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← Swami Lakshmi Saraswati

Creato il 27/07/2026, 10:34 · Aggiornato il 27/07/2026, 10:38

Capitolo 8: Atene

@bergadavideDavide
GeneraleIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
  • Uso di sostanze rituali
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Il rombo sordo dei motori si attenuò gradualmente, lasciando spazio a un leggero sussulto che percorse la carlinga. Il sussulto, seppur breve, fu sufficiente a far riemergere la mia coscienza dal profondo stato meditativo nel quale ero immersa. Svanendo lo stato meditativo, svanirono anche i ricordi di quel breve periodo di quasi dieci anni fa trascorso con mia madre, immediatamente dopo la morte di nonna Antonietta. Quella vicinanza forzata, intrisa di un dolore condiviso ma vissuto in solitudine, si insinuava, come una dissonanza sottile nella quiete del mio stato post meditazione.

Per un istante, la pace vacillò, e una lacrima leggera traditrice, scese lungo la mia guancia destra. La asciugai con un gesto rapido, quasi di stizza verso questa persistente eco del passato, verso questa Sofia che ancora si aggrappava alle sue ferite. Questo piccolo sussulto emotivo fu un monito: la personalità era un'ombra tenace, il distacco, la vera libertà, un orizzonte ancora lontano.

Ma Patanjali con la sua saggezza mi venne subito in soccorso: “Yoga Chitta Vritti Nirodha”, ricordandomi che i pensieri generati dalla mente non erano reali, e andavano arrestati per restare nella quiete del Samadhi. Con un respiro, riportai la mia attenzione al mondo esterno, e attraverso il finestrino ovale, notai come la familiare tonalità della terra Greca color ocra, era ormai sotto le ruote dell'aereo.

Eravamo atterrati.

Un sospiro collettivo serpeggiò tra i passeggeri, un misto di sollievo e attesa per la coincidenza che ci avrebbe portato al Cairo.

Le luci rosse dei segnali si spensero con un clic rassicurante e il vociare sommesso dei passeggeri riprese vigore.

Lentamente, il flusso dei passeggeri si incanalò verso l'uscita. Mi alzai, stiracchiandomi leggermente le gambe intorpidite dal volo da Malpensa. Afferrando la mia piccola borsa a tracolla, compagna fidata di innumerevoli peregrinazioni, e mi unì alla lenta processione verso il portello.

L'aria tiepida e umida di Atene mi accolse non appena varcai la soglia dell'aereo. Il profumo inconfondibile di terra e mare, unito a una leggera fragranza di fiori lontani, mi avvolse per un istante. Mentre scendevo la scaletta metallica, i gradini vibrarono leggermente sotto il peso dei miei passi. In lontananza, il bianco accecante di un edificio aeroportuale rifletteva la luce intensa del primo pomeriggio.

In fondo alla scaletta, un autobus bianco ci attendeva con le porte spalancate. Salendo a bordo, trovai un posto vicino al finestrino. Osservai in lontananza il viavai sulla pista: altri aerei che rullano, addetti ai bagagli che movimentano carrelli, il balletto preciso dei veicoli di servizio. Un senso di transitorietà mi pervase, la consapevolezza di essere sospesa tra un luogo lasciato e uno ancora da raggiungere.

Quando l'autobus finalmente fu pieno, ci avviammo lentamente verso l'edificio principale. Attraverso i vetri appannati, guardai immagini fugaci dell'aeroporto: segnali indicatori in una lingua straniera, volti stanchi ma eccitati, il brulichio incessante di un crocevia internazionale.

Dopo un breve tragitto l'autobus si fermò di fronte a un ingresso anonimo. Insieme agli altri passeggeri, seguì il flusso verso l'interno, per ritrovarmi in un ampio corridoio, le indicazioni per le "Connecting Flights" erano ben visibili sopra le nostre teste. Dopo un breve controllo dei documenti, non mi restava altro da fare che attendere la coincidenza nella vasta sala d'attesa. Il brusio delle conversazioni in diverse lingue si mescolava all'eco degli annunci.

Cercai e trovai un angolo tranquillo dove sedermi, osservando il viavai di volti e di storie che si incrociano per un breve istante.

Istintivamente la mia mano corse al collo alla ricerca della collana della nonna, senza però trovarla. L'avevo donata qualche ora fa a Sole, un gesto improvviso, un lasciare andare qualcosa di caro. Se fosse qui, ne cercherei un effimero conforto in quel legno liscio e profumato. Ma nel compiere quel distacco, avevo avvertito una sottile brezza di libertà, come se uno strato si fosse dissolto, permettendomi di intravedere, per un fugace istante, la mia essenza più autentica.

In quel preciso momento di quiete interiore, mentre osservavo il flusso incessante di persone, una voce si fece strada nel silenzio della mia mente...

Non un suono, ma una fioritura di consapevolezza: “La tua mente vaga, Sofia, tra ciò che appare. Rivolgi lo sguardo a chi guarda. Conosci ciò che non sei, e in quel vuoto, l’Io Sono si rivelerà. Non cercare definizioni, sii la Presenza che osserva il cercatore.” Le parole del mio Guru, Nisargadatta Maharaj, concise e taglienti, risuonarono nel profondo, un richiamo a dimorare nella Verità che sono.

Improvvisamente, un annuncio gracchiante mi riporta a un altro luogo, un altro tempo.

La Stazione Centrale di Milano nel 2013, mia madre era tornata in Inghilterra dal suo Toy boy da una settimana, quella mattina al mio risveglio non avevo trovato mio padre in casa ma al suo posto mi ero svegliata con una strana sensazione strisciante, come se qualcosa dovesse accadere.

Il caos della Stazione Centrale mi travolse: valigie che rotolano, annunci che si accavallano, un alveare di volti sconosciuti.

Era il primo anno di università e Milano, come al solito, mi inghiottiva con la sua frenesia.

Ebbi un attimo di smarrimento, e dovetti sedermi su una panchina. Presi, 'Così parlò Zarathustra’ dallo zaino, ero alla terza rilettura, «C'è sempre uno di troppo intorno a me» – pensa così il solitario. “Sempre uno via uno – a lungo andare ciò diventa due!». Io e Me sono sempre in conversazione troppo assidua: come lo si potrebbe sopportare se non ci fosse di mezzo un amico? Per il solitario l'amico è ognora un terzo: e il terzo è un sughero il quale impedisce che il discorso dei due cada in fondo.”

Stavo per essere travolta da Nietzsche, quando i miei occhi si appannarono improvvisamente e nel massaggiarmeli, appoggiai il libro aperto sulle ginocchia. Mi passai una mano tra i lunghi capelli neri, raccolti in una coda disordinata, e cercai di calmare il respiro. I miei occhi verdi, che mia nonna Antonietta diceva riflettessero un’inquietudine antica, vagavano in cerca di un angolo di quiete, ma la mia mente era persa in una città che non capivo. Ero una ragazza di vent’anni, snella, con un viso dai lineamenti delicati spesso contratto da pensieri, come se il peso del mondo mi tenesse sempre sul confine di un salto. Poi, una voce decisa ruppe il mio isolamento.

“Scusi, hai un attimo?”

Alzai lo sguardo, sorpresa. Davanti a me c’era un uomo di circa trentacinque anni, con una giacca verde, il logo della balena di Greenpeace ben visibile sul petto. I suoi capelli erano castani, leggermente brizzolati sulle tempie, un volto scolpito dal sole e dal vento, con rughe sottili che incorniciano occhi scuri, profondi come un mare in tempesta. Alto, con un portamento deciso ma non imponente, e il suo sorriso cordiale emanava un carisma che cattura. Non un volontario qualunque. “Sono Marco,” dice, stringendomi la mano con una presa ferma ma gentile. “Capo area di Greenpeace qui a Milano. Vedo che stai leggendo.” Indica il libro che stringo. “Ti importa del mondo che ti circonda?”

La domanda mi colpì come un sasso nello stagno. “Certo,” rispondo, ma la mia voce è incerta, quasi difensiva. “Penso che tutti dovremmo prenderci cura del pianeta.”

Marco annuisce, i suoi occhi scuri mi scrutavano con intensità. “Non basta pensarlo,” disse, la sua voce aveva un non so che di autoritario. “Serve agire. Vedo in te qualcosa. Un’inquietudine. Una sensibilità. Servono persone come te, che non stanno a guardare.”

Le sue parole accendono una scintilla dentro di me. Mi parla di Greenpeace con una passione che mi travolge. Non sono solo immagini di disastri ambientali. Mi racconta delle campagne, delle azioni dirette, del coraggio di chi si oppone pacificamente a chi distrugge il nostro mondo. Mi spiega come una sola persona possa fare la differenza, come la rabbia per le ingiustizie possa diventare un motore. È come se vedesse una parte di me che io stessa non conosco, e la stesse chiamando alla luce.

“Stiamo organizzando qualcosa di grande,” dice, tirando fuori un volantino dalla giacca. È colorato, con un orso polare su uno sfondo di ghiaccio, e il titolo Save the Arctic spicca in caratteri decisi. “L’Artico si sta sciogliendo, le compagnie petrolifere lo saccheggiano, ma noi lottiamo per salvarlo. Sabato prossimo, alle 15:00, saremo in Piazza Duomo. Ci sarà un grande stand con filmati, una petizione da firmare, e un iceberg di cartapesta che svetterà tra la folla. Ti farà venire i brividi.” Mi porge il volantino, indicando un punto evidenziato. “Vieni, Sofia. Vedrai cosa significa essere parte di Greenpeace.”

Prende una penna e scarabocchia un numero sul bordo. “Questo è il mio contatto. Chiamami se hai bisogno di trovarci, ma non ci mancherai: cerca le bandiere verdi e l’energia di chi vuole cambiare il mondo.” Mi guarda negli occhi, e per un istante il caos della stazione svanisce. “Non è un caso che ci siamo incrociati oggi,” aggiunge, con un sorriso che è sfida e invito. “Ci sarai?”

Prendo il volantino, le dita che tremano appena. È come se qualcosa si fosse mosso dentro di me, un misto di eccitazione e timore. Non so se sono pronta, ma le sue parole risuonano ancora: Non si tratta di stare a guardare, ma di cambiare le cose. Mentre Marco si allontana, mescolandosi alla folla, stringo il volantino al petto, un piccolo seme di speranza piantato nel mio cuore incerto. Piazza Duomo, sabato alle 15:00. Un bivio, e sento, con una chiarezza inaspettata, quale strada imboccare.

Il ricordo sbiadisce riportandomi al presente, mentre una fugace sensazione serpeggia al limitare della mia consapevolezza, è la stessa sensazione di essere sull'orlo di qualcosa di nuovo, quel misto di timore ed eccitazione, mi pervade ora, qui ad Atene, mettendomi una mano al petto prendo un profondo sospiro allontanando quella sensazione di premeditazione che sento alla bocca dello stomaco. È come se potessi avvertire un'eco di quella scintilla accesa da Marco in questo imminente viaggio al Cairo. Una promessa di scoperta e forse, di trasformazione ancora più profonda.

L'incontro con Marco non è stato un caso, ma il primo passo di un cammino che ha tracciato una direzione precisa per la mia vita, conducendomi fino a questo imminente incontro con il mistero, a questo viaggio verso il deserto.

Fugacemente, pensai a quanto le persone sono attaccate ai loro principi, a quanto non sappiano apprezzare le trame che la vita dipinge davanti a loro come manifestazione del divino.

Tutto è perfetto e in continuo movimento.

Ripensai a mio padre, e a cosa successe quando gli raccontai dell'incontro con Marco in stazione e del mio desiderio di diventare attivista.

Quella sera era in cucina, intento a preparare la cena per noi. Vedendo la luce nei miei occhi ne fu sorpreso e spaventato allo stesso tempo.

Adesso col senno di poi lo capisco: ero stata una ragazza un po’ troppo avventata, in quegli anni. Ma in qualche modo il riavvicinamento con mia madre e la morte di mia nonna mi avevano cambiata e ed era desiderosa di fare la mia parte nel mondo.

Gli raccontai tutto quello che mi aveva detto Marco e gli raccontai anche del mio desiderio di andare in duomo la settimana dopo.

Mio padre, però, prese malissimo il mio interessamento per Greenpeace. Per lui, un uomo che aveva costruito il suo impero culinario con disciplina e pragmatismo, gli attivisti erano sognatori fuori dalla realtà, persone che inseguivano ideali irrealizzabili mentre il mondo vero richiedeva concretezza. "Sofia, mi aveva detto una sera, nella sua cucina immacolata nella nostra casa a Pavia, il suo volto era teso mentre affilava un coltello con gesti precisi, "non puoi buttare via il tuo futuro per correre dietro a balene e foreste. Hai un cervello, usalo. La psicologia è una strada seria, non queste follie verdi." Le sue parole, taglienti come la lama che stringeva, mi avevano ferita, ma non sorpresa. Lui vedeva il mio impegno universitario come una promessa di stabilità, un modo per onorare la memoria di Antonietta, che aveva sempre creduto nel mio potenziale. Per lui, Greenpeace era una distrazione, un capriccio da ragazza inquieta.

Avevo provato a spiegargli, con la voce che tremava, che l'attivismo non era un capriccio, ma una chiamata, un modo per dare senso al dolore che ancora portavo dentro, alla luce che la nonna mi aveva chiesto di non nascondere. Ma Antonie era irremovibile, il suo sguardo duro come il marmo dei suoi banconi. "Non ti vieterò di fare quello che vuoi," aveva detto infine, posando il coltello con un gesto che sembrava chiudere una porta. "Ma se vuoi fare l'attivista, lo farai alle mie condizioni. Devi essere in pari con gli esami, Sofia. Non un ritardo, non una materia indietro. L'università viene prima, o ti riporto a Pavia e finisce qui.”

Era stato un patto, un compromesso che pesava come un giuramento. Avevo accettato, non perché temessi la sua autorità, ma perché volevo dimostrargli e forse a me stessa - che potevo essere entrambe: la studentessa diligente che annotava Freud e Jung nei suoi quaderni e l'attivista che marciava sotto le bandiere verdi, guidata dalla voce di Marco. Da quel momento, la mia vita era diventata un equilibrio precario: le mattine nelle aule di Milano, immerse in trattati di psicologia cognitiva e dinamica, e i pomeriggi nelle riunioni di Greenpeace, a pianificare campagne, piegare volantini, affrontare sguardi scettici di passanti. Ogni esame superato era una piccola vittoria, un modo per tacitare le critiche di Antonie, ma anche una prova che la mia passione per l'attivismo non era un sogno irrealizzabile, ma una forza che poteva convivere con la mia disciplina.

E mentre stringo il biglietto per il Cairo, sento che la Sofia che ha preso quel volantino alla stazione è ancora qui, con la stessa anelito di trascendenza che mi spinse tra le fila di Greenpeace, un desiderio di operare un cambiamento che andava oltre la mera superficie del mondo. Quella pulsazione interiore, quel fuoco alchemico volto alla trasformazione, sarà la mia forza anche in questa nuova avventura, in questa dura ed estenuante battaglia contro quel Custode delle Soglie, il temuto Dweller evocato nell'Aduat, il libro dei morti Egiziano, che sbarra il cammino verso la vera Conoscenza. Ricordo vividamente quei primi giorni con Marco, non solo l'energia contagiosa di un movimento terreno, ma anche le risonanze sottili di un'anima affine, la sensazione di un destino condiviso che ha plasmato il mio cammino fino a questo punto, preparandomi a varcare questa nuova porta.

Per un istante, lo vedo: un’ombra senza volto, con occhi che bruciano come tizzoni, in piedi su una soglia di pietra. È il Dweller, il guardiano che mi aspetta al Cairo. Non parla, ma il suo silenzio mi sfida: sei pronta a lasciar andare tutto?

È la mia mente che si aggrappa, che teme il vuoto. Ma come dice il Guru, è nel vuoto che troverò chi sono. Al Cairo, lo affronterò, non con la forza, ma con la resa.

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