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Episodio 12 – Gino Sorbillo
POV: Francesca Curtis
Luogo: Via Genova Thaon di Revel 15 / Pizzeria Gino Sorbillo, Milano
Data e Ora: Sabato 8 agosto 2026, ore 15:15
Salii i tre piani a piedi. Non prendevo mai l’ascensore: preferivo sentire le gambe, anche se a quell’ora l’afa rendeva ogni gradino più pesante. Quando arrivai davanti alla porta, avevo la fronte leggermente imperlata di sudore.
Daniela mi aprì. Ci abbracciammo sul ballatoio. Entrai nel suo salotto scuotendo la testa, più per abitudine che per un vero motivo.
«Preferisco del caffè, se non ti dispiace, Dany.»
Daniela era a piedi nudi. La stanza odorava di incenso. Indicando il tappeto viola di spugna con sopra una leggera coperta di lino piena di strani disegni indiani, posata davanti al divano, chiesi distrattamente:
«Stavi praticando?»
Lei annuì senza commentare e sparì verso la cucina a scomparsa. Io mi tolsi i tacchi e restai a piedi nudi sul parquet di rovere.
Prima di venire da lei ero salita a casa, avevo fatto una doccia lunga e mi ero cambiata. Avevo ancora addosso l’odore del sesso di quella notte con Edoardo e non volevo portarmelo dietro. Adesso indossavo un abitino di maglia pieno di buchi irregolari attraverso cui si vedevano ampi scampoli di pelle, e il reggiseno bianco e, se mi muovevo in un certo modo, anche un angolo delle mutandine. Faceva caldo, e tanto non dovevo rendere conto a nessuno.
Edo… Ripensandoci mi colse un brivido, e non sapevo bene perché. Negli ultimi anni avevo perso il conto degli uomini e delle notti come quella. Eppure ricordare i suoi occhi mentre mi possedeva, e soprattutto come mi aveva fatta sentire per tutta la serata, era diverso. Diverso da ogni altro. A pensarci bene non era nemmeno proprio un uomo: aveva ventisei anni meno di me.
Mi colpii leggermente la fronte con le dita, quasi a scacciare il pensiero, proprio mentre arrivava Daniela con la tazzina fumante. Si era anche cambiata: una canottiera arancione leggera sopra pantaloni di cotone a vita bassa, larghi sulle gambe, e i capelli castani raccolti alla meno peggio con una di quelle mollette di legno strane che usava solo in casa. Piedi nudi, rigorosamente.
Mi accomodai sul divano lineare color corda.
«Vuoi già uscire?» chiesi, un po’ delusa.
Volevo parlare un po’ prima di muoverci: non avevo né fretta né programmi. La sala era esattamente come me la ricordavo: quasi vuota, ordinata fino all’osso. Il parquet lasciato nudo, la libreria a scomparsa con le campane tibetane, lo spazio libero vicino alla finestra dove teneva i tappetini arrotolati nel cesto di vimini. In un angolo il piccolo Shiva di bronzo e il bruciatore di incenso. Niente di superfluo. Niente che distraesse.
Si sedette per terra, su un cuscino, di fronte a me, con la schiena dritta e le gambe incrociate. Mi porse la tazza senza dire niente e aspettò.
Bevvi un sorso. Era buono, forte.
«Allora,» dissi, cercando di dare alla voce un tono neutro e disinvolto mentre giocherellavo con la tazzina del caffè. «Sono andata a quella lezione di prova. Per curiosità, sai com’è. Nicol è brava, anche se un po’ troppo dolce per i miei gusti...» Lasciai sospesa la frase, fissando il vapore che saliva dalla tazza. «E comunque... c’era un ragazzino. Carino.»
Daniela mi fissò sopra il bordo della sua tazza di tisana, senza battere ciglio.
«Chi, Edo?»
Feci una pausa studiata. Inclinai la testa, assumendo un’espressione enigmatica, come se dovessi davvero scavare nella memoria per ritrovare un dettaglio insignificante.
«Edo? Boh... non ricordo bene il nome. Quel tipo un po' schivo.»
Daniela allungò una mano e mi diede un colpo secco sulla coscia nuda, che spuntava dalle trame larghe del mio vestito di maglia.
«Edo?» ripeté con un tono che non ammetteva repliche. «Il ragazzo moro, l'unico ragazzo di quella sera a lezione. Fra, guarda che so tutto della pizzeria.»
Un’ondata di calore improvvisa mi salì dal collo fino alle guance. Arrossii all'istante, ma cercai subito di dissimulare voltando la testa verso la finestra, facendo finta di essere infastidita dal caldo. Sentire quel nome pronunciato da Daniela mi fece un effetto strano, una scossa involontaria che non volevo assolutamente farle vedere.
«Edo?» finsi di nuovo, girandomi verso di lei con la massima indifferenza che riuscii a recitare. «Ah, sì... forse si chiama così. Non è che ci abbia fatto poi tanto caso.»
Bevvi un sorso di caffè per prendere tempo e nascondere l'agitazione. In realtà morivo dalla voglia di scavare, di capire chi fosse davvero quel ragazzo, che ci facesse in quel corso e perché avessi addosso questa strana sensazione che non riuscivo a decifrare. Ma dovevo partire da lontano. Non potevo permettere a Daniela di intuire quanto quell'incontro mi stesse già lavorando dentro.
Daniela posò la tazza per terra, lentamente, senza staccare gli occhi dai miei.
«Edoardo non è un ragazzino, Francesca.»
Mise uno strano accento, pesante e quasi severo, su quella parola: ragazzino.
Bene, pensai tra me e me, sentendo una piccola scossa di trionfo dietro la maschera d'indifferenza. Forse ci sto riuscendo. Era esattamente quello che volevo: farla parlare, tirarle fuori qualche dettaglio senza darle la soddisfazione di capire quanto quel tipo mi stesse davvero lavorando dentro. Volevo capire chi fosse. Volevo decifrare che cavolo di magia avesse usato per piantarmisi in testa in quel modo, lui con quel silenzio strano e quell'aria di chi non deve dimostrare niente a nessuno.
«Ah no?» feci io, alzando un sopracciglio e sforzandomi di mantenere un tono ironico. «E cos’è? Un saggio maestro zen capitato per sbaglio nel corpo di un ventunenne?»
«Ha ventun anni, sì,» continuò Daniela, la voce ferma, le mani appoggiate con calma sulle ginocchia. «Ma ha una maturità che molti uomini della nostra età si sognano. È uno che ha fatto agonismo per anni, prima nel calcio poi nelle arti marziali, Kung Fu, Kickboxing. Si è rotto un ginocchio da ragazzino quando sembrava dovesse spaccare il mondo, e si è rialzato da solo. Ha una disciplina feroce, ma è venuto a fare yoga perché aveva bisogno di scaricare la tensione, di trovare un po' di calma.»
Fece una breve pausa, lasciando che le sue parole galleggiassero nel silenzio della stanza.
«All'inizio veniva con la sua ex, una ragazzina di diciannove anni del suo paese. Quando si sono lasciati lei ha smesso di venire, lui no. Perché Edoardo non fa le cose per moda o per accontentare gli altri. Quando decide di stare in un posto, c'è davvero. Non ha filtri, non fa le cose tanto per farle. È un'ancora, Francesca, uno che va fino in fondo...» lasciò la frase sospesa apposta per vedere la mia reazione.
Ascoltai ogni singola parola trattenendo quasi il respiro, con la tazza di caffè ancora stretta tra le mani. Il contrasto mi colpì come uno schiaffo: io, quarantasette anni, una matassa aggrovigliata di caos, sesso, fuga e musica ad alto volume; lui, ventun anni, con la stazza di un lottatore e una pienezza interiore capace di far sembrare infantile chiunque gli stesse intorno.
«Un'ancora, addirittura,» mormorai, cercando di ridurlo di nuovo a qualcosa di innocuo, anche se sentivo la pelle d'oca salire lungo le braccia. «Scommetto che Nicol lo adora.»
«Nicol lo stima si, ma più di ogni altra cosa, la sua presenza,» mi corresse Daniela, senza cascarci. Poi mi fissò dritta negli occhi, con quella precisione spietata che la contraddistingueva. «E sai dove lavora? Alla Copyar, a Rho. In magazzino, sui muletti...»
Mi crollò il mondo addosso. La Copyar. La stessa identica fabbrica dove avevo iniziato a lavorare sei mesi fa. Cazzo, quello poteva essere un problema enorme: ero ancora in prova per un altro mese e un casino del genere era l'ultima cosa di cui avevo bisogno.
«N-no...» balbettai, provando a ricompormi. «Non lo sapevo. Mai visto.»
Ed era vero, in effetti: tra la parte amministrativa dove stavo io e la logistica del magazzino c'era un muro invisibile.
«Fra.»
Ecco Daniela che partiva alla carica. Mi guardò seria da dietro la sua tazza di tisana, tenuta stretta in entrambe le mani.
«Ti piace Edoardo?»
Restai pietrificata da quella domanda. Daniela appoggiò la tazza per terra, con una lentezza esasperante.
«Fra...»
Io niente. Rimasi muta, senza reagire.
«Fra, ha ventisei anni meno di te. Cinque più di Silvy. Adesso dimmi che lei non vi ha beccato.»
«Bec-beccati a fare cosa?» finsi, cercando di fare la parte della donna scandalizzata.
Ma era una recita penosa. «Cazzo Fra…», Dany aveva già capito tutto. «Sul serio!?»
Annuii, sconfitta.
Poi feci quello che facevo sempre: cambiai discorso per scappare non appena mi sentivo alle strette.
«Ma vedo che ti sei cambiata,» dissi, indicando la sua canottiera arancione e i pantaloni di cotone largo. «Ci mangiamo una pizza?»
Daniela scoppiò a ridere, scuotendo la testa.
«E immagino che tu sappia già dove andare, vero?»
Riacquistai al volo la mia solita maschera di leggerezza, sfoderando il sorriso più smagliante che avevo.
«Qui vicino c'est Gino Sorbillo, si mangia da dio.»
«Ok,» disse la mia amica, arrendendosi con un sospiro divertito.
Ci infilammo le scarpe e uscimmo. Poco dopo ci ritrovammo sedute al tavolo, con una pizza fumante davanti e due birre fredde tra le mani. Sapevo benissimo che non sarei scappata davvero da quello che avevo dentro, e che prima o poi saremmo tornate all'argomento. Ma in fondo, se ero andata da lei, era anche per quello.
La Pizzeria Sorbillo era rumorosa, satura del brusio del sabato pomeriggio e del profumo acre di basilico e legna bruciata. Il contrasto tra il caos del locale e la tavolata all'aperto doveva darmi un minimo di respiro, o almeno così speravo.
Speravo male. Daniela non era il tipo da lasciar cadere un discorso spinoso solo perché c'era di mezzo un piatto di margherita fumante.
«Silvy l’ha visto, vero?»
La domanda arrivò piatta, tagliando il rumore della strada come una lama affilata. Stavo proprio sollevando uno spicchio di pizza, la mozzarella squagliata che filava verso il piatto. Mandai giù un morso troppo caldo, bruciandomi la lingua, e masticai in fretta pur di non rispondere subito.
«Sì,» dissi rapida, asciugandomi l'angolo della bocca con il tovagliolo di carta. «La mattina dopo. Ero in cucina a farmi un caffè. Gli ho detto che si chiama Edoardo e basta. Ha fatto finta di niente, come fa sempre.»
«E tu?»
Daniela afferrò la sua birra, mandò giù un sorso lento e mi fissò sopra il vetro scuro. Gli occhi marroni erano spietati, capaci di trapassare ogni mia corazza.
«Io cosa?» sbuffai, allargando le braccia e cercando di riprendere quota. «Non dovevo fingere un cazzo, Dany. È stato sesso. Punto. Si vive una volta sola, no? C'era lui, c'ero io, ci siamo divertiti. Non è che l’ho trascinato a forza con una catena. Ha ventun anni, non è un bambino.»
«Infatti non è un bambino. È uno che lavora nel tuo stesso stabilimento, ha cinque anni più di tua figlia e non è entrato in casa vostra a tradimento,» scandì Daniela, posando la bottiglia con un clack secco sul tavolo di legno, «probabilmente, conoscendoti, l'hai invitato tu stessa, giusto?». Si sporse verso di me, demolendo pezzo per pezzo la mia farsa. «E poi, tu glielo hai piazzato davanti in cucina la mattina stessa in cui andava al mare con suo padre. Ti rendi conto della porcata che hai fatto?»
Mi sentii montare una rabbia cieca e difensiva al petto. Afferrai il bicchiere e buttai giù un sorso lungo di birra gelata, sperando che quelle bollicine riuscissero a spegnere l'ondata di calore che mi stava salendo dal collo fino alle orecchie.
«Non esageriamo!» sbottai a bassa voce, buttando un'occhiata nervosa ai tavoli vicini. «Non gliene frega niente a Silvy, okay? Già ci pensa lei a fare la puritana di casa. Io stavo solo vivendo! Non posso bermi un caffè con un ragazzo senza che tu mi metta alla sbarra come se fossimo al processo di Norimberga?»
Daniela tagliò un pezzo della sua pizza con calma spaventosa. Lo portò alla bocca e masticò lentamente, senza mai staccare lo sguardo dal mio. Poi aggiunse, con quel tono calmo che mi mandava in bestia tutte le volte:
«Puoi bere il caffè con chi ti pare, Fra,» disse con una voce così bassa da farmi sentire minuscola. «Ma, lo vedo sai? Lo vedo, che quando parli di lui, cambi espressione. Ti tremano le mani. Non ti si cambia il tono di voce in questo modo solo per uno che ti ha solo scopata per bene la sera prima.»
«Ma che cazzo dici...» mormorai, provando a dare un altro morso alla mia pizza. Ma ormai la pasta mi sembrava gomma secca, del tutto priva di sapore.
«Dico che ti stai incasinando. E la cosa peggiore è che usi quel ragazzo per convincerti che sei ancora una ragazzina senza freni, mentre tua figlia vi guarda in silenzio e si prende carico di tutta la maturità che tu continui a buttare nel cesso.»
La frase mi arrivò dritta in faccia come una sberla a mano aperta. Rimasi immobile, con lo spicchio piegato tra le dita e la birra che cominciava a scaldarsi nel bicchiere, del tutto incapace di replicare. Daniela mi aveva appena smontata, pezzo per pezzo, ed ero rimasta lì, così, senza giustificazioni.
«Fra, Edo ha ventun anni. Non rovinargli la vita se davvero non ti piace,» aggiunse implacabile la mia amica.
Rovinargli la vita? pensai subito, con una stizza pungente che mi salì dritta al cervello. Cazzo, una notte di sesso con una gran fica come me?! La racconterà ai suoi amici vantandosi per mesi! Altro che le cazzate new age...
Eppure, dentro di me, la rabbia evaporò in un secondo lasciando un vuoto amaro. Le parole di Daniela mi stavano scavando dentro, precise come ferri chirurgici, perché la verità era un'altra e faceva spavento: quel ragazzo mi piaceva davvero. Mi piaceva in un modo strano, scomodo, che non riuscivo a controllare.
Sconfitta da me stessa e dalla logica spietata della mia amica, cedetti.
«E va bene! Sì, ammetto che forse un po' mi piace!» esclamai esterrefatta, lasciando cadere la maschera solo per un istante prima di rialzare subito la cresta per autodifesa. «È contro la legge? Guardami, Dany!»
Inarcai la schiena con orgoglio, mettendo in mostra il seno sodo che sfidava sfrontato il tempo e i miei quarantasette anni, ben visibile sotto le trame larghe del mio abitino di maglia.
«Sono una fica da paura,» aggiunsi, sfoderando il mio sorriso più provocatorio e allargando le braccia. «I ragazzi come lui ci chiamano MILF, cara mia! Scommetto che in questo preciso momento si sta vantando con i suoi amici per quello che è successo sabato mattina nel mio studio.»
Puntai l'indice sul tavolo, proprio accanto al piatto ormai vuoto, e alzai l'altra mano verso il cameriere per ordinare un'altra birra.
Daniela scosse la testa, lasciando andare un sospiro carico di amarezza.
«Sì, brava, raccontati tutte le cazzate che vuoi...» disse, e per la prima volta la sua voce perse l'aggressività dell'attacco per riempirsi di un'infinita stanchezza. «Io ti voglio bene, amica mia. Te ne ho sempre voluto. E non ho nessuna voglia di doverti raccogliere a pezzi come tre anni fa.»
A quelle parole mi si strinse lo stomaco. La mia mente corse all'istante a quell'estate di tre anni prima, quando tutto era crollato attorno a me. In quel momento buio, Daniela era stata l'unica a non giudicarmi, l'unica ad allungare una mano per tirarmi fuori dal fango senza chiedermi niente in cambio. Non mia madre, non mio padre — con cui, per inciso, non parlavo più da allora.
La mia maschera da provocatrice si sgretolò in un secondo. Sotto la superficie sfacciata rimase solo la gratitudine spaventata che provavo per lei. Allungai la mano sul tavolo e le strinsi le dita con forza.
«Lo so, Dany,» mormorai, e per un attimo la voce mi tradì. «E non sai quanto ti voglio bene anch'io. È che... non so cosa provo per quel ragazzo. In fondo non lo conosco nemmeno. E potrei benissimo non rivederlo mai più... non ho neanche il suo numero.»
Daniela rimase a guardare la mia mano che stringeva la sua, avvertendo la sincerità di quel crollo. Il suo viso si ammorbidì e la tensione nelle sue spalle finalmente si sciolse.
«Speriamo...» disse infine, lasciando andare un piccolo respiro tremante. «Speriamo, Fra.»