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Creato il 01/09/2026, 14:13 · Aggiornato il 01/09/2026, 14:13

Capitolo 3: Episodio 2

@ladyele1991LadyEle1991
AdolescentiIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Il giardino sembrava esistere al di fuori del tempo. I rami degli alberi si piegavano dolcemente sopra tappeti di fiori selvatici, mentre una luce lattiginosa filtrava tra le foglie e avvolgeva ogni cosa in un silenzio irreale. Un piccolo ruscello scorreva placido tra le rocce, riflettendo bagliori d'argento che parevano respirare insieme al vento. Sotto il tronco imponente di un antico albero, un'amaca tonda oscillava appena, cullata da una brezza quasi impercettibile. Su di essa sedeva l'Antico. I suoi lunghi capelli bianchi ricadevano fino a sfiorare il terreno, il semplice kimono nero si adagiava composto attorno al suo corpo e i piedi nudi riposavano senza peso sull'orlo dell'amaca. Tra le mani reggeva un vecchio libro, le cui pagine scorrevano lentamente sotto il suo sguardo privo di pupille. Sul suo volto non si leggeva alcuna emozione, se non una calma infinita, tanto profonda da risultare inquietante. Attorno a lui perfino gli uccelli tacevano, le foglie sembravano cadere più lentamente e il mondo stesso dava l'impressione di trattenere il respiro, come se la sua sola presenza imponesse alla natura una pace che non apparteneva ai viventi.


«Mio signore, mi aveva chiesto di fare rapporto» disse una donna alta oltre due metri, dai lunghi capelli neri raccolti in una coda alta, gli occhi rossi e un paio di corna ricurve protese in avanti. Indossava un kimono nero bordato di bianco, il cui scollo metteva in risalto il seno prospero, mentre delle catene scure la avvolgevano. Sul lato sinistro portava agganciata una katana.


L'Antico chiuse con calma il libro, poggiandolo sulle gambe, e si voltò a guardarla con un sorriso benevolo. «Ci sono novità sul fronte, cara Nimue?»


Nimue sospirò. «Il Re Azzurro continua a mietere vittime. Non riusciamo a fare breccia. Guida i suoi con una maestria feroce, ormai sembra conoscere ogni nostro schema.»


L'Antico socchiuse le palpebre e un'espressione rammaricata si palesò sul suo volto. «Povera creatura cieca. Se solo volesse vedere la verità...»


«La Principessa Aster purtroppo è un osso duro. Continuerà a combattere finché non le rimarrà anche un solo guerriero da mandarci contro.»


«Non vuole accettare che la Cucitura cadrà sotto il suo regno. Vuole essere degna delle sue antenate; posso comprenderlo, benché io non abbia mai avuto una stirpe.»


Nimue gli rivolse un profondo inchino. «Mi dispiace di avervi deluso ancora una volta, mio signore.»


L'Antico sorrise dolcemente, si alzò dall'amaca e si avvicinò a lei, poggiandole con delicatezza le mani sulle spalle. Erano alti uguali.


«State facendo tutto il possibile per salvarci dal sacrilegio compiuto dal Re delle Anime» disse, per poi respirare a fondo l'aria pura di quel luogo incantato. «Il suo aberrante regno non sarebbe ancora in piedi se non fosse protetto da guerrieri dalla forza eccezionale. Ma purtroppo per loro, ormai siamo agli sgoccioli. Presto potrò liberarmi da questo esilio e l'esistenza tornerà a essere una cosa sola.»


Le diede poi un bacio sulla fronte per congedarla. Nimue, con le guance imporporate, si ritirò arretrando con deferenza, continuando a ringraziare e a scusarsi.


Quando l'Antico rimase di nuovo solo, uno sguardo colmo di speranza lo attraversò. Sentiva davvero che presto ogni cosa avrebbe ritrovato il proprio equilibrio, e che la pace e l'armonia del creato avrebbero finalmente ricordato la via del ritorno.


Sollevando gli occhi al cielo — oltre quel manto terso, aguzzando la vista — era possibile scorgere l'Inferno: le sue anime dannate, i fuochi, le catene e i lamenti. La sua prigione e la sua casa. Il mezzo con cui avrebbe posto fine a tutte le guerre causate dalla follia del Re delle Anime.


⋆ ˚。⋆୨୧˚ ˚୨୧⋆。˚ ⋆


«Aoi, schiva!» urlò Ichika, poco prima che il basilisco potesse affondare le zanne su una di loro.


Aoi fece come ordinato e si lanciò sul lato sinistro.


«A saperlo prima, prendevo in prestito la gallina dell'orticello della scuola!» esclamò la bambina. Premette poi le dita attorno al polso, finché il kanji "召", inciso nella sua pelle, non si illuminò; da quel sigillo estrasse una katana di legno lunga circa cento centimetri.


«Si usano i galli, non le galline, per spaventare i basilischi!» la corresse Ichika.


«E vabbè, sempre coccodè fanno!»


Ichika si diede una manata in faccia per la testardaggine dell'amica, ma non ebbe neanche il tempo di lamentarsene che il serpente puntò dritto contro di lei. Lo scintillio della lama della katana, contro i denti aguzzi della fiera, si aprì come un fiore nell'aria. Kurodo aveva davvero intenzione di mettere a dura prova proprio la Shinigami che aveva osato criticare lui e i suoi due compari.


A intrattenere Aoi ci pensò invece Rinrin, che proiettò nella mente della bambina altri tre mostri simili a quello che le aveva afferrato le caviglie. Aoi iniziò a urlare e ad agitare la spada nel tentativo di colpirli, ma le creature svanivano a ogni fendente.


«L'istinto va bene, ma così sprecherai solo energie. Devi focalizzare il tuo nemico e poi affondare» le disse nella mente l'anima artificiale dai capelli biondi.


«Bakudō numero trenta: Shitotsu Sansen!» urlò Ichika, puntando di nuovo il palmo sinistro contro il basilisco.


Tre lance luminose apparvero dal nulla con l'intento di inchiodare l'avversario a terra, ma Ichika non aveva tenuto conto di quanto l'animale fosse snodato: per lui non fu difficile evitare i colpi. Kurodo glielo fece notare con tono da "professorone" e Ichika gonfiò le guance, contrariata.


Spazientita dall'agilità della bestia e dalle provocazioni dell'anima modificata, la Shinigami strinse i denti. Se l'incantesimo di bloccaggio non era bastato, era il momento di cambiare strategia e usare un po' di sano cinismo, unito alle bizzarre teorie avicole della sua amica.


Fissando nuovamente la fiera, Ichika sfoderò la sua battuta prima di sferrare il prossimo attacco: «Senti un po', lucertolone da strapazzo! Visto che le galline non ti fanno paura e i miei incantesimi li schivi... vediamo se hai ancora il coraggio di ballare quando ti trasformerò nel pollo fritto più grande della Soul Society!»


Subito dopo, Ichika non diede al basilisco il tempo di reagire. Sfruttando la sua stessa flessibilità contro di lui, si portò rapidamente al suo fianco per un attacco a sorpresa, urlando ad Aoi di trovare il vero bersaglio tra le illusioni.


«Sei solo fumo nei miei occhi!» urlò Aoi, chiudendo improvvisamente le palpebre.


Invece di farsi distrarre dai tre mostri illusori che le danzavano intorno, la bambina smise di agitare alla cieca la katana di legno. Inspirò a fondo, sintonizzandosi sul rumore del terreno, sul fruscio della melma e sulla voce metallica dell'anima artificiale nella sua testa. L'istinto selvaggio lasciò spazio a una fredda concentrazione.


Un sibilo reale, più pesante degli altri, risuonò alla sua destra.


Lì.


Aoi riaprì gli occhi, ora focalizzati come spilli sul bersaglio concreto. Con un movimento fluido e fulmineo caricò il peso sulle gambe e scattò in avanti, ignorando le fauci fantasma di Rinrin che le si paravano davanti. La katana di legno fendette l'aria in un affondo secco e potente, dritto verso il punto in cui il corpo snodato del basilisco si stava flettendo per schivare l'attacco di Ichika.


L'impatto del legno rinforzato dal potere spirituale contro le squame reali della bestia produsse un suono sordo e violento, interrompendo bruscamente la sua traiettoria fluida.


«Prendi questo e questo! Serpentaccio!»


«Ahi! Ahi! Aoi, noi serpenti siamo una specie protetta, sai!»


Ma Aoi non lo stava a sentire, mentre menava fendenti sul dorso del mostro a più non posso. 


«È un gatto selvaggio! Lo sai che fine fanno i serpenti sotto le loro unghie!» lo canzonò Ichika.


«Ragazze, basta così per oggi!» La testa di Urahara spuntò all'improvviso dall'alto e, con il buio circostante, sembrava quasi fluttuare nel vuoto. «Aoi, ha chiamato tua madre: dovete tornare subito a casa per cena.»


«Ma io qui non ho ancora finito!» esclamò la ragazzina dai ricci azzurri, totalmente assorta da ciò che stava facendo.


In un colpo solo l'oscurità si dissolse e le due giovani guerriere si ritrovarono nel solito sterrato con il panorama simulato. Rinrin e gli altri due erano tornati a essere dei semplici peluche. Quello a forma di coniglio, con gli occhi fatti di bottoni quadrati e il vestitino rosso, si massaggiò la schiena con una delle lunghe orecchie, assumendo un'espressione dolorante.


«E tu eri quella che aveva paura dei mostri sotto il letto, Aoi?» si lamentò Kurodo.


«Quando si sconfigge un nemico, bisogna assicurarsi che non si rialzi più!» rispose lei, con le mani sui fianchi e il naso all'insù.


⋆ ˚。⋆୨୧˚ ˚୨୧⋆。˚ ⋆


Dato che Ichika frequentava la stessa classe di Kazui, la ragazza passava i giorni di scuola a casa dei Kurosaki, dormento nell'armadio di Aoi.


Non appena Aoi tornò a casa, Orihime la prese immediatamente per la collottola. Non solo non si era fatta la doccia dopo la maratonina, ora era anche sporca dell'allenamento all'emporio di Urahara. Senza battere ciglio, la spogliò e la mise sotto la doccia con il getto dritto sulla testa, mentre la ragazzina a pugni chiusi e l'aria offesa "subiva" tutto questo.


«Signora Kurosaki, ma suo marito e Kazui non sono ancora rientrati?» chiese Ichika, quando Orihime ed Aoi uscirono dal bagno, con Aoi avvolta in un gonfio accappatoio verde con degli orsetti ricamati sopra, che ancora si asciugava la faccia.


Nel frattempo, la Shinigami, in attesa del suo turno per il bagno, stava sistemando i piatti a tavola, ma né il compagno di scuola, né il padre si erano ancora affacciati.


Lo sguardo di Orihime si fece subito più serio.


«Dovevano sbrigare una faccenda.»


Prima che il portale apparisse nel parco centrale di Karakura Town, nei pressi di un tempio shintoista, c'era stata una vibrazione nel terreno. I normali cittadini l'avevano scambiata per uno dei tanti terremoti che purtroppo colpivano il territorio, ma Kazui e Ichigo sapevano bene che non c'era nulla di normale in tutto questo.


Dopo che il loro spirito, avvolto dalle vesti nere da Shinigami, fu uscito dai corpi lasciandoli inerti nelle camere da letto, padre e figlio avevano attraversato di corsa la città. Saltando da un tetto all'altro, avevano risparmiato tempo grazie alla tecnica dello Shunpo, che li faceva muovere a scatti fulminei nel vuoto.


«La tua percezione era corretta ancora una volta, Kazui» si complimentò Ichigo con il figlio. Un solco profondo, tuttavia, gli attraversava lo spazio tra le sopracciglia mentre osservavano lo squarcio spaziale da cui stava provando a emergere una porta infernale. Di norma, essa appariva solo per catturare le anime esorcizzate che si erano macchiate di crimini gravi in vita, ma ultimamente i portali stavano spuntando per conto proprio, e sempre a Karakura. Non era una novità per loro: con la presenza di Ichigo, Kazui e di tanti altri guerrieri dal forte Reiatsu, erano ormai anni che le forze ancestrali si concentravano in quella città.


Kazui non batté ciglio e atterrò proprio di fronte a quell'apertura a forma di fauci spalancate, che cercava di far emergere una porta con degli scheletri legati su entrambe le ante. La forte corrente spirituale proveniente dall'anomalia gli agitava le vesti nere e i capelli arancioni, ma il ragazzo non si scompose. Piegò le braccia e congiunse i palmi.


Ichigo, dietro di lui, osservava in silenzio, pronto a intervenire qualora la minaccia si fosse dimostrata troppo forte. Aveva la mascella contratta, ripensando a quanto tempo fosse passato dall'inizio di quella storia. Era da quando Kazui aveva circa quattro anni che il bambino non faceva altro che chiudere portali. Inizialmente non erano che piccoli sbuffi di energia emersi dal nulla, occhi oscuri che lui schiacciava con la manina come fossero bolle di sapone. Più il tempo passava, però, più quegli squarci sembravano rafforzarsi, sfidando la sua stessa forza.


Gli occhi castani di Kazui, fissi sul bersaglio, brillarono di una luce profonda, nonostante il suo aspetto apparentemente rilassato. Senza pronunciare una parola ad alta voce, il giovane compì un rito sacro che fece vibrare di frustrazione il portale. Poco alla volta, la struttura venne ricacciata indietro, finché lo squarcio non si richiuse del tutto.


«Aaah...» sospirò Kazui, abbassando le braccia e rilassando le spalle. «E anche questa è fatta. Ora spero di poter tornare a leggere il mio fumetto in santa pace.»


Ichigo gli posò una mano salda sulla spalla. «Ben fatto, figliolo.»


Kazui sollevò lo sguardo verso il profilo di suo padre, che lo guardava sorridente e fiero, e ricambiò il sorriso. «Peccato che tutto questo non porti punti extra sulla mia pagella scolastica, eheh!» disse, grattandosi la nuca con una punta di imbarazzo.


«Sai quante volte l'ho pensato anche io alla tua età?» rispose l'uomo, allargando il sorriso. «Ma almeno la crostata al cioccolato di tua madre te la sei meritata tutta!»


Padre e figlio risero di cuore, finalmente sollevati.


Quando rientrarono, Orihime, Ichika e Aoi avevano già finito di cenare. La donna dai lunghi capelli arancioni, con i due caratteristici fermagli a forma di margherita alle tempie, stava finendo di lavare i piatti; Ichika era chinata su un tavolo basso a fare i compiti, mentre Aoi era già a letto, sfinita per la faticosa giornata.


Orihime raccontò velocemente al marito come fossero andate le cose, soffermandosi su Aoi che, come al solito, aveva dato spettacolo. Ichigo si mise a ridere ma, allo stesso tempo, si dispiacque che la bambina ci fosse rimasta male per il modo in cui l'avevano trattata gli altri bambini.


Dopo aver cenato a sua volta, Ichigo volle andare nella camera di Aoi per rimboccarle le coperte, dato che non la vedeva da tutto il giorno. Aprì di soppiatto la porta della cameretta — sulla quale era appeso il disegno di un gattino arancione con la scritta "Keep Out" — e avanzò in punta di piedi, osservando con profondo amore paterno quella piccola peste esuberante che in quel momento dormiva beata, stringendo Kon tra le braccia.

Dall'esterno della finestra fece capolino il faccione di Dondo: il guardiano Hollow, guidato dall'istinto, aveva immediatamente reagito alla nuova presenza nella stanza della sua padroncina.


Ichigo si portò un dito alla bocca, facendo al mostro il gesto del silenzio. Riconoscendolo all'istante, Dondo si voltò e tornò a fare la guardia nell'ombra.


I raggi lunari si appoggiavano delicatamente su quei folti riccioli azzurri. Il petto della ragazzina si alzava e si abbassava a ritmi regolari. Ichigo le sistemò meglio il lenzuolo sulle spalle e non poté fare a meno di assumere un'espressione nostalgica, ripensando a quella notte di undici anni prima, in cui il suo più grande rivale gli aveva consegnato una neonata avvolta solo in un velo di stoffa bianca.


«Te l'affido. Crescila come se fosse tua» aveva detto Grimmjow, prima di sparire dalla circolazione per non farsi rivedere mai più. 


E Ichigo stava mantenendo la promessa. Anzi, ormai non la considerava neppure più tale: Aoi era a tutti gli effetti sua figlia, e come tale l'avrebbe cresciuta e protetta finché ne avesse avuto bisogno.


Rimasto ancora qualche secondo in contemplazione, Ichigo uscì di soppiatto dalla stanza, lasciando che il silenzio venisse riempito solo dal respiro regolare di Aoi e dal sommesso russare di Kon.


L'orologio a pendolo a forma di panda, appeso alla parete, scandiva il tempo muovendo la lancetta, mentre gli occhi dell'animale raffigurato oscillavano a destra e a sinistra. La notte scorreva tranquilla... almeno finché una leggera vibrazione nello spazio-tempo non fece materializzare dal nulla una nuvoletta di vapore nero. Da quel fumo denso emerse un occhio rosso, che si mise a fissare intensamente Aoi.


Dondo si voltò ancora una volta a guardare dentro la finestra, allertato dal proprio istinto, ma quando si affacciò nella stanza non c'era già più nulla di anomalo.



Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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