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(How long - Fantastic Negrito)
POV: Francesca
Luogo: Corso di Porta Romana
Data e Ora: Venerdì 14 agosto 2026, ore 22:15
Appena la tenda rosa del Bar Paradiso si richiuse alle nostre spalle, l'aria calda e umida di agosto mi investì il viso come una sberla.
Chiusi gli occhi per un secondo. Un solo secondo. E in quel secondo sentii le gambe tremare.
L'armatura da donna spietata, quella con cui avevo appena polverizzato Leo davanti a mezza Milano bene, sciolse le cuciture e crollò a terra con un rumore sordo che sentivo soltanto io. Avevo il cuore che picchiava contro le costole come un uccello in gabbia.
«Cosa cazzo è successo lì dentro?» chiese Edo, fermandosi in mezzo al marciapiede. Aveva un sorriso tirato, ma soddisfatto.
Non risposi subito.
Nel frattempo Commehome mi stava notificando almeno una ventina di eventi a cui, solo due settimane fa, avrei fatto la posta. Feste, after, cene private, aperture. Tutta la solita roba. Scorrevo le notifiche con il pollice mentre lui mi guardava, lasciandolo in sospeso.
Cosa stava succedendo a me?
Quella era la vera domanda.
Francesca, cosa ti sta succedendo?
Alzai lo sguardo su di lui. Era veramente un bel ragazzo. E io avrei davvero potuto rovinargli la vita. Mi chiesi, per la prima volta con una certa lucidità, se a questo punto fossi ancora recuperabile. Se non avessi già da tempo scavallato una linea di decenza oltre la quale non si torna indietro.
Feci un rapido bilancio.
Avevo appena scolato una bottiglia di vino rosso da trentasei euro. Avevo già quella voglia di bere che mi prende allo stomaco e fa formicolare la base della nuca. E poco fa avevo chiesto a un ragazzo di ventuno anni — meno della metà dei miei — di portarmi a casa sua. Dove, ovviamente, me lo sarei scopato senza pietà una volta arrivati.
Per fortuna gli squillò il telefono.
Il telefono di Edoardo iniziò a vibrare nella sua tasca proprio mentre stavamo raggiungendo la Mercedes. Il suono del display illuminato spezzò il silenzio di viale Sabotino.
Guardai il display: Bicio.
«Devo rispondere,» disse lui.
Armeggiando con lo smartphone, diede un’occhiata al nome e rimase un secondo di troppo a fissarlo, dubbioso, prima di rispondere.
«Oh, Bicio…» disse, cercando di tenere la voce neutra.
Dall’altro capo del telefono arrivò un fiume di parole urlate a volume altissimo, condite dal rumore di fondo di un bar di quartiere. Bicio era appena tornato da una settimana sulla Riviera e voleva chiaramente festeggiare il rientro con il suo migliore amico.
Edoardo mi lanciò un’occhiata di sfuggiata, visibilmente in difficoltà.
«Ascolta, Bicio, stasera non riesco,» sbottò lui, tagliando corto e facendosi più rigido. «Sono impegnato.»
Lo guardai. Mi venne quasi da sorridere per quanto cercasse di fare il rigido. La sua era la vita semplice di un ragazzo di ventun'anni che si era appena visto stravolgere la serata da una quarantenne in crisi d'identità. Non avevo nessuna intenzione di fare la parte della mantide che lo staccava dai suoi amici.
Feci un piccolo cenno con la testa. Come per dire: Vai, fai pure.
Edoardo portò la mano sul microfono dello smartphone. «Un attimo,» disse a Bicio.
Poi si voltò verso di me.
«Cosa?» mi chiese a mezza voce, accennando un sorriso sincero, privo di quelle cattiverie usate al Bar Paradiso. «Vai dal tuo amico, Edo. Non c'è nessun problema, davvero.» gli dissi senza ombra di malizia, cercando di essere il più comprensiva possibile.
Pensavo che mi avrebbe ringraziata, che avrebbe tirato un sospiro di sollievo e mi avrebbe salutata con un bacio promessa per la sera dopo. E invece Edoardo mi sorprese per l'ennesima volta.
Mi fissò dritto negli occhi, rompendomi la distanza, e a bassa voce, quasi in un soffio, disse:
«E se ti porto con me?»
La domanda mi arrivò addosso come una sferzata d'aria fredda. Se al Bar Paradiso l'avevo trascinato io nel mio passato di convenzioni e colletti bianchi per usarlo come uno scudo, adesso lui stava facendo l'esatto opposto: mi stava spalancando le porte del suo presente, del suo mondo reale, fatto di muretti, birre da tre euro e amici ventenni appena tornati dal mare.
Mi ci vollero tre secondi interi per ritrovare la parola. Il cuore mi fece uno scatto strano nel petto.
Portarmi con lui.
Significava smettere di nascondersi. Significava accettare che quella notte non era un capriccio segreto nato e morto in auto, ma qualcosa che aveva il coraggio di camminare alla luce del sole.
Non attese nemmeno la mia risposta. Riportò lo smartphone all’orecchio.
«Bicio, mandami la posizione,» disse secco, senza lasciargli spazio per protestare.
Dall'altoparlante della cassa arrivò la voce di Bicio, così alta che la sentii nitidamente anche senza che ci fosse il viva voce.
«Ma che posizione e posizione, cretino! Sono al Green Bar. E sono con la Monica.»
L'esatto opposto di noi.
Edoardo mi lanciò un'occhiata rapida, quasi a testare la mia reazione prima di chiudere la chiamata.
«Arriviamo,» disse solo, e staccò.
Arriviamo.
Sotto la luce del lampione, sentii di nuovo quel formicolio lungo la spina dorsale. Passare dai calici da venti euro e dalle camicie di lino del Bar Paradiso ai tavoli del Green Bar con due ventenni entusiasti era un salto nel vuoto senza paracadute. E la cosa più folle è che non vedevo l'ora di farlo.
Salimmo in macchina velocemente. L'auto era parcheggiata poco distante da Porta Romana, immersa nella penombra del viale.
Ero rimasta silenziosa, armeggiando un attimo con la cerniera della borsetta prima di pescare le chiavi e lanciargliele sul grembo.
«Dai, guida tu,» dissi soltanto, rispondendo al suo sguardo interrogativo con un cenno quasi impercettibile del capo.
Edoardo infilò le chiavi nel quadro. «Che c'è?» mi chiese, accendendo il motore con quel rombo ovattato che riempì l'abitacolo.
Non risposi subito. Allacciai la cintura di sicurezza per sistemarmi meglio, mi sfilai i sandali con un sospiro di sollievo e rimasi un secondo a osservare il riflesso vellutato degli strass sulle scarpe contro la plastica nera e la pelle degli interni.
«Chi è Monica?» chiesi poi, appoggiando la nuca al poggiatesta e voltandomi a guardarlo di profilo mentre faceva manovra.
Edoardo abbozzò un sorriso divertito, tenendo gli occhi sulla strada. «La nuova fiamma di Bicio. Si sono messi insieme tipo due settimane fa e sono schizzati subito a Milano Marittima. Una settimana intera di mare, birre, piadine e foto a manetta su Instagram.»
«Capito,» mormorai, guardando le luci della città che scivolavano sul parabrezza. «La classica storiella estiva a duecentoventi all'ora. Pulita, lineare, senza mezza complicazione.»
«Detto così sembra una noia,» scherzò lui, inserendo la seconda.
«Detto così sembra un lusso,» lo corressi a bassa voce, sfiorandogli il ginocchio con la punta del piede scalzo. «Due ventenni che vanno al mare senza fantasmi nel bagagliaio. E adesso ci siamo noi che piombiamo nel loro bar di quartiere.»
Edoardo allungò la mano destra dal volante e cercò le mie dita al buio, stringendole forte.
«Sei ancora in tempo per tirarti indietro, Curtis.»
«Nemmeno per sogno,» risposi, e per la prima volta da quando eravamo usciti dal Bar Paradiso, il sorriso che mi nacque sulle labbra fu interamente vero.
«E tu?» gli chiesi, guardando i riflessi dei lampioni che scorrevano arancioni e liquidi sul finestrino. Fuori, la città era una distesa di asfalto e vetrine buie addormentate nel silenzio di metà agosto. «Sei pronto, Edo? Non sono esattamente il tipo di ragazza che si porta a conoscere gli amici.»
Lui accennò un sorriso, senza staccare gli occhi dalla strada, ma la voce gli uscì ferma, senza un'esitazione. «Che… scherzi, Fra? Tu sei eccezionale. Però sia chiaro: andiamo solo se ti va. Io non ho il minimo problema né a portarti con me, né a fare marcia indietro.»
Mentre lo diceva, allungò la mano destra e la adagiò sulla mia coscia nuda. Un contatto caldo, solido, che mi fece salire un brivido istantaneo lungo tutta la spina dorsale.
Io in realtà avevo ben altri programmi, pensai, guardando il profilo affilato della sua mascella illuminato dalla luce dei semafori. Programmi molto più diretti: sesso, alcol e l'ombra protettiva di una stanza da letto. Mi chiesi se sarei stata davvero capace di fare la brava per una sera intera, se avrei retto la situazione facendogli fare bella figura o se alla prima battuta fuori posto avrei finito per mettere in piedi il solito show spietato.
«Andiamo,» dissi soltanto, sciogliendo il nodo di dubbi che mi stringeva lo stomaco. Poi mi sporsi verso di lui. «Lo sai che non ho ancora capito se sei più scemo o coraggioso, piccolo?»
Avevo deciso in quel secondo che l'avrei chiamato così. Mi piaceva l'effetto istantaneo che gli faceva: gli angoli della bocca gli si piegarono in un sorriso d'orgoglio così vero che provai un'ondata improvvisa di desiderio. Gli sarei saltata addosso anche lì, in mezzo alla carreggiata deserta.
Allungai la mano e la appoggiai con studiata lentezza sulla curva dei suoi jeans, proprio al centro della patta. Sotto il palmo lo sentii reagire all'istante: un fremito improvviso, rigido, che gli strappò un respiro corto.
Mi leccai le labbra, godendomi la scossa elettrica di quel potere semplice e viscerale.
«Fra...» mormorò lui, stringendo le nocche sul volante e facendo fare alla Mercedes una leggera sbandata sulla corsia vuota.
«Cosa?» risposi, sfoderando la voce più casta, pura e innocente che mi riuscì di pescare.
Lui armeggiava con la radio e mise su Virgin. Stavano suonando How Long di Fantastic Negrito.
La canzone mi piaceva, ma avevo voglia di trasgredire.
Se dovevo fare la brava davanti ai suoi amici, non voleva dire che lo avrei fatto adesso, in macchina.
Attesi che fossimo entrati in tangenziale.
Poi agii.
Sfilai la cintura con un clic secco. Lui girò appena la testa, già con una domanda sulle labbra, ma non gli diedi il tempo di parlarla. Mi chinai verso di lui, una mano sul suo ginocchio e l’altra che già cercava la cerniera dei jeans.
«Fra…» mormorò, la voce improvvisamente più bassa.
«Guida,» gli dissi soltanto. «E non guardarmi. Guarda la strada.»
Lo sentii deglutire. La mano sinistra restò salda sul volante, le nocche bianche. La destra, dopo un attimo di esitazione, mi si posò sui capelli.
Lo liberai. Era già duro, caldo, e quando lo presi in bocca emise un suono basso, strozzato, che mi fece salire un brivido lungo la schiena. L’abitacolo odoriava di pelle calda, di vino naturale e di lui. La canzone continuava, il basso vibrava sotto i sedili, e io mi presi il mio tempo. Lenta all’inizio, poi più profonda, sentendo ogni reazione del suo corpo: il modo in cui stringeva il volante, il respiro che si faceva corto, il leggero sobbalzo quando la lingua trovava il punto giusto.
«Cazzo, Fra…» riuscì a dire, la voce roca. La Mercedes sbandò impercettibilmente sulla corsia di destra. Corresse subito, ma il piede sull’acceleratore tremava.
Non accelerai. Non gli diedi il ritmo che voleva. Glielo tolsi e glielo ridetti quando volevo io, godendomi il potere semplice e totale di tenerlo così, sospeso tra il piacere e la paura di perdere il controllo della macchina. Ogni tanto alzavo gli occhi e lo guardavo, il profilo della mascella contratto, lo sguardo fisso sull’asfalto illuminato dai fari, le labbra semiaperte.
Quando sentii che era vicino, rallentai di proposito. Lo lasciai sul bordo. Poi ripresi, più profonda, fino a quando non emise un gemito basso e la mano nei miei capelli si strinse. Il suo piacere esplose nella mia bocca.
Mi staccai solo quando i cartelli indicarono l’uscita per Rho.
Mi rialzai lentamente, mi passai il dorso della mano sulle labbra e mi sistemai i capelli. Lui respirava ancora a fatica, gli occhi un po’ vitrei, le mani che stringevano il volante come se fosse l’unica cosa solida al mondo.
Davanti al Green Bar c’era posto. Parcheggiò di traverso, spegnendo il motore con un gesto quasi meccanico. Il silenzio nell’abitacolo fu improvviso e denso.
Mi sporsi e lo baciai, lasciandogli il sapore di quello che gli avevo appena fatto.
«Sai che questa serata la pagherai cara e salata a casa tua, vero?»
Lui mi guardò. Aveva le pupille dilatate e un sorriso storto, quasi stordito.
«Non vedo l’ora.»
Mi leccai le labbra, ancora a un centimetro dalle sue.
«Sì?» chiesi, con la voce da gatta in calore.
«Sì.»
«Allora preparati a non dormire.»
Lo baciai un’ultima volta, breve e proprietaria, poi aprii lo sportello e scesi. L’aria calda di Rho mi investì. Dall’interno del Green Bar arrivavano risate e il suono di un jukebox.
Edoardo scese dall’altra parte, ancora visibilmente scosso, e mi raggiunse. Gli presi la mano.
«Andiamo, piccolo,» dissi. «Adesso fai bella figura. Poi, più tardi, ti faccio pagare tutto.»