Vai al contenuto principale

← Swami Lakshmi Saraswati

Creato il 23/07/2026, 12:45 · Aggiornato il 23/07/2026, 12:45

Capitolo 7: Testamento

@bergadavideDavide
GeneraleIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
  • Uso di sostanze rituali
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Era passato un mese da quel triste 11 febbraio. Nove giorni prima del mio compleanno. Non avevo nessuna voglia di festeggiare, il dolore era ancora troppo vivo. Mio padre e mia madre, però, insistettero per festeggiare comunque: “Sofia, la nonna avrebbe voluto che tu fossi felice”, diceva mia mamma. Io e lei, avevamo preso l’abitudine di vederci, la sera, quando tornavo dall’università. C’era un bar in piazza Minerva dove quasi tutti i giorni andavamo per parlare. Stavamo recuperando in fretta il nostro rapporto, ed era bellissimo avere una madre; capivo quanto, quel vuoto avesse caratterizzato la mia vita fino a quel momento.

Così, andammo in una pizzeria sotto i portici lungo il Naviglio a Pavia, a festeggiare il mio ventesimo compleanno. Certo una festa intima e riservata, non le grandi feste che ero abituata a dare, in discoteca con molti amici.

La pizzeria era un locale storico di Pavia, dove si è sempre mangiata bene la pizza, composta da un unico salone con molti tavoli quadrati con tovagliette color bianco e marrone, un locale rustico e accogliente, e quella sera era particolarmente pieno. L'atmosfera era frizzante, tra coppiette e famiglie e gruppi di amici, poi c'eravamo noi tre, io mamma e papà.

Eravamo seduti vicino alla finestra, con una bella vista sul Naviglio. Abbiamo ordinato le pizze,classiche, ma anche una con i funghi porcini, specialità del locale. Mentre mangiavamo, chiacchieravamo e ridevamo. Mamma e papà tra una risata e l'altra, mi riempiono di aneddoti di quando ero piccola, di come fossi vivace e testarda, di come ero sempre piena di domande, e di quanto ogni risposta che mi veniva data, scaturisse subito una domanda successiva. Fu una serata semplice, ma speciale. Mi senti circondata dall'affetto della mia famiglia, e questo era il regalo più bello che potessi ricevere., dato che era una cosa che per molti anni mi era mancata.

Proprio come la nonna, ero dei Pesci, solo che lei era nata l’ultimo giorno del segno, il 20 marzo, io invece il primo.

Quanti racconti mi aveva fatto la nonna sul nostro segno! Ne andava così fiera! E io, da bambina, adoravo ascoltarla.

Ricordai di colpo una specie di filastrocca, ispirata, a suo dire, alle fatiche di Ercole:

“Dio disse:

‘A te, Pesci, affido il compito di concludere il viaggio sulla Terra. Dovrai raccogliere tutto ciò che hai fatto nella vita e portarlo a me, affinché io possa dissolverlo nell’oceano dello spirito. Imparerai così a morire di te stesso e a liberare la Scintilla Divina che ho nascosto nel tuo cuore. Ma dovrai anche insegnare agli uomini a fare altrettanto e, per questo, dovrai saper raccogliere il loro dolore e le loro lacrime. Di certo, il tuo è il compito più difficile, ma affinché tu lo possa assolvere, ti dono i talenti della salvezza, della fusione mistica e della compassione. Mettili a frutto, tenendo sempre ben presente il compito che ti ho dato. Ricorda che autocommiserazione, confusione e paura saranno gli ostacoli che metteranno a dura prova la riuscita del viaggio.’

E Pesci, con passo lieve, tornò al suo posto.”

“È una metafora della vita”, mi diceva sempre la nonna. “Immagina i due pesci, finalmente liberi dal legame terreno, che si fondono in un’unica entità, unendo spirito e materia, anima e forma. Il loro viaggio è finito, ma la loro essenza continua a vivere, irradiando amore e saggezza nell’universo.” Non ci avevo mai capito molto, ma mi incantavo ad ascoltarla. Con il dorso della mano, mi asciugai una lacrima solitaria che mi era scesa dall’occhio destro, presa dalla malinconia.

Eravamo in attesa della convocazione per la lettura del testamento. Fummo chiamate io e mamma come uniche eredi.

Era un giovedì freddo e piovoso, quando io e mamma, fummo convocate nello studio legale Capobanco & Sant’Anna, in Piazza Marelli 7, proprio di fronte all’Esselunga.

Fui agitata tutto il giorno, l’appuntamento era alle 17.

Varcammo la soglia dello studio del notaio Sant’Anna, e fummo subito avvolte da un’atmosfera di solennità e silenzio. L’anticamera era arredata con mobili antichi, lucidati a specchio, e quadri di paesaggi montani che sembravano sussurrare storie di un passato lontano.

Il pavimento in parquet scricchiolò leggermente sotto i miei passi mentre mi avvicinavo alla porta dell’ufficio del notaio. Una targa in ottone, con il nome “Studio Notarile Capobanco & Sant’Anna” inciso in caratteri eleganti, brillava sotto la luce soffusa del lampadario.

Entrammo nell’ufficio. L’aria era densa di un profumo di carta antica e cera per mobili. La stanza era ampia e luminosa, con grandi finestre che si affacciavano sulla strada.

Al centro della stanza, troneggiava una scrivania di legno massiccio, ingombra di documenti, fascicoli e una vecchia macchina da scrivere. Alle spalle della scrivania, una libreria a muro ospitava una collezione di libri antichi, con dorsi in pelle e titoli in latino.

Sulle pareti, erano appesi diplomi e certificati, incorniciati in pesanti cornici dorate. Un grande orologio a pendolo, appoggiato a una parete, scandiva il tempo con un ticchettio lento e regolare.

L’arredamento era completato da alcune poltrone in pelle, dove noi attendevamo, e da un tavolo di legno più piccolo, dove il notaio avrebbe poi aperto la busta con il testamento.

L’intera stanza emanava un senso di ordine, precisione e professionalità.

Mentre aspettavamo, io e mamma ci fissavamo in silenzio, cercando di immaginare quante storie fossero passate tra quelle mura, quante vite fossero state cambiate da un testamento, da un contratto, da una firma.

L’attesa cresceva, il cuore batteva forte. Ero pronta ad ascoltare le ultime volontà della nonna, consapevole che quel momento avrebbe segnato un nuovo capitolo della mia vita.

Poi il notaio Sant’Anna finalmente arrivò, un uomo anziano con i capelli grigi e lo sguardo penetrante, indossava un completo grigio impeccabile.

Io e mamma eravamo sedute di fronte alla sua scrivania di legno massiccio, in attesa che iniziasse la lettura del testamento.

“Buongiorno, signore. Grazie per essere qui oggi,” disse con voce calma e professionale.

“Buongiorno, notaio,” rispondemmo in coro.

Il notaio prese una busta sigillata dalla scrivania e la appoggiò davanti a sé.

“Come sapete, la defunta Antonietta Romano ha lasciato un testamento olografo. Provvedo ora ad aprirlo e a darne lettura.”

Con un gesto delicato, il notaio ruppe il sigillo della busta e ne estrasse un foglio di carta piegato.

Schiarandosi la voce, iniziò a leggere con tono solenne:

“Io, sottoscritta Antonietta Romano, nel pieno delle mie facoltà mentali, dispongo delle mie ultime volontà come segue…”

Ascolto le parole del notaio con il cuore in gola. Ogni frase, ogni disposizione testamentaria mi sembra scolpita nella pietra.

“…Lascio la casa di Pavia, situata in via Bernardino da Feltre al numero civico 7, a mia nipote Sofia Scuasi, in segno del mio affetto e della mia stima. Confido che saprà prendersene cura e farne un luogo felice…”

Sento un brivido percorreremi la schiena. La casa della nonna… è mia! Un’emozione indescrivibile mi pervade, un misto di gioia, sorpresa e gratitudine.

Il notaio prosegue con la lettura, elencando le altre disposizioni testamentarie. Mamma riceve la casa di Casaliggio, come previsto.

Quando il notaio terminò, scese di nuovo il silenzio. Mi sentivo confusa e frastornata da tutte quelle informazioni.

“Congratulazioni, signorina Scuasi,” mi disse il notaio con un sorriso gentile. “Lei è la nuova proprietaria della casa di Pavia.”

Mamma mi abbraccio forte, con gli occhi lucidi. “Sono così orgogliosa di te, tesoro,” mi sussurra all’orecchio.

In quel momento, realizzai che la mia vita stava per cambiare per sempre.

Decisi, in quel momento, che avrei vissuto nella casa della nonna. Tra l’altro, era anche comoda per prendere il treno e andare a studiare a Milano.

Volevo lasciare il dormitorio e la mia vita sfrenata tra i locali nella movida milanese; quella Sofia era morta assieme alla nonna.

Passò una settimana dalla lettura del testamento, seguivo le lezioni e poi tornavo in treno a Pavia, mi ero temporaneamente trasferita nella casa di mio padre a città Giardino.

Io e mamma avevamo l’abitudine di chiacchierare davanti ad un aperitivo in un bar famoso per i cocktail in piazza della Minerva, ma adesso che il testamento era stato letto lei doveva tornare in Inghilterra e il giorno del nostro allontanamento stava arrivando in fretta.

Una sera, mi venne a prendere alla stazione come faceva spesso per andare assieme a chiacchierare nel bar all’angolo di Corso Cavour, che un po’ era diventato il nostro posto, ma quella sera era diversa. A quell’ora il sole seppur caldo di Marzo era già tramontato, mentre scendevo dal treno in stazione la vidi subito lì in attesa al binario. Mamma mi aspettava con un’espressione un po’ triste in volto che non mi convinse. Poi però vedendomi scendere del treno, il suo sorriso mi riempì di gioia, “Sofia!” Mentre mi abbracciava forte, stringendomi in un tenero abbraccio. “Come è andato il viaggio? Tutto bene?”

“Sì, mamma, tutto a posto” risposi, felice di essere di nuovo tra le sue braccia. “Il treno era pieno, ma ho conosciuto una ragazza simpatica.”

“Sono contenta” disse mamma, prendendomi per mano. “Vieni, ho già prenotato il nostro solito tavolo”.

Ci frequentavamo da meno di un mese, io e mamma, dopo anni di silenzi e lontananza. Eppure, avevo capito che il legame di sangue era qualcosa di forte, che non aveva bisogno di tanto tempo per crescere. Era diventato bellissimo ritrovarla ogni giorno dopo l’università e passare un po’ di tempo insieme, a chiacchierare di tutto e di niente.

Il Bar Minerva, con i suoi tavolini all’aperto affacciati sulla piazza, era il luogo perfetto per un aperitivo dopo una lunga giornata di lezione all’università.

Il sole stava tramontando, tingendo il cielo di sfumature arancioni e rosa. Eravamo sedute a un tavolino, con i nostri cocktail davanti, io il mio solito Martini mentre lei uno Spritz.

“Allora, com’è andata oggi all’università?” mi chiese Matilde, sorridendo.

“Tutto bene, mamma. Le lezioni sono interessanti, anche se un po’ impegnative,” risposi, prendendo un sorso del mio drink.

“Pavia è una città meravigliosa, mi mancherà…” Disse mamma, all'improvviso con nonchalance.

Il Bar Minerva era pieno di gente, studenti, famiglie, coppie.

L’atmosfera era vivace e rilassata.

“Già, mi piace molto anche a me’. E poi, casa di nonna, è comoda per andare a Milano, no?” risposi io facendo finta di non cogliere.

“Certo, in un’ora sei lì. Ma a proposito di Milano…” Matilde fece una pausa, il suo sorriso svanì leggermente.

“Devo parlarti di una cosa importante.”

La guardai, un po’ preoccupata. “Dimmi, mamma.”

Matilde prese un respiro profondo. “Come sai, il testamento della nonna è stato letto. Ora che è tutto sistemato, io… io devo tornare a Londra.”

Rimasi in silenzio per qualche istante, sorpresa e un po’ delusa, strinsi il bordo del tavolo con le dita della mano. “Così all’improvviso? Non pensavo che saresti ripartita così presto.” non ero ancora pronta per perderela adesso che ci eravamo ritrovate.

“Lo so, tesoro. Ma Michael mi aspetta. E poi ho anche il lavoro laggiù.” disse sistemandosi un ciocca di capelli ribelle e poi stringendomi una mano.

“Capisco,” dissi, anche se in realtà non capivo del tutto. “Quando partirai?”

“Credo la settimana prossima. Voglio sistemare ancora alcune cose qui, e poi… poi partirò.” di colpo le vennero gli occhi lucidi, segno del fatto che la separazione non era indolore nemmeno per lei.

Annuii di nuovo, cercando di non mostrare la mia delusione. “Va bene, mamma. Tanto ormai sono grande, posso prendermi cura di me stessa, mi mancherai tantissimo, però possiamo fare le videochiamate.” dissi con la voce rotta dall'emozione.

“Certo, tesoro! Mi mancherai tanto, anche tu, ci siamo appena ritrovate dopo anni.” disse mamma, stringendo la mano, che già mi aveva preso prima. Malgrado la tristezza ero comunque contenta d’aver recuperato il rapporto con lei, quella era una cosa che mi avrebbe accompagnato per sempre nella mia vita, il rapporto recuperato con una parte fondamentale di me' stessa.

Rimanemmo in silenzio per qualche istante, guardando il sole tramontare. Poi Matilde riprese a parlare, cambiando argomento.

“Comunque, sono contenta che tu abbia deciso di vivere nella casa della nonna. È una casa bellissima, piena di ricordi. Sono sicura che sarai felice lì.”

“Sì, mamma. Anch’io sono contenta,” risposi, sorridendo.

E così, tra un sorso di Spritz e una chiacchiera leggera, continuammo la nostra serata al Bar Minerva, consapevoli che quella sarebbe stata una delle ultime serate insieme prima della partenza di mamma per Londra.

Ci salutammo con grandi abbracci mentre aspettavo in piazza che mi venisse a prendere mio padre in macchina.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…