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1 Agosto 2024, Malpensa
Arrivai a Malpensa come un temporale estivo: l'umore plumbeo e l'ansia che mi graffiava lo stomaco. Appena scesa dal taxi, preso in stazione centrale, il peso di tutta la mia vita sembrò materializzarsi all'improvviso, schiacciandomi sotto una cappa di aspettative.
Varcai le porte della sala arrivi, ampia e luminosa come un hangar, ma che ai miei occhi apparve subito un girone infernale. Il brusio della folla, le voci degli altoparlanti che annunciavano voli in partenza e in arrivo, il vociare concitato dei viaggiatori mi assordarono all'istante.
All'improvviso, una luce.
All'ingresso dell'aeroporto, in mezzo a quella folla anonima, scorsi Sole che mi aspettava. Il suo sorriso e la sua presenza erano come un'oasi di pace nel trambusto aeroportuale. La sua luce teneva fede al suo nome: era una persona fantastica! Tra tutte le mie conoscenze, negli anni, Sole era stata come un regalo dal cielo, un angelo incarnato. Spesso ero stata sul punto di dirglielo, ma certe cose non si dicono, si vivono nel proprio cuore. Il suo viso esprimeva una tristezza persino superiore alla mia; l'ultima settimana l'avevamo trascorsa con intense sessioni di meditazione, e avevo cercato di trasmetterle più forza possibile, consapevole che le sue battaglie erano solo sue e io non potevo, né dovevo, alleggerirle il fardello che, come tutti, doveva portare da sola.
Indossava un top di lino color crema, finemente ricamato con motivi che richiamavano l'arte celtica, abbinato a pantaloni ampi dello stesso tessuto che le conferivano un'aria eterea. I capelli biondi, tagliati a caschetto, le incorniciavano un viso delicato, e i suoi occhi azzurri erano velati di una tristezza che avrei voluto scacciare via. Mi avvicinai a lei, che stava ferma, immobile, incapace di muoversi. La sua tipica aura verde le avvolgeva il corpo, segno inequivocabile di un'anima incarnata per curare i propri simili. Non erano molti anni che avevo 'la vista', ma quella capacità mi aveva donato una comprensione della realtà che ogni giorno mi sorprendeva sempre di più. Starle accanto infondeva benessere e pace, anche se lei stessa non ne era ancora pienamente consapevole.
"Buongiorno, Sole", le dissi, sfoggiando il miglior sorriso che potevo per tirarle su il morale. "Sei bellissima anche oggi! È da tanto che aspetti?"
Mentre mi avvicinavo, lei scosse la testa in segno di dinego, in una mano avevo il piccolo trolley con i pochi ricambi che mi ero portata, e a tracolla una piccola borsa di tela, compagna di innumerevoli viaggi. Ricordo di averla acquistata in Messico, per sostituire la mia vecchia borsa. Quella che avevo usato durante gli anni dell'università mentre prestavo volontariato per Greenpeace, che si era rotta, proprio in Messico. Dentro c'erano poche cose, oltre ai documenti.
Avevo fatto il check-in a casa di mio padre il giorno prima. Non possiedo più un computer da almeno un paio d'anni; a dire il vero, casa mia è vuota da tempo e stavo pensando di lasciarla a Lucia. D'altronde, non so quando farò ritorno dal Cairo.
Sole mi abbracciò forte, poi, sciogliendosi dal nostro abbraccio con gli occhi lucidi, quasi sul punto di piangere, mi chiese con un sorriso: "Finalmente mi dirai dove devi andare, almeno oggi, vero?"
Sorridendole, "Certo, cara", mi girai verso l'enorme display che indicava le partenze; il mio volo era previsto da lì a un'ora. "Devo andare al Cairo; al momento so solo questo, il resto lo scoprirò sul posto. Ho smesso di farmi queste domande da anni. Non dire nulla a mio padre, sa solo che vado a visitare la piana di Giza, anche se temo che stia immaginando qualcosa", le appoggiai una mano sulla spalla e le dissi: "Accompagnami che devo imbarcare questa", muovendo il trolley mostrandoglielo.
Dopo aver fatto il check-in, ci siamo sedute su una panchina ad aspettare il mio volo. Il tempo sembrava scorrere lentamente, mentre osservavo, con un leggero disappunto le persone che passavano, ognuna con la propria storia e presa nei suoi pensieri e totalmente assente, osservare il profondo vuoto nel quale il genere umano si sta, più o meno volontariamente, infilando mi mette sempre di cattivo umore. Ma non potevo permettermelo, non in quel momento, dovevo essere forte per tutte le persone che stavano venendo a salutarmi, per Sole e soprattutto per Francesco.
Scrollandomi di dosso il pessimismo che il genere umano sembrava regalarmi a piene mani ogni giorno di più, rivolsi un sorriso raggiante alla mia amica. "Sole, volevo dirti che sono sicura che sarai fantastica nel gestire il gruppo di meditazione", le dissi, cercando di infonderle sicurezza. "Hai una capacità di ascolto e di comprensione che è un dono raro. Ricordo ancora quando..."
Mentre parlavo, notai che i suoi occhi brillavano di lacrime. "Grazie", mi disse con un filo di voce. "A volte mi sento così insicura."
"Lo so", le risposi, "ma non lasciare che le tue paure ti paralizzino. Ricorda tutte le volte in cui hai superato le difficoltà, tutte le persone che hai aiutato. Tu sei una persona speciale, Sole."
In quel momento, decisi di donarle la collana di perle di legno che portavo sempre con me. Era un regalo di mia nonna, un oggetto che mi aveva portato fortuna in molti momenti difficili. "Voglio che tu abbia questa", le dissi, sfilandola dal collo. "È un piccolo segno del nostro legame, e spero ti porti tanta fortuna quanta ne ha portata a me."
Gliela allacciai al collo, consapevole che con quel gesto si spezzava anche l'ultimo legame con la mia vita precedente; ora ero davvero libera da ogni vincolo con il passato.
Sole mi guardò con sorpresa e gli occhi lucidi. Con un sorriso timido, accettò il mio regalo. "Grazie", mi disse, prendendo la collana tra le mani e osservandola. "La terrò sempre con me."
"E io terrò sempre nel cuore il tuo sorriso e la tua forza", le dissi, stringendola in un abbraccio. "Ricorda, Sole, che sei una persona meravigliosa, capace di grandi cose. Non lasciare che nessuna esperienza ti porti via questa consapevolezza."
Sole mi sorrise, e nei suoi occhi vidi una scintilla di speranza. "Grazie", mi disse di nuovo, con voce più ferma. "Grazie per credere in me."
"Credo in te perché conosco molto bene la tua forza", le risposi.
A quel punto vidi il volto di Sole farsi più serio; fece un respiro profondo. "Sofia", disse con un filo di voce, "so che ne abbiamo parlato spesso nell'ultima settimana, però non credo di potermi prendere la responsabilità del gruppo. Per quanto riguarda Marco e Pietro non ci sono problemi, ma per quanto concerne Francesco, credo che lui... beh..."
La interruppi subito, posandole una mano sull'avambraccio con delicatezza. "Lo sai, Sole, quello che ti dico sempre, vero? Non dare troppo peso alle tue percezioni; devi dare il meglio di te stessa quando ti viene chiesto aiuto. Ognuno è responsabile della propria vita e delle proprie scelte, esattamente come lo sei tu."
"Lo so quello che mi dici sempre", rispose, mentre si torceva le mani, "ma faccio fatica a stargli vicino, perché... credo di provare qualcosa per lui..." Ammise infine con la voce rotta dall'emozione.
Quella rivelazione, seppur non mi colse del tutto impreparata, mi scosse. La vita, ancora una volta, mostrava i suoi disegni, e noi, come attori consumati da molti palcoscenici, dovevamo seguirne il copione, capendone al volo le sfumature. "Se provi questi sentimenti, l'unico consiglio che posso darti è di essere sincera con lui. Non puoi né tenerti dentro questo sentimento, né negarlo a te stessa." Sole non mi guardava, e probabilmente si vergognava, a torto, dei suoi sentimenti. "La reticenza e la chiusura sono le uniche vie verso l'infelicità, Sole."
Stavo per continuare quando sentii urlare il mio nome; girandomi, vidi Lucia correre verso di me. Mi alzai appena in tempo per ricevere il suo abbraccio caloroso. Come al solito era vigorosa, potente e allegra, anche se in quel momento il suo viso era rigato dalle lacrime.
Dietro di lei c'erano mio padre per mano alla sua nuova compagna, Manuela, e, un passo più indietro, Francesco. Manuela non capiva il motivo del mio viaggio, e in effetti non gliel'avevo spiegato davvero. Mio padre, invece, mi prese in disparte per un colloquio più intimo.
Poi fu il turno di Francesco; non gli andava ancora giù la mia partenza. Sentiva nel cuore che avrebbe perso la serenità che aveva trovato grazie alla mia presenza, cosa che non era vera. Nessuno può dare veramente qualcosa a un altro, se non indicare un possibile percorso di guarigione, ed io mi ero limitata a fare quello; tutti i suoi successi erano da attribuire unicamente alla sua forza interiore.
«Ricorda» dissi, appoggiando una mano sul suo petto, in un gesto ormai famigliare, e citando le parole del mio guru Nisargadatta Maharaj, «Tu sei già quello che stai cercando.» Poi, aggiunsi, «Matura quel distacco di cui tanto abbiamo parlato nei nostri incontri, che non è indifferenza alle cose, ma è un punto di vista non coinvolto, 'Sine Doxa' come dicevano i greci, 'senza giudizio'.»
I suoi occhi si fecero più riflessivi, segno del fatto che mi stava ascoltando attentamente. «Questo distacco ti permetterà di vedere la vita così com’è e di vivere pienamente il presente. Come diceva un maestro, “Ogni giorno basta alla sua pena”, passato e futuro non esistono, tutto è un eterno presente. Tu non sei questo corpo, questa mente, tu sei l’infinito, l’immutabile, vivi la tua vita in modo pieno ma distaccato» e sollevando la mano.
Sentii la sua voce tremare. "Mi mancherai, hai fatto così tanto per me in così poco tempo...", la voce gli si bloccò in gola per l'emozione. Io, annuendo, gli presi le mani, stringendole. "Non è un addio, ma un arrivederci. Il nostro legame non si spezzerà." E lo abbracciai con calore, un abbraccio intriso di una profonda connessione spirituale.
Poi fu la volta di Sole, che si alzò e mi abbracciò a sua volta, singhiozzando. "Non potrò mai ringraziarti abbastanza per tutto quello che mi hai insegnato!" I nostri occhi si incrociarono per un istante, uno scambio di comprensione e di affetto profondo mi pervase.
Mentre l'altoparlante annunciava l’imbarco per il mio volo, vidi Sole guardare di sottecchi prima Francesco e poi Lucia.
Mi feci forza e sorrisi a tutti, un sorriso sereno ma velato di tristezza, e mi diressi verso il gate, scomparendo tra la folla.
Mentre camminavo assieme agli altri passeggeri verso l'aereo, un'intuizione improvvisa mi colse come un fulmine: questo viaggio sarebbe stato più lungo degli altri.