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(Deep purle - When a blind man Cry)
POV: Francesca Curtis
Luogo: Green Bar, Via Pace 89, Rho
Data: Venerdì 14 agosto 2026
ore: 00:40
Le sue mani mi tenevano il viso.
Non era un gesto da ragazzino impaziente. Non era nemmeno il tocco di chi vuole solo finire quello che ha iniziato in macchina. Era fermo, preciso, quasi rispettoso. E le parole che aveva appena pronunciato mi giravano ancora dentro come un liquido caldo.
Il divorzio.
Lo smacco sociale.
Una figlia da crescere da sola.
Le aveva dette con una naturalezza che mi aveva spiazzato. Senza pietismo. Senza quella compassione un po’ disgustata che di solito arriva dalle bocche delle persone della mia età. Le aveva dette come se fossero fatti, non macchie. Come se io non fossi la somma dei miei fallimenti, ma qualcuno che stava ancora in piedi nonostante tutto.
Nessuno, da anni, mi aveva guardata in quel modo.
Di certo non i miei genitori. Uff, figurarsi. Per loro ero solo la quella che aveva rovinato un matrimonio perbene, e che per giunta aveva una figlia.
Gli amici, quelli veri, erano diventati pochi e prudenti: ti chiedevano come stavi sperando che tu rispondessi sempre e solo «bene».
I coetanei alle feste di Commehome o al Bar Paradiso mi misuravano ancora con il metro di Carlo, o con quello della donna sola da portarsi a letto.
L’unica a capirmi così era Daniela. Ma lei era un’amica.
Lei mi accettava, certo.
Lei mi capiva, sicuramente.
Però lei non era Edoardo.
Di lui mi sarei potuta innamorare.
E la cosa, di colpo, mi spaventò.
Cazzo.
Aveva ventuno anni e stava difendendo una donna di quarantasette davanti ai suoi amici, in un pub di Rho, dopo che una ragazza alta e bella come Monica l’aveva appena trattata come un’intrusa fuori tempo massimo. E lo faceva senza alzare la voce, senza fare lo spavaldo. Solo con quella calma ostinata che gli avevo già notato al magazzino e a yoga.
Il cuore mi si sciolse.
Fu una sensazione fisica, precisa. Una calata di calore dal centro del petto giù fino allo stomaco, seguita da un nodo improvviso in gola. Per un attimo ebbi paura di mettermi a piangere lì, al tavolo del Green Bar, con il terzo Martini ancora mezzo pieno e il sapore di gin che mi bruciava la lingua. Non potevo. Non dovevo. Se iniziavo a piangere, poi non sapevo più come fermarmi, e soprattutto non sapevo cosa sarebbe rimasto di me dopo.
Allora distolsi lo sguardo.
Guardai il bancone affollato, le luci verdastre, un gruppo di ragazzi che ridevano troppo forte vicino al biliardo. Qualsiasi cosa che non fossero i suoi occhi. Qualsiasi cosa che mi permettesse di non crollare.
«Come ho detto… non so se sei più scemo o coraggioso tu.»
La voce mi uscì bassa, incrinata dall'alcol e da una paura nuova.
Edoardo sorrise, senza mollare la presa sul mio viso.
«Facciamo tutti e due, vecchietta,» rispose a mezza voce, sfrontato e dolce allo stesso tempo. «Ma ammettilo: con una come te, il coraggio è il minimo.»
Il cuore mi fece un tonfo ridicolo. Poi annullai la distanza e lo baciai.
Non fu un bacio leggero. Fu profondo, bagnato, disperato. Ci misi dentro tutto quello che non potevo dire: la gratitudine, la paura, il desiderio, e quella cosa nuova e pericolosa che mi stava crescendo sotto le costole. Sapeva di gin e di lui. Me lo presi intero, senza fretta, finché non sentii le sue mani scivolarmi dal viso ai capelli.
Quando ci staccammo, respiravo male.
Ero a un passo dallo sciogliermi del tutto. Da dirgli di portarmi via subito, di non farmi più pensare, di tenermi stretta finché il mondo fuori da quel tavolo non esistesse più. E proprio per questo dovetti fare la cosa opposta.
Gli accarezzai il polso con il pollice, un gesto piccolo, quasi materno, e sorrisi. Un sorriso storto, difensivo.
Per calmare l'agitazione buttai giù in un solo sorso ciò che rimaneva del terzo drink.
Poi dissi: «Dai, adesso forse è meglio se vai a fare pace con il tuo amico e la sua ragazza.»
Lui mi guardò, confuso.
Come per chiedermi se era tutto ok.
Annuii alla sua domanda muta e, per tranquillizzarlo, aggiunsi: «Tranquillo, io ti aspetto qui. Non scappo.» Gli sorrisi di nuovo.
Lo dissi con una leggerezza finta. Dentro mi tremano ancora le gambe. Lui esitò un secondo, poi si alzò. Lo seguii con lo sguardo mentre si faceva largo tra i tavoli, le spalle strette sotto la maglietta scura, il passo ancora un po’ incerto.
«Un altro Martini. Grazie.»
La voce mi uscì ferma. Quasi elegante.
Sapevo già che sarebbe stata una di quelle sere "alla Amy", come le chiamavo io: quelle in cui bevevo fino a perdere i sensi.
Ma mentre aspettavo il quarto bicchiere, con le dita ancora calde del suo tocco e il cuore che batteva troppo forte, capii una cosa semplice e terribile.
Quella sera non stavo più giocando.
E questa volta, se mi fossi fatta male, non avrei avuto scuse.
Arrivò il quarto Martini e, proprio dietro al cameriere, sentii una voce conosciuta.
«Fra! Ma guarda chi si vede… la Curtis in persona!»
La voce di Michol tagliò il rumore del pub come una lama. Alzai gli occhi e le vidi arrivare dal fondo, di ritorno dal bagno. Minigonne corte, gambe infinite, capelli impossibili: Sofia con il rosa shocking che sembrava acceso al neon, Michol con il verde smeraldo che le cadeva sulle spalle umide di afa. Belle in quel modo disinibito e un po’ sfacciato che funzionava sempre, specialmente dopo mezzanotte.
Mi riconobbero al volo. E io riconobbi loro.
Prima che riuscissi a indossare la maschera da regina della festa, una lacrima bastarda stava uscendo dall’occhio sinistro. Me la asciugai in fretta, quasi distrattamente, con il dorso della mano. Poi, per controllare che non si vedesse niente e per darmi un secondo di tempo, presi il cellulare e finsi di farmi un selfie. Lo schermo mi restituì una faccia ancora troppo aperta, troppo scoperta. Sorrisi a me stessa nello specchio digitale, solo per provarci. Poi abbassai il telefono.
Arrivarono come un’onda.
Mi travolsero di abbracci, di profumo dolciastro e di risate alte. Si strofinarono contro di me, mi baciarono sulle guance, mi toccarono i capelli e le spalle scoperte. Ringraziamenti esagerati, voci che si sovrapponevano, mani che non stavano ferme.
«La lista VIP della scorsa settimana era roba da matti, Fra!»
«Senza il tuo inserimento last minute in lista saremmo rimaste fuori, era sold out da tre giorni!»
«Ci hai fatto saltare tutta la fila quando ormai non c'era più speranza. Sei un mito, lo sai? Sempre.»
Accettai tutto con il sorriso giusto, quello che conoscevo a memoria. Il sorriso di chi organizza, di chi tiene le fila, di chi non si scompone mai. Anche se dentro avevo ancora il cuore che batteva troppo forte per le parole di Edoardo.
«Ma voi due!?» chiesi, sedendomi «Che ci fate, voi due qui?» cercando di tenere il tono leggero.
Michol glissò sulla mia domanda senza nemmeno battere ciglio, troppo ingolosita dalla stranezza della situazione per sprecare fiato su di sé.
«Ma che te ne frega di noi!» disse, appoggiando i gomiti sul tavolo e fissandomi con un sorrisetto avido. «Vogliamo parlare di te? La regina dei privé milanesi al Green Bar di Rho? Dai, sputa: che ci fa la Curtis in un posto così strano per lei?»
Guardai verso l’ingresso. Edoardo non si vedeva. Era ancora fuori con Bicio e Monica, a cercare di ricucire quello che avevo strappato poco prima. Mi sentii improvvisamente più sola di quanto volessi ammettere.
«Sono con qualcuno,» dissi soltanto.
Michol seguì il mio sguardo verso la porta vuota e non vedendo nessuno provò ad indovinare.
«Aspetta… non dirmi che è lo stesso di quella sera sui Navigli?»
Annuì, lenta.
Le due si guardarono, poi scoppiarono a ridere quasi all’unisono, una risata sporca e complice.
«Ma dai! Lo stesso tipo due volte?» Sofia si portò una mano alla bocca, finta scandalizzata. «Deve essere un drago a letto, altrimenti non si spiega.»
Arrossii.
Lo sentii salire caldo dal collo fino alle orecchie. Per un attimo odiai quel calore traditore. Sofía e Michol se ne accorsero e risero ancora di più, soddisfatte.
«Guardala, Sofy, com'è arrossita!» cantilenò Michol. «Allora è vero!» le fece eco l'amica.
«Non è…» cominciai, ma lasciaì subito perdere. Non c’era modo di difendersi da quelle due senza peggiorare le cose.
«E voi?» chiesi, spostando il fuoco con uno sforzo. «Chi aspettate?»
«Due tipi,» rispose Michol, sistemandosi i capelli verdi. «Li abbiamo conosciuti al tuo evento VIP di due settimane fa. Quello in zona Isola, ricordi? Il rooftop con i cocktail al basilico e la vista sulla Madonnina.»
«Ci avevano detto che stasera sarebbero passati di qui prima di portarci da qualche parte,» aggiunse Sofia. «Il Green Bar è un’istituzione, si sa. Prima ti fai due shot qui, poi decidi se il tipo vale la serata intera o se è il caso di mandarlo a casa, e fare altro.»
Tirai fuori il telefono. Loro fecero lo stesso, quasi in sincronia. Tre schermi si accesero sul tavolo di legno scuro.
Aprimmo tutte e tre Commehome.
Scorremmo in parallelo, commentando a voce alta e girando ogni tanto il telefono verso le altre per mostrare una locandina.
«Questa serata afro a Lambrate sembra figa… DJ set fino alle cinque, ingresso free prima dell’una,» dissi. Michol arricciò il naso, mentre Sofia sembrava più interessata.
«Aspetta, guarda questa: cena con delitto in un attico a Porta Venezia. Dress code “elegantemente sospetto”. Posti limitati,» disse Michol, tutta eccitata.
«Mmh...» la frenai io. «Conosco l'organizzatore: di solito sono pacchi, tempo mezz'ora e ti stai già annoiando.»
Annuirono in coro, subito d'accordo con me.
«Questa della villa a Monza però…» s'intromise Sofia con un sorrisetto. «Pool party con sangria e battaglia con le pistole d’acqua. Alle tre di notte si finisce sempre nudi, è matematico.»
Ridemmo tutte e tre.
«E l’after nel loft a Isola?» propose Michol. «Musica house, solo su invito. Sembra più selezionato.»
Commentavamo, ridevamo, ci sovrapponevamo. Per qualche minuto fu quasi come una delle tante sere di un tempo, quando organizzavo io e loro erano tra le prime a confermare la presenza.
Quasi.
Poi Sofia, la più spregiudicata, abbassò il telefono e mi fissò con quel sorrisetto furbo che conoscevo troppo bene.
«Ma tu, Fra… non hai organizzato nulla questo weekend? Nemmeno una canasta, nemmeno un after, nemmeno una lista VIP?»
Fece una pausa teatrale, gli occhi che brillavano di malignità affettuosa.
«Ti stai dedicando al ragazzino? Dai, di’ la verità.»
La domanda mi arrivò addosso più pesante di quanto lei potesse immaginare. Per un attimo sentii di nuovo il nodo in gola, quello di poco prima, quando Edoardo mi aveva tenuto il viso tra le mani. Sorrisi. Il sorriso giusto. Quello che non lascia passare niente.
«Forse sì,» dissi, abbozzando quel sorrisetto lento che usavo sempre per tenere le carte coperte. «O magari sto solo prendendo fiato. Chi lo sa.»
Sofia non sembrò convinta, ma non insisté. Michol invece mi fece l’occhiolino e si rifocillò di un sorso della sua birra.
«Comunque sia, se cambi idea e organizzi qualcosa… noi ci siamo. Sempre. Tu sei la regina, Fra. Senza di te metà di queste cose non esistono.»
Annuì. Bevvi un sorso del Martini. Il gin ormai sapeva di ferro.
Rimasero ancora qualche minuto, chiacchierando di vestiti, di tipazzi e di quanto fosse bello quando le liste funzionavano davvero. Poi i loro telefoni vibrarono quasi insieme. I tipi stavano arrivando.
Si alzarono, mi abbracciarono di nuovo, si strofinarono un’ultima volta contro di me come gatte riconoscenti.
«Fatti viva, Curtis,» disse Sofia andando via. «Non sparire nei meandri della provincia.»
Le guardai allontanarsi verso l’ingresso, minigonne e capelli impossibili che tagliavano la folla. Quando sparirono dietro la porta, il pub sembrò improvvisamente più piccolo e più silenzioso.
Restai sola al tavolo qualche secondo di troppo, con il telefono ancora aperto su Commehome e la lista degli eventi del weekend che scorreva da sola sullo schermo. Nessuno di quelli li avevo organizzati io. Nessuno mi aveva scritto per chiedermi se partecipavo.
Poi la porta si aprì di nuovo.
Edoardo rientrò. Non era solo. Al suo fianco c’erano due ragazzi della sua età che non conoscevo. Aveva l’aria stanca di chi ha appena cercato di mediare una lite.
Eppure, quando tagliò la folla per raggiungermi, il mio sguardo cadde inevitabilmente su di lui. Dio, quanto era bello. Io mi ero fatta mezza Milano: manager tirati a lucido, tipi da palestra con gli addominali costruiti a tavolino e il ciuffo leccato dal parrucchiere da cento euro a taglio. Ma Edoardo era un’altra storia. Aveva addosso solo un paio di jeans lunghi strappati sulle ginocchia e una maglietta nera semplicissima, che gli si appiccicava addosso evidenziando le spalle larghe e un petto muscoloso, pieno, del tutto naturale. Era alto, piantato a terra con la presenza fisica di chi fa arti marziali, e poi aveva quegli occhi… un'intensità calda e pulita che ti entrava dentro, capace di farti tremare le gambe e di mandare all'aria quarantasette anni di cinismo con un solo sguardo.
Il ragazzo accanto a lui aveva un sorriso già pronto e l’aria pratica di chi valuta al volo come alleggerire l’atmosfera. Portava i capelli corti anonimi, una camicia carta da zucchero con le maniche arrotolate sugli avambracci, jeans corti e un paio di scarpe da ginnastica nere della Lotto ai piedi: la quintessenza dello stile di provincia, senza pretese ma disinvolto.
La ragazza, invece, era un piccolo capolavoro di stile giovane e sfrontato. Indossava un top striminzito verde salvia che le scopriva l'addome piatto e un paio di shorts di maglia bianchi, di quelli con i buchi lavorati a traforo, leggermente trasparenti sulle cosce toniche. Completavano il look delle scarpe da ginnastica candide: una roba molto chic, vagamente sexy e portata con estrema disinvoltura. Mi squadrò con uno sguardo intelligente, sveglio, un po’ prevenuto. Non ostile. Solo attento, di quelli che leggono le persone in fretta.
Edoardo mi raggiunse per primo e mi toccò il polso, leggero.
«Tutto bene?»
Annuì. Mentii.
«Tutto bene.»
Poi si voltò leggermente verso i due.
«Fra, questi sono Davi e Chiara. Amici miei.»
Davi mi tese subito la mano, sorriso aperto, nessun giudizio visibile.
«Piacere. Davide, ma dicono tutti Davi.»
Chiara mi porse la mano un attimo dopo. La stretta era ferma, sicura.
«Chiara.»
La guardai negli occhi. C’era curiosità, sì. Ma anche quella lucidità rapida di chi non si fa abbagliare facilmente. Eppure, mentre le stringevo la mano, sentii che con lei sarebbe stato diverso. Non come con Monica. Non come con Bicio.
La stretta di mano di Chiara era calda, pulita, priva di quell'artificio sociale a cui ero abituata nei privé di Milano. Mi guardava dritto negli occhi, la testa leggermente inclinata, con quell'aria di chi sa già che il mondo è pieno di cazzate e ha pochissima voglia di bersene un'altra. Davi, accanto a lei, fece fare un giro alla sedia e si mise a cavalcioni, sfoderando un sorriso largo che sembrava fatto apposta per spazzare via la tensione lasciata sul tavolo da Monica.
«Edo,» esordì Davi, dando una gomitata leggera al mio piccolo. «L’hai scampata bella con Bicio, eh? Io comunque sto zitto, sono fidanzato e rispettabile, ma bisogna ammettere che stasera si gioca in un'altra categoria.» indicandomi con il mento.
Edoardo fece un sorriso a mezza bocca, grattandosi la nuca con quel pudore spiazzante che mi faceva impazzire. Io sorrisi a Davi, cogliendo al volo il suo ruolo nel gruppo: l'ammortizzatore sociale, quello che disinnesca le bombe a mano prima che esplodano. Ma la mia attenzione rimase incollata su Chiara. Trenta secondi mi bastarono per farne una radiografia completa. Niente mossette, niente sguardi da gatta da competizione come Sofia o Michol, nessuna corazza isterica da ventenne insicura come Monica. Chiara era una roccia di pragmatismo lombardo. Aveva lo sguardo pulito e severo di chi protegge le persone a cui vuole bene, ma senza un oncia di cattiveria gratuita. In un minuto, quella ragazza mi conquistò completamente. Era un mito.
«Non ascoltarlo, Francesca,» disse Chiara, appoggiando i gomiti sul tavolo scuro di legno. «Davi fa il simpatico solo per non farsi trascinare nei casini. La verità è che quando Edo ci ha raccontato di te l'altra sera, io ero la prima a essere scettica. Anzi, diciamolo: ero convinta che fossi una di quelle donne di città che usano i ragazzi più giovani come un trofeo e poi li buttano via quando si stancano.»
Edoardo si irrigidì al mio fianco: «Chiara...»
«Lasciala parlare, Edo,» intervenni io, sfiorandogli il ginocchio sotto il tavolo. Quel pizzico di franchezza brutale mi era mancato come l'aria. «Mi piace chi dice le cose in faccia.»
«Te le dico in faccia perché ci tengo a Edoardo,» continuò Chiara, senza scomporsi di un millimetro. «E perché mi sembra che tu non sia affatto il tipo di donna che si nasconde dietro ai giri di parole. Solo che vorrei capire se questo qui per te è un gioco o se ti rendi conto di quanto lui sia preso.»
Chiara, lo sapevo inconsciamente, stava solo aspettando che facessi una mossa sbagliata o che dicessi qualcosa di stupido per agredirmi, ma al contrario di Monica lei mi piaceva.
Ma soprattutto, io non ho mai chinato la testa davanti a nessuno. Non l'ho fatto con i miei genitori, non l'ho fatto con Carlo, e di certo non stavo per farlo davanti a due ragazzi di vent'anni al tavolo di un pub di provincia. Io non racconto cazzate. Mai.
Intrecciai le dita con quelle di Edoardo, sentendo il calore forte della sua mano che mi stringeva. Presi un respiro profondo, guardandoli dritto in faccia, uno per uno.
«Tutto quello che immagino vi abbia detto il mio piccolo… è vero.»
La mia voce uscì un po’ impastata, con quella cadenza trascinata che si prende solo dopo il quarto bicchiere di gin da combattimento.
«Sono divorziata, ho quarantasette anni, una figlia di sedici e lo conosco da appena due settimane. Organizzo eventi su Commehome. E sono una commerciale della stessa ditta di dove lavora lui qui a Roh.» dissi, piatta,sincera e diretta.
Edoardo si irrigidì al mio fianco, palesemente colto di sorpresa da tanta brutale trasparenza. Si sporse appena verso di me e sussurrò: «Fra… mi sa che ci sei andata giù pesante stasera.»
«Sì, sì…» lo ammonii con un sorrisetto furbo, dandogli un colpetto leggero sulla coscia.
Ero sul carro. Quel carro di sfacciata sicurezza dove mi piaceva stare da sempre, e da cui stasera non sarei scesa per niente al mondo. Poi, beh… ero ubriaca. E l’alcol mi dava quella spinta in più per dire le cose esatte come stavano.
Davi ruotò la testa, incuriosito: «Eventi? Quali eventi?»
Gli feci un occhiolino provocatorio. «Di ogni tipo. Dalla serata a carte, alla cena con delitto, alle serate musicali… fino alle serate VIP un po' spinte.»
Chiara intervenne subito, senza lasciarmi nemmeno il tempo di godermi l'effetto della battuta. Il suo sguardo era affilato come un bisturi: «Sì, ma quindi… che c’azzecchi tu con Edo?»
Non mi scomposi di un millimetro. La guardai negli occhi con calma.
«Ci stiamo conoscendo e mi sta piacendo. Tutto qui, Chiara. Vero, Edo?»
Mi voltai verso di lui. Edoardo mi guardava tutto soddisfatto, con un’aria vagamente orgogliosa e quegli occhi pieni di luce che mi facevano fare i salti al cuore. Mi sentii protetta e desiderata come non mi succedeva da una vita.
Poi, però, la realtà picchiò in testa. Il quarto Martini fece un giro strano nello stomaco, e la stanza oscillò di un paio di centimetri verso destra. Il gin di provincia presentava il conto, feroce e privo di raffinatezza. Se non volevo rischiare un crollo verticale da regina decaduta al tavolo, dovevo bagnarmi il viso subito.
Guardai Chiara. E feci la mia mossa, lei era ancora giovane e probabilmente non era ancora in grado di giocare certe partite a scacchi societari, che io giocavo da anni. Così le chiesi a bruciapelo: «Chiara…» dissi, sfoderando il sorriso più sincero e scoperto della serata. «Mi faresti un favore? Ti va di accompagnarmi in bagno? Questi quattro Martini cocktail di provincia mi stanno spiegando che non ho più vent'anni, e mi servirebbe proprio un po' di supporto morale.»
Chiara mi fissò per un attimo, sorpresa da quell'uscita così diretta e priva di sovrastrutture. Poi i suoi lineamenti si ammorbidirono, spezzando la severità iniziale in una mezza risata complice.
«Andiamo,» disse alzandosi per prima e tendendomi la mano con una naturalezza inaspettata. «Prima che mi svieni sul tavolo da biliardo.»
Mi aggrappai alla sua mano e mi tirai su con tutta l'eleganza che mi restava nei tacchi. Mentre ci facevamo largo tra la calca, sentivo gli sguardi di Edo e Davi puntati sulle nostre schiene.
Il bagno del Green Bar odorava di disinfettante al limone e birra stantia. Quando chiudemmo la porta alle nostre spalle, escludendo il ronzio del pub, mi appoggiai al lavandino di ceramica fredda e mi guardai allo specchio. Il rossetto reggeva ancora, ma le pupille erano enormi e il viso tradiva tutta la fatica emotiva delle ultime due ore.
Aprii il rubinetto e mi bagnai i polsi con l'acqua gelata, lasciando che il brivido mi rimettesse in sesto. Chiara si appoggiò al muro di piastrelle con le braccia incrociate, studiandomi nello specchio.
«Allora?» disse. «Come sta la regina degli eventi?»
Mi asciugai le dita con un tovagliolo di carta, incrociando il suo sguardo nel riflesso.
«Sta capendo che stasera ha perso il controllo di tutte le sue regole, Chiara. E che con Edoardo non sto giocando per niente, anche se ho un terrore boia di fare un disastro.»
Chiara mi squadrò in silenzio per qualche secondo. Poi fece un cenno lento con la testa, e per la prima volta intravidi nei suoi occhi un rispetto vero, pulito.
«Speriamo che tu non lo faccia, allora,» disse a bassa voce. «Perché Edo è un bravo ragazzo. E tu, da quello che vedo, sei molto meglio delle cazzate che ti piace raccontare in giro.»
«Grazie,» le dissi, ricambiando lo sguardo con una sincerità che mi sorpresi a provare davvero. «Lo apprezzo. Monica non è stata altrettanto comprensiva, e lo so...»
Non mi fece nemmeno finire.
«Monica è la classica fighetta con la puzza sotto il naso,» snocciolò Chiara senza un minimo di esitazione. Poi si sporse appena verso di me e aggiunse sottovoce, con un sorrisetto complice: «E per inciso, secondo me farà molto più male lei a Bicio di quanto tu possa farne a Edo. Che poi mi stai già simpatica... anche se potresti essere mia mamma.»
Mi sorprese per quella schiettezza brutale e disarmante. Ridacchiai, spiazzata da quanta aria pulita ci fosse in quella ragazza.
«Ti adoro già!» mi uscì dal cuore, senza filtri. «Davvero, mi piacerebbe che mia figlia fosse un po' più come te.»
Chiara abbassò lo sguardo, indicando i miei piedi con un sorrisetto apprezzativo. «E io adoro i tuoi sandali.»
Pettinai e sistemai alla bene e meglio la chioma bionda con le mani per darmi una contegno. Sbandavo ancora un po' sotto l'effetto del gin, così Chiara mi porse con naturalezza l'avambraccio per sorreggermi.
«Beh,» le dissi con disinvoltura, ricambiando con un colpetto leggero sul braccio, «se diventiamo amiche, te li presto.»
Sorridemmo all'unisono e, rimanendo sottobraccio, ci avviammo a riattraversare il pub per raggiungere i ragazzi al tavolo, come due vecchie amiche che avevano appena stretto un patto di alleanza.
Una volta lì, non persi tempo. La testa mi girava ancora per via del gin, ma sapevo esattamente cosa volevo e non avevo nessuna intenzione di tirarla per le lunghe.
«Sono stanca, Edino,» dissi, appoggiando una mano sulla sua spalla e lasciando cadere le parole con la solita disinvolta malizia. «E tu mi avevi promesso di farmi vedere casa...»
Edoardo arrossì di colpo, diventando cremisi fino alla radice dei capelli sotto lo sguardo dei suoi amici.
Davi, che proprio in quel momento stava buttando giù un sorso decisivo, non resse la battuta: scoppiò in una risata fragorosa, sputando metà della birra che stava bevendo nel bicchiere e rischiando seriamente di soffocare.
Mi voltai verso Chiara e la salutai con i soliti due baci sulle guance. Profumava di fresco, una fragranza pulita e leggera che di sicuro batteva la mia scia di gin e sigarette alcoliche.
«Ci ribecchiamo presto,» ci promettemmo a vicenda con un cenno inteso.
Poi io ed Edoardo ci girammo e uscimmo nel freddo della notte di provincia, camminando fianco a fianco verso la mia macchina.