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Il volo sarebbe durato circa tre ore e mezza, da Malpensa al Cairo. Mi sistemai al mio posto, mentre l'attesa cresceva, consapevole che da lì a pochi minuti saremmo stati in volo.
Guardai fuori dal finestrino. L'aereo iniziò a muoversi lentamente, poi sempre più velocemente, accompagnato da quel caratteristico fischio dei motori che cresceva di intensità. Ci lasciammo alle spalle il brulicante aeroporto di Malpensa, con tutte le persone al suo interno, ognuna con la propria storia. Un senso di pace mi pervase; finalmente stavo per fare un passo significativo verso la mia evoluzione.
Le altre volte che avevo attraversato un cambiamento simile, quel momento era sempre stato preceduto da una profonda crisi. Stavolta, invece, non avvertivo quel travaglio interiore, quello spaccamento, quella scissione tra le diverse parti di me che avevo sperimentato in passato.
Certo, lasciare mio padre, il gruppo di meditazione appena ritrovato e il mio ultimo allievo, Francesco, era stato come lasciare andare un pezzo di cuore.
Soprattutto Francesco, per il significato che aveva assunto, alla luce del compito che mi era stato affidato a Prayag Raj nel lontano 2019, durante il Kumbh Mela, direttamente dal Bodhisattva del mio guru. Avrei certo preferito seguire direttamente il suo percorso, vedere sbocciare la luce della sua anima. Detto questo, comunque, l'avevo lasciato in mani sicure; tra l'altro avevo imparato a mie spese che l'attaccamento alle persone come alle cose, oltre che inutile era dannoso. Siamo chiamati ad adempiere il nostro Dharma, ma una volta fatto ciò che ci viene chiesto, dobbiamo andare oltre.
Ed è così che mi ero comportata.
Tutto ciò che avevo fatto negli ultimi quattro anni aveva un significato profondo: il servizio necessario che ogni essere umano deve rendere ai propri simili.
Appresi quella lezione, un giorno, in India, durante il mio primo ritiro presso il Karar Ashram a Puri, dove rimasi circa due mesi come volontaria, direttamente da un Sanyasi anziano, discepolo del guru da oltre vent'anni. Allora mi disse in un inglese incerto: 'Sofia, un giorno imparerai che la nostra vita non ci appartiene'. Quella lezione, che allora mi era sembrata così difficile da comprendere, divenne la mia regola negli anni a venire.
Più mi allontanavo dal mio ego, più ogni cosa prendeva forma, diventava chiara e semplice.
Ci lasciammo alle spalle anche gli altri aerei, alcuni appena atterrati, altri in attesa di decollare. Il nostro aereo si allineò sulla lunga pista, pronto per la partenza. Il rumore dei motori aumentò, diventando un ruggito potente, segno che da lì a poco saremmo stati in volo. Sentii una leggera vibrazione, l'aereo accelerava sempre più, fino a quando le ruote non si staccarono da terra, lasciando spazio a una sensazione di leggerezza e libertà.
Chiusi gli occhi e feci un respiro profondo, distaccandomi da tutto e da tutti, entrando in risonanza con la parte più vera del mio essere. Patanjali, il mistico istruttore del Raja Yoga, lo chiamerebbe entrare in Samadhi. I visi di tutte le persone che avevano fatto parte della mia vita mi attraversarono la mente in un lampo; passato, presente e futuro scomparvero. Ma sapevo che ancora qualcosa mi tratteneva, non avevo ancora la forza di decollare da quest'ultima esistenza, liberandomi completamente di Sofia.
Sapevo che qualcosa, o forse anche molto, doveva essere ancora risolto, mentre cercavo 'quel qualcosa', mi ritonò alla mente una serata di molti anni prima, era il 2013.
Era una sera come tante altre.
13 Febbraio 2013 Milano
A quel tempo le feste, e gli inviti erano la norma, vivevo la mia vita come su di un ottovolante.
Frequentavo il 1° anno di psicologia, e ogni tanto, quando mi ricordavo, andavo anche alle lezioni alla Statale di Milano.
In particolare, ricordai una serata.
Entrai in un locale su invito di alcuni amici.
Il mio vestito nero provocante, che sembrava disegnato apposta per il mio corpo, attirò subito l'attenzione, dei ragazzi presenti.
Sorrisi, consapevole del mio fascino, e mi feci largo tra la folla.
La musica mi travolse, le luci stroboscopiche crearono un'atmosfera magica. Al bar ordinai un cocktail, il primo di una lunga serie. I miei amici mi circondarono, ma io ero già proiettata verso la notte.
Sentivo gli sguardi, i complimenti sussurrati. Un ragazzo si presentò, ma il suo nome non mi interessava. Volevo solo ballare, bere, dimenticare tutto. Mi lasciai trascinare sulla pista, i corpi sudati si muovevano al ritmo della musica.
Baciai uno sconosciuto, poi un altro, e un altro ancora. Non ricordavo i loro volti, ma le loro mani mi sfioravano la pelle, mi facevano sentire viva. Accettai una pasticca da qualcuno, non mi importava cosa fosse, volevo solo sballare. Il mondo divenne un caleidoscopio di colori e suoni, persi la cognizione del tempo.
Poi, come spesso accadeva, mi lasciai trascinare a casa di un ragazzo conosciuto quella sera stessa. Le sue labbra mi baciarono con passione, le sue mani mi spogliarono con desiderio. Non sapevo chi fosse, ma in quel momento non mi importava. Il suo corpo contro il mio, il calore della sua pelle, il battito accelerato del cuore.. ero persa in quel piacere improvviso, in quella notte di passione.
Mi svegliai in un letto sconosciuto, il sole filtrava attraverso la finestra. La testa mi pulsava, la gola era secca. Non ricordavo nulla della notte precedente, solo flash di momenti confusi. Mi sentivo vuota, vulnerabile, disgustata da me stessa. Guardai il ragazzo al mio fianco nel letto non riconoscendo il suo voto, eravamo entrambi nudi sotto il leggero lenzuolo.
Mentre ero ancora mezza intontita, presi il cellulare dal comodino. Lo schermo si illuminò e mi investì con una sfilza di notifiche. Messaggi, chiamate perse, e la notifica dell'inizio dell'ora di lezione passata da un bel po'. Il cuore mi balzò in gola.
Guardai l'orologio del cellulare: ero in forte ritardo per la lezione di psicologia! Panico. Non potevo saltare anche quella, il prof era stato categorico, avevo già diverse assenze, se continuavo così avrei saltato l'anno. Ma forse, se mi sarei sbrigata, sarei riuscita a fare in tempo, eravamo in un dormitorio riservato agli studenti della statale. Mi maledissi per essere stata così stupida, per aver perso, un’altra volta la cognizione del tempo. Dovevo correre, dovevo arrivare in tempo in qualche modo.
Mi alzai, mi vestii in fretta e scappai via, senza lasciare traccia. Uscii di corsa dall'appartamento, cercando di sistemare i capelli e il trucco alla meno peggio. Mentre mi precipitavo verso l'aula, ripensai alla notte appena trascorsa. Un senso di nausea mi assalì. Come avevo potuto ridurmi in quel modo?
Il brusio dell'aula magna mi investì come un'onda sonora, un'eco lontana di voci ovattate. Spinsi la porta di legno, consapevole del mio ritardo, e mi ritrovai catapultata in un mondo a parte. Entrai in classe che la lezione era iniziata da poco; il Professore mi vide sedere, un po' lontano, ma tutto sommato in un posto confortevole, con affianco un bel ragazzo che non avevo mai visto prima, e con un cenno d'intesa notificò la mia presenza alla lezione.
Chissà perché quell'uomo mi aveva sempre trattata bene, non che avessi voti incredibili nella sua materia, all'ultimo esame ero passata per un soffio, ma avvertivo un certa affinità con il suo metodo d'insegnamento.
"Bene", pensai, "la giornata inizia nel mondo migliore…"
Il professor Giovanni Gallo, figura imponente dietro la cattedra, stava parlando con passione, gesticolando con enfasi. La sua voce, calda e avvolgente, catturò immediatamente la mia attenzione. "…il superuomo non è un'entità superiore, un'élite destinata a dominare il mondo", diceva, mentre scriveva parole enigmatiche sulla lavagna: "Volontà di potenza", "Oltreuomo", "Trasvalutazione dei valori".
La testa mi pulsava leggermente, retaggio della sbornia della sera prima. Le parole del professore mi raggiunsero, penetrando attraverso la nebbia del mio hangover. "È piuttosto un ideale, una meta da raggiungere. Un invito a superare i nostri limiti, a vivere con autenticità, affermando la nostra individualità". Superare i limiti, vivere con autenticità… questi concetti risuonarono dentro di me con una forza inaspettata.
Nonostante la mia condizione, le parole del professore mi colpirono come un fulmine a ciel sereno. Mi sentii improvvisamente sveglia, carica di una nuova energia. Il concetto di superuomo, così come lo descriveva il prof Gallo, non era qualcosa di lontano e irraggiungibile, ma un'aspirazione concreta, un invito a diventare la versione migliore di me stessa. Mi dimenticai del mal di testa, della stanchezza, di tutto. Ero completamente rapita dalle parole del professore, un vortice di idee che mi trascinò in un mondo nuovo.
"Nietzsche ci sprona a mettere in discussione queste convenzioni, a trovare il coraggio di seguire la nostra strada, anche se ciò significa andare controcorrente", continuava Gallo, il suo sguardo che spaziava sull'aula. E in quel momento, capii. Capii che il superuomo non era un concetto astratto, ma una sfida personale, un invito a mettere in discussione le mie stesse convinzioni, a trovare il coraggio di essere me stessa, senza compromessi.
L'hangover svanì, sostituito da una sensazione di eccitazione e di scoperta. Ero arrivata in ritardo, è vero, ma questa lezione era un regalo inaspettato, un'epifania che mi illuminò la giornata.
E mentre il professore concludeva la lezione con un appello alla riflessione, io sapevo che il concetto di superuomo mi avrebbe accompagnata per sempre, un faro nella notte della mia esistenza.
“Bene,” disse il professore avvolgendoci tutti con il suo sguardo profondo, “la letteratura di Nietzsche è vasta e di notevole rilevanza per lo studio della psicologia. Per il prossimo esame, ci concentreremo in particolare su ‘Così parlò Zarathustra’,” disse mostrandoci una copia del libro, “un'opera che può essere considerata la summa del suo pensiero, Particolarmente per quanto riguarda il concetto di superuomo. Leggetelo per la prossima settimana.” Poi leggendo un appunto che aveva tenuto sul suo tavolo, ci guardò di nuovo e disse all’intera aula, “ organizzatevi in gruppi da 3 e come lavoro di gruppo voglio che estrapoliate il vero messaggio che Nietzsche vuole trasmettere attraverso le pagine del libro.”
Quella lezione, lo seppi in un istante, segnò l'inizio della mia ricerca.