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← Swami Lakshmi Saraswati

Creato il 18/07/2026, 15:51 · Aggiornato il 18/07/2026, 15:55

Capitolo 6: Nuove prospettive

@bergadavideDavide
GeneraleIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
  • Uso di sostanze rituali
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Mi ero presa un paio di giorni di pausa dal mondo, per riprendermi a casa di mio padre, la casa dove ero cresciuta. Lì, la mia vecchia camera era il mio nascondiglio, il mio rifugio quando non stavo bene. Tutte le delusioni, le sconfitte, ma anche le vittorie, le avevo vissute tra quelle quattro mura. Ricordo ancora quando in terza media mi ero dichiarata al mio compagno di classe, Matteo: eravamo persino rimasti “fidanzati” per due settimane! O quando alle medie avevo vinto la maratona, per la quale mi ero allenata un’intera estate con Marta, la mia migliore amica di allora, che ora vive in America con la famiglia. E poi c’era il concerto di Vasco nel 2011. L’attesa febbrile, la ricerca dei biglietti, l 'organizzazione con gli amici...E infine l’arrivo a San Siro, la folla oceanica, l'energia che si sprigionava dalle canzoni e dal palco. Cantammo a squarciagola, ballammo, ci emozionavamo. Un ricordo indimenticabile.

Ero ancora rintanata nel letto quando squillò il telefono. Ancora in dormiveglia allungai una braccio avvolto dal pigiama per prendere il telefono dal comodino, sul display c’era il nome di Michela. Non avevo proprio voglia di parlare con nessuno, ma il solo leggere il nome di una persona amica mi scaldò il cuore. Schiacciai il pulsante verde e la sua voce squillante colpì violentemente il mio padiglione auricolare, “Ciao Sofia, come stai? Io e Silvia siamo molto in pensiero, dopo che l’altro giorno è venuto a prenderti tuo padre, non ci hai fatto più sapere niente, è passata quasi una settimana!” parlò in fretta e tutto d’un fiato, era davvero preoccupata si sentiva dal tono della sua voce. “Mi vuoi dire che cosa è successo?!”, poi attese una mia risposta. Le risposi con un filo di voce mentre ero ancora completamente sommersa sotto il piumone. “ Buongiorno Michela, lo so scusami, hai perfettamente ragione,” non sapevo che dirle, non volevo risultare patetica sbattendole in faccia il mio dolore, ma al tempo stesso mi faceva piacere parlare con un’amica , anche se ci conoscevamo da pochi mesi. In fin dei conti qui a Pavia non è che le mie amiche sgomitassero per confortarmi o per venirmi a trovare, “beh sai ho avuto un lutto in famiglia," alla fine trovai il coraggio per dire la verità.

Rimanemmo in silenzio per alcuni secondi, poi Michela disse: “ah mi dispiace, ti faccio le mie condoglianze, so cosa si prova ho perso l’anno scorso mio nonno, ci sono rimasta malissimo per un mese,” mi scese una lacrima e cominciai a singhiozzare, “ho perso mia nonna Antonietta era la mamma di mia mamma…” mi si ruppe la voce dall’emozione. “Avevamo capito che era successo qualcosa di grosso, quando non ti avevamo vista a lezione per tutti quei giorni,” fece un sorriso forzato, “ è vero che non sei una campionessa di frequenza però saltare tante lezioni era strano anche per tè!” ero incapace di risponderle e di fermare le lacrime che stavano bagnando il lenzuolo del letto, “ Riprendenti d’acconto !” continuò la mia amica, “io e Silvia siamo qui che ti aspettiamo! Prenditi il tempo che ti serve, ricorda però che a fine mese abbiamo il lavoro di gruppo su Nietzsche, io non ci capisco nulla…” ci salutammo con un saluto imbarazzato dandoci appuntamento per la prossima lezione.

Non feci in tempo a rigirarmi nel letto che sentii bussare alla porta. “Tesoro, Sofy, sei sveglia?” era la voce di mio padre preoccupata. Erano già le nove e mezza e probabilmente aveva aspettato fino a quell’ora per non disturbarmi. Il senso di colpa mi assalì. “Sono quasi le nove e mezza e sto uscendo per andare al lavoro,” mi disse, con un tono dispiaciuto “Ci sentiamo a pranzo, ok?” Mi alzai di scatto, sentendo un bisogno improvviso di stargli vicino. Aprii la porta e lo abbracciai forte, stringendolo per un momento. Gli diedi un bacio sulla guancia, un gesto che non facevo mai “Buon lavoro,” gli dissi, con un nodo in gola. “Ci sentiamo dopo.” Mentre stava andando via, lo chiamai di nuovo, facendolo girare. “Ah, papà, sarai felice di sapere che da domani torno a frequentare…” e gli chiusi la porta, con un sorriso.

Sentivo una strana energia pervadermi, avevo come il bisogno di scrollarmi di dosso le ombre degli ultimi giorni, di tornare a respirare la vita. Così, con un guizzo di energia ritrovata, mi feci una lunga doccia calda, un rituale di purificazione che mi lavó via di dosso paure e pensieri grigi. Poi, una colazione leggera, per nutrire il corpo e lo spirito. E infine, la scelta degli abiti, avevo voglia di sentirmi bella. Indossai un vestitino di lana blu, collant bianche e stivaletti neri. E poi, i capelli sciolti, liberi di danzare al vento, come la mia anima e infine al collo l’immancabile collana di nonna. Chiamai mamma e le diedi appuntamento in piazza Minerva, dovevo andare in libreria a prendere il libro di Nietzsche consigliato dal professore, 'Così parlò Zarathustra’.

La incontrai all'angolo di piazza Vittoria, mentre osservava l'elegante vetrina di una boutique. Era così bella che ogni abito le sarebbe stato a meraviglia. «Ciao, mamma», dissi. Indossava un piumino beige lungo fino al polpaccio, che le fasciava i fianchi, e una cuffia bianca. Quella mattina di fine febbraio era gelida. «Ciao, Sofy», rispose mia mamma, stringendomi in un caloroso abbraccio. Le sue mani erano ghiacciate. Dopo un caffè veloce in un bar sotto i portici della piazza, ci incamminammo verso la libreria in via XX Settembre. «Che libro devi prendere?», mi chiese. «Sai che stamattina ti vedo in gran forma, tesoro?» Era raggiante, e anch'io ero felice che il nostro rapporto si stesse rinsaldando. Tuttavia, dentro di me covavo ancora delle ferite. Volevo sapere, ero pur sempre una figlia ferita e abbandonata anni prima. Certo, la lettera della nonna mi aveva fatto capire che provare rancore fosse sbagliato, ma sentivo il bisogno di capire.

Mi fermai in mezzo alla strada, incurante dei pochi passanti, e la guardai dritto negli occhi. Con tutto il coraggio che riuscii a trovare, dissi: «Mamma, scusami se sono così diretta, ma devo sapere: perché quando avevo quattro anni hai abbandonato me e papà?».

I suoi occhi si spalancarono e il suo corpo si irrigidì. Tuttavia, era pronta a parlare, si vedeva dalla sua espressione. Con voce tremante, rispose: «Sofy, tesoro, è difficile da spiegare. Ero così giovane, così...preoccupata per la mia immagine, per la mia carriera. Il mondo della moda mi aveva dato tanto, ma mi aveva anche resa fragile, insicura. Quando sei nata, ho avuto paura. Paura di non essere una buona madre, paura che la maternità mi avrebbe tolto tutto ciò che avevo costruito. Poi è arrivato Michael, un uomo affascinante, diverso. Mi ha fatto sentire desiderata, capita. Mi ha offerto un mondo di libertà, di leggerezza. Ero immatura, Sofy, lo ammetto. Ho fatto la scelta sbagliata». La voce le si spezzò, le mani tremavano mentre si stringeva nelle spalle, quasi a voler scomparire. I suoi occhi marroni si velarono di lacrime, ma non si arrese. “Non c'è stato giorno della mia vita in cui non mi sia pentita di non esserti stata accanto. Ma ero così fragile, Sofy. Mi sentivo persa, incapace di affrontare la realtà. La lontananza mi sembrava un male minore, un modo per proteggerti dal mio caos interiore. Ma mi sbagliavo. Ti ho ferita, lo so. E non me lo perdonerò mai”. Un singhiozzo le scosse il petto, e una lacrima solitaria le rigò il viso.

“Basta così, mamma!”, dissi con tutta la dolcezza di cui ero capace, anche se una fitta di dolore mi stringeva il cuore. “ Ti ho già perdonata l'altro giorno”. E la abbracciai. Le volevo bene davvero. Ero stata sul punto di vendicarmi, ma non volevo vederla soffrire così. “ Adesso è tutto superato e voglio ricostruire un rapporto con te!”. Un sorriso timido illuminò il suo volto, mentre mi stringeva a sé.

Nonostante fossero quasi le undici, il freddo pizzicava la pelle. Cinque minuti a piedi separavano la piazza dalla libreria. Entrammo nel vasto locale (un tempo un cinema), grate di trovare un piacevole tepore. La libreria si sviluppava su due piani, ma sapevo esattamente dove cercare il libro del filosofo tedesco che mi serviva. "Sofy, io vado a dare un'occhiata alle novità," disse mia madre con disinvoltura. Un velo di rossore le incorniciava ancora le pupille, ricordo del pianto di poco prima, ma il suo sguardo era sereno. Mi colpì la sua familiarità con l'ambiente. "Ok, mamma," risposi con un sorriso. "La sezione che cerco è al piano superiore, ci vediamo lì!"

Mi diressi subito al reparto di filosofia e cercai un po' tra i libri. Trovai solo 'Al di là del bene e del male' e 'Genealogia della morale'. Mentre ero presa dalla ricerca, un ragazzo della libreria si avvicinò. Era carino, con dei folti riccioli castani, alto e magro, e indossava una polo bianca con il logo della libreria. “Tutto bene, signorina? Come posso aiutarla? Sta cercando un libro in particolare?”, mi chiese con modi gentili ed educati. “Sì, sto cercando ‘Così parlò Zarathustra’ di Nietzsche, ma ho trovato altre sue opere”, risposi.

“Mi pare di averlo visto tra i classici giù all'ingresso, è tuttavia una versione economica..” disse un po' a disagio senza guardami negli occhi. Mentre mi parlava mi ero slacciata la zip del piumino esibendo il mio abitino, ma non avevo nessuna intenzione di mettermi in mostra, era stato solo per via del caldo. Ma probabilmente la cosa sul ragazzo aveva avuto il suo effetto.

“Se vuoi intanto ti mostro la versione, sennò dovremmo ordinarne un'altra.”

Mi avvicinai a lui rimanendo comunque a un passo, “No, no, andrà bene ! Ho una certa fretta è per un lavoro in università…” gli si illuminarono gli occhi, “che bello poter leggere un libro tanto interessante per scuola!” mentre parlava si incamminò scendendo le ampie scale, in pochi passi eravamo arrivati alla sessione ‘grandi classici’ trovò il libro che mi serviva all'istante e me lo porse in mano. Era un'edizione di quelle tascabili a basso costo, “il prezzo ovviamente verrà scontato del 30% se presenti alla casa il tesserino da studente.” Mi fece un gran sorriso, mettendo in mostra dei denti bianchi e ben curati, “Hai bisogno d'altro?”

“Per il momento nulla, “ risposi colpita dal suo, savoir-faire, da ragazzo timido s'era trasformato subito in un ragazzo disinibito, al solo parlare di libri, si vedeva che erano la sua passione. Mi girai alla ricerca di mia mamma che era accomodata in una poltroncina nel reparto novita al limitare opposto del piano terra, dove una volta c'era in piccolo palco del cinema, che stava leggendo qualcosa. Eravamo le uniche clienti presenti al momento in libreria.

Dopo la libreria, in strada mamma mi rivolse uno sguardo che capì subito essere di commiato, “Sofia adesso ti devo salutare, “ era a disagio si vedeva bene che non voleva salutarmi, “ho appuntamento per pranzo con una vecchia amica che non vedo da anni,” “Certo mamma, “ le risposi abbracciandola, affondando il viso sulla sua spalla, mamma era di qualche centimetro più alta di me' nonostante i miei stivaletti avessero un tacchetto, sentì il profumo fresco dei suoi capelli, “io ho appuntamento per pranzo al ristorante di papà in piazza Italia, ci vediamo in settimana!” Ci baciammo e ci salutammo.

Tutta la settimana dopo la passai nel dormitorio in ateneo.

Era arrivata anche l’ultima sera poi avrei lasciato la mia camera, ero anche d’accordo con le mie amiche che il giorno dopo avremmo festeggiato, ma quella sera non mi sentivo bene, quindi

decisi di andare a dormire presto quella sera. Il letto mi sembrava l’unico posto in grado di darmi un po’ di conforto. Dalla mia posizione, potevo osservare la stanza spoglia, ormai avevo portato via tutto. Era una camera singola, una di quelle che l’ateneo metteva a disposizione degli studenti. Le pareti color giallo tenue, quasi sbiadito, erano interrotte da una grande finestra. La vista non era niente di speciale: il cortile interno, con i suoi tetti spioventi e le grondaie arrugginite, e sullo sfondo il profilo squadrato degli edifici dell’università.

Era vero che marzo aveva regalato delle belle giornate di sole, ma la sera l’aria frizzante entrava dalle fessure della finestra, costringendomi a raggomitolarmi sotto le coperte. I mobili, essenziali e funzionali, erano di un bianco candido che stonava un po’ con il pavimento di parquet, stranamente caldo e accogliente.

Dopo un po’, forse per la stanchezza o forse per via delle medicine che avevo preso, finalmente mi addormentai.

Come spesso accade quando il corpo è debilitato, la mente vaga in territori inesplorati. Mi ritrovai in una casa in India, un’abitazione umile, quasi spoglia. I mobili antichi, consumati dal tempo, raccontavano storie di generazioni passate. Eppure, in quell’ambiente semplice, regnava un ordine e una pulizia che parlava di cura e dignità. Un profumo dolce e aspro di mandarino selvatico fluttuava nell’aria, proveniente da un cesto di vimini appoggiato al centro della stanza.

Ero seduta su un tappeto sontuoso, un’opera d’arte di colori e intrecci intricati, nella posizione del loto, avvolta in una vestaglia di lino grezzo color terra. I miei capelli, raccolti in una coda alta, lasciavano scoperto il mio volto, concentrato nella meditazione. Ma, stranamente, anche con gli occhi chiusi, percepivo ogni dettaglio dell’ambiente circostante.

Davanti a me, una figura luminosa, avvolta in un alone di luce così intenso da renderne impossibile distinguere i tratti. Una presenza che irradiava un’energia potente, quasi accecante. Al mio fianco, un’altra figura, altrettanto luminosa, ma di una luce diversa, più calda, avvolgente.

La voce dell’uomo al mio fianco ruppe il silenzio, una voce melodiosa, un sussurro gentile che accarezzava l’anima: “Finalmente ci reincontriamo, Sisya. Quante vite sono trascorse prima di questo momento…”. Una pausa, un respiro profondo. Il mio cuore batteva all’impazzata, sopraffatto da un’emozione indescrivibile. “Ti ho atteso con pazienza, Sisya. Ho aspettato che tu fossi pronta. In questo stesso luogo, su questo tappeto, solevamo meditare insieme”.

Il mio sguardo interiore era fisso sulla figura di fronte a me. Non parlava, non ancora. Ma la sua presenza era un richiamo, un’onda di amore e saggezza che mi penetrava nel profondo, seppi inconsciamente che non ero in grado, al momento, di sostenere il suono della sua voce.

“Ora è giunto il tempo, Sisya”, continuò la voce al mio fianco, “di diventare ciò che sei destinata ad essere. Tu non sei chi credi di essere”.

In quel momento, la figura luminosa di fronte a me, con un gesto delicato, prese una barra di un materiale sconosciuto, una sorta di cristallo o metallo traslucido, e la appoggiò sulla mia testa. Un’energia potente, un flusso di conoscenza e luce, entrò in me, espandendo la mia coscienza oltre i limiti del sognare.

“Ci rivedremo tra sei anni, al Kumbh Mela”, sussurrò la voce. “Dopo l’università, intraprenderai un viaggio di quattro anni intorno al mondo. Un percorso iniziatico, per scoprire chi sei veramente. Ti aspetterò in un’insenatura del Gange, Susya”.

Le mani delle due figure si unirono in un gesto di preghiera, un saluto. E il sogno svanì, lasciandomi con un senso di pace e una promessa nel cuore.

Aprii gli occhi di scatto, il cuore che batteva all’impazzata. La luce fioca del cellulare segnava le 4 del mattino. Ero madida di sudore, il respiro affannoso. Un dolore sordo al petto mi impediva di alzarmi, le gambe tremavano.

Presa dal panico, mi trascinai a fatica verso il telefono e composi il 118. L’operatore rispose con voce calma, chiedendomi i sintomi. Cercai di spiegare a parole quello che stavo provando, ma era come se il cuore volesse uscire dal mio petto.

L’ambulanza arrivò in fretta, sirene spiegate nella notte silenziosa. I paramedici mi caricarono sulla barella, mentre cercavo di calmarmi. Arrivammo al pronto soccorso del San Raffaele, dove mi fecero subito degli esami.

Nel frattempo avevano chiamato mio padre, che arrivò in fretta, preoccupato. I medici ci spiegarono che avevo avuto una crisi di tachicardia e un picco di pressione inspiegabili. Non c’era una causa apparente, dissero.

Rimasi ricoverata per qualche giorno, sotto osservazione. Mi fecero ogni tipo di controllo, ma non riuscirono a trovare niente di anomalo.

Quando mi dimisero, ero ancora scossa. Tornai a casa di mio padre, dove mi riposai per qualche giorno. Piano piano mi ripresi, ma quella notte, quell’esperienza così vivida, così reale, restò indelebile nella mia memoria, poi quell’ uomo nel sogno mi aveva dato appuntamento in india al Kumbh Mela, ed io non sapevo nemmeno cosa fosse,

Decisi che mi sarei informata in merito, ma nel frattempo impegnai i giorni di ‘convalescenza’ li impiegai per leggere il libro di Nietzsche che il professor Gallo ci aveva dato per il lavoro di gruppo, Così parlò Zarathustra.

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