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POV: Francesca Curtis
Luogo: Via Olivetti 8, Milano
Data e Ora: Lunedì 10 agosto 2026, ore 7:30
Mi svegliai alle sette e mezza con la bocca pastosa e il pensiero che subdolamente virava su Edoardo e a quella notte qui a casa mia e al suo tocco ancora stampato sulla pelle.
La casa era un disastro.
Cuscini per terra, bicchieri ovunque, una bottiglia di vino rovesciata sul tappeto del soggiorno e due calzini maschili abbandonati vicino al frigorifero.
Domenica sera avevo organizzato una cena. Quindici persone scelte con cura: sette donne più me e sette uomini. Tutti divorziati, tutti tra i quaranta e i cinquanta. Sushi, buona musica, cibo decente e vino come se piovesse.
Era stata una delle serate più piatte della mia vita.
Le donne a lamentarsi degli uomini che pensano solo a una cosa e che non sono affidabili. Gli uomini tutti sulla difensiva, a giustificarsi o a fare battute di merda. Io annuivo, sorridevo, versavo da bere, e dentro di me contavo i minuti.
Alle quattro di mattina la situazione era degenerata come sempre: una coppia in camera da letto, un’altra nello studio, due che limonavano sul divano.
Io stavo fumando da sola sul balcone, inorridita dal piattume di quelle donne e di quegli uomini della mia età. Sconfitti dalla vita, arresi, eppure ancora lì a lamentarsi e a giustificarsi come se qualcuno li ascoltasse davvero.
Sentii una leggera pressione sulla schiena nuda, proprio dove il vestito lasciava scoperta la pelle.
Giampiero mi si affiancò con una spallata leggera, quasi affettuosa. Aveva già la sigaretta in bocca. Gliela accesi con l’accendino che fino a un attimo prima mi ero girata tra le dita, mugugnando tra me e me.
«Che fai?» chiese aspirando il fumo.
«Mi vergogno di noi quarantenni.»
Lui non colse. O fece finta di non cogliere. Restò in silenzio un secondo, guardando la città sotto di noi.
Poi, senza girarsi:
«L’hai più visto?»
La mia espressione dovette diventare quella di una pantera sul punto di azzannare. Lo sentii dal modo in cui lui alzò appena le mani.
«Il ragazzino, intendo.»
Scossi la testa. Un no silenzioso. I capelli mi undularono sul collo.
Giampiero tirò una boccata e parlò piano, cercando le parole.
«È che… sembravi felice. A tuo agio. L’altra sera.» Lo disse con un tono leggero, ma le parole erano dannatamente pesanti.
«Giampi…»
Il tono era di ammonimento, ma debole. Perché aveva ragione. Ero stata bene. Sui Navigli. E qui, a casa mia, con Edoardo. Meglio di quanto volessi ammettere.
«Sto cercando di non pensarci,» dissi, chiudendo il discorso.
«Mmh.»
«Cosa?»
«Boh.» Si strinse nelle spalle. «Non è da te. Di solito ti prendi quello che ti piace e basta.»
Mi fissò un attimo, poi mi fece passare un braccio intorno alle spalle e mi strinse. Un abbraccio da amico vero, senza secondi fini.
Io appoggiai la testa sulla sua spalla e restai così, a guardare le luci di Milano che tremolavano nel caldo.
«Di solito sì,» mormorai.
Adesso, a distanza di poche ore, quando mi alzai ero ancora vestita con il vestito che indossavo la sera prima.
L’odore di sesso e di alcol stantio mi salì allo stomaco.
Dovevo muovermi.
Andai in camera, mi tolsi tutto e mi infilai il reggiseno sportivo nero, gli shorts corti e aderenti, le Nike running rosa e il cappellino.
Mi raccolsi i capelli in una coda stretta alta. Mi guardai allo specchio mentre allacciavo le scarpe.
Le chiappe non sarebbero rimaste sode a lungo da sole.
Meglio ricordarselo ogni santo giorno.
Mentre mi sistemavo il cellulare al polso con il supporto da running, lo schermo si illuminò.
Silvy: Mamma siamo in viaggio arriviamo alle 10.30
Leggevo quelle poche parole e già sapevo.
Quando Silvia scriveva così, secco, senza emoji, senza punti esclamativi, era un dramma. Sarebbe arrivata incazzata nera.
Meglio che dopo la corsa, le avrei fatto trovare la casa in ordine. Poi avrei cercato di farla parlare un po’.
Impresa semplice, con una sedicenne…
Scesi nel piazzale di piazza Olivetti col passo di chi deve smaltire non solo l'alcol stantio, ma una montagna di nervoso. A quell'ora d'agosto, sotto le vetrate a specchio del palazzone della Fastweb, non c'era un'anima viva. Il cemento restituiva già il calore del giorno prima, un'afa spessa che ti si appiccicava ai polmoni al primo respiro profondo.
Feci scattare il timer sullo smartwatch, fissai il vuoto dell'asfalto e partii.
Il ritmo era serrato, più del solito. Il battito ritmico delle mie Nike rosa sul marciapiede era l'unico rumore nel raggio di un chilometro. Imboccai la discesa verso via Ortles, sentendo i muscoli delle gambe che protestavano per la notte passata in piedi e per le poche ore di sonno. Meglio così. Avevo bisogno di bruciare. Volevo sentire il bruciore fisico alle cosce per spegnere quell'altro bruciore sottile, quel prurito mentale che mi si era piantato sotto lo sterno da quando mi ero svegliata col pensiero di Edoardo.
Girai all'incrocio, passando davanti alle vetrate spente di Tropi&Co. La città intorno sembrava un guscio vuoto, una distesa di saracinesche abbassate e macchine impolverate lasciate nei controviali per le ferie. Piegai verso via Ripamonti, allungando la falcata. Il sudore cominciava a scendermi in mezzo al seno, inzuppando la fascia del reggiseno sportivo. Il sole picchiava già duro sulle spalle scoperte. I polmoni chiedevano aria, ma io spingevo ancora. Un, due. Un, due.
Svoltai a destra dentro via Serio, dove l'ombra risicata dei palazzi offriva mezzo secondo di tregua fittizia prima di restituirmi al forno della strada. Nella mia testa c'era un traffico infernale: Silvia che stava arrivando incazzata con la sua solita corazza da sedicenne, la triste carrellata di coetanei stanchi e divorziati sul mio terrazzo la sera prima, e poi lui. Edoardo. Quel modo di guardarmi che mi scompaginava i piani, la freschezza di un corpo che non portava ancora i segni delle rese. Stringevo i pugni e acceleravo, come se potessi staccare a corsa i miei stessi pensieri.
Quando rividi il perimetro pulito di piazza Olivetti, stampai uno sprint finale che mi lasciò il sapore di ferro in gola e il battito piantato nelle orecchie. Mi fermai proprio sotto la sede della Fastweb, piegata in due con le mani sulle ginocchia, il fiato corto e le gocce di sudore che cadevano a picco rovinando sul cemento rovente.
Ero distrutta, con le gambe che tremavano leggermente. Ma almeno, per mezz'ora, ero riuscita a convincermi di avere ancora il totale controllo su me stessa.
Dopo la corsa e la seconda doccia del mattino, ancora a stomaco vuoto, guardai l’ora.
Otto e trenta.
Avevo meno di due ore per sistemare il casino di casa.
Alle dieci e quaranta suonò il campanello.
Silvia entrò con il trolley in mano.
«Hey, mamma.» disse soltanto.
Gettò la borsa a terra vicino alla porta. Fece una rapida ispezione del soggiorno, una sniffata breve, manco fosse un cane da caccia, e senza aggiungere altro sparì lungo il corridoio. Un attimo dopo sentii sbattere la porta della sua camera.
Nella mia testa sarebbe dovuta andare così:
Benvenuta, bambina mia. Ti voglio bene.Ti voglio bene anche io, mamma. Mi sei mancata.
Nella realtà restai ferma in cucina, con l’odore di detersivo ancora sulle mani e il silenzio di quella porta chiusa che mi riempiva le orecchie.
Passarono dieci minuti nei quali provai a tenere il punto.
In fondo mi ero fatta un culo quadro per farle trovare la casa in ordine. In fondo ero stanca per aver passato una nottata con persone assurde. In fondo non avevo fatto niente di male: era suo padre ad averla fatta incazzare, no?
Poi, però, cercai di andare a parlarle.
Bussai piano e aprii senza aspettare risposta. Silvia era sdraiata sul letto, a pancia in su, con le cuffie giganti sulle orecchie. Riconobbi subito la canzone: Cenere di Lazza. Mi vennero i brividi a pensare che mia figlia stesse ascoltando proprio quella, ma lo stesso mi sedetti sul bordo del letto e le accarezzai i capelli, come facevo quando era piccola.
Si irrigidì all’istante.
Silvia si tolse una cuffia sola, senza guardarmi.
«Che c’è?»
«Niente. Volevo solo… sapere com’è andata.»
Lei restò in silenzio qualche secondo, gli occhi fissi sul soffitto.
«Com’è andata?» ripeté, con un tono piatto. «Il solito. Papà felice, lei che prova a farmi le confidenze e a dirmi che “siamo quasi coetanee”.»
Feci un piccolo sorriso forzato.
«Almeno ha cercato di essere gentile, no?»
Silvia si voltò finalmente verso di me. Gli occhi verdi erano freddi.
«Gentile. Certo. Mi ha chiesto se volevo andare a fare shopping insieme “come due amiche”. Mentre papà rideva come un cretino. Poi mi ha detto che capiva benissimo cosa si prova ad avere una madre… complicata.»
La parola complicata mi arrivò dritta nello stomaco.
«Silvy…»
«Lasciami stare, mamma»
Si rimise la cuffia. Io restai seduta, con la mano ancora a mezz’aria sopra i suoi capelli.
La guardai tutta imbronciata. I capelli castani lisci e perfetti, il viso ovale, quegli occhi verdi. Mia figlia era bellissima. Tutta sua madre. Avrei voluto strapazzarla come quando era piccola, coprirla di baci e di carezze, ma ogni volta che ci provavo mi allontanava dicendo che ero appiccicosa.
Allora alzai soltanto una cuffia e parlai piano.
«Guardati, Silvi. Sei bellissima. Secondo me lei era invidiosa di te per tutto il weekend.»
Silvia si voltò di scatto. Gli occhi erano freddi.
«Non chiamarmi Silvi. Adesso.»
Fece una pausa breve, tagliente.
«Cosa hai fatto ieri sera? Perché non rispondevi ai messaggi?»
Mio Dio!
Ecco chi mi scriveva a tarda notte, ma io ero troppo ubriaca per leggere lo schermo.
Una delle mie serate alla Amy Winehouse.
Mi diedi una manata sulla fronte, sentendomi improvvisamente stupida e scoperta. Con tutta l'agitazione della mattinata e la corsa, non avevo controllato il telefono.
«Avevo il telefono scarico…» provai una timida scusa.
«Mamma, non dire cazzate…»
Si rimise la cuffia sull’orecchio, si girò dall’altra parte e alzò il volume.
Rimasi seduta ancora qualche istante.
Il telefono vibrò: notifica di Just Eat. Avevo ordinato due piadine. Quella con crudo e squacquerone, la preferita di Silvia, e una vegetariana per me.
Le feci cenno con la mano, senza parlare.
Tra dieci minuti si mangia.
Poi uscii dalla stanza.
Avevo preso il lunedì di riposo. Un po’ per smaltire il burnout del weekend, un po’ per gestire il rientro di mia figlia dal mare con suo padre.
Martedì 11 agosto 2026 –
Copyar
Arrivai in azienda alle otto e venti, come sempre.
Copyar era una ditta piccola, una di quelle realtà di zona industriale di Rho che sopravvivono da anni vendendo trappole per insetti e roditori a negozi, hotel e grandi magazzini. Io ero la commerciale: clienti, preventivi, bilanci, telefonate. Avevo un solo collega d’ufficio, Marco, e il capo, il signor Bernardi, che avevo conquistato nei sei mesi che mi avevano assunto e malgrado fossi ancora in prova, già mi lasciava fare quasi tutto.
Era l’ultima settimana prima della chiusura estiva. In ufficio c’era poco da fare. In magazzino, invece, era un inferno: ultimi carichi, corrieri che telefonavano, pallet da sistemare in fretta.
Salii le scale di ferro che portavano all’area amministrativa e, senza volerlo, mi fermai un secondo sulla rampa.
Sotto, nel capannone, lo vidi.
Edoardo.
Stava parlando con due ragazzi più giovani, uno di quelli che guidava il muletto. Rideva. Poi si chinò a controllare una bolla di accompagnamento, dritto nella schiena, gesti sobri, senza la teatralità di tanti suoi coetanei. I colleghi gli davano confidenza in modo naturale, come se fosse lì da anni e non solo da qualche mese.
Restai a guardarlo più del dovuto.
Dietro il vetro della rampa, con la cartella ancora in mano, mi sentii improvvisamente ridicola. Avevo quarantasette anni e stavo spiando un ragazzo di ventuno mentre lavorava.
Mi costrinsi a entrare in ufficio.
Marco, il collega, alzò gli occhi dal computer e sorrise in quel modo che conoscevo troppo bene.
«Bentornata, Contessa. Il weekend ti ha fatto bene, si vede.»
«Marco, per piacere. Non ho ancora bevuto il caffè.»
Lui non desistette. Si avvicinò alla mia scrivania, si appoggiò con le mani sul bordo e abbassò la voce.
«Dai, Francesca. Una di queste sere usciamo. Solo noi due. Ti porto dove vuoi.»
Risposi con la solita ironia tagliente, quella che di solito bastava a chiudere il discorso.
«Marco, se proprio devo scegliere tra te e una trappola per topi, scelgo la trappola. Almeno quella fa il suo lavoro in silenzio.»
Lui rise, alzò le mani in segno di resa e tornò al suo posto.
Io restai ferma qualche secondo con le dita sulla tastiera.
Per la prima volta la scena mi era sembrata stanca. Non solo noiosa: stanca.
Il resto della mattina scorse in automatico. Telefonate, due preventivi, una mail al capo. Ero efficiente, sorridente quando serviva, precisa. Ma ogni tanto alzavo lo sguardo verso la vetrata che dava sul magazzino e cercavo quella maglietta scura, quelle spalle dritte.
A pranzo scesi in mensa aziendale.
Lui era già lì, in fondo, con un vassoio in mano, in fila con gli operai. Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono. Solo un secondo. Lui fece un cenno quasi impercettibile con la testa. Io mi voltai di scatto, rossa in volto, presi un’insalata e andai a sedermi dall’altra parte della sala, di spalle. Per non rischiare più di incontrare ne lui ne il suo sguardo.
Nel pomeriggio, mi arrivarono dei messaggi.
Giampiero:
Sabato sera after privato. Atelier in zona Isola. DJ set, poca gente. Vieni?
Poi altri due, tre contatti della rete Comehome. La solita roba.
Risposi in modo vago, senza impegnarmi.
La sera, a casa, Silvia era già chiusa in camera con le cuffie.
Mi versai un bicchiere di vino bianco e mi sedetti sul divano ancora un po’ stropicciato dalla domenica.
Sorseggiai in silenzio e mi resi conto di una cosa stupida e precisa:
Stavo aspettando un suo messaggio.
Un messaggio che non sarebbe mai arrivato, perché Edoardo non aveva il mio numero, ne io il suo.