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(Muse - Be With yuo)
POV: Edoardo
Luogo: Bar Paradiso
Data e Ora: Venerdì 14 agosto 2026, ore 21:30
Se c’è una cosa che impari lavorando otto ore al giorno sui bancali, è capire subito come si distribuiscono i pesi. Se carichi male un pallet, al primo angolo ti si rovescia tutto addosso.
Con le persone è la stessa cosa. E quella sera, mentre spegnevo il motore della sua Mercedes a un isolato dal locale, il peso era tutto sbilanciato dalla sua parte.
Lo vedevo da come stringeva la borsa sulle ginocchia. Le nocche erano bianche. Aveva passato l’ultima mezz’ora in macchina, seduta sul sedile del passeggero, a parlare del più e del meno, ma il suo respiro era corto, superficiale. Era in assetto da guerra.
«Tutto a posto?» le chiesi, tirando il freno a mano e slacciandomi la cintura.
Lei si voltò a guardarmi. Aveva un vestito nero che le stava cucito addosso e quello sguardo affilato, quasi spietato, che le avevo visto addosso la prima volta fuori da yoga.
«Certo,» disse, con un sorriso un po' stanco. «Questo è un posto dove venivo sempre. Un sacco di tempo fa.»
«Quanto tempo fa?»
«Due anni.» Si sistemò una ciocca invisibile dietro l’orecchio. «Con Carlo. Praticamente avevamo il tavolo fisso. Dopo il divorzio sono venuta sempre meno, quando ho capito che non facevo più parte di questo circo.»
Ci venivo con Carlo.
Ecco cos’era.
Scendemmo dall’auto. Avevamo parcheggiato la Mercedes vicino a Porta Romana. Mentre camminavamo, mi tornarono in mente le parole con cui mi aveva descritto il posto poco prima, in macchina.
«Questo circo?» chiesi, dubbioso, riprendendo la sua ultima frase mentre svoltavamo l’angolo.
Lei si girò. Il vento caldo di metà agosto le scompigliava i capelli, e lei alzò una mano per tenerseli fermi. Puntò i suoi occhi nei miei, esattamente come faceva sempre, e per una frazione di secondo mi mancò il fiato. Era un gesto così naturale, ma aveva la forza di un pugno allo stomaco.
Rallentò il passo, affiancandosi.
«Beh, piccolo…» iniziò, con un tono improvvisamente serio. Troppo serio. «Le persone ti valutano secondo quello che pensano loro. Io ero sposata ed ero una mamma. Frequentare quel posto dopo il divorzio era come dire a tutti, costantemente, quanto fossi stata scema a lasciare un buon partito come Carlo.»
Aggrottai la fronte. Non facevo parte di quel mondo fatto di apparenze e tavoli fissi, e quelle logiche mi sfuggivano.
«In… che senso?» chiesi ancora.
Francesca sospirò, visibilmente infastidita. Probabilmente per essersi appena infilata in un discorso da donna adulta e rassegnata.
«Nel senso che una mamma single, secondo loro, non va in giro da sola. Si deve per forza trovare un altro uomo per avere il diritto di andare in posti come questo.»
«Ah…» mormorai, abbassando lo sguardo sulle mie scarpe da ginnastica. Mi sentii di colpo fuori posto, o forse solo troppo distante dalle miserie di quella gente.
Lei se ne accorse subito. Fece uno strano fischio, un suono leggero per richiamare la mia attenzione, e mi prese la mano. Il contatto con le sue dita era caldo, elettrico.
«Lasciamo stare questi discorsi però, vuoi?»
Il tono aspro di un attimo prima era sparito, spazzato via da un guizzo di pura malizia. Si sporse, mi stampò un bacio veloce sulla guancia e mi fece l’occhiolino.
«Piuttosto, che fai quando vuoi divertirti davvero? Yoga con Nicol?»
La tensione si sciolse all’istante, strappandomi un mezzo sorriso. Ma l’effetto durò solo fino a quando non arrivammo a pochi passi dalla famosa tenda rossa.
Oltre l’ingresso si intravedeva il locale: luci soffuse, tavolini in ferro battuto e gente che parlava con il tono di voce di chi ha i soldi per non dover mai urlare. L’aria cambiò, facendosi improvvisamente più pesante, esclusiva.
Mi fermai di colpo, trattenendola per la mano.
«Vado a vedere musica dal vivo,» sbottai all’improvviso, rispondendo alla domanda che mi aveva fatto poco prima, come per aggrapparmi a qualcosa di mio. Parlavo in fretta. «Rock, per lo più. Non amo ballare in discoteca, anche se ogni tanto gli amici mi ci hanno trascinato.»
Francesca si fermò. Intuì, o per lo meno diede la netta impressione di aver capito perfettamente il mio stato d’animo. La sua espressione si ammorbidì.
«Poco alla volta,» sussurrò, accarezzandomi il dorso della mano con il pollice. «Non dobbiamo fare tutto in una volta sola.»
Si avvicinò di un passo. «Rilassati. Sei con me, no?»
Fece un sorriso bellissimo. I suoi occhi brillarono, riflettendo la luce gialla del lampione sotto cui ci eravamo fermati. Era magnetica.
Eppure non mi feci ingannare.
Nemmeno lei era a suo agio. Lo vedevo chiaramente dalla tensione che le irrigidiva le spalle.
Nicol mi aveva insegnato a regolare il respiro, a farlo scendere nell’addome per calmarci. Francesca, invece, in quel momento respirava nel modo più sbagliato possibile: poco, di petto e velocemente. Era tesa come una corda di violino pronta a spezzarsi.
Stava solo cercando di farsi coraggio.
Così feci un respiro profondo io, per entrambi. Le strinsi la mano.
Poi varcammo l’ingresso.
Il tizio all’accoglienza stava scorrendo una lista sull’iPad. Alzò lo sguardo, pronto a fare il solito sorriso di circostanza, ma gli morì sulle labbra.
«Francesca?» sbottò, sbattendo le palpebre come se avesse visto un fantasma. «Francesca Curtis?»
«Ciao, Leo,» rispose lei. La sua voce era un rasoio. Fredda, perfetta, controllata. «C’è posto per due?»
Leo ci mise qualche secondo a riprendersi. Poi il suo sguardo scivolò da lei a me. Mi inquadrò: maglietta scura, niente camicia, ventun anni scritti in faccia, le spalle larghe di chi muove scatoloni e non scartoffie. Il suo cervello da PR andò in cortocircuito.
Stava cercando Carlo. O una versione sbiadita di Carlo. E invece c’ero io.
«S-sì, certo. Ti do il tavolo in fondo alla vetrata. Quello… quello di sempre?»
«Perfetto.» taglio corto Francesca.
Mentre seguivamo Leo tra i tavoli, sentii il locale reagire al nostro passaggio. Non fu una cosa rumorosa. Fu il brusio che calò di mezza ottava. Fu il rumore dei cubetti di ghiaccio nei bicchieri che si ferma per un istante.
Notai un paio di donne sui quarant’anni al bancone, con i loro cocktail colorati in mano. Si diedero una gomitata. Un uomo con la camicia di lino si voltò di scatto, aprì la bocca per salutarla, ma poi vide me e la richiuse, abbassando gli occhi sul suo telefono.
Francesca camminava a testa alta, ma io, che stavo mezzo passo dietro di lei, le vedevo le scapole tese. Stava trattenendo il respiro. Stava reggendo lo sguardo di tutto il locale da sola.
Mi affiancai.
Non dissi una parola. Non serviva. Allungai semplicemente il braccio e le piazzai una mano aperta sulla bassa schiena, proprio dove la stoffa del vestito le si appoggiava alla pelle.
Sotto il palmo della mia mano, sentii i muscoli di Francesca rilassarsi di colpo. Fu una frazione di secondo. Si appoggiò impercettibilmente al mio tocco, come se le avessi appena tolto dieci chili dalle spalle.
Un tizio brizzolato, seduto al tavolo vicino al nostro, si alzò in piedi. Aveva l’aria di uno che si sentiva in dovere di fare gli onori di casa.
«Francesca! Ma da quanto tempo… pensavo avessi cambiato vita.»
Francesca si fermò. Si voltò verso di lui, senza allontanarsi dalla mia mano. Adesso il sorriso era più fermo, più rilassato, più vero. Brillava di una luce cattiva, magnifica.
«L’ho fatto, Riccardo,» rispose, con una voce che tagliò l’aria del locale a metà. «L’ho fatto eccome.»
Poi si sedette al tavolo, accavallando le gambe, e mi guardò.
Mi sedetti di fronte a lei, appoggiando i gomiti sul legno scuro del tavolo.
«Che gruppi ascolti?» mi chiese, tirando fuori lo smartphone dalla borsa per scansionare il QR code del menu.
Piegò leggermente la testa di lato, seguendo la lista dei drink sullo schermo. Dopo due secondi sospirò, lasciando andare un mezzo sorriso amaro.
«Mmh… non è cambiato nulla. Gli stessi vini di sempre, ma il prezzo è quasi il doppio. Ebbravo Leo…»
«Quasi solo musica inglese,» risposi, mentre con lo sguardo continuavo a ispezionare il locale, studiando le facce della gente attorno a noi e la distanza tra i tavoli. «I Muse sono il mio gruppo preferito. Il disco di quest'anno poi è particolarmente bello.»
Tornai a guardarla, incrociando il suo sguardo curioso oltre lo schermo del telefono.
«Li conosci?»
Francesca si guardò in giro a sua volta, poi posò di nuovo lo sguardo su di me. Guardò il mio entusiasmo pulito, quello con cui le avevo appena parlato dei Muse, e le si dipinse in volto un sorriso strano. Un sorriso leggero, ma impregnato di una stanchezza antica.
«Assolutamente si! Anzi,» disse, con una voce che sembrava venire da lontano, da stanze vecchie e decisioni già prese. «Sono pure andata a vederli, al London Stadium, giugno 2019. È stato il mio ultimo tentativo di fare una cosa speciale con l'uomo che poi è diventato il mio ex marito.»
Sgranai gli occhi, quasi incredulo. «Davvero? Eri lì?»
«Già. C'era Tom Morello ad aprire il concerto, una folla oceanica, luci al neon ovunque e un robot gigante sul palco. Ricordo che ballavo tra le tribune pensandomi felice, convinta di aver trovato l'uomo della mia vita.»
Fece una breve pausa, guardandomi dritto negli occhi, divertita dall'ironia spietata del tempo.
«Tu quanti anni avevi nel 2019? Quattordici? Probabilmente eri a casa a fare i compiti di terza media mentre io cercavo di salvare un matrimonio che è naufragato tre anni dopo.»
Trattenni il respiro per un secondo, cercando nella testa le parole giuste per risponderle senza sembrare il solito ragazzino ferito nell'orgoglio.
Ma prima che potessi dire qualsiasi cosa, Francesca se ne accorse. Il suo sguardo si addolcì e la piega amara sul suo viso scomparve. Allungò la mano sul tavolo e mi appoggiò due dita sotto il mento, un gesto che le avevo visto fare ormai diverse volte, delicato ma complice.
«Scusa, Edo,» disse, con una sfumatura di sincero dispiacere nella voce. «Sono stata una stronza. Cancella la domanda.»
Poi sbloccò lo schermo del suo smartphone e me lo porse attraverso il tavolo, spazzando via lo spettro del 2019 con un solo gesto.
«Anzi… scegli tu il vino, ti va?»
Presi il suo iPhone. Sullo schermo la lista del Bar Paradiso era un labirinto di produttori sconosciuti, senza un solo brand famoso a farmi da salvagente. Più scorrevo col pollice, più l'ansia da prestazione aumentava. Cercai di darmi un tono da uomo vissuto:
«Prendiamo... un rosso strutturato? Un Chianti Classico?»
Francesca trattenne un sorriso. Allungò un dito e bloccò lo scorrimento del mio pollice proprio su una sezione specifica: Metodo Ancestrale (Pet-Nat).
Si sporse appena, avvicinandosi per non farsi sentire dal tavolo accanto. Il suo profumo mi travolse.
«Guarda qui,» mi sussurrò. «Ricordi cosa mi dicevi prima sui Muse? Che ti piace l'energia grezza dell'ultimo album, l'elettronica sporca e non commerciale. Ecco, il vino naturale è esattamente così. Niente chimica o grandi distribuzioni. È rock and roll.»
Mi guardò dritto negli occhi, divertita dalla sua stessa metafora. L'ansia svanì all'istante, spazzata via da quel brivido di pura complicità.
«Allora aggiudicato,» dissi, restituendole lo smartphone con un sorriso. «Andiamo di rock and roll.»
Poi, lasciando che le parole uscissero prima che potessi fermarle, le chiesi: «Ma come fai?»
Lei alzò le sopracciglia, sorpresa. «Come faccio a fare cosa?»
«Ad essere sempre così… pronta di spirito. A dire la cosa giusta, a sapere esattamente quando alleggerire la tensione.»
Mi risistemai sulla sedia, allontanandomi di qualche centimetro. Starle così vicino, con quel vestito, il suo profumo e la pelle scoperta, mi stava facendo salire una voglia che rischiava di fregarmi e farmi perdere il controllo.
Francesca se ne accorse subito. Ma invece di darmi spazio, fece l'esatto contrario: si sporse sul tavolo e mi prese sottobraccio. Sentii la morbidezza del suo seno premere con decisione contro il mio braccio, un contatto caldo che spazzò via ogni mio tentativo di mantenere la distanza.
«Sai che di solito non sono così?» sussurrò, con la voce che le si era fatta bassa, intima. «Credo sia perché... sto davvero bene con te, Edo.»
Mi si avvicinò al viso, lo sguardo piantato nei miei occhi, arrivando a un millimetro dalle mie labbra con il chiaro, inequivocabile intento di baciarmi.
In quel secondo preciso sentii tutta la pressione del locale adagiarsi sulle mie spalle. Avvertii gli sguardi degli uomini al bancone, il mormorio che si spegneva ai tavoli vicini, il Bar Paradiso che ci fissava pronto a giudicare la "moglie di Carlo" insieme a un ventunenne con le scarpe da ginnastica.
Fu un attimo. Invece di farmi schiacciare, con un impeto improvviso di puro orgoglio azzerai l'ultimo millimetro e la baciai.
Il bacio fu breve ma assordante. Quando le mie labbra staccarono le sue, nel locale si era fatto un silenzio quasi innaturale.
Proprio in quel momento arrivò il vino, portato direttamente da Leo, il proprietario. Bisogna ammetterlo: era un bel pezzo d'uomo. Spalle larghe, mento squadrato, occhi chiarissimi e una testa rasata che gli dava un'aria curata e dominante.
Depositò i due calici sul tavolo con una lentezza studiata, guardando Francesca dall'alto in basso con un sorriso sornione.
«Allora, Francesca?» esordì, con il chiaro, velenoso intento di metterla in soggezione davanti a me e al resto della sala. «Come sta andando la tua nuova vita? Seguo i tuoi eventi su Commehome. Ti diverti con questo genere di... passatempi?»
Francesca non fece una piega. Si alzò lentamente dalla sedia, rompendogli la distanza di sicurezza e piantandosi a un centimetro dal suo petto.
«Commehome è un divertimento che mi concedo per pulirmi dalla spazzatura che Carlo mi ha fatto ingoiare per tre anni,» disse con una voce liquida, affilata come un bisturi. Poi inclinò la testa, sfoderando un sorriso spietato. «Ma tu dovresti saperlo bene, Leo. Visto che a ogni singolo evento a cui partecipo ci sei sempre tu nei miei messaggi a pregare per una mia presenza che non ti ho mai concesso. Vuoi che lo dica un po' più forte, così lo sentono anche al bancone?»
Colpito e affondato, pensai.
Leo sbarrò gli occhi. Gli cadde la maschera da padrone di casa e si grattò la testa pelata, balbettando qualcosa di incomprensibile. Posò la bottiglia sul tavolo con una fretta ridicola e se ne andò a zampe levate, sconfitto su tutti i fronti.
Francesca si risedette al mio fianco. Non di fronte: proprio attaccata a me. Sentii il suo fianco spingere con decisione contro il mio e le sue gambe accavallarsi sopra la mia, una presa calda e possessiva che mi fece girare la testa.
Mandammo giù il primo bicchiere quasi alla goccia, in fretta, mentre l'adrenalina ci bruciava ancora nelle vene. Poi lei si girò verso di me. Si avvicinò all'orecchio, sfiorandomi il lobo con le labbra.
«Beh... quindi mi fai vedere casa tua?»
Lo disse con una tranquillità disarmante, come se mi stesse proponendo di fare quattro passi in Piazza Duomo. Ma per me fu come se qualcuno mi avesse piantato una lama nel basso ventre e l'avesse tirata su fino allo stomaco. Un miscuglio violento di desiderio e panico puro. Finimmo la bottiglia con una fretta quasi disperata. Mentre l'alcol e l'adrenalina mi offuscavano i sensi, rovesciai la testa all'indietro e la fissai:
«S-sì... certo!» risposi, totalmente sopraffatto.
«Allora andiamo?» disse lei, con una nota di sottile impazienza nella voce.
Nella mia testa esplosero mille domande contemporaneamente. La prima, devastante: E tua figlia? Stasera non dovresti essere con Silvia? Ma le ingoiai tutte. Non volevo fare la figura del ragazzino psicopatico che si fa i film prima ancora di uscire dalla porta.
Così mi alzai, le presi la mano e uscimmo dal locale sotto gli sguardi sbalorditi della Milano bene.
Appena varcata la soglia, mentre la tenda rosa si richiudeva alle nostre spalle e l'aria calda di agosto ci investiva la pelle, Francesca si fermò un istante, si voltò a guardare la vetrata del Bar Paradiso e poi fissò i suoi occhi nei miei.
«Vedi, Edo?» sussurrò, con una cattiveria bellissima che le illuminava lo sguardo. «Il passato pensa sempre di poterti riprendere. Sta a te mostrargli che non si può permettere nemmeno di guardarti.» e fece il dito medio nella direzione del locale.