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← Swami Lakshmi Saraswati

Creato il 15/07/2026, 10:00 · Aggiornato il 15/07/2026, 10:00

Capitolo 5: Sapere, osare, volere e tacere

@bergadavideDavide
GeneraleIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
  • Uso di sostanze rituali
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Pavia, 11 Febbraio 2013

Nonna aveva sempre vissuto a Casaliggio, un piccolo borgo in provincia di Piacenza adagiato sulle rive del Trebbia. Un rifugio di pace, con le case in pietra dai tetti rossi affacciate su stradine silenziose. L’aria profumava di terra e di fiori, un’armonia che avvolgeva ogni cosa. Lì, il tempo sembrava scorrere più lentamente, scandito dai ritmi della natura e dalle tradizioni ancora vive.

Ogni volta che tornavo a Casaliggio, da bambina, mi sentivo a casa. Era un luogo speciale, un legame con le mie radici, con la mia storia familiare. Mi sentivo parte di quelle campagne, di quella terra che aveva visto nascere e crescere la mia famiglia.

In quel borgo tranquillo, dopo la morte di mio nonno Alberto, nonna Antonietta aveva continuato la sua attività di pranoterapeuta e cartomante. Lo faceva di nascosto, perché nel vicinato c’era molta superstizione e le pratiche considerate “magiche” erano viste come pericolose. Se solo avessero immaginato che mia nonna praticava la pranoterapia e la cartomanzia, l’avrebbero cacciata dal paese. Per questo motivo, solo alcune vecchie conoscenze, con la scusa di farle visita, si facevano fare delle sedute. A quanto pare, era molto brava.

Tuttavia, negli ultimi anni, a causa delle sue precarie condizioni di salute e su insistenza di mia madre, la nonna si era trasferita, suo malgrado, nella sua vecchia casa di Pavia. La casa dove aveva convissuto con mio nonno quando mia mamma era giovane. Si trovava in via Bernardino da Feltre, una piccola stradina che da Corso Cavour scendeva verso il ponte dell’Impero, in direzione del vecchio mercato della frutta.

Era un piccolo bilocale in un antico palazzo del centro di Pavia. Il portone color panna, con la vernice sbiadita e qualche punto di ruggine, scricchiolò rumorosamente aprendosi quando papà lo spinse. Nel piccolo atrio, illuminato da una fioca luce, c’era a malapena spazio per sei cassette delle lettere e un angusto disimpegno da cui si dipartiva la rampa di scale che saliva per tre piani. Mia nonna abitava al primo. Le scale, con gradini in graniglia color marmo ormai consumati dal tempo, avevano un corrimano in ferro dipinto di un blu sbiadito e un po’ scrostato.

Entrammo in casa io e mio padre, lui davanti e io dietro, incapace di varcare la soglia. Mi sentivo tremendamente in colpa: erano due settimane che sapevo che mia nonna non stava bene, ma avevo continuato a vivere la mia vita come se niente fosse.

Ci venne incontro Matilde mia madre, era una bella donna, anche adesso che i suoi occhi erano scavati e la sua pelle bianca, segnata dal dolore per la perdita della nonna che offuscava la sua espressione. I suoi occhi erano marroni, grandi e profondi, i lunghi capelli castani, e la sua figura era magra e ben proporzionata. Io le assomigliavo molto, se non fosse stato per i miei capelli neri e i miei occhi verdi, ereditati da mio padre. Indossava un cardigan marrone, jeans stretti e scarpe basse di pelle nera.

Negli ultimi anni ci eravamo viste spesso, ma il nostro rapporto non era mai andato oltre convenevoli e saluti veloci. Ero troppo arrabbiata con lei per recuperare un rapporto che, a dire il vero, non avevo mai avuto davvero, fin da quando ero bambina.

Nonostante gli sforzi di nonna Antonietta per farci riavvicinare, ora che erano entrambe tornate a Pavia, io e mia madre eravamo rimaste fredde e distanti come due estranee. Anni di lontananza, di silenzi e incomprensioni avevano scavato un solco profondo nel nostro legame madre-figlia, una frattura che, almeno per me, sembrava insanabile. Davanti a me, c’era solo una donna che mi era straniera, una madre che non riconoscevo come tale.

Credo che fu essenzialmente questo a spingermi ad andare a studiare a Milano: l’impossibilità di gestire la vicinanza con mia madre, dopo che aveva abbandonato sia me che mio padre per rifarsi una vita.

Si liberò dal nostro braccio e mi diede una carezza sulla guancia, “ciao Sofia”, ma non ebbe la forza di continuare e scoppiò in un pianto ininterrotto. Allora mio padre si fece avanti e l’abbracciò, e lei si sciolse tra le sue braccia. Io li lasciai soli e andai al centro della stanza in cui c’era la bara con la nonna. C’erano quattro sedie attorno alla bara. Guardai nonna con la vista offuscata dalle lacrime; aveva il viso sereno, malgrado l’innaturale pallore della pelle. Vidi un piccolo tavolino con sopra un’agenda con delle firme: “La nonna voleva, che chiunque fosse venuto a farle visita lasciasse la sua firma”, disse mia mamma, dopo essersi seduta tenendosi con una mano una tempia, e si soffiò il naso con il fazzoletto preso da una tasca del cardigan. Mi afferrai a mettere la mia firma, ne contai almeno altre 20, poche, ma tutto sommato abbastanza per una anziana signora come mia nonna che aveva lasciato Pavia ormai qualche anno addietro.

Poi frugò nella borsa e prese una grossa busta e me la porse: “L’altra notte mi ha fatto scrivere questa per te”. Lentamente mi avvicinai a mia madre e presi la busta; c’era qualcos’altro oltre al foglio al suo interno, una collana.

Lessi immediatamente la lettera.

“Mia carissima Sofia,

il mio viaggio terreno è giunto al termine.

Non essere triste, nipote mia, perché il mio spirito sarà sempre con te, a guidarti e proteggerti.

La vita è un dono meraviglioso, un viaggio pieno di sorprese, gioie e dolori. Ricorda sempre di apprezzare ogni istante, ogni incontro, ogni esperienza, perché sono questi momenti a rendere la nostra esistenza unica e preziosa.

Tu, Sofia, sei una persona speciale, destinata a grandi cose. Fin da bambina eri una piccola esploratrice, sempre alla ricerca di qualcosa di più, piena di domande a cui nessuno sembrava avere una risposta. Eri una bambina curiosa, Sofia, una bambina che non si accontentava delle apparenze, che voleva capire il mondo, il suo funzionamento più profondo, e che non era mai contenta delle risposte che le venivano date.

Eri una bambina speciale, Sofia, e io lo sapevo. Sapevo che quella tua curiosità, quella tua sete di conoscenza, erano il segno di un dono speciale, un talento che ti avrebbe permesso di vedere oltre l’apparenza, di percepire le energie che avvolgono ogni essere vivente.

Non aver paura di questo tuo “dono”, nipote mia, perché è un dono che ti è stato dato per aiutare gli altri, per portare luce e guarigione nel mondo.

So che a volte ti senti persa, confusa, alla ricerca di te stessa. Ma non disperare, Sofia, perché il cammino verso la conoscenza di sé è un percorso lungo e tortuoso. Non aver fretta di trovare tutte le risposte, impara ad ascoltare il tuo cuore, la tua intuizione, perché sono loro a guidarti verso la tua vera essenza.

Ricorda sempre le mie parole, Sofia: “Tu sei già quello che stai cercando”. Non cercare al di fuori di te stessa ciò che già possiedi dentro. Abbi fiducia nelle tue capacità, nel tuo istinto, nel tuo “dono”. Non lasciare che la paura o l’insicurezza ti impediscano di seguire la tua strada.

Sii coraggiosa, Sofia, sii audace, non aver paura di sbagliare, perché dagli errori si impara e si cresce. Sii te stessa, sempre e comunque, senza compromessi. Non lasciare che nessuno ti dica chi devi essere o cosa devi fare.

Ti voglio bene, Sofia, ti ho sempre amata con tutto il mio cuore. Sarò sempre con te, nel tuo cuore, nei tuoi pensieri, nei tuoi sogni.

Ti lascio la mia collana di legno di sandalo; la comprai molto tempo fa durante un pellegrinaggio in Tibet, in un monastero quando visitai l’Himalaya. Mi ha portato grande fortuna in vita, sono sicura che ti accompagnerà alla scoperta di te stessa.

Questa collana ti aiuterà a meditare, nipote mia. Ti guiderà verso la guarigione, ti aiuterà a capire le cause profonde delle tue sofferenze. Ti darà la forza di affrontare ogni giorno con fiducia e serenità.

Non essere arrabbiata con tua madre, mia figlia Matilde. So che il vostro rapporto è stato difficile. Lo so, ma voglio che tu sappia che il suo amore per te non è mai venuto meno. Forse ha fatto degli errori, forse ha preso delle decisioni sbagliate, ma l’ha fatto con il cuore in mano, cercando di fare del suo meglio con quello che aveva.

Non giudicarla, Sofia, non serbar rancore nel tuo cuore. Impara a perdonare, a comprendere le sue fragilità, le sue debolezze. Ricorda che siamo tutti umani, tutti imperfetti, tutti alla ricerca di un senso nella vita.

Sapere, osare, volere e tacere.

Con amore,

nonna Antonietta.”

Dentro la busta color oro, trovai una lunga collana di legno nero. Le perle, levigate dal tempo, avevano un calore che mi scaldò il cuore. Un unico pendente, una pietra verde a forma di uovo, completava la collana. Solo più tardi avrei scoperto il suo nome: Septaria.

Potevo quasi sentire le parole di mia nonna sussurrarmi in un orecchio, come faceva sempre quando ero bambina; mi avrebbe detto che quella pietra aveva il potere di portare equilibrio e armonia, di assorbire le energie e rilasciarle al momento giusto. Un talismano per affrontare le sfide della vita con coraggio e grazia, un aiuto per trovare la pazienza e la flessibilità emotiva di cui tanto avevo bisogno.

Stringevo la collana tra le mani, sentendo un’emozione profonda. Era un regalo speciale, un legame tangibile con la nonna, con la sua saggezza, con il suo amore. Un oggetto che mi avrebbe accompagnato nel mio cammino, ricordandomi chi ero e cosa dovevo fare.

Mi misi una mano alla bocca, vinta dall’emozione, le mani mi tremavano e la lettera cadde a terra, infilai la collana al collo. Istintivamente il mio sguardo corse verso mia madre che era altrettanto distrutta seduta sulla sedia dall’altra parte della bara. Mio padre invece era in piedi al centro della stanza, probabilmente incapace di consolarci visto l’enorme dolore che vedeva nei nostri occhi. Istintivamente, non saprei spiegare come successe, ma la mia mente fece una comparazione tra la lettera della nonna e la teoria del superuomo di Nietzsche sentita dal professor Gallo l’altra mattina in aula.

Le parole di nonna Antonietta risuonarono nella mia mente con una forza inaspettata. “Tu sei già quello che stai cercando”. Una frase che mi colpì profondamente, risvegliando in me qualcosa che avevo sempre ignorato. Fu come se improvvisamente i miei occhi si aprirono alla visione di una realtà. che solo qualche minuto prima ignoravo.

La lettera della nonna era un testamento spirituale, un invito a intraprendere un viaggio interiore alla scoperta di me stessa. Un viaggio che, come un’eco lontana, richiamava alla mente le parole del professor Gallo sulla teoria del superuomo di Nietzsche.

“Sapere, osare, volere e tacere”. Quattro verbi che sembravano scolpiti nella pietra, un monito a non accontentarsi della superficie delle cose, a scavare in profondità, a superare i propri limiti, a vivere la vita con coraggio e determinazione.

Il superuomo di Nietzsche, un concetto che avevo sempre trovato astratto e lontano dalla mia realtà, ora assumeva un significato nuovo, più concreto e personale. Non si trattava di un essere superiore, invincibile e distaccato dal mondo, ma di un individuo che, consapevole delle proprie fragilità e debolezze, si mette in gioco, si spinge oltre i propri limiti, si fa carico del proprio destino.

Ero io quel superuomo? Ero io quella bambina curiosa e ribelle che non si accontentava delle risposte superficiali? Ero io quella nipote che aveva ereditato il “dono” della nonna, la capacità di vedere oltre l’apparenza?

Non avevo ancora le risposte a tutte queste domande, ma una cosa era certa: la lettera della nonna aveva acceso in me una scintilla, una voglia di cambiamento, di crescita, di scoperta. Volevo conoscere me stessa, capire il mio ruolo nel mondo, dare un senso alla mia esistenza.

La collana di legno di sandalo, che avevo al collo, era un simbolo tangibile di questo nuovo percorso. Un oggetto che mi collegava alla nonna, alla sua saggezza, al suo amore. Un talismano che mi avrebbe guidato nella meditazione, nella ricerca interiore, nella guarigione delle ferite del passato.

E poi c’era mia madre, Matilde. Le parole della nonna sul perdono mi avevano toccato nel profondo. Non era facile dimenticare il passato, le sue scelte, i suoi errori. Ma il rancore non portava a nulla di buono. Era un peso che mi impediva di andare avanti, di vivere serenamente.

Forse era arrivato il momento di cambiare prospettiva, di provare a capire le ragioni di mia madre, di perdonarla, di darle una seconda possibilità. Non per lei, ma per me stessa, per liberarmi dal peso del passato e aprirmi a un futuro di amore e comprensione.

Non so ancora spiegare adesso a distanza di anni, quale forza si impossessò di me, ma molto lentamente mi alzai in piedi, girai attorno alla bara, andai da mia madre, mi inginocchiai a lei che era ancora seduta mentre si teneva le mani con la faccia, la abbracciai con l’abbraccio più caloroso che potevo in quel momento e le dissi: “Mamma, ti voglio bene! E ti perdono!”.

La vidi sussultare, sorpresa. I suoi occhi, spenti e tristi, si spalancarono. Sentii il suo corpo irrigidirsi, poi rilassarsi. Le sue braccia mi strinsero a loro volta, con una forza che mi sorprese.

“Anch’io te ne voglio”, rispose, le lacrime che le rigavano il viso. “Te ne ho sempre voluto”.

Ci stringemmo ancora, a lungo. Non parlammo, non ce n’era bisogno. In quell’abbraccio c’era tutto: il dolore per la perdita, il perdono, l’amore ritrovato.

“Mi dispiace”, mi disse poi, la voce rotta. “Per gli errori, per le assenze…”.

Annui, senza dire niente. Le parole non erano importanti. Ciò che contava era che eravamo lì, insieme, finalmente.

Sentii un peso incredibile abbandonare il mio cuore e ringraziai mia nonna per aver fatto quel miracolo.

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