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Creato il 06/09/2026, 09:34 · Aggiornato il 06/09/2026, 09:34

Capitolo 14: Le Vacanze

@bergadavideDavide
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POV: Edoardo Carini

Luogo: Scuola di Hatha Yoga Il Ciglio Viola – Via Bernardino Biondelli 9, Milano

Data e Ora: Venerdì 14 agosto 2026, ore 21:00

Era stata l’ultima lezione prima della chiusura estiva.

Hatha yoga mi sarebbe mancato. Più di quanto volessi ammettere.

Daniela ci aveva ammonito, con quel tono da istruttrice che non ammette repliche:

«In estate non si sparisce. Almeno lo stretching che conoscete bene, ogni giorno. Vero, Edoardo?»

Mi aveva fissato un secondo di troppo, come a dire: con te vado sul sicuro.

Avevo risposto «Sì, maestra», lo stesso tono un po’ ironico e un po’ deferente che usavo sempre con lei. Ogni volta le strappava un mezzo sorriso. Era il mio modo di prenderla in giro e, allo stesso tempo, di darle importanza.

Eravamo in pochi.

Io, Marco, Claudio, Giulia — la cocca della scuola, quella a cui Daniela ripeteva spesso che era pronta per il percorso da insegnante — e Marta. Marta mi aveva fatto occhiate eloquenti per tutta la serata. Alla fine, mentre arrotolavamo i tappetini, mi aveva soffiato:

«Allora… con la bionda della settimana scorsa?»

Avevo nicchiato. Non eravamo amici. E ricordare Francesca faceva ancora male.

Daniela ci aveva interrotto al momento giusto, battendo le mani come un maestro di karate.

«Su, bambini. Si va.»

Preferivo il suo modo di insegnare a quello di Nicol. Più fisico, più duro, meno etereo. Daniela non aveva la grazia di Nicol, né la sua bellezza, ma sapeva far lavorare il corpo. Questo lo capiva anche un neofita come me.

Il caldo era opprimente.

E Francesca non aveva abbandonato la mia testa nemmeno per un giorno in quella lunga settimana di lavoro e di uscite a ubriacarmi con Bicio. Lui, bontà sua, non aveva insistito. Ne avevo più bisogno io, ma avevo tenuto duro. Piano piano il ricordo stava diventando meno tagliente.

La lezione era stata leggera, pensata apposta per lasciarci qualcosa da replicare a casa nei due mesi di pausa. Si riprendeva a ottobre.

Daniela ci aveva fatto passare quattro posizioni, una dopo l’altra, spiegandole con precisione:

«Balasana, la posizione del Bambino. Ginocchia aperte, busto abbandonato in avanti, fronte a terra. Scarico totale per la colonna.»

«Marjaryasana-Bitilasana, Gatto-Mucca. Movimento dinamico. Inarca e inarca la schiena a ogni respiro. Mobilità di colonna e collo.»

«Ardha Matsyendrasana, torsione da seduti. Una gamba piegata, l’altra incrociata. Ruotate piano, vertebrale dopo vertebrale. Disintossica.»

«E infine Paschimottanasana, piegamento in avanti da seduti. Gambe tese, busto che cerca i piedi. Non forzate. Allungate la catena posteriore e lasciate andare.»

Aveva battuto le mani una sola volta.

«Vorrei che almeno una volta al giorno li ripeteste. Solo questi quattro. Per restare in forma e non arrivare a ottobre come sacchi di patate. Ok?»

Nessuno aveva obiettato.

«Bene. Ci vediamo martedì 6 ottobre, alle 19:30. Metto la data sul sito. Buona estate.»

Mentre tutti cominciavano a salutare e a infilarsi le scarpe, Daniela mi aveva fatto cenno di seguirla verso il fondo della sala, vicino alla scrivania.

Il momento era arrivato.

Lo aspettavo da tutta la lezione.

Sapevo che lei e Francesca erano amiche.

Cosa stava per dirmi?

Tagliò corto. Amavo il suo carattere: senza preamboli, senza giri di parole.

«Ho parlato con Francesca.»

Non capii subito cosa stesse per dirmi. E a dirla tutta non ero davvero pronto a sentirlo. Ma ne avevo bisogno.

In quell’anno di pratica Daniela mi aveva fatto molte domande. Sapeva che vivevo da solo. Che non avevo continuato gli studi. Che l’anno scorso avevo perso mio padre. Che mi ero lasciato da poco con Serena. Mai una domanda fuori posto, mai una formulata nel momento sbagliato. Era diretta, amorevole e dannatamente perspicace. Sapeva quando scavare e quando fermarsi. Sapeva farti parlare e sapeva quando parlare lei. Una psicologa più che un’ex dirigente della pianificazione dei voli di Alitalia.

Mi mise in mano un libro. Copertina semplice, pagine già un po’ consumate.

«Gli Yoga Sūtra di Patañjali. Te lo regalo.» Sorrise. «Non ci capirai quasi niente le prime volte, ma leggilo lo stesso. Ne parliamo a ottobre. Ok?»

Presi il libro. Le dita mi tremarono appena.

Eccola che arriva, pensai.

«Non cercare Francesca.»

La voce le si era fatta più bassa, più seria.

«So che è stupenda, ma…»

Si fermò. Aspettò. Come faceva sempre quando voleva vedere se avevi il coraggio di rispondere, o se preferivi restare in silenzio.

Cercai di non rispondere. Cercai di restare il più tranquillo possibile. Fallii in entrambe le cose.

«È dura, Danny. È dura.»

Lei annuì una sola volta, lenta.

«Lo so, Edo. Ma è meglio per tutti e due se non vi vedete più. Credimi. Lei ha una vita…» fece una pausa millimetrica, cercando la parola giusta, «…complicata.»

Mi guardò dritto negli occhi, senza pietà e senza giudizio.

«E tu hai già abbastanza peso sulle spalle.»

La scuola era già vuota. Aveva aspettato che tutti fossero usciti.

Era appoggiata alla scrivania. Io stavo in piedi davanti a lei, con il libro di Patañjali in una mano e, ai miei piedi, la borsa con dentro soltanto la maglietta di allenamento ancora fradicia di sudore.

Abbassai lo sguardo. La voce mi uscì a mezza voce, quasi una confessione.

«Lei… ha detto qualcosa di me?»

Daniela non rispose subito. Poi annuì, lenta.

«Sì. Più di quanto volessi sentire, Edo.»

Si alzò dalla scrivania e mi posò una mano sulla spalla. Il gesto era leggero, ma fermo. Poi, con un movimento tranquillo, si sciolse i ricci castani che teneva raccolti, lasciandoli cadere sulle spalle.

«Mi aspetti fuori. Controllo un’ultima volta e chiudo. Scendiamo insieme?»

«Certo.»

Uscii sul pianerottolo.

L’afa di agosto mi colpì in faccia come una parete.

Arrivo alle mie spalle sorridente.

«Vai via per le vacanze? Sei in ferie?»

Chiese mentre chiudeva a chiave.

«No e… sì.» Guardai la luna piena che stava già alta nel cielo. «Penso che passerò il mese di vacanza, fino a metà settembre, a ubriacarmi con chi è rimasto a Milano.»

A Daniela non piaceva sentire che bevevo. Senza dire niente allungò un dito lungo e sottile e me lo premette proprio sul punto del fegato.

«Augh.»

«Visto? Lascia stare l’alcol. Nicol direbbe che il nostro corpo è un tempio. E io sono d’accordo.»

«Quindi non bevi?» chiesi ridendo, massaggiandomi il fianco.

«Pochissimo, Edo. E… beh.» Fece una piccola pausa. «No lascia stare Non sono tua madre.» disse autocensurandosi, e mi fece strada.

Scendemmo le scale in silenzio. Lei davanti, io dietro.

Quando aprì la porta del palazzo si congelò.

Davanti al marciapiede c’era la Mercedes CLA Coupé nera di Francesca.

Lei era appoggiata alla portiera chiusa, una sigaretta tra le dita. Indossava un vestitino appena decente e un paio di sandaletti leggeri pieni di strass colorati. I capelli biondi sciolti sulle spalle. Gli occhi verdi conficcati dritti nei miei.

La voce le uscì rauca, ma divertita.

«Ciao ad entrambi. Ce n’avete messo, a uscire… che stavate facendo?»

Fece l’occhiolino a Daniela, poi sistemò con nonchalance la gonna cortissima sulle cosce nude.

Ingoiai la saliva.

Daniela guardò prima me, poi la sua amica.

Poi scattò in avanti e la raggiunse.

«Vieni un attimo,» le disse a bassa voce, trascinandola due metri più in là.

«Cosa… cosa stai facendo, Fra?»

Daniela le era a due centimetri dal viso. La voce era bassa, tesa.

«Non ti basta il disastro di venerdì scorso?»

Francesca rispose sottovoce, quasi una confessione.

«Mi basta, Dany. Però…»

«Però?»

«Però sei una cocciuta del cazzo, vero?»

Francesca sorrise. Poi la abbracciò e le diede un bacio leggero sulla guancia. Il gesto ammorbidì qualcosa nel corpo di Daniela: le spalle scesero di un millimetro, la mascella si allentò.

«Faccio la brava. Giuro.»

E fece la croce sul petto, con un’aria da bambina colta in fallo.

Mi strappò un sorriso, quella scena.

Chissà quante ne avevano passate, quelle due, per essere così intime. Sembravano due sorelle.

Mi ricordarono, per un attimo, me e Bicio.

Daniela si girò verso di me. Mi guardò a lungo, poi scosse la testa, sconfitta.

«Edo… te la affido.»

Sgranai gli occhi.

«Affidi… lei a me?»

Mi posai una mano sul petto, sentendomi di colpo un bambino a cui avevano appena dato un incarico più grande di lui.

«Ci provo, Dany.»

Appena le parole mi uscirono di bocca mi sentii stupido. Vuoto. Inadeguato.

Francesca, dal canto suo, diede una pacca leggera sul braccio dell’amica.

«Vai, vai, mammina.»

Poi si staccò da lei e si incamminò verso di me.

Lenta. Sicura.

Il vestitino che le oscillava sulle cosce, i capelli biondi mossi dal caldo vento di agosto, gli occhi verdi conficcati nei miei senza nessuna esitazione.

Giuro.

Era la cosa più bella che avessi mai visto.

Il cuore mi partì all’impazzata.

In un nano secondo era davanti a me. Così vicina che sentivo il suo alito alla menta e quel profumo di vaniglia che mi era rimasto stampato addosso per giorni. Tutto il resto sparì. Rimasero solo i suoi occhi verdi e — dovevo ammetterlo — il seno pieno che saliva e scendeva troppo in fretta, come se avesse corso.

Con un dito mi chiuse la mascella, che probabilmente era rimasta aperta.

«Hey, campione. I miei occhi sono qui.»

Mi alzò il viso.

Poi, senza preavviso, mi baciò.

Fu un bacio caldo, bagnato, sensuale. Non c’era tentennamento. Solo bocca, lingua, e una fame che non cercava permesso. Mi abbandonai completamente. Le mani mi salirono da sole sui suoi fianchi, sentendo il tessuto sottile del vestito e, sotto, il calore della pelle. Lei emise un suono basso, quasi un ringhio contento, e approfondì il bacio.

Da qualche parte, dietro di noi, arrivò la voce di Daniela, già lontana:

«Tze. Siete proprio fatti l’uno per l’altra.»

Non mi voltai a guardarla. Non ne ebbi il tempo. Francesca si staccò appena, abbastanza da parlarmi sulle labbra.

«Una settimana intera,» mormorò. La voce era rauca, più bassa del solito. «Una settimana intera e non sono riuscita a levarmi di dosso il sapore della tua bocca. Che cazzo mi hai fatto, Carini?»

Non sapevo cosa rispondere. Le parole mi si erano sciolte da qualche parte tra la gola e lo stomaco. Lei non aspettò.

«Non ho il tuo numero. Non sapevo dove cercarti. Sono venuta qui come una scema a sperare che fossi ancora iscritto a sto corso di allungamenti. E adesso che ti ho davanti…» fece una pausa, guardandomi dritto negli occhi, «…non so se voglio scoparti di nuovo o se voglio semplicemente capire perché non riesco a smettere di pensarti.»

Il sangue mi batteva nelle tempie. E più in basso.

«Io…» riuscii a dire. «Io non ho chiesto il numero perché… perché c’era tua figlia. E perché pensavo che per te fosse solo…»

«Solo sesso?» completò lei, con un mezzo sorriso storto. «Lo era. Doveva esserlo. Poi ti sei messo a guardarmi in un modo che non mi ha fatto più dormire bene. E questo mi fa incazzare. Perché io non funziono così. Io non mi affeziono. Io non resto.»

Si morse il labbro inferiore, come se si fosse appena tradita.

«E invece eccoti qui,» dissi piano.

«Si sono qui,» ripeté lei.

Per un lungo momento restammo fermi sotto la luce gialla del lampione. L’afa di agosto ci appiccicava i vestiti alla pelle. In lontananza si sentiva ancora il rumore di una macchina che passava, poi di nuovo il silenzio.

Francesca fu la prima a muoversi. Allungò una mano e mi sistemò un ricciolo di capelli dietro l’orecchio, un gesto quasi tenero, in totale contrasto con tutto il resto di lei.

«Senti,» disse. «Non ti sto chiedendo di diventare il mio ragazzo. Dio me ne scampi! Ho una vita di merda abbastanza complicata così. Ma…» esitò, e per la prima volta da quando l’avevo conosciuta la vidi davvero cercando le parole, «…non voglio che tu sparisca di nuovo. Ok?»

Annuì. O almeno credo. Non ero molto in me.

Lei tirò fuori il telefono dalla borsetta minuscola.

«Dammi il tuo numero. E questa volta non fare il coglione. Scrivimi.»

Glielo detti. Lei lo salvò con un gesto rapido, poi alzò di nuovo lo sguardo.

«E adesso… vieni. Facciamo quattro chiacchiere. Voglio conoscerti. Capire perché con te, per la prima volta dopo non so quanto tempo, mi sento capita davvero.»

Il sangue mi batteva nelle orecchie.

«Io non posso stare senza di te,» dissi. La voce mi uscì bassa, quasi arrabbiata con me stesso. «Se sparisci di nuovo….» non riuscì a fine la frase, era troppo patetica.

Francesca mi studiò un secondo. Poi sorrise, quel sorriso storto e pericoloso che conoscevo già.

«Allora non sparisco.»

Si staccò, fece due passi verso la Mercedes e aprì la portiera del lato guida.

«Sali, allora.»

Stavo per entrare quando cambiò idea di colpo.

«Anzi. Guida tu.»

Mi lanciò le chiavi. Le presi al volo.

«Non so usare queste macchine,» ammisi. «Troppa roba elettronica.»

Lei rise, girò intorno al cofano e si chinò dentro dal lato guidatore, il seno quasi contro il mio braccio. Mi spiegò i comandi a bassa voce, lentamente, come se stesse facendo tutt’altro.

«Questa è la partenza. Questo è il cambio. Non toccare niente di strano. Solo guida.» mi posizionava le mani dove dovevano andare, in un modo che definire sexy era riduttivo.

Quando fu soddisfatta si sistemò sul sedile del passeggero, si tolse i sandaletti pieni di strass e li buttò sul tappetino con un sospiro lungo, quasi di sollievo. Si sistemò i capelli e allungò le gambe, completamente a suo agio. Io lo notai. Non dissi niente. Me lo segnai mentalmente.

Accesi il motore.

«Immagino, tu sappia già dove andare,» dissi.

«Ovviamente!»

Si sistemò meglio, la gonna che saliva un altro pezzo sulle cosce.

«Bar Paradiso. Via Gerolamo Tiraboschi 4. È piccolo, senza insegna, solo una tenda rossa. Dentro c’è un casino di gente di moda e di vino naturale. Lì si parla. O almeno ci si prova.»

Uscii da via Biondelli con il cuore ancora a mille e il sapore di lei vivo sulla bocca.

Una settimana.

Una sola settimana.

E già sapevo che non sarei più riuscito a starle lontano.

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