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L'ultima frase del professor Gallo risuonò nell'aula magna, seguita da un breve silenzio. Gli studenti iniziarono a raccogliere le loro cose, mentre alcuni si avvicinavano al docente per porre domande. Vidi Silvia e Michela farsi spazio tra la folla, cercando di raggiungere l'uscita. Non le avevo notate prima.
Il bel ragazzo, seduto al mio fianco, mi diede una lunga occhiata. Poi, con una lentezza esasperante, raccolse le sue cose, mi salutò con la mano, senza aspettare una mia risposta, liberò il posto e si diresse verso l'uscita.
Lo seguii con gli occhi. Proprio mentre stava per varcare la soglia, una voce squillante annunciò l'inizio della lezione successiva. Un nuovo gruppo di studenti entrò nell'aula, prendendo posto tra i banchi ancora caldi.
Il gruppetto che si era radunato attorno al professor Gallo, esaurite le domande, lo lasciò libero.
Io mi sdraiai sul banco, esanime.
La testa martellava incessantemente, uno strascico della sbornia della sera prima, e lo stomaco brontolava per una fame post-sbornia.
Chiusi gli occhi e mi addormentai di botto.
Un brusco scuotimento mi strappò dal sonno. Aprii gli occhi confusamente, ritrovandomi di fronte il professor Gallo, che mi guardava con un'espressione severa e un pizzico di delusione. L'aula era quasi vuota, solo pochi studenti stavano ancora raccogliendo le loro cose.
"Signorina Scuasi, le sembra l’abbigliamento adatto per venire in università?" mi chiese, indicando il mio vestito nero stropicciato. "E dove sono i suoi libri? Le sembra questo il modo di seguire la lezione?"
Mi sentii arrossire. Non avevo una risposta pronta. Ero arrivata in ritardo, reduce da una sbronza colossale, e l'ultima cosa che volevo era affrontare le domande del professore.
"Mi dispiace, professore," balbettai, cercando di alzarmi dal banco. "Non mi sento troppo bene, e comunque, come sono vestita è affar mio." Dissi con un filo di voce, cercando di non risultare troppo stizzita.
Il professore mi squadrò con un'aria di sufficienza. "Non mi sembra che la sua sia…una condizione fisica," commentò, con un tono sarcastico. "Piuttosto, direi che ha un aspetto... provato."
Mi morsi la lingua, cercando di trattenere una risposta che mi avrebbe messa ancora più nei guai.
Il professore aveva ragione, dopotutto, ma non avevo intenzione di ammetterlo.
"Ho avuto un impegno ieri sera," risposi, cercando di mantenere un tono calmo, massaggiandomi una tempia che martellava furiosamente. "E non volendo perdere altre lezioni, sono corsa in università, e non ho avuto tempo di prepararmi adeguatamente." Chiusi gli occhi, che mi bruciavano, e appoggiai entrambi i palmi al tavolo alzandomi di scatto.
Il professore scosse la testa, con un'espressione di disappunto, per nulla persuaso dalla mio atteggiamento. "Signorina, lei è qui per studiare, non per fare baldoria," mi rimproverò. "E non è la prima volta che glielo dico. Ricorda cosa le ho detto l'ultima volta che l'ho vista arrivare in ritardo e vestita in modo inappropriato? Per fortuna sembra aver compreso il rischio, di continuare a saltare le mie lezioni.” Appoggiò una grassa mano sul banco, facendo un altro passo nella mia direzione, “ La avverto, rischia seriamente di perdere l'anno accademico."
Il suo tono era burbero, ma non riuscivo a non notare una punta di preoccupazione nei suoi occhi. In fondo, il professor Gallo mi aveva sempre presa sotto la sua ala. Riconosceva il mio potenziale, anche se ero brava solo a sprecarlo.
"Signorina, lei è qui per studiare, non per fare baldoria," ripeté, con un tono più dolce, calmierando la voce e mettendo la mano in tasca.
Intanto gli studenti, che stavano entrando in aula per seguire la lezione che sarebbe iniziata da lì a poco, mi stavano guardando, alcuni con curiosità, altri con un velo di giudizio. Mi alzai dal banco, raccogliendo le mie poche cose, cellulare e borsetta, e mi diressi verso l'uscita, evitando di guardarlo in faccia.
Mentre uscivo dall'aula, sentii la sua voce che mi diceva: "E la prossima volta, si ricordi di portare i libri!"
Uscii dall'aula, cercando di non incrociare lo sguardo degli studenti che entravano per la lezione successiva. Mi sentivo umiliata e arrabbiata con me stessa, e non sopportavo di essere rimproverata in quel modo, soprattutto davanti a tutti.
Appena varcata la soglia, vidi le mie amiche. Silvia e Michela erano appoggiate al muro, intente in una chiacchierata animata, interrotta da risate squillanti. Non mi avevano vista arrivare in ritardo alla lezione.
"Sofia!" esclamò Silvia, vedendomi arrivare. "Eccoti, non ti avevamo vista entrare a lezione, come mai esci dall’aula solo adesso? Un'altra ramanzina del professor Gallo?" Poi guardandomi con uno sguardo malizioso aggiunse, “non e che con quel vestito stai cercando di fare colpo sul proff.?” Ridendo come se avesse fatto la battuta migliore del mondo…
Io la squadrai e mimai il gesto di vomitare, mettendomi 2 dita un gola, in un eloquente segno di disgusto. Stavo per aggiungere qualcosa ma Michela mi anticipò.
"Giusto!" Fece eco la mia amica. "Girano voci che per molto meno abbia bocciato degli studenti! Ma a quanto pare…Sofia ha una sorta di immunità…" mimando le virgolette in aria per enfatizzare l’ultima parola.
Silvia mi rivolse un sorriso radioso, come se nulla fosse. "Dai, raccontaci tutto! Cosa ti ha detto il prof?"
Mi appoggiai al muro bianco affianco alla porta dell’aula e dissi: "Niente di che," cercando di minimizzare. "Il solito rimprovero perché sono arrivata in ritardo e perché non avevo i libri, assurdo..,." Ma mi zittì immediatamente vedendo il prof Gallo uscire dall’aula superandoci senza degnarci di uno sguardo, andando dritto per la sua strada.
Silvia e Michela si scambiarono un'occhiata di comprensione.
"Mah, quindi..." mi chiese Michela, con un sorriso malizioso, guardando il mio vestito, "ieri sera che fine hai fatto poi?" Cambiando subito discorso.
"T'ho vista, appiccicata a quel ragazzo carino, ieri sera?" aggiunse Michela, con un tono curioso. "Racconta, cosa è successo?"
Mi sentii accerchiata dalle loro domande. Sapevo che non si sarebbero accontentate di una risposta vaga, volevano sapere tutti i dettagli della mia serata. Ma non ero pronta a raccontare la verità, anche se pure loro non erano delle santerelline.
"Ragazze, non è successo niente di che," ripetei, cercando di sviare il discorso. "Sono solo un po' stanca e vorrei andare a casa a riposare."
Silvia e Michela mi guardarono con un'aria di sfida. "Non se ne parla, adesso andiamo al bar a bere qualcosa e ci racconti tutto!" mi disse Silvia, con un tono serio. "Sappiamo che è successo qualcosa di più. Raccontaci la verità, siamo tue amiche."
"Va bene, va bene," cedetti, alzando le mani in segno di resa. "Ma promettetemi che non mi giudicherete."
Silvia e Michela annuirono, con un'espressione incoraggiante. E ci incamminammo verso l'uscita.
Con un passo incerto, le seguii fuori dall'aula. Il cellulare vibrò di nuovo, l'ennesima chiamata di mio padre. Sbuffai, rifiutando la chiamata come avevo fatto le altre volte. La rabbia per la scenata di domenica scorsa, per i voti (che poi non erano nemmeno così male!), era ancora fresca.
Raggiungemmo il nostro solito bar, proprio di fronte all'università. Un locale piccolo, accogliente, famoso per i suoi cocktail. Era una specie di rito, un appuntamento fisso dopo le lezioni. Ci sistemammo ai tavolini esterni, nonostante il freddo di febbraio.
Mentre mi guardavo attorno, l'imponente edificio dell'università catturò la mia attenzione. Le mura di mattoni, le arcate bianche... sembrava un palazzo nobiliare di altri tempi. Eravamo nel cuore di Milano, a due passi dal Duomo! La facciata, segnata dal tempo ma non per questo meno affascinante, contrastava con la vivacità del cortile interno, pieno di studenti, professori e gente di ogni tipo. Il sole invernale illuminava le finestre, creando riflessi di luce che ne esaltavano la bellezza. Ogni volta che lo guardavo, rimanevo incantata, grata di essere lì, lontana da Pavia e, forse, soprattutto da mio padre.
"Allora... ci sei andata a letto?" La voce di Michela mi strappò dai miei pensieri. Il suo finto stupore mi fece sorridere. "Sei una vera sfacciata!" Aggiunse, mentre beveva un lungo sorso del suo Spritz.
"Lasciala stare!" Mi difese Silvia, spingendola leggermente e rischiando di farle rovesciare il bicchiere.
"Shhh!" Dissi, portando un dito alle labbra. "Michy, abbassa la voce, vuoi farti sentire da tutto il bar?!"
Silvia aveva ordinato una birra, io il mio solito Martini. Presi qualche patatina, pensando che forse bere a stomaco vuoto non fosse stata una grande idea. Forse qualche ora di sonno sarebbe stata meglio.
Mentre Silvia raccontava di un nuovo negozio che aveva visto in Duomo, un ricordo mi attraversò la mente: la casa di mia nonna a Piacenza, la mamma di mia madre. Mio padre mi ci portava spesso quando doveva andare via per lavoro. Antoine, mio padre, era uno chef che da anni inseguiva il sogno della stella Michelin, sempre impegnato in corsi di aggiornamento in giro per il mondo. Da quando mia madre ci aveva abbandonati per un toy boy, si era buttato a capofitto nel lavoro. In quel momento, il telefono squillò di nuovo. Era la quinta volta quella mattina. Questa volta risposi, con uno strano presentimento. Mi allontanai dalle mie amiche.
Recuperando il cellulare da pochette, risposi, con le mani che mi tremavano inconsapevolmente.
“Sofia," la voce di mio padre era piatta, fredda. Un brivido mi percorse la schiena. "Dove sei?"
Silenzio.
"Ti vengo a prendere."
Un altro silenzio, ancora più carico di angoscia.
"Nonna Antonietta.. "È morta."
La sua voce si ruppue dall'emozione.
Sentii il cuore fermarsi.
Un dolore sordo nvase il petto, lasciandomi senza respiro Le mani mi tremavano, il cellulare mi scivolò a terra. Ricordi di risate e abbracci con la nonna mi inondarono la mente, sentendo la perdita ancora più dolorosa Non riuscivo a parlare, non riuscivo a piangere. Solo un senso di vuoto, di freddo, di incredulità.