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POV: Francesca Curtis
Luogo: Via Olivetti 8, Milano
Data e Ora: Sabato 8 agosto 2026, ore 14:00
Aveavamo appena finito di preparare la borsa di Silvy.
Lei, come al solito, era nervosa. Passare il weekend da Carlo non le andava mai giù. Trovava sempre un difetto, un problema, una scusa. Quella volta era il bagno.
«…e poi il bagno è piccolo e sporco,» stava borbottando mentre rovistava nel cassetto alla ricerca del costume. «Non capisco perché debba stare lì due giorni interi. Potrei anche rimanere qui, no? Tanto tu sei sempre fuori.»
Io la guardavo, già con la testa altrove.
Il mio ex marito aveva detto che l’avrebbe portata al mare. Due giorni senza di lei. Due giorni senza dover rendere conto a nessuno, senza dover fingere di essere una madre responsabile, senza dover abbassare la voce o chiudere le porte. Due giorni senza freni. Me li stavo già gustando in anticipo, mentre lei continuava a parlare del rubinetto che perdeva e degli asciugamani che secondo lei puzzavano di chiuso.
Sorrisi tra me e me, iniziando mentalmente a pianificare.
Avrei potuto chiamare chi volevo. Avrei potuto non chiamare nessuno. Avrei potuto rimanere nuda per casa tutto il pomeriggio, bere prosecco a metà giornata, rispondere solo ai messaggi che mi facevano comodo. Il mondo, per una volta, poteva anche aspettare.
Sentii uno spintone sulla spalla.
«Mamma. Cazzo, mi ascolti o stai fantasticando sul ragazzo di stamattina?»
Mi voltai di scatto.
Silvy mi fissava con quegli occhi verdi identici ai miei, ma molto più freddi. Poi alzò lo sguardo verso il soffitto con espressione disgustata.
«Vi ho sentito, sai? Sembravate gatti in calore.»
Diventai rossa all’istante.
Una vampata calda mi salì dal collo fino alle orecchie. Per un secondo non seppi cosa rispondere. Poi feci la cosa che facevo sempre: cambia discorso, sposta l’attenzione, non restare sul punto doloroso.
«Papà ha detto che ti porta al mare, non sei contenta?!» esclamai con un tono troppo allegro, troppo alto. «Dai, metti quello rosso carino che ti fa un culo da favola. Ti sta benissimo.»
Silvy mi guardò un attimo di troppo, come se stesse valutando se valesse la pena insistere. Poi scrollò le spalle e tornò a rovistare tra i costumi. Aveva vinto lei, e lo sapevamo tutte e due.
Mentre lei sceglieva, io lasciai scorrere lo sguardo sulla sua cameretta.
Era la stanza più grande della casa, quella che una volta era stata la camera matrimoniale. L’avevo data a lei dopo la separazione, convinta di fare la cosa giusta. E invece era rimasta impersonale. C’era un letto singolo ben rifatto, un armadio bianco con le ante chiuse, una scrivania con sopra solo il computer portatile e due pile di libri di scuola allineati con precisione quasi maniacale. Niente poster. Niente foto. Niente peluche. Niente vestiti sparsi per terra. Neanche un odore particolare, se non quello di detersivo e di aria chiusa. Sembrava la camera di una ragazza che non si sentiva davvero a casa, che teneva tutto pronto per poter sparire da un momento all’altro.
Ai miei tempi la mia stanza era un tempio.
Poster di Simon Le Bon dappertutto, Duran Duran che mi guardavano dal soffitto, peluche ammassati sul letto, vestiti colorati abbandonati sulle sedie, smalti aperti sul comò, riviste sparse. Era caos, era vita, era mio. Silvy invece teneva tutto in ordine come se avesse paura di lasciare tracce. Troppo ordinata per avere sedici anni. Troppo ordinata per avere già un ragazzo. A volte mi chiedevo se quella compostezza fosse una forma di protezione o una forma di rimprovero silenzioso nei miei confronti.
«Hai messo anche la crema solare?» chiesi, solo per dire qualcosa.
«Sì.»
«E il telefonino carico?»
«Sì, mamma.»
Il tono era piatto. Non scocciato, non arrabbiato. Semplicemente distante. Come se stesse parlando con una coinquilina un po’ invadente e non con sua madre.
Io avrei voluto dirle che non era colpa mia se Carlo se n’era andato. Avrei voluto spiegarle che le cose erano andate in un certo modo, che lui aveva scelto di fare la sorpresa quel giorno, che io stavo solo cercando di sentirmi viva dopo anni di matrimonio spento. Ma non lo feci. Non lo facevo mai. Perché ogni volta che ci provavo sembrava che il mondo intero si coalizzasse per farmi passare dalla parte del torto. Come se solo io avessi sbagliato. Come se solo io avessi bisogno di scappare ogni tanto.
Silvy chiuse la cerniera della borsa con uno strappo secco.
«Pronta,» disse.
La guardai. Alta, snella, i capelli castani raccolti in modo disordinato, gli occhi verdi che non tradivano quasi niente. Sembrava più adulta di me, in certi momenti. E questo, più di qualsiasi altra cosa, mi dava fastidio.
«Alex viene a salutarti?» chiesi.
«No. Ci sentiamo dopo.»
Martedì avevano litigato dopo il cinema.
Lui voleva qualcosa in più dopo che l’aveva portata a casa nostra. Io ero d’accordo con lui, in fondo: Silvia era veramente figa, tutta sua madre. Occhi verdi, corpo snello, quel modo di muoversi già consapevole. Ma ovviamente il mio ruolo di mamma imponeva di difendere mia figlia. Non potevo stare dalla parte del ragazzo, anche se una parte di me capiva perfettamente cosa gli passava per la testa.
Avevo esclamato «Quello stronzo!» abbracciandola forte, quasi a voler proteggere qualcosa che in realtà non sapevo più come proteggere.
Lei si era allontanata abbastanza da guardarmi dritto negli occhi.
«Può anche andare a fanculo. Gli ho detto che non me la sentivo.»
Lo disse piano, ma con quella freddezza che le apparteneva. E mi fissò. Non per raccontarmi cosa era successo. Per verificare. Per capire se tenevo davvero a lei o se, in qualche angolo nascosto di me, stavo tenendo più ad Alex. Giusto, no? Una figlia che controlla se la madre è dalla sua parte o da quella del ragazzo che ha provato a spingersi troppo oltre.
È carina mia figlia.
E in quel momento era indecisa. Io, al suo posto, a sedici anni, mi sarei proiettata avanti senza pensarci due volte. Avrei detto di sì solo per vedere cosa succedeva dopo. Lei no. Lei aveva detto di no. E adesso mi stava studiando, cercando di capire se la mia rabbia contro quel ragazzo era vera o solo di facciata.
Risposi senza esitare, una mano sulla sua spalla.
«Sì. E se non sa aspettare i tuoi tempi può anche andarsene a fare in culo, per quello che mi riguarda.»
Le diedi un bacio sulla guancia, forte, quasi a voler sigillare la frase.
Quando la baciai lei arricciò leggermente il naso e si tirò indietro di uno scatto.
«Mamma… forse è il caso che vada a farti una doccia.»
La guardai, un po’ spiazzata.
«Perché?»
«Hai uno strano odore.»
Lo disse piatto, senza accusarmi. Solo una constatazione. Come se stesse notando che avevo lasciato il gas acceso o che avevo dimenticato di chiudere una finestra. Ma bastò a farmi sentire improvvisamente esposta. Come se anche la pelle potesse tradirmi.
Cambiai discorso in fretta, con il tono troppo allegro che usavo sempre quando volevo chiudere una crepa.
«Comunque… avete fatto pace, sì?»
Silvy mi guardò un attimo di troppo, poi scrollò le spalle.
«Sì, sì. Lui ha capito e mi ha chiesto scusa. Io gli ho detto che ci vediamo lunedì.»
«Bene,» risposi. «Meglio così.»
Ma mentre lei tornava a chiudere la cerniera della borsa, io rimasi ferma, con l’odore di quella notte ancora stampato addosso e la consapevolezza che, per quanto cercassi di fingere il contrario, mia figlia sapeva già tutto.
Il mondo, come al solito, aveva trovato il modo di rovinarmi anche quello.
Ma almeno, per quarantotto ore, avrei potuto fingere di non accorgermene.
Suonarono al campanello.
Per un attimo il mio mondo andò in frantumi.
La mia bambina andava via per due giorni e io mi sentivo già persa, in barba a tutti i discorsi di libertà che avevo appena fatto nella mia testa. Due giorni senza di lei. Due giorni in cui avrei potuto fare quello che volevo, chiamare chi volevo, non dover chiudere porte né abbassare la voce. Eppure, mentre andavo ad aprire, sentivo già il vuoto aprirsi sotto i piedi.
Silvy era in piedi accanto alla borsa, il costume rosso già infilato nello zaino. La presi e la strinsi forte.
Non voglio lasciarti per due giorni, pensai.
Invece le dissi, con il tono leggero che usavo sempre quando volevo fingere che tutto fosse a posto:
«Divertiti il più possibile con papà. Ci sentiamo tutti i giorni, ok?»
Lei annuì, senza aggiungere altro. Chiudemmo la cerniera della borsa insieme e scendemmo le scale in silenzio. Nell’androne l’aria era più fresca, ma io sentivo già la mancanza come un peso sullo stomaco.
Carlo era fuori, accanto alla macchina. Non si avvicinò. Non chiese niente. Non mi salutò nemmeno. Si limitò ad alzare appena il mento nella mia direzione, come si fa con una conoscente poco gradita. Poi abbassò il finestrino e disse soltanto, guardando Silvy:
«Dai che andiamo.»
Dentro l’auto, sul sedile del passeggero, c’era già Gaia.
La sua segretaria. Vent’anni. Era la brutta copia di me quando avevo la sua età: stessi capelli chiari tirati indietro, stesso modo di stare dritta, stessa aria di chi aspetta di essere notata. La guardai un attimo di troppo e sentii una puntura di qualcosa che non volevo nominare.
Salutai la coppia con una mano alzata, troppo allegra, troppo alta.
Poi strinsi ancora mia figlia e le diedi un bacio forte sulla guancia.
«Mi raccomando, piccola mia. Ci vediamo lunedì. Mi mancherai tantissimo.»
Silvy mi si avvicinò all’orecchio. La voce le uscì piatta, ma il messaggio era chiaro.
«Ma c’è anche lei…»
«È normale, no?» risposi subito, troppo in fretta.
Lei non aggiunse altro. Si sistemò i capelli castani con un gesto nervoso, salì in macchina e chiuse lo sportello. Carlo non mi guardò nemmeno. Accese il motore e in un attimo me l’aveva portata via.
Restai ferma sul marciapiede, con la sensazione di aver appena perso qualcosa che non sapevo più come tenere. Due giorni liberi. Due giorni in cui avrei potuto fare qualunque cosa.
E invece l’unica cosa che mi veniva in mente era quanto silenzio ci fosse adesso dietro di me, in quella casa vuota.
In automatico, cercai nella rubrica.
Daniela.
Rispose al terzo squillo. Stavo già per riattaccare.
«Francesca! Come stai?»
La voce era calma, come sempre. Sullo sfondo si sentiva un leggero fruscio.
«Nicol mi ha detto che sei venuta a fare lezione…»
Aspettò. Lo faceva sempre. Lasciava lo spazio vuoto apposta.
«Sì, sì. Dany, la tua amica è…»
«Sei già in ronfa con Nicol, vero?»
Sbuffai, passando una mano tra i capelli ancora un po’ arruffati dalla notte brava. Capiva sempre al volo, maledetta!
«Ma no che dici? Nicol è super.»
«Sì, lo è. Ma..?»
«Niente ma. Mi piace.»
Silenzio breve. Poi la sua voce di nuovo, più diretta:
«Sì, sì. Dimmi. Che c’è? Perché mi chiami? Silvy?»
Chiusi gli occhi un attimo. Capiva troppo, Daniela. Sempre.
«È dal padre.»
«Ok. Ho capito. Ti aspetto.»
«Sei un tesoro, Dany.»
«Bacio.»
Riattaccai.
Salii in macchina, tolsi i tacchi, guidai a piedi nudi. In meno di quindici minuti raggiunsi zona Isola. A quell’ora non c’era quasi nessuno per strada. Solo qualche anziano seduto fuori dal bar e il rumore lontano della metro. Girai in Via Genova Thaon di Revel e mi fermai davanti al civico 15.
Il palazzo era una tipica casa di ringhiera dei primi del Novecento: facciata color crema, persiane verde scuro, portone di legno massiccio. Dentro, la corte interna era fiorita e silenziosa, con i ballatoi in ferro battuto e un ascensore di vetro moderno infilato nel cortile come un corpo estraneo. Salii al terzo piano.
L’appartamento di Daniela era esattamente come lei: essenziale, ordinato, senza una virgola di troppo. Sessanta metri quadri esposti sull’interno, soffitti alti con travi a vista, parquet di rovere lasciato nudo. In soggiorno c’era solo un divano lineare color corda, una libreria a scomparsa con poche campane tibetane e, vicino alla finestra, lo spazio vuoto per la pratica.
Quando mi aprì era a piedi nudi, in tuta grigia, i capelli castani raccolti in modo approssimativo. Mi guardò un secondo soltanto, poi si spostò di lato per farmi entrare.
«Entra. Il tè sta arrivando.»
La abbracciai di slancio.
Daniela restò ferma un secondo, poi mi strinse a sua volta, una mano leggera tra le scapole. Quando si staccò appena, mi parlò direttamente all’orecchio, la voce bassa e senza enfasi:
«È così grave?»