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← Troppo grande per me

Creato il 14/09/2026, 04:48 · Aggiornato il 14/09/2026, 04:48

Capitolo 16: Quello sguardo di troppo

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

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POV: Francesca Curtis

Luogo: Copyar, Rho

Data e Ora: Mercoledì 12 agosto 2026, ore 8:30

Iniziavo alle otto e mezza.

Ma, in magazzino erano già lì da un’ora.

Davanti al capannone c’era un grosso camion parcheggiato di traverso, il motore ancora caldo. Si sentiva il rumore sordo del muletto che andava avanti e indietro. Angelo, il capo magazziniere, stava firmando una bolla d’accompagnamento appoggiata sul cofano, con la penna che scorreva veloce e la fronte sudata.

Fabrizio, il responsabile del magazzino, era lì vicino. Perennemente con la sigaretta in bocca. Un viscido di quelli che fanno finta di essere dei bravi ragazzi, ma che venderebbero pure la mamma per una bancale in più. Quanti me ne ero fatti, di falliti come lui.

L’avevo conosciuto il primo giorno di lavoro. Essendo un referente di reparto mi era stato presentato ufficialmente. Da allora, invece di mandarmi le bolle via mail come avrebbe dovuto, si presentava ogni volta di persona con gli originali in mano. Ogni santo giorno. E ogni santo giorno, mentre me li passava, mi sfiorava le dita. Poi mi offriva il caffè.

Io me lo facevo offrire. Tassativamente. Più per sport che per reale interesse. Ero ancora in prova, e uno dalla mia parte faceva sempre comodo. Lui annusava la possibilità, io gliela lasciavo annusare. Niente di più.

Mi vide scendere dalla Mercedes e subito mi venne incontro, già sorridente.

«Francesca, buongiorno.»

Quando scesi dalla macchina, però, restò di sasso.

Ero particolarmente in forma quella mattina .

Vestito rosso, scollato sulla schiena, cortissimo sulle cosce. Una settimana di corse ogni mattina aveva fatto il suo lavoro: le gambe erano più toniche, più definite. Prima di uscire di casa mi ero passata un velo d’olio corpo, leggero che usavo quando volevo che la pelle riflettese la luce invece di assorbirla. Non farla brillare in modo volgare: semplicemente farla sembrare più liscia, più viva, come se il sole la accarezzasse di più.

Occhiali da sole scuri.

Chignon strettissimo, tirato all’indietro senza una ciocca fuori posto.

Lo ammetto.

Il mio obiettivo non era Fabrizio.

Il mio obiettivo era un certo mulettista ventunenne che in quel momento stava caricando il grosso camion diretto in Germania.

Feci la carina. Ero un fenomeno in quello.

«Gia al lavoro, vero?», mentre parlavo con Fabrizio, feci finta che qualcosa mi si fosse appiccicato al ginocchio. Mi inclinai in avanti, verso di lui, abbastanza da esibire lo scollo sul seno. Il vestito rosso fece il resto.

Fabrizio balbettò.

«Sì… sì, d-dieci minuti e ti porto la bolla…»

«Ti aspetto.» sorrisi disponibile.

Mi avvicinai di un altro passo, gli appoggiai la mano destra sull’avambraccio e mi tolsi gli occhiali da sole. Lo fissai dritto negli occhi, con quel mezzo sorriso che sapevo usare bene.

«Ma dimmi, Fabry…»

Lui era già tutto ringalluzzito, convinto che fossi lì per fare conversazione con lui.

«Quel nuovo mulettista… come si chiama?»

Feci la vaga, come se il nome mi fosse sfuggito.

«Chi?» chiese lui, ancora più contento. «Edoardo?»

Annuì distrattamente, senza smettere di guardarmi.

«Sì. È un bravo ragazzo. Ligio, responsabile. Non sbaglia mai un colpo.»

«Non t’ho chiesto se lavora bene.» dissi ridendo apertamente.

Abbassai la voce e mi avvicinai ancora di un poco.

«Com’è? Voglio dire… caratterialmente?»

Lo chiesi come se fosse un segreto di Stato.

Fabrizio si grattò la nuca. Era evidentemente a disagio, e secondo me già completamente eccitato. In quel momento era irrimediabilmente nelle mie mani. Avrei potuto chiedergli di lasciare la moglie quella mattina e scappare con me in Brasile, e sono sicura che l’avrebbe fatto.

Mentre continuavo a tenerlo in pugno, allungai la coda dell’occhio oltre la sua spalla, verso l'interno del capannone. Cercavo la sagoma di Edoardo sul muletto. Finsi di tamburellare con le dita sugli occhiali da sole per inclinare la testa nella sua direzione: volevo capire se l'impatto di quel vestito rosso e della pelle lucida d'olio fosse arrivato fino a lui, o se fosse troppo concentrato sui bancali per accorgersi della scena.

«Ah, Edo?» disse. «È uno a posto. Mai una parola fuori posto. Serio, disponibile, simpatico… un po’ sulle sue. A pranzo sta sempre in disparte.»

Avevo quello che mi serviva.

«A dopo,» dissi, perdendo subito ogni interesse.

Essendo una brava ragazza, fondamentalmente, gli concessi un piccolo gesto di manianimità, e gli dissi:

«Ti aspetto per il caffè.»

Poi mi allontanai sculettando.

Almeno aveva qualcosa in cambio per i gossip che mi aveva fornito gratis.

Salii le scale di ferro con lo stesso passo sicuro di sempre.

Cartella sottobraccio, tacchi che battevano leggeri sul metallo, chignon ancora perfetto. Nessuno, guardandomi, avrebbe potuto immaginare che dentro avevo la testa altrove.

In ufficio l’aria era già da fine estate. Poche telefonate, pochi clienti, la sensazione che tutto stesse rallentando prima della chiusura. Mi sedetti, accesì il computer, aprii le mail. Ero efficiente. Precisa. Sorridente quando serviva.

Ma ogni volta che dal magazzino arrivava il rumore del muletto, o una risata, o il tonfo di un bancale posato a terra, alzavo gli occhi.

Edoardo era laggiù.

Lo vedevo a tratti, attraverso la vetrata: chinato su una bolla, poi dritto sulla pedana del muletto, poi mentre parlava con uno degli operai più giovani. Gesti sobri, schiena dritta, quella concentrazione quieta che mi aveva colpito fin dalla prima sera. Non faceva teatro. Non alzava la voce. Sembrava semplicemente presente.

Lo osservavo di sfuggita. Due secondi, tre al massimo. Poi tornavo alle mail.

Mi costringevo.

Marco, il collega, ci riprovò verso le undici. Si avvicinò alla mia scrivania con quel sorriso che conoscevo troppo bene, quello da “forse oggi è il giorno giusto”.

«Contessa, oggi sei… particolarmente luminosa. Hai fatto qualcosa di speciale nel weekend?»

Risposi senza nemmeno alzare lo sguardo dal monitor.

«Ho corso. E ho dormito poco. Nient’altro.»

Lui insisté, più leggero del solito.

«Dai, una sera di queste…»

«Marco.» Alzai finalmente gli occhi, ma solo per un attimo. «Se proprio devi farmi una proposta, almeno aspetta che abbia finito il caffè. Altrimenti rischio di accettare per disperazione, e poi mi pento.»

Rise, alzò le mani e tornò al suo posto.

Io restai ferma con le dita sospese sulla tastiera.

Di nuovo, come il giorno prima tutta quella manfrina, mi era sembrata stanca.

Non noiosa. Stanca.

Il solito gioco, le solite battute, lo stesso piccolo potere che esercitavo da anni sui colleghi maschi… non mi dava più nessun brivido. Niente. Solo un senso di automaticità, come ripetere una coreografia che conoscevo a memoria e che ormai non mi faceva più battere il cuore.

Guardai di nuovo verso il magazzino.

Edoardo stava caricando l’ultimo pallet sul camion.

La maglietta scura gli si era appiccicata un poco alla schiena per il caldo. Si fermò un secondo, si passò un avambraccio sulla fronte, poi riprese.

Io abbassai lo sguardo.

A pranzo scesi in mensa con il vassoio già deciso: insalata, una fetta di pane, acqua. Niente di più.

Lui era dall’altra parte della sala, seduto con due operai. Ridevano di qualcosa. Uno di loro gli diede una pacca sulla spalla e indicò verso di me.

Le solite cose che si fanno quando passa una bella donna in tiro. C’ero abituata. E specialmente quella mattina ero lì proprio per quello, alla fine.

Ma Edoardo scosse la testa, sorrise di lato, e tornò a mangiare.

Senza guardarmi.

O almeno, io non me ne accorsi.

Mi sfuggì un «maledetto» a mezza voce, tra i denti.

Non alzò gli occhi.

Io neanche.

Finii in fretta, lasciai il vassoio e risalii le scale senza voltarmi.

Il vestito rosso mi seguiva nei movimenti, la pelle delle cosce ancora leggermente lucida dall’olio del mattino. Sapevo di essere bella. Sapevo di aver fatto colpo su Fabrizio, su Marco, probabilmente anche su qualche operaio che mi aveva guardata scendere dalle scale e andare a pranzo.

Ma l’unico sguardo che mi interessava non era arrivato.

E questo, più di ogni altra cosa, mi stava togliendo il piacere di tutto il resto.

Nel pomeriggio arrivarono altri messaggi.

Giampiero per primo:

Sabato sera. After privato. Atelier in Isola. DJ set, poca gente selezionata. Dai che vieni.

Poi due o tre contatti della rete Comehome. Le solite proposte, le solite facce, le solite promesse di una serata “diversa”.

Risposi a Giampiero con un semplice «forse».

Non aprii nemmeno gli altri.

Verso le cinque iniziai a spegnere il computer.

Stavo chiudendo l’ultima mail quando, dalla vetrata, lo vidi uscire dal magazzino.

Edoardo.

Zaino in spalla, maglietta scura ancora un po’ umida di sudore, il passo lungo e quieto di chi ha finito il turno e non ha fretta di arrivare da nessuna parte. Camminava verso il cancello insieme a un paio di colleghi, ma restava leggermente discosto, come sempre.

Per un attimo l’impulso fu fortissimo.

Alzarmi. Scendere le scale di ferro. Intercettarlo prima che sparisse. Dirgli qualsiasi cosa: un saluto, una scusa, una battuta, anche solo il suo nome.

Non lo feci.

Restai ferma alla finestra, le dita ancora posate sulla tastiera spenta, e lo guardai allontanarsi.

Finché non scomparve dietro il cancello.

Solo allora spensi tutto e uscii.

A casa Silvia era già chiusa in camera.

Dalla porta filtrava la musica bassa delle sue cuffie. Non uscii a salutarla. Lei non uscì a salutarmi.

Cennai da sola in cucina: una piadina scaldata in fretta, due pomodorini, mezzo bicchiere di vino bianco.

Poi mi spostai sul divano con il resto della bottiglia.

Il soggiorno era in ordine. Troppo in ordine.

L’odore di detersivo di due giorni prima era quasi sparito, sostituito solo dal caldo fermo di agosto e dal silenzio.

Mi versai un altro sorso e lasciai che i pensieri facessero quello che volevano.

Una frase iniziò a girare nella testa.

Lenta, ostinata, scomoda.

Se non lo vedo prima che parta per le ferie, poi chissà quando.

La scacciai.

Mi costrinsi a pensare ad altro: al lavoro ancora da chiudere, all’after di sabato, a Silvia, a una possibile settimana al mare, a qualsiasi cosa.

Non ci riuscii.

La frase tornava.

Più chiara.

Più pesante.

Mi alzai, camminai fino alla finestra, guardai il cortile buio.

Poi tornai a sedermi.

Il bicchiere era quasi vuoto.

Edoardo non aveva il mio numero.

Io non avevo il suo.

E venerdì era l’ultima lezione prima della chiusura estiva.

La frase, a quel punto, non era più solo un pensiero.

Stava diventando una decisione.

Suonò il campanello alle sette e venti.

Aprii senza sapere chi fosse.

Sulla soglia c’era Alex.

Non sapevo nemmeno che sarebbero usciti insieme quella sera, ma mi andava bene. Erano giovani. Meglio uscire piuttosto che fare la muffa in casa. Probabilmente sarebbero finiti in qualche parchetto qui intorno a limonare. Buon per loro. Adesso capivo perché Silvia quella sera, si era curata particolarmente: mi aveva addirittura chiesto, in modo strano per lei, consigli su cosmetici e su come vestirsi. Come se a sedici anni, con quel corpo e con madre natura dalla sua parte, ne avesse davvero bisogno.

Alex — Alessandro Miglio — aveva diciotto anni. Alto, capelli scuri, quel tipo di bellezza pulita e un po’ impacciata che piace tanto alle sedicenni. Lo conoscevo da quando ne aveva dodici: i suoi genitori erano stati amici di Carlo, prima della separazione. Silvia c’era rimasta sotto subito. Lui ci aveva messo tre anni a capirlo e a provarci per davvero. Adesso stavano insieme da un anno.

«Ciao, Alex.»

Lui aprì bocca per rispondere, ma restò fermo.

Gli occhi gli si allargarono di un millimetro mentre mi guardava. Non era uno sguardo da cascamorto. Era sorpresa pura, quasi involontaria. Come se non si aspettasse di trovarmi così: a piedi nudi, con un semplice ma leggerissimo vestitino da casa che lasciava indovinare più di quanto mostrasse.

Lo notai.

Ovviamente lo notai.

«Silvia!» chiamai verso il corridoio, un po’ più forte del necessario. «È arrivato Alex.»

Sentii la porta della camera aprirsi. Silvia apparve in fondo al corridoio con la borsetta già in spalla. Arrivò fino a noi e, prima di salutare il ragazzo, fece una cosa precisa: guardò Alex, poi guardò me, poi di nuovo Alex.

Aveva visto tutto.

Il silenzio durò forse due secondi. Non di più. Ma fu sufficientemente lungo perché tutti e tre capissimo.

Silvia passò davanti a me, prese Alex leggermente per il polso e disse solo:

«Andiamo.»

Alex balbettò un «Buonasera, signora Curtis» e la seguì fuori.

Chiusi la porta.

Povero Alex, pensai.

Quella sera, probabilmente, Silvia quello sguardo di troppo a sua madre glielo avrebbe fatto pagare caro e salato.

Restai ferma nell’ingresso con la schiena appoggiata al legno.

Lo sguardo di quel ragazzo mi era rimasto addosso come un’impronta. E, peggio ancora, ci era rimasto lo sguardo di mia figlia.

Scossi la testa e risi di me' stessa e pensai: Basta giocare in difesa. Basta accontentarsi delle briciole o avvelenare l'aria di casa mia per un po' di vanità a buon mercato. Se dovevo rischiare, se dovevo sporcarmi le mani e mettere in gioco la mia vita ordinata, l'avrei fatto per l'unica cosa che valeva davvero la pena desiderare.

​Fu lì, nel silenzio di quel soggiorno troppo pulito, che smisi di esitare.

Venerdì sera sarei andata al Ciclo Viola. E mi sarei presa Edoardo.

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