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«Forza Aoi!» esultarono Inoue e Kazui non appena lo sparo della pistola a salve diede il via alla maratonina delle elementari. Aoi aveva i capelli raccolti in una coda, una fascia attorno alla fronte e indossava la divisa sportiva della scuola.
La ragazzina scattò subito in avanti, dimostrando immediatamente le sue grandi capacità atletiche, figlie di un retaggio non appartenente al mondo degli umani. Correva veloce e il distacco, fin dai primi metri percorsi, divenne importante.
«Mi ero raccomandata con lei di moderarsi» sospirò Inoue.
Sebbene la bambina fosse stata cresciuta da lei e da Ichigo, man mano che cresceva l'indole del padre biologico si faceva sempre più evidente. Molti additarono Aoi, dimostrandosi veramente colpiti dalle sue capacità. Nel frattempo, altri si chiesero come mai si trovassero in ombra nonostante il cielo terso, non potendo immaginare che un grosso Hollow fosse seduto dietro gli spalti e troneggiasse con il suo testone.
La bambina non solo correva veloce, ma si dimostrò anche molto resistente rispetto ad altri compagni che presto rallentarono, al punto da farsi superare con un doppio giro di distacco. Nessuno, quindi, rimase stupito quando fu proprio lei a tagliare il nastro.
I genitori degli altri bambini applaudirono, mentre Inoue e Kazui si alzarono addirittura in piedi. Aoi saltò sul posto al colmo della gioia. Corse dai suoi compagni di classe per farsi dare il cinque, ma nessuno contraccambiò; guardavano torvi quella bambina sbruffona che, ancora una volta, era voluta essere al centro dell'attenzione.
Aoi strinse i pugni lungo i fianchi e per un attimo nascose lo sguardo sotto la frangia. Ma fu solo un attimo. Quello successivo si era già portata le mani alla vita e aveva iniziato a ridere di gusto.
«Siete solo invidiosi perché nessuno di voi è al mio livello, nemmeno i maschi!»
«Ma almeno non siamo antipatici come te» rispose uno di loro.
«Ripetilo, se hai il coraggio!» ringhiò Aoi digrignando i denti e mettendo in mostra due canini particolarmente appuntiti.
«Attenzione, il gatto randagio tira fuori gli artigli!» la prese in giro un altro bambino.
«Gatto randagio, gatto randagio!» si misero a dire in coro i bambini, additandola.
Una vistosa vena spuntò sulla tempia di Aoi che, dopo i primi epiteti, si gettò addosso al capogruppo per dargliene di santa ragione. Dovettero intervenire gli insegnanti, soprattutto per bloccare Aoi che, quando si arrabbiava, era davvero ingestibile.
«Mamma, mi ha graffiato la faccia!» piagnucolò il ragazzino, mostrando dei vistosi segni rossi sul viso e sulle braccia.
Inoue e Kazui scesero dagli spalti tutti trafelati per cercare di risolvere la situazione.
Aoi si agitava ancora tra le braccia dell'insegnante, urlando e schernendo l'altro ragazzino, dandogli del "cacasotto" e sfidandolo ad affrontarla a viso aperto. Di tutta risposta, la madre del bambino – ormai nascosto tra le sue braccia – andò su tutte le furie, rimproverando Inoue di aver cresciuto una selvaggia.
Inoue dovette fare diversi inchini per cercare di scusarsi, con la promessa che, se fossero servite delle cure mediche, ci avrebbe pensato la loro famiglia a coprire i costi. Lo stesso fece Kazui, seguendo l'esempio della madre. Aoi protestò, gridando che era l'altro a dover risarcire lei per i danni morali, ma i ringhi, gli insulti e le urla certo non giovarono a suo favore.
Kazui guardò con apprensione Dondo che, non capendo davvero la situazione, nel sentire la sua padroncina così agitata aveva assottigliato lo sguardo, come se si stesse preparando anche lui ad aggiungere concitazione a quella già esistente.
Alla fine tutto si risolse con una nota sul diario per la condotta eccessiva della ragazzina e un rinnovato carico di scuse da parte della signora Kurosaki. Ma, chiaramente, per la bambina non era stato risolto proprio niente. Anzi, come al solito, ai suoi occhi era stata lei a essere punita.
Al termine della maratonina, la scuola raccolse gli studenti per la foto di gruppo. Tutti i bambini si riunirono sorridenti, dandosi pacche sulle spalle e mettendosi vicini ai loro amichetti del cuore. Solo Aoi restò sul margine esterno, quasi in disparte, con braccia e gambe incrociate, le guance gonfie e lo sguardo rivolto altrove.
Più tardi, sulla strada del ritorno, i tre percorsero la via in silenzio. Sia Kazui che sua madre avevano un'espressione tranquilla e non facevano trapelare niente. Aoi invece era a un paio di passi dietro di loro. Sollevò lo sguardo, concentrandolo sulle loro nuche: entrambi avevano i capelli rossi e lisci, così come li aveva anche suo padre Ichigo. Si prese una ciocca tra le dita; lei invece li aveva azzurri, con boccoli naturalmente molto stretti. Lo stesso valeva per il colore degli occhi.
Sospirò, poi strinse i pugni e iniziò ad avanzare con decisione, fino a superarli.
«Aoi, dove stai andando?» chiese Inoue, accigliandosi.
«Vado dallo zietto, voglio raccontargli della mia vittoria!»
«Ma sei tutta sudata e sporca, prima devi venire a casa a lavarti.»
Aoi si rimise le mani ai fianchi e puntò il nasino al cielo. «I guerrieri non hanno bisogno di essere puliti. Come faccio a dare conferma della mia vittoria allo zietto, se vado da lui odorando di sapone?»
«Ma che stai... Aoi!»
Inoue tese il braccio, ma la figlia era già schizzata in avanti e il fedele Dondo la seguì a sua volta.
«Quella bambina è davvero instancabile» disse poi Inoue, abbassando le spalle e portando il mento al petto.
«Vorrà farsi confortare un po' dallo zietto Urahara, ci è rimasta davvero male per quanto accaduto prima» disse il figlio, portando le mani in tasca e velando leggermente lo sguardo. «È davvero un peccato che a scuola non abbia nemmeno un amico.»
«Purtroppo non ha un carattere facile, ha davvero preso tanto da Grimmjow.»
Kazui guardò verso l'angolo della strada che Aoi aveva imboccato, sparendo alla vista, e contrasse appena le sopracciglia pensieroso.
Quando il quindicenne tornò a casa, non seppe perché ma ebbe voglia di soffermarsi sulle foto di famiglia appese a una bacheca sulla parete. Esse raffiguravano alcuni dei loro momenti più importanti, come il suo primo compleanno e anche quello di Aoi, i viaggi di famiglia, il diploma per aver concluso le medie e le giornate spensierate con gli amici. In ognuna di esse la sua sorellina era sempre sorridente, con la sua solita aria da sbruffoncella.
Lui le aveva voluto bene fin da subito, aiutandola a imparare a camminare e a parlare. L'aveva vista crescere da piccola e timida fino a diventare sempre più scatenata. Un cambiamento dovuto non solo alla sua indole ereditata, ma anche al fatto che non si era mai integrata a scuola; per reazione, se nessuno la voleva attorno, allora era lei a non volere attorno gli altri. Solo a casa e con gli affetti più stretti – come lo zietto Urahara e i suoi colleghi di bottega, lo zio Chad, gli storici amici dei genitori e lo zio Ishida – mostrava un lato ben più dolce e giocoso, per quanto rimanesse un peperino.
Si accigliò pensando che, dopotutto, nemmeno lo zio Ishida si era mai dimostrato molto espansivo nei suoi confronti. Il fatto che percepisse il Reiatsu Hollow lo teneva sempre sul chi va là, a causa del suo naturale istinto di Quincy. Tuttavia, anche se non apertamente, anche lui le voleva un gran bene. Con scuse come "era in svendita" o "l'ho trovato in casa", non mancava mai di portare un regalo anche a lei ogni volta che faceva visita ai Kurosaki.
«È a causa della sua natura se gli umani, che si sentono una preda naturale di questa specie, tendono a prenderne le distanze» gli aveva spiegato Urahara in disparte, un giorno in cui Kazui aveva portato la sorella da lui per curarle dei graffi, dopo che alcuni bambini le avevano lanciato dei sassi.
«Ma anche io, la mamma, papà e tutti gli altri siamo esseri umani, eppure non proviamo affatto queste sensazioni. Tutt'altro!»
L'uomo dal cappellino da pescatore a righe verticali verdi e bianche si era grattato la nuca, sinceramente dispiaciuto. «Il fatto è che noi abbiamo una forza spirituale sufficiente a individuare in Aoi anche una presenza positiva, che equilibra quella negativa e minacciosa del suo lato Hollow.»
«Poi ci si mette anche il suo caratterino...» aveva risposto Kazui.
Urahara aveva riso di cuore. «Sì, non v'è dubbio che sia un Grimmjow in miniatura... ma con una differenza.»
«Quale?»
«Lei non è un'anima corrotta: lei è viva, e vive dell'amore dei suoi genitori e di suo fratello. Questo, unito al suo lato "buono", garantisce che la piccola Aoi non sia nient'altro che una bambina esuberante, ma tanto bisognosa di affetto e desiderosa di darne.»
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Urahara cadde quasi dall'amaca quando il passo pesante di Dondo, unito al vocione di Aoi, lo strappò violentemente dal suo sonnellino pomeridiano.
«Vecchio, stai sempre a dormire» gli disse la ragazzina a braccia incrociate, mentre lui lottava per cercare di restare in equilibrio e non cadere di faccia.
«Hai idea di quanti anni ho io?» rispose l'uomo, quasi indignato. «Lasciami dormire e torna a giocare con le bambole» aggiunse, sdraiandosi di nuovo e girandosi di lato.
Una vena pulsò sulla tempia di Aoi, che poi sorrise in modo quasi predatorio. Con una spinta decisa ribaltò l'amaca, facendo rovinare a terra lo zio.
«Vieni qui che ora ti sculaccio, razza di teppista!» esclamò Urahara, mentre si massaggiava il fondoschiena.
Si alzò rapidamente cercando di acciuffarla ma anche Aoi, percependo il pericolo, era già corsa dentro l'emporio.
«Se ti prendo...»
«Cosa, signor Urahara?» chiese Ururu Tsumugiya, ormai una ragazza sulla ventina dai lunghi capelli corvini e gli occhi viola, all'apparenza sempre un po' spenti. Aoi si era andata a rifugiare proprio dietro di lei, aggrappandosi alla sua gonna.
Il proprietario dell'emporio si fermò lì sul posto, in un gesto teatralmente allarmato. «Niente... niente...»
«Ha visto? Ci è venuta a trovare la nostra cara Aoi» disse la ragazza con un lieve sorriso gentile.
Urahara si massaggiò una natica, facendo una smorfia. «Sì, me ne sono accorto.»
«Pupazzini!» esclamò subito dopo la bambina dai ricci azzurri, vedendo spuntare da dietro il bancone Ririn, Kurodo e Noba.
Questi ultimi, non appena si accorsero di Aoi, provarono a fuggire, ma lei fu più lesta e li afferrò tutti e tre.
«Quanto siete carini!» esclamò, stringendoli forte forte al petto e strusciando la guancia contro di loro.
Le tre anime artificiali provarono a svincolarsi, ma la presa della ragazzina era troppo forte. Alla fine sospirarono e le diedero dei buffetti sulla testa.
«Ciao, Aoi!» dissero in coro.
«Qual buon vento, piccola Aoi?» chiese Tessai Tsukabishi, uscendo dal retrobottega con il solito grembiule viola e il logo del negozio stampato sopra. L'uomo aveva l'aspetto di sempre: un paio di occhiali dalla montatura rettangolare e i capelli tirati indietro che terminavano con due treccine sottili. La sua corporatura era alta e massiccia.
Subito dietro apparve anche Jinta Hanakari, anche lui ormai sulla ventina ma sempre con l'aria da "teppista", i capelli rossi pettinati indietro e una giacca nera smanicata dal collo alto.
«Ah, vedo che è arrivata la mia allieva!» esclamò quest'ultimo, sorridente, portando le mani ai fianchi. Subito dopo la sua espressione si allarmò, sentendo un fruscio all'esterno. «Ehi, Dondo! Vedi di stare attento a dove ti siedi questa volta! Ho dovuto rifare tutte le aiuole a causa tua!» esclamò il giovane uomo, correndo fuori e agitando il dito contro il grosso e goffo Hollow.
Il mostro si grattò la nuca imbarazzato.
«Sono venuta a dirvi che ho vinto la maratonina!» esclamò Aoi, lasciando andare i peluche animati e tirando fuori da sotto il colletto la medaglia.
«Anche nelle maratonine delle elementari ci sono dei vincitori?» chiese Tessai.
«No, ma io sono arrivata per prima!»
«Così si fa!» disse Jinta, appena rientrato, mostrandole un pollice d'approvazione.
«E pensate che gli altri erano tutti invidiosi. Hanno provato a prendermi in giro, ma io ho mostrato loro chi comanda!» aggiunse Aoi, portando le mani ai fianchi e ridendo con aria di superiorità.
«Hai fatto a botte?» chiese Urahara, accigliandosi leggermente.
«Ho graffiato la faccia del più antipatico... mi chiamano gatto randagio? Beh, ho mostrato loro cosa significa provocarne uno!»
Jinta si portò le mani dietro la nuca e rise. «Così ci penseranno due volte a infastidirti!»
«Non si aggrediscono i compagni» disse invece Urahara con voce ferma. «Lo sai che sei più forte degli altri e non sei ancora in grado di controllare la tua forza. Non devi cadere nelle provocazioni.»
«Quindi avrei dovuto subire senza dire niente!?» protestò Aoi.
Il gestore dell'emporio scosse il capo in segno di diniego. «Ma prima di alzare le mani devi avvisare l'insegnante. Non ci si azzuffa.»
Aoi, in tutta risposta, incrociò le braccia al petto e gonfiò le guance, girandosi poi di lato.
«Parli bene tu, tanto non sei tu a dover andare a scuola e sentirti sempre le parole dietro!»
Un momento di silenzio passò tra i presenti. Urahara e gli altri si guardarono tra loro, impensieriti. Avevano conosciuto quella bambina che era ancora in fasce e chiaramente dispiaceva loro sapere quello che doveva passare a scuola.
«Aoi, senti... la vuoi una bella merenda per festeggiare la tua vittoria?» propose Ururu, chinandosi su di lei e poggiandole le mani sulle spalle.
Aoi rimase corrucciata ancora per qualche istante, poi tirò su col naso. «C'è la torta di fragole?»
«E ci sono anche i sanshoku dango.»
«Allora va bene.»
Ururu le prese la mano e le due ragazze si avviarono verso l'ala privata dell'emporio.
«Alla vittoria di Aoi!» esclamò Tessai, alzando il bicchiere di aranciata.
«Ad Aoi!» esclamarono gli altri in coro. Per l'occasione Ririn, Kurodo e Noba avevano assunto la forma umana.
Aoi rise, agitando anche il suo bicchiere con delle paperelle stampate sopra.
«Aspettate, anche Dondo!» disse, quando Ururu iniziò a tagliare le fette della torta alle fragole.
«Non può entrare qui dentro, lo sai!» esclamò Jinta.
«Lo so!»
Prese rapidamente un piattino di carta e corse fuori.
Tessai e Urahara la seguirono, osservando la ragazzina correre dal suo Hollow.
«Non ha ancora capito che lui non mangia il cibo degli umani?» chiese Tessai, quasi divertito.
«Lo sa, ma Aoi è fatta così. Anche se fa la spavalda, è pur sempre un'anima gentile.»
Aoi posò il piattino sul grosso palmo artigliato del mostro. Quest'ultimo guardò un po' interrogativo la fetta di torta.
«Si mangia, tontolone!» disse lei, con l'aria da saputella.
Dondo allora reclinò il capo, mostrando sotto la maschera delle fauci aguzze e una gola profonda. Ingoiò quel minuscolo pezzo di cibo con tutto il piatto.
«Il piatto non era incluso, ma ti è piaciuto?» chiese la bambina.
Dondo ci pensò su, poi emise un verso compiaciuto.
Una volta rientrati, il gruppo proseguì la sua merenda per la vittoria, almeno finché un bagliore non illuminò la stanza e da esso emerse un cancello. Le due porte scorrevoli di legno dalla forma tondeggiante si aprirono, rivelando tre figure.
Non appena il bagliore si ritirò, al loro posto apparvero Rukia, Renji e la loro figlia Ichika, ormai anche lei adolescente. La ragazza era la copia sputata del padre con quei tipici capelli rossi ribelli e un cipiglio marcato, ma gli occhi erano viola come quelli della madre. A differenza dei genitori, che indossavano il tipico kimono nero degli Shinigami – Rukia portava inoltre il mantello bianco, segno del suo ruolo di Capitano di brigata – lei indossava una divisa scolastica delle superiori con una giacchetta e una gonna color senape. Poggiata alla spalla destra aveva una spada da kendo, infoderata in una sacca viola.
«Ichika!» esclamò Aoi, andandole incontro.
«Mocciosetta!» rispose l'altra, arruffandole i capelli. «Com'è andata la maratonina?»
«Bene, ho vinto!»
«Non ne avevo alcun dubbio!»
«Oggi ti sei fatta accompagnare da mamma e papà, Ichika?» chiese Urahara, andando anche lui incontro agli ospiti.
«No, i miei vecchi devono parlare con te di quella faccenda» rispose lei, scrollando le spalle.
«Vecchi a chi, ragazzina?» sbuffò Abarai Renji, fulminandola con lo sguardo.
«Avete oltre centosessant'anni!»
«Impertinente!» sbuffò il vice capitano della Sesta.
«Dai, dai, lascia perdere, è in quella fase, lo sai!» intervenne Rukia, cercando di calmare il marito. Poi si voltò verso la figlia. «Tu e Aoi andate ad allenarvi, se volete, nel frattempo.»
«Ma certo!» esclamò Aoi, carica d'entusiasmo.
«Molto bene...» disse Urahara. «Ririn, Kurodo, Noba, andate con loro.»
«Ma io sono più forte di loro» replicò Ichika, facendo il broncio.
«Non sottovalutarci, abbiamo comunque anni di esperienza dalla nostra» disse Ririn, accigliata.
«Non siamo semplici bambole da compagnia» aggiunse Kurodo.
Noba annuì da sotto il suo passamontagna viola, aperto solo all'altezza degli occhi tramite una zip.
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«Non ho paura!» sbottò Aoi.
«Non ho detto che hai paura! Dico solo che mi stai attaccata come una cozza!» rispose Ichika.
«È colpa tua che li hai sfidati, non ci troveremmo in questa situazione altrimenti!»
Rinrin, Kurodo e Noba erano stati punti nell'orgoglio quando Ichika aveva detto che le loro abilità erano insufficienti a confronto. Così, la giovane Shinigami e Aoi erano scese poco dopo le tre anime modificate, incaricate di preparare il terreno di battaglia nella stanza sotterranea sotto l'emporio. Ma una volta lasciato l'ultimo piolo della scala, anziché trovarsi in uno sterrato che simulava un campo aperto, si ritrovarono immerse nel buio.
Corridoi bui e lugubri si aprirono di fronte a loro: spazi liminali da dietro il cui angolo provenivano lamenti inquietanti. Ichika aveva estratto immediatamente la katana, impugnandola in modo incerto e tremante. Aoi si era messa dietro di lei, con la scusa di "guardarle le spalle".
Le due ragazzine avanzarono, preparandosi a trovare l'avversario da un momento all'altro. Ma a parte quei versi, nessuno ancora le sfidava; questa lunga attesa le spaventava più dello scontro diretto.
«Ma, ma... insomma! Dobbiamo combattere o giocare alla casa degli orrori?» sbraitò Ichika, al colmo della frustrazione.
In quel momento le due, imboccando l'ennesimo corridoio, si ritrovarono in una stanza che proiettava luce bianca. In fondo ad essa c'era un letto coperto da una coperta a balze.
«Ah!» esclamò la rossa. «Fatemi indovinare, ora da lì sotto uscirà un mostro, non è vero? Lo sanno tutti che sotto al letto al massimo ci trovi i coniglietti di polvere!» Poi si girò verso l'amica: «Giusto, Aoi?»
Aoi sollevò il mento e cercò di apparire risoluta. «G-giusto! Solo i bambini possono credere che un mostro ti afferrerà le caviglie se esponi i piedi...»
Non fece in tempo a finire la frase che qualcosa di freddo si avvolse attorno alle sue caviglie. La bambina divenne immediatamente viola. Lentamente girò il capo per vedere cosa l'avesse afferrata.
«Hai ragione, il mostro non è sotto il letto» disse un essere che pareva fatto di melma, con un occhio solo e una bocca verticale da cui uscivano denti aguzzi.
Le due giovani gridarono talmente forte che anche gli adulti, al piano di sopra, avvertirono un rumore ovattato.
«Secondo te va tutto bene, Kisuke?» chiese Renji, leggermente accigliato.
«Oh, state tranquilli, va tutto bene» rispose lo shinigami con il cappello da pescatore, mentre sorseggiava il suo tè.
«Aoi, sta' ferma!» urlò Ichika, mentre sollevava la spada per colpire l'essere. Questo, però, si rivelò essere solo l'ennesima illusione audiovisiva di Rinrin.
Il buio le circondò di nuovo: Noba stava modificando ancora una volta il terreno di gioco, e le due si ritrovarono in uno spiazzo con un accenno di luminosità ambientale.
Aoi e Ichika si misero immediatamente spalla contro spalla, cercando di affilare i sensi per non farsi cogliere di sorpresa un'altra volta. I loro cuori battevano così forte da rimbombare nelle orecchie, mentre una goccia di sudore scivolava lungo le loro tempie.
A un certo punto, un fruscio viscido fece scattare i loro riflessi: qualcosa si stava muovendo, anzi, strisciando intorno a loro.
Ichika concentrò la sua reiatsu, fino a far assumere alla pelle una lieve luminosità propria, mentre Aoi portò la mano destra al gomito sinistro. I loro occhi erano divenuti due fessure per la forte concentrazione.
Una goccia di sudore si staccò dal mento di Ichika e, nel momento esatto in cui toccò il terreno, il basilisco scattò in avanti, mostrando i suoi lunghi denti aguzzi e una pelle squamosa molto coriacea.
«Kurodo se l'è studiata bene!» esclamò rapidamente Aoi.
Nello stesso istante, la giovane Shinigami tese in avanti il braccio sinistro, il cui palmo si illuminò all'istante.
«Bakudō numero otto: Seki!» urlò Ichika, evocando uno scudo di energia con cui parò il primo attacco diretto. Il basilisco venne respinto dall'impatto ma, dopo un solo attimo di esitazione, ruggì e ripartì alla carica.
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Mentre le due giovani guerriere entravano così nel vivo dell'allenamento, sopra di loro gli altri Shinigami stavano facendo il punto della situazione. Ultimamente si stavano registrando parecchie anomalie: sparizioni improvvise sia di anime da esorcizzare che di Hollow. Si trattava chiaramente di qualcuno non autorizzato dalla Soul Society, che agiva nell'ombra. Dalle tracce rilevate fino a quel momento, la loro ipotesi era che l'artefice appartenesse alla categoria dei Fullbringer, ma Riruka e i suoi negavano fermamente ogni legame con questa cellula solitaria. Inoltre, se l'interessato fosse stato davvero un conoscente degli Xcution, sarebbe stato totalmente consapevole del fatto che l'equilibrio dei mondi si basava sull'energia delle anime, umane, Hollow o Shinigami che fossero.
«Forse attacca anche le anime in attesa dell'esorcismo per scongiurare la corruzione del loro spirito?» ipotizzò Rukia.
Urahara fece spallucce. «Il problema è che, al di là degli Hollow, le anime umane prese di mira da questo individuo non appartengono a dei criminali, ma a innocenti: bambini o eroi che si sono sacrificati, per esempio. Sta puntando a un target molto preciso. Mi chiedo, quindi, se non stia eliminando anche i mostri proprio per mantenere gli equilibri di facciata. In questo modo pensa di poter colpire il suo vero obiettivo, mascherandolo dietro agli altri attacchi.»
«Ichigo che cosa ne pensa al riguardo?» chiese Renji. «Anche lui è un Fullbringer, ha percepito qualcosa?»
«Secondo lui, il potere utilizzato si basa sull'assorbimento dell'energia vitale. Consuma la sua vittima e, con essa, probabilmente si rinforza. Il problema è che è astuto: sa celare bene la propria reiatsu e la scatena solo nel momento in cui ha individuato il bersaglio da colpire» spiegò Urahara. «Per ora è meglio se ce ne occupiamo noi. Ichigo sta già cercando di aiutare Kazui; l'apparizione delle porte infernali si sta facendo sempre più frequente.»
A quel punto, i coniugi Abarai si accigliarono. «È da oltre dieci anni che sta accadendo...» constatò Rukia.
«Già...» concordò lo Shinigami biondo, rabbuandosi in volto. «A questo punto mi chiedo se qualcosa non si sia risvegliato in risonanza con la nascita di suo figlio.»
«O con l'arrivo di Aoi» concluse Renji.
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