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POV: Edoardo Carini
Via Giacomo Matteotti 51, 1° piano, Rho
Sabato 8 agosto 2026, ore 22:15
Ero sul divano, in dormiveglia.
La casa era silenziosa. Solo il ronzio basso del frigorifero e, ogni tanto, il rumore di una macchina che passava in via Matteotti. Avevo spento le luci del soggiorno e lasciato accesa solo quella della cucina, che filtrava debole dal corridoio. Stavo ancora con i pantaloni di prima e una maglietta stropicciata. Non mi ero nemmeno cambiato dopo il pranzo dai miei.
La testa non ne voleva sapere di spegnersi.
Ogni volta che chiudevo gli occhi tornava lei. Gli occhi verdi, la voce rauca, il modo in cui mi aveva guardato mentre mi diceva di venire a casa sua. Il sapore della sua bocca. Il peso del suo corpo. E poi la mattina dopo, la figlia in cucina, il caffè, la sensazione di aver attraversato qualcosa senza capire bene cosa.
Mi ero dato del coglione almeno una dozzina di volte per non averle chiesto il numero.
Poi mi ricordavo che aveva una figlia di sedici anni e mi dicevo che forse era meglio così.
Poi tornavo a pensare a come mi aveva toccato e il discorso ricominciava da capo.
Il telefono vibrò sul tavolino.
Lo presi quasi a tentoni. Sullo schermo c’era scritto Bicio.
Risposi con la voce ancora impastata di sonno.
«Pronto…»
«Ma dove cazzo sei finito, Carini? Sono le ventidue e un quarto, noi siamo già dentro. C’è gente fino in fondo alla via Magenta.»
Mi misi a sedere, passandomi una mano sulla faccia.
«Stavo dormendo.»
«A quest’ora? Sei diventato mio nonno? Dai, i Green Day li fanno tra poco. Ti aspettiamo fuori, muoviti.»
Guardai l’ora. Aveva ragione, era tardi. Gli altri erano già al Rock ’n’ Roll da un pezzo.
«Arrivo.»
«Non fare il misterioso, eh. Poi mi racconti che cazzo hai combinato da venerdì.»
Riattaccò senza aspettare risposta.
Restai qualche secondo a guardare lo schermo nero.
Poi mi alzai. Avevo ancora un filo di alcol in corpo dalla notte prima e la stanchezza di una giornata passata a non pensare ad altro che a lei. Mi lavai la faccia, cambiai maglietta e misi quella del concerto di Milano dei Green day del 24, presi le chiavi e uscii.
La sera di inizio agosto a Rho era calda e ferma.
Mentre scendevo le scale del palazzo pensai di nuovo a Francesca. Al fatto che non avevo il suo numero. Al fatto che lavoravamo nella stessa azienda e non ci eravamo mai visti. Al fatto che, nonostante tutto, non riuscivo a levarmela dalla testa.
Accesi la macchina e partii verso via Magenta.
Ancora un po’ alticcio, ancora stanco, e con la chiara sensazione di stare andando verso qualcosa che non sapevo ancora se volevo raccontare o tenere per me.
Arrivai in via Magenta e capii subito che sarebbe stata una serata di merda solo per parcheggiare.
Anche se eravamo a inizio agosto e mezza Milano era in ferie, davanti al Rock ’n’ Roll Club non c’era un posto libero. Macchine sui marciapiedi, scooter infilati ovunque, gente che girava in tondo. Lasciai la Yaris due isolati più in là e feci il resto a piedi.
Fuori c’era la solita fauna.
Motociclisti con le magliette sudate, musicisti con le chitarre ancora sulle spalle, pezzi di gruppo locale che si scambiavano sigarette e chiacchiere. Qualche tipa già vista in giro per Rho, trucco pesante e stivaletti nonostante il caldo. Il concerto era già iniziato: i bassi arrivavano fin sulla strada e la porta a vetri tremava a ogni colpo di cassa.
Entrai.
Il caldo e il volume mi colpirono insieme. Bolgia totale. Gente stipata fino al bancone, braccia alzate, teste che si muovevano a ritmo. Sul palco stavano facendo i pezzi dei Green Day, ma a malapena si capiva quale. L’aria odorava di birra versata, di sudore e di aria condizionata che non ce la faceva.
Rho è piccola.
Conoscevo quasi tutti di vista. Qualcuno mi salutò con un cenno del capo, qualcun altro mi batté una mano sulla spalla passando. Io risposi con un mezzo sorriso e basta. Non sono mai stato di quelli che si fermano a fare gruppo. Schivo per natura, e quella sera lo ero ancora di più.
Avevo bisogno di una birra.
Mi infilai nella coda al bancone, stretta e lenta. Davanti a me due tipi discutevano del setlist a voce troppo alta. Dietro qualcuno spingeva.
A un certo punto sentii una voce familiare vicino all’orecchio.
«Anche tu a fare la fila come i disperati?»
Mi voltai.
Era Chiara. Capelli tirati indietro, maglietta nera, aria già un po’ stanca. Aveva lo stesso sguardo di sempre: pratico, diretto, poco paziente.
«Troppo bordello,» disse, alzando la voce sopra la musica. «Ho sete pure io. Li hai visti gli altri?»
Scossi la testa.
«No. Sono appena arrivato.»
Mi guardava di sottecchi, mentre la fila avanzava di un mezzo passo.
«Davide e Mauro dicevano che sei scomparso da venerdì,» alzò la voce sopra un assolo di chitarra. «Sei ancora sotto per la Sere e Marcello? Ti hanno fatto una vigliaccata.»
Non era una domanda cattiva. Era Chiara: diretta, senza giri di parole. Sapeva com’era andata. Sapeva che Serena era andata in Sicilia con il mio migliore amico e che io, da allora, avevo chiuso un po’ tutto.
Prima che potessi rispondere, il telefono vibrò in tasca.
Aprii WhatsApp. Era Mauro.
Mauro:Dove cazzo sei Edo?
Risposi al volo, senza nemmeno alzare lo sguardo dal display.
Edoardo:Al bancone con Chiara.
Chiara mi salutò per bene, due baci veloci sulle guance, e mi tenne un attimo a distanza per guardarmi meglio.
«Sei uno straccio,» disse. Non era un insulto, era una constatazione. «Hai lavorato oggi?»
Faceva l’università in Cattolica insieme a Davide. Si frequentavano da tre anni, una di quelle coppie storiche che sembrano già sposate senza esserlo. Amica da sempre di Serena. Lo sapevo, e lo sapeva anche lei che io lo sapevo.
Scossi la testa e lasciai uscire una risata corta, stanca.
«No. Ho fatto una serata… estrema, venerdì.»
Il barista ci guardò aspettando. Ordinai una media per me e una per lei.
Il concerto finì in fretta.
Non avevo seguito quasi niente. La testa era altrove da prima ancora di entrare. Quando sul palco si spensero le luci e partì il DJ set, ci demmo appuntamento fuori. Avevo bisogno di aria e di un po’ di silenzio relativo.
Presi un’altra birra al bancone — la quarta della serata — e uscii dall’uscita laterale.
Fuori, seduti sul muretto di cemento a ridosso del parcheggio, c’erano già Bicio, Luca e Davi. Chiara era con me. Durante i tre set non avevamo quasi parlato: troppa musica, troppa gente, e io troppo chiuso. Adesso, con i bassi del DJ che arrivavano ovattati e l’aria di agosto finalmente respirabile, sapevo cosa mi aspettava. Il terzo grado.
E per la prima volta da venerdì, avevo anche voglia di sfogarmi.
Bicio mi vide e quasi rovesciò la birra per alzarsi.
«Eccolo il desaparecido!» gridò, venendomi incontro per darmi una manata sulla spalla che avrebbe steso un cristiano normale. «Oh, Carini, ma da venerdì sera che fine hai fatto? Non rispondi ai messaggi, sparisci… ti abbiamo dato per disperso o finito in qualche rissa.»
«Ero a casa,» risposi secco, buttando giù un sorso di birra gelata.
«Sì, come no,» sghignazzò Davi dal muretto, allungando le gambe. «Avevi la faccia di uno che ha fatto la guerra quando sei entrato. Vero, Chiara?»
«Ha detto che ha avuto una serata “estrema” venerdì,» disse Chiara, incrociando le braccia e guardandomi di sottecchi.
Luca, che finora era rimasto in silenzio a fumarne una a tiri lenti, alzò lo sguardo su di me. I suoi occhi chiari mi studiarono per due secondi di troppo.
«In che senso estrema, Edo?» chiese con voce tranquilla.
Mi passai una mano sul collo. Sapevo che non sarei riuscito a tenermelo per me ancora a lungo.
«Niente di che,» tentai di minimizzare. «Ho conosciuto una.»
Bicio sgranò gli occhi e si mise a ridere forte.
«Una? Una chi? Dove l’hai pescata? Ma soprattutto… perché fai quella faccia da funerale se hai conosciuto una?»
«Perché non è una delle solite.»
«Tradotto?» incalzò Chiara.
Guardai i quattro, poi fissai Bicio.
«Ha quarantasette anni.»
Il silenzio che seguì fu quasi comico. Il basso del locale continuava a pompare, ma fuori per tre secondi non respirò nessuno.
«Quarantasette?!» esplose Bicio, sputando un filo di birra e mettendosi le mani nei capelli. «Ma sei fuori di testa?! Più del doppio dei tuoi anni! Auguri e figli maschi, cazzo! Però adesso mi dici tutto, nei dettagli, dal primo all’ultimo minuto!»
Davi alzò le mani in segno di resa, ridendo.
«Io sto zitto, sono fidanzato e non voglio casini. Però… tanto di cappello, Carini. Rispettabile.»
Chiara non rise. Mi fissò con una smorfia scettica e dura.
«Quarantasette anni, Edo? Spero solo che tu non sia il suo passatempo del momento. Le donne così a volte usano i ragazzi giovani per sentirsi ancora fighe e poi li buttano nel cesso quando si stancano.»
Prima che potessi rispondere, Luca buttò la cicca per terra e mi guardò dritto negli occhi.
«Lascia stare l’età,» disse con una calma spietata. «Ti è piaciuta sul serio o stai ancora cercando di smaltire la storia con Serena e Marcello?»
La domanda restò sospesa nell’aria calda di Rho.
Guardai il fondo del mio bicchiere e sentii di nuovo addosso il profumo di Francesca, la sua voce rauca, e la sensazione di non essere stato io a gestire quel gioco… e di volerci rientrare a tutti i costi.
Chiara capì al volo che davanti a lei non sarei riuscito a parlare davvero.
Si alzò dal muretto, andò da Davide e gli piantò la lingua in bocca senza troppi preamboli. Poi si staccò e annunciò, già con le chiavi in mano:
«Noi andiamo.»
Si avvicinò a me, mi diede due baci veloci sulle guance e mi parlò basso, solo per farmi sentire.
«Non fare cazzate, intesi? Ti conosco e so che tipo sei. Quarantasette? Dai, Edo…»
Non aspettò risposta.
Davide mi diede il cinque, scosse la testa con un mezzo sorriso e la seguì verso la macchina. Chiara era già arrivata allo sportello.
«Le donne,» mormorò lui indicandola, prima di salire.
Rimasero solo io, Mauro e Luca.
Il basso del DJ set arrivava ancora ovattato dalla porta del locale, e l’aria di agosto odorava di asfalto caldo e di birra versata.