bella che mi fosse mai capitata.
E adesso dovevo scendere e presentarla a Bicio.
Bicio, a cui due settimane fa avevo raccontato (da ubriaco e tutto orgoglioso) di essere stato scopato a morte da una quarantenne in un appartamento di Milano.
Bicio, che adesso l’avrebbe vista in carne e ossa, con quel vestito, con quel modo di camminare, e avrebbe messo insieme i pezzi.
Sentii lo sportello del passeggero aprirsi. Francesca scese, fece due passi e poi si fermò. Si voltò verso di me e, senza dire niente, mi fece cenno di scendere.
Obbedii.
L’aria di Rho era pesante, piena di afa e di odore di asfalto ancora caldo. Dal Green Bar arrivavano risate e il basso di una canzone che non riconoscevo. Francesca mi afferrò per la maglietta e mi tirò contro di lei, fino a farmi quasi perdere l’equilibrio.
Mi guardò dal basso, con gli occhi ancora un po’ lucidi di vino e di quello che ci eravamo fatti in macchina.
«Tu mi hai detto che i Muse sono il tuo gruppo preferito,» disse a bassa voce. «Sai chi è la mia cantante preferita?»
Scossi la testa, ancora troppo scosso per parlare.
«Amy Winehouse.»
Fece una pausa breve, quasi a assaporare il nome.
«Sai cosa diceva? Voglio che la gente dimentichi i propri pensieri per cinque minuti mentre mi ascolta. E che mi ricordi per quella che sono stata veramente.»
Mi tenne ancora un secondo contro di lei, poi mi lasciò andare e sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
«Adesso entriamo, piccolo. E cerca di non sembrare troppo terrorizzato.»
Amy Winehouse.
Amy Winehouse.
Amy Winehouse.
Avevo visto Back to Black al cinema due anni fa assieme a Marcello, avevamo diciannove anni. Non ci avevamo capito un cazzo né del film né del perché quella pazza di un’inglese ebrea fosse diventata tanto famosa. Eravamo a dirla tutta usciti incazzati dal cinema. Eravamo all’UCI Bicocca. E ci eravamo spaccati in un bar lì vicino di cui non ricordavo nemmeno il nome, solo che fosse su una piccola rotonda. E bevendo gli avevo confessato che mi piaceva la Sere.
«La Sere?» aveva detto lui biascicando.
«Sì, lei. Perché?» Ero più ubriaco di lui.
«Perché abbiamo un problema, amico.» Mi aveva tirato vicino e mi aveva parlato a due centimetri dal viso. «Piace anche a me la Sere.»
Beh, il resto come si suol dire è storia.
Francesca vide che m’ero incantato.
«Che c’è?» chiese.
Scossi la testa.
«Un brutto ricordo.»
«Vuoi parlarne?» disse la Fra.
La guardai. Era un sogno. Bellissima, vestita bene, elegante e sexy. Eppure… ma non dissi nulla. Solo:
«Mi fido di te.»
Suonò sciocco e assurdo come cosa da dire.
Lei mi guardò e sorrise.
«Non fidarti mai di me,» disse. «Ma adesso entriamo che i tuoi amici aspettano.»
Entrammo mano nella mano.
Sulla soglia Francesca mi lasciò la presa.
«Vai dai tuoi amici, arrivo subito.»
Notò il mio sguardo e aggiunse, più bassa:
«Tranquillo. Ti trovo. Non ti lascio da solo. Non stasera.»
Era strana. Iniziavo a preoccuparmi.
Si staccò e andò dritta al bancone, facendosi largo tra la gente come se il posto le appartenesse.
Non si voltò nemmeno.
Restai fermo due secondi, con la mano ancora calda al punto in cui c’era stata la sua.
Mi guardai intorno alla ricerca degli altri, pareti verde scuro, mobili massicci di legno, foto d’epoca in bianco e nero appese ovunque. Luci soffuse che tagliavano il fumo e il riflesso dei maxi schermi accesi sulle partite. L’aria era pesante di birra spillata, sudore e chiacchiere urlate. In un angolo si intravedeva il tavolo da biliardo con il panno verde consumato, e più in là una piccola pedana vuota dove a volte suonava qualche band.
Il bancone dominava tutto: lungo, imponente, pieno di spine e di gente accalcata. Francesca era già lì, in piedi, il vestito nero che stonava in mezzo a magliette e jeans, eppure nessuno sembrava farsi problemi a lasciarle passare.
Mi guardai intorno cercando Bicio.
Li trovai quasi subito. Seduti in uno dei vecchi separé di legno lungo la parete, quelli con le panche fisse e alte.
Bicio aveva una media davanti e stava ridendo di qualcosa.
Monica gli stava accanto, con la schiena dritta e lo sguardo già puntato verso l’ingresso.
Verso di me.
Verso il punto in cui, un attimo prima, c’era stata anche Francesca.
Li raggiunsi e mii sedetti.
«Ciao,» saluai Bicio.
Lui mi diede il cinque e mi tenne la mano un secondo di troppo, fissandomi con quell’aria da chi ha già capito tutto e sta solo aspettando il momento giusto per aprir bocca.
«Fra, sei in formissima stasera.»
Mi sentivo uno straccio.
Poi si voltò verso la ragazza seduta accanto a lui.
«Monica, Edo. Edo, Monica.»
«Ciao Monica,» dissi.
Era raggiante. Alta, spalle larghe, capelli neri folti, occhi scuri che non si facevano problemi a guardarti dritto in faccia. Una di quelle che entrano in un locale e lo senti subito.
«Allora?» chiesi a Bicio, cercando di tenere la conversazione su un terreno sicuro. «Come siete scappati a Milano Marittima?»
«Me lo aveva promesso,» si intromise lei con una voce squillante, sicura.
Bicio ed io ridemmo di quella intromissione.
«Piacere, Edoardo, giusto?» proseguì Monica. Mi tese la mano attraverso il tavolo. «Ti ho visto in giro un casino di volte. Ero sempre un anno dietro di te nelle scuole.»
Strinsi la sua mano. Era una stretta ferma, da ragazza abituata a spingere e a non farsi spostare.
Non c’eravamo mai parlati, pensai. Strano. A Rho conoscevo quasi tuttil.
Bicio e Monica si ammutolirono di colpo. Lui spalancò gli occhi.
Sentii solo una mano fredda appoggiarsi al mio collo.
«Ciao ragazzi. Io sono Francesca.»
Si sedette affianco a me e porse la mano a entrambi.
Il vestito nero sembrava ancora più fuori posto sotto le luci verdastre del pub. Troppo preciso, troppo elegante, troppo costoso in mezzo a magliette stinte, jeans e l’odore di birra spillata. Sembrava arrivata da un altro pianeta, e in un certo senso era vero.
Bicio biascicò un «Bu-buonasera».
Monica non disse niente. La stava misurando. Da capo a piedi, lenta, senza nessun imbarazzo. Gli occhi scuri le passarono sul vestito, sulle gambe, sul modo in cui teneva il Martini con l’oliva, poi tornarono sul mio collo, dove la mano di Francesca era ancora posata.
Francesca non sembrò accorgersene. O forse sì. Mi lisciò la coscia con le dita, calma, come se quel tavolo e quegli sguardi le appartenessero già.
In cinque minuti Francesca sapeva già tutto.
Non sembrava un’interrogazione. Sembrava una conversazione leggera, fatta di sorrisi e domande poste con il tono di chi è genuinamente interessata. Solo che alla fine sapeva esattamente chi aveva di fronte.
«Allora, Bicio… Marco, giusto?» aveva cominciato, girando il Martini tra le dita. «Edoardo mi ha detto che siete amici da una vita. Karate, kickboxing, le solite cose da maschi che si picchiano per divertimento.»
Bicio aveva riso, un po’ troppo forte.
«Eh, ci siamo fatti le ossa insieme. Dalle medie.»
«E adesso sei appena tornato da Milano Marittima. Con Monica.» Francesca aveva spostato lo sguardo su di lei, calma. «Prima vacanza insieme, mi immagino.»
Monica aveva annuito una volta sola.
«Sì.»
«Bello. Io al mare ci vado poco, ultimamente. Troppo gente, troppo casino.» Francesca aveva sorriso, come se stesse confidando qualcosa. «Tu che fai, Monica? Oltre a tenere a bada questo qui.»
«Scienze Motorie.»
«Pallavolo, scommetto.»
Monica aveva alzato appena un sopracciglio.
«Sì.»
«Schiacciatrice?»
Un attimo di silenzio.
«Opposto.»
Francesca aveva annuito, soddisfatta, come se avesse indovinato una risposta a un quiz.
Poi era tornata su Bicio.
«E tu, invece… prima di Monica frequentavi un po’ Commehome, no?»
Bicio era rimasto con la media a mezz’aria. Io sentii il sangue fermarmisi nelle vene.
Lei aveva continuato come se nulla fosse, la voce leggera:
«Sono un ambiente piccolo, alla fine. Ci si riconosce.»
Bicio aveva biascicato qualcosa tipo «Eh, sì… una fase».
Monica, accanto a lui, non aveva aggiunto una parola. Rispondeva a monosillabi, lo sguardo fisso su Francesca, come se stesse ancora decidendo se quella donna fosse una minaccia o solo una stranezza passeggera.
Francesca intanto mi teneva la mano sulla coscia, e ogni tanto la stringeva leggermente. Non per rassicurarmi. Per ricordarmi che era lei a condurre il gioco.
«E lei?»
La voce di Monica era netta, senza un sorriso.
Francesca non si scompose di un millimetro.
«Dammi del tu, cara.»
Però, sentii le sue unghie premere sulla mia coscia. Le presi la mano e intrecciai le dita alle sue. Mi guardò di sfuggita. Il Martini era finito.
Il cameriere arrivò in quel momento.
Io e Bicio ordinammo una media rossa ciascuno. Monica una piccola bionda. Francesca il secondo Martini.
Quando il cameriere si allontanò, Monica riprese, troppo seria:
«E tu, che fai invece?»
«Io sono in amministrazione alla Copyar, qui a Rho. Dove lavora anche Edo.»
Mentre lo diceva mi appoggiò la testa sulla spalla. Io sorrisi a Monica, cercando di tenere il tono leggero.
«Anche tu in amministrazione, Edo?»
«No. Io sul muletto.»
Monica annuì, già sicura della risposta successiva.
«Vi siete conosciuti in ditta?»
«No,» disse Francesca, andando all’attacco. «A yoga.»
Guardai il tavolo, il vestito nero, le unghie di Monica che stringevano il bicchiere, e pensai che tra due minuti qui dentro volavano i coltelli.
Il cameriere posò i bicchieri sul tavolo proprio mentre Monica apriva bocca.
Una media rossa davanti a me e a Bicio. Una piccola bionda davanti a lei. Il secondo Martini, con l’oliva, davanti a Francesca.
Monica non toccò il bicchiere. Mi fissò, poi fissò Francesca, e parlò con la voce bassa e tagliente di chi ha deciso che ne ha abbastanza.
«Francesca, ti parlo chiaro. Sai che fatica sto facendo in questo momento a fare conversazione come se niente fosse? A occhio e croce hai l'età di mia madre. E io con mia madre non ci sto al tavolo di un pub il venerdì sera.»
Francesca bevve un sorso del Martini, lenta. Poi posò il bicchiere e sorrise, piccola, quasi gentile.
«Beh, io di anni ne ho quarantasette. E mia figlia ne ha sedici.»
Il silenzio che seguì fu brutto.
Bicio provò a sdrammatizzare, come fa sempre quando sente che l’aria diventa pesante.
«Monica, dai. A me sembra che Francesca sia molto in forma. Una signora… anzi, una donna molto alla mano. Tua madre non è così spigliata, ammettilo.»
Monica si irrigidì di colpo.
«In che senso?»
«Nel senso che… cazzo, Monica, sto solo dicendo che non è una tipa impettita. È alla mano. Punto.»
«Su, calmiamoci tutti,» provai io, alzando le mani. La voce mi uscì più debole di quanto volevo. «Siamo qui a bere qualcosa, no? Niente di drammatico.»
Francesca non mi guardò nemmeno. Alzò una mano e fece cenno al cameriere.
«Un altro Martini, grazie. Stesso.»
Poi si voltò di nuovo verso Monica, e questa volta il sorriso era diverso. Più affilato.
«Sei una tipa tutta pepe. Mi ricordi la mia Silvy.»
Monica strinse gli occhi.
«Sì? Edoardo l’ha già conosciuta, immagino. Tua figlia.»
Francesca inclinò appena la testa, come se stesse valutando se valesse la pena rispondere.
«Sì. La prima volta che ci siamo conosciuti.»
Silenzio.
Non un silenzio normale. Un silenzio che si allarga e diventa scomodo, che fa sentire il ronzio del frigo del bancone e le risate degli altri tavoli come se fossero a un chilometro di distanza.
Monica si alzò di scatto. La sedia strisciò sul pavimento. Afferrò Bicio per un braccio e lo tirò su con una forza che non ammetteva discussioni.
«Andiamo.»
Bicio la guardò, poi guardò me, poi guardò Francesca. Aprì bocca, la richiuse, e si lasciò trascinare via senza dire una parola.
Restammo soli al tavolo.
Il terzo Martini di Francesca era appena arrivato.
Io ordinai in simultanea un Long Island.
«Beh… è andata bene,» disse lei, sorridendomi.
Feci di no con la testa, ironicamente.
«Scusami, Edo,» proseguì. «Se non sono capace di stare zitta…»
«Non scusarti.»
La guardai dritto. «Che ne sa lei dei tuoi casini. Voglio dire…»
Mi interruppe, posandomi una mano sopra la mia sul tavolo.
«Dai, Edoardo…» disse, stanca. «Non serve davvero…»
«Lasciami finire.»
Le accarezzai una guancia, probabilmente più serio di quanto volessi. Abbassai la voce e le presi il viso con entrambe le mani.
«Ha diciannove anni e non ha visto ancora niente della vita. E si permette di giudicare te, con tutto quello che hai sulle spalle.»
«Ah sì?» Fece lei, ironica, bevendo un sorso del terzo Martini. «E cosa ho sulle spalle? Avanti.»
«Il divorzio.
Lo smacco sociale.
Una figlia da crescere da sola.
Per cominciare.»
Lei rise. Si ammorbidì. Gli occhi le si fecero più caldi, meno taglienti.
«Come ho detto… non so se sei più scemo o coraggioso tu.»
E mi baciò.
Non fu un bacio leggero. Fu bagnato, profondo. Sapeva di gin. Me lo godetti fino in fondo.