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Serampore, India.
Non era una fuga, e non era più la ricerca disperata che avevo intrapreso all'inizio. Dopo tre anni passati a costruire la mia vita a Pavia – un lavoro stabile, un nuovo legame con mio padre, gli studi di Raja Yoga — capii che era arrivato il momento di mettere in pratica gli insegnamenti. Avevo messo da parte i giorni di ferie accumulati e avevo preso la decisione di volare in India, precisamente all'Ashram di Serampore, per provare su me stessa il servizio disinteressato (Seva). Volevo toccare con mano l'impatto che l'annullamento dell'ego e la dedizione agli altri potevano avere sulla mia anima. Era un concetto che Sofia, ormai, mi aveva inculcato in anni di conversazioni.
Già, Sofia. Non l'avevo più vista da quando era partita, ormai tre anni prima. La sua vita si era trasformata in un'epica avventura tra India e Amazzonia, e la mia in una routine intensa e radicata. Eravamo distanti migliaia di chilometri, ma il nostro legame non si era mai interrotto: ci eravamo sentite spesso telefonicamente, e attraverso quelle chiamate la sua calma, la sua saggezza, avevano continuato a guidarmi.
Al mio fianco, in quel viaggio verso il caos colorato e assordante del Bengala Occidentale, c'erano Liam e Aisha. Li avevo conosciuti al corso di Raja Yoga a Milano, quello tenuto da Graziano, e come me erano alla ricerca di un'esperienza che andasse oltre la teoria imparata sul tappetino.
Arrivammo a Serampore travolti dal caldo, dal rumore e da una trepidazione che, per quanto mi sforzassi di nascondere, mi batteva forte nel petto. Non sapevo cosa aspettarmi da quel luogo, ma ero certa di una cosa: ero lì per onorare il mio cammino e per capire, una volta per tutte, se la chiave per riempire il vuoto si trovava nel donare, anziché nel cercare.
Il caldo dell'India era una coperta umida che mi si era appiccicata addosso dal momento in cui ero scesa dall'aereo. Un'umidità che ti entrava nei polmoni, densa di odori sconosciuti: il fumo dolciastro dei bastoncini d'incenso bruciati sui piccoli altari improvvisati lungo la strada, l'aroma speziato e invitante delle samosa che sfrigolavano nell'olio bollente, e sotto tutto, un sentore di polvere, terra e vita brulicante. Liam e Aisha, travolti da quel caos colorato e assordante del Bengala Occidentale, mi seguivano con gli occhi spalancati, un misto di entusiasmo da documentario e smarrimento da turista che ha perso la mappa. Io, invece, sentivo solo una trepidazione crescente, un'energia che mi tirava come un filo invisibile verso la mia meta, un nervosismo che non era paura, ma attesa.
"Sei sicura che sia qui, Sole?" mi chiese Liam per la terza volta, la sua voce quasi inghiottita dal frastuono di clacson e richiami di venditori, mentre il nostro tuk-tuk, un aggeggio sgangherato che sembrava tenuto insieme da preghiere e nastro adesivo, ci depositava davanti a un imponente portone di legno massiccio.
"È qui," risposi, più a me stessa che a lui, sentendo un'inspiegabile certezza che zittiva ogni dubbio.
L'ashram di Serampore era un'oasi di pace inaspettata. Appena varcata la soglia, fu come attraversare una barriera invisibile. Il frastuono assordante della strada svanì di colpo, inghiottito da un silenzio quasi irreale, sostituito dal canto melodioso degli uccelli e dal fruscio delle foglie mosse da una brezza leggera. L'aria cambiò sapore: l'odore di gas di scarico e fritto fu sostituito dal profumo resinoso dei pini, dall'aroma della terra umida e da una nota persistente di sandalo che sembrava impregnare le mura stesse. Un giovane monaco sorridente, che emanava una calma da far invidia a un gatto sotto il sole, ci venne incontro. Si muoveva con una lentezza studiata, ogni suo gesto era privo di fretta, un'economia di movimento che mi affascinò subito.
"Siamo qui per il seva," dissi, cercando di proiettare un'aura di serietà che non mi apparteneva del tutto. "Vorremmo offrire il nostro servizio per un mese. Speriamo di essere ammessi, nonostante ci siamo presentati senza aver fatto una richiesta formale." Dissi cercando di sembrare più umile possibile.
Il monaco annuì con una calma serena, il volto illuminato da un sorriso pacato. "Molti giungono qui per offrire servizio. Per iniziare, incontrerete un allieva diretta del nostro venerabile Maestro Shri Anandagiri, Swami Lakshmi Saraswati, che accoglie i nuovi arrivati e discerne la purezza delle loro intenzioni."
Il nome mi scivolò addosso senza colpirmi. Ero troppo concentrata a scrutare i volti delle persone che passeggiavano nei giardini curati, per dare risalto ad ogni nome da santone che sebtivo. Il monaco ci fece accomodare su una panca di pietra all'ombra di un albero di mango e andò a chiamare la nostra referente. L'attesa fu snervante. Liam tamburellava con le dita sulla sua valigia, Aisha si guardava intorno come se si aspettasse di veder spuntare Indiana Jones da un momento all'altro. Io, invece, cercavo di controllare il battito accelerato del mio cuore.
Poi, da un sentiero laterale, vidi avanzare una figura. Alta, snella, avvolta in semplici abiti color zafferano. Si muoveva con una grazia inverosimile,e una lentezza che avrebbe potuto rivaleggiare con un bradipo. Era vagamente familiare, ma lì per lì mi sembrò una cosa impossibile, eppure alla vista di quei lunghi capelli neri come l'inchiostro. Il cuore mi fece un balzo nel petto.
Poi la riconobbi.
Era lei.
"Sofia!" esclamai, la voce strozzata dalla gioia.
Lei si voltò e, quando i suoi occhi verdi incontrarono i miei, il tempo sembrò fermarsi. Un sorriso le illuminò il volto, un sorriso che cancellò anni di distanza e silenzio. Ci corremmo incontro e ci abbracciammo forte, un abbraccio che conteneva tutte le parole non dette, tutta la mancanza, tutta l'amicizia che ci legava. Mi sussurrò ad un orecchio, davanti agli occhi increduli dei miei compagni di viaggio e al suo collega monaco, “Sole…ma che ci fai qui?”
Sentii il tessuto ruvido del suo saio contro la mia guancia e il suo profumo, non più quello dei negozi del centro di Pavia, ma un aroma di sandalo e di pulito, di una semplicità che era essa stessa una dichiarazione.
Quando ci staccammo, la guardai. Era diversa. La stessa Sofia, ma irradiata da una luce nuova, una pace che le era penetrata fin dentro le ossa. I miei occhi corsero dai suoi al saio che indossava, e un dubbio comico e surreale si fece strada nella mia mente. Mi voltai verso il giovane monaco che ci osservava sorridendo.
"È lei la... la venerabile Swami Lakshmi Saraswati di cui mi parlavi?".
Sofia mi fulminò con uno sguardo divertito. "Sole, contegno in questo luogo di preghiera," mi ammonì a mezza voce.
Il monaco, impassibile, confermò con un inchino. "Sì, signora. È allieva diretta del venerabile Shri Anandagiri, lui stesso le ha conferito quella onorificenza.".
Mi rigirai verso di lei, gli occhi spalancati. "No, aspetta un attimo, Swami Lakshmi Saraswati? La nostra Sofia... è una Swami!". La mia voce era un misto di shock e adorazione. "Mamma mia, Sofia, è... è un nome da dea! E tu... una Swami! Chi l'avrebbe mai detto?".
Lei sorrise, un calore che mi sciolse il cuore. "Sì, Sole. È successo. Ma," aggiunse, facendomi l'occhiolino, "tu, quando siamo tra noi, puoi continuare a chiamarmi Sofia. Non devi iniziare a farmi inchini, eh?".
Scoppiai a ridere, un suono liberatorio che mi ricordò i nostri pomeriggi a Pavia. "Oh, grazie a Dio! Per un attimo ho temuto di doverti dare del 'venerabile' ogni volta!". Poi, facendomi seria, aggiunsi: "Comunque, è bellissimo, Sofia. E ti sta benissimo".
Le presentai Liam e Aisha e le spiegai il motivo del nostro viaggio. Con una professionalità che non le conoscevo, Sofia ci spiegò le regole dell'ashram. Fu lei stessa, su incarico del suo Maestro, a parlare con noi. Con delicatezza, mi comunicò che la mia intenzione era "pura e profonda" e che sarei stata accolta, ma che per Liam e Aisha sarebbe stato meglio continuare la loro ricerca altrove. Nonostante la delusione, i miei amici capirono. Il giorno dopo ripartirono, lasciandomi sola con lei, e con la mia nuova, spaventosa avventura.
Il mio seva iniziò in cucina. Essendo figlia di un cuoco, pensavo di avere un vantaggio strategico. Mi sbagliavo di grosso. La cucina dell'ashram era una stanza enorme, quasi una caverna, con pareti annerite dal fumo, due giganteschi focolari a legna che sembravano bocche infernali e pentoloni così grandi che avrei potuto farci il bagno dentro. Il mio compito, in quanto novellina, era preparare i chapati. Sembra facile, no? Acqua e farina. Peccato che dovessi impastarne a mano per duecento persone, su un tavolo di legno scheggiato, con un caldo che faceva sudare anche le formiche. Le prime settimane furono un incubo. Le mie mani erano piene di vesciche, la schiena mi implorava pietà e i miei chapati assomigliavano a mappe geografiche di stati inesistenti, bruciacchiati ai bordi e crudi al centro. Lavoravo fianco a fianco con altri sevak. C'era Anjali, una donna anziana e silenziosa che non parlava una parola di inglese, ma che con un semplice gesto della mano mi insegnò più sull'impasto di quanto avessi imparato in una vita. E poi c'era un ragazzo tedesco di nome Klaus, biondo e lentigginoso, che era al suo terzo mese di servizio e mi guardava con la compassione di un veterano di guerra. Ogni tanto, mentre lottavo con una massa di pasta appiccicosa, mi passava una tazza d'acqua con un sorriso complice. Non parlavamo molto, ma quel piccolo gesto di solidarietà era tutto.
La giornata era scandita da ritmi ferrei. Sveglia all'alba, con il suono di un gong che ti vibrava fin dentro le ossa. Meditazione guidata dal Venerabile Shri Anandagiri, un uomo anziano la cui sola presenza sembrava rallentare il tempo. Poi, ore di servizio in quella fornace che chiamavano cucina. Nel pomeriggio, un'altra sessione di pratica, questa volta guidata da Sofia. Vederla in quel ruolo era surreale. La mia amica, la ragazza con cui spettegolavo davanti a un gelato, ora parlava con una saggezza e un'autorità che ammutolivano tutti. Osservavo di nascosto il rapporto tra lei e il suo maestro. C'era una devozione e un rispetto immensi, ma anche un affetto profondo, quasi paterno. A volte li vedevo passeggiare nel giardino, lui che parlava piano e lei che ascoltava con un'attenzione totale. Lui la guardava con un orgoglio che mi stringeva il cuore, e lei si rivolgeva a lui con la fiducia di una figlia.
Le uniche oasi in quel deserto di fatica e disciplina erano le nostre chiacchierate serali. Dopo che tutti si erano ritirati, io e Sofia ci sedevamo sui gradini del tempio principale, sotto un cielo trapuntato di stelle che sembravano a un palmo dal naso.
"Allora, quante nazioni hai inventato oggi con i tuoi chapati?" mi prendeva in giro, ed io le davo un pugno scherzoso sulla spalla.
"Smettila! È più difficile di quanto sembri. E poi, come fai? A essere... così. Calma, centrata. Io dopo dieci ore in quella cucina infernale vorrei solo piangere e mangiare un barattolo di Nutella."
Lei sorrideva, un sorriso che sembrava contenere tutta la saggezza del mondo. "Il servizio purifica, Sole. All'inizio è fatica, è resistenza. Pensi alle tue mani, alla tua schiena, al tuo ego che si lamenta. Poi, un giorno, smetti di pensare. E diventi solo il gesto. Diventi l'impasto, il calore, il cibo che nutrirà gli altri. E in quel momento, non c'è più fatica. C'è solo gioia."
Di solito scherzavamo, prendendoci in giro come ai vecchi tempi.
Una sera, però, l'aria era diversa. Non c'erano battute sui miei chapati a forma di continente. Ero rimasta in silenzio, le ginocchia strette al petto, lo sguardo perso nel buio oltre i giardini. Il peso della giornata, della fatica, della mia goffaggine in quel mondo così ordinato, mi era crollato addosso tutto insieme. Mi sentivo sola e fuori posto.
Sofia rimase in silenzio per un po', rispettando la mia malinconia. Poi, senza dire una parola, mi si sedette accanto, più vicina del solito. Sentii il suo braccio avvolgermi le spalle e stringermi in un abbraccio improvviso, caldo e solido. Un gesto che non mi aspettavo e di cui avevo un disperato bisogno. Mi tenne così per un istante, poi, con la voce poco più di un sussurro, mi chiese:
"Tutto bene, Sole?"
La sua domanda mi spiazzò.
Mi sciolse dall'abbraccio, un po' imbarazzata, passandomi una mano sul viso come per scacciare i pensieri. "No, niente... è solo stanchezza," mentii. Ma lei non distolse lo sguardo. E con infinta dolcezza mi chiese, “ Raccontami della tua vita, come vanno le cose in Italia? Il lavoro allo studio?*
"Il lavoro... il lavoro va benissimo, sai!? E Riccardo continua a chiedermi di tè e se intendi tornare…" confessai allora, con un filo di voce e un mezzo sorriso. Al quale Sofia rispose con una smorfia e coprendosi gli occhi con una mano, “Riccardo è sempre stato troppo buono con me’!”
Ma io ero un fiume in piena e continuai, "E ho trovato un gruppo di studio fantastico con un certo Graziano, facciamo Raja Yoga... sto imparando tanto."
Sofia annuì lentamente, incoraggiandomi a continuare. "Questo è bellissimo. E la tua famiglia? Tua madre?"
Ecco il punto. Il vero nodo. Sentii la mia maschera di normalità incrinarsi.
"Con mamma va... va magnificamente," ammisi, e sentii una fitta di gratitudine. "Ma è con papà, Sofia... con lui le cose vanno davvero bene." Lo dissi quasi in un sussurro, come se pronunciare quelle parole ad alta voce potesse spezzare l'incantesimo.
Un sorriso dolce e sincero illuminò il volto di Sofia. Sembrava più felice lei di me. Rimanemmo un attimo a goderci quella piccola, enorme vittoria.
"E a te?" chiesi, per spostare i riflettori da me. "Non ti manca mai? L'Italia, Pavia... la tua vecchia vita?"
Sofia non rispose subito. Il suo sguardo si perse tra le stelle, così vicine da sembrare diamanti appoggiati su un telo di velluto nero.
"Una volta, a Puri, un maestro mi disse una cosa che non ho più dimenticato," mormorò. "'Questa vita non ti appartiene'. All'inizio non capivo. Ma poi ho compreso. Io sono solo uno strumento, Sole. Le mie mani, la mia voce, il mio cuore... non sono miei. Sono a disposizione delle mie guide. Vado dove mi indicano, faccio ciò che serve. Non c'è spazio per la nostalgia quando c'è così tanto spazio per il servizio."
Rimanemmo in silenzio, ma non era un silenzio vuoto. Era pieno delle mie confessioni e della sua pace, una pace che, per la prima volta, sentivo di poter quasi toccare.
Fu lei a rompere l'incanto, con una delicatezza che era diventata la sua firma.
"E a te, Sole?" mi chiese, la sua voce appena un soffio nella notte. "Non ti manca un po' casa, dopo quasi un mese?"
Cercai di afferrare al volo la mia solita maschera, l'ironia che mi aveva sempre salvata. "Casa? Intendi quel posto con un materasso che non ha la consistenza del granito e dove non devo produrre cinquecento dischi volanti commestibili al giorno? Naah, figurati..."
Ma la voce mi si spezzò sull'ultima parola. Traditrice, una lacrima solitaria mi scese lungo la guancia, calda e improvvisa. La stanchezza, la malinconia, la lontananza... tutto condensato in quella singola, stupida goccia.
Sofia non disse nulla. Non servivano parole. Si limitò a stringermi di nuovo, in un abbraccio che sapeva di casa, di comprensione. Sentii le sue labbra posarsi con una leggerezza infinita sulla mia tempia, mentre con la mano mi scostava una ciocca di capelli dal viso. Un bacio silenzioso, un gesto di pura dolcezza che non chiedeva nulla in cambio.
E in quel contatto, la nostalgia si placò, trasformandosi in una calma e tiepida gratitudine.
La sua presenza era un dono inaspettato, un'ultima, luminosa pausa prima del suo grande viaggio verso l'Amazzonia, di cui mi aveva parlato. E io, guardandola muoversi con grazia in quel luogo sacro, capii. Il mio viaggio in India non era solo per servire in un ashram o per scappare dal mio vuoto. Era per testimoniare, ancora una volta, l'incredibile evoluzione di quella donna che, da un piccolo studio di psicologia a Pavia, era diventata una guida per tante anime. E, in fondo, anche per la mia.
Come predetto da Sofia, accadde tutto all'improvviso, durante l'ultima settimana del mio servizio. Ero in cucina, come sempre, davanti alla montagna di farina che era diventata la mia nemesi e la mia compagna quotidiana. Le mie mani, ormai callose e forti, si muovevano quasi da sole, impastando, piegando, stendendo. E a un certo punto, successe. La mia mente, perennemente in sottofondo a lamentarsi del caldo, della fatica, del mal di schiena, semplicemente tacque.
Non c'ero più io che impastavo. C'era solo l'impasto. Il movimento ritmico delle mani, il calore del fuoco che si irradiava sulla mia pelle, il profumo della farina che si trasformava in cibo. Non c'era più sforzo, non c'era resistenza. Ero diventata il gesto stesso. I miei chapati, prima dischi volanti non identificati, ora si gonfiavano sul fuoco, rotondi, morbidi, perfetti. Anjali, la vecchia sevak silenziosa, si fermò accanto a me e, per la prima volta, mi sorrise, un sorriso senza denti ma pieno di luce, e annuì. Klaus, il ragazzo tedesco, mi diede una pacca sulla spalla. "Ce l'hai fatta, Sole," mi disse. "Stasera si mangiano i tuoi." E in quel momento, non provai orgoglio, ma una gioia calma, una profonda sensazione di essere esattamente dove dovevo essere.
La sera prima della mia partenza, io e Sofia ci sedemmo per l'ultima volta sui gradini del tempio. Il cielo era un velluto blu scuro, trapuntato di stelle.
"Ho sentito grandi cose sulla nuova regina dei chapati," disse, rompendo il silenzio. La sua voce era piena di un calore che mi avvolse.
Sorrisi. "Ci è voluto un po', ma credo di aver capito cosa intendevi per 'diventare il gesto'."
"Ne ero sicura," rispose, guardandomi con un orgoglio che mi riempì il cuore. "Hai affrontato la fatica e la resistenza e hai trovato la gioia dall'altra parte. Hai trovato la tua strada, Sole. Come ho sempre saputo che avresti fatto."
Ci abbracciammo a lungo. Era un addio, ma diverso da quello di Pavia. Allora mi aveva lasciato una mappa. Stavolta, sentivo di aver imparato a usarla.
"Allora... è un addio?" chiesi, la voce che mi si incrinava appena.
Lei mi guardò, i suoi occhi verdi che riflettevano le stelle. "È un arrivederci. Se Dio vorrà, un giorno ci rivedremo."
Quando tornai a Pavia, la prima persona che volli vedere fu mia madre. Mi presentai a casa sua, stanca dal viaggio ma con una calma che non mi apparteneva. Lei mi squadrò dalla testa ai piedi, con la sua solita aria scettica.
"Allora, sei sopravvissuta?" mi chiese, un sopracciglio inarcato. "Ammettilo, pensavo saresti tornata dopo tre giorni con le mani rovinate e una voglia disperata di un hamburger."
Un tempo, quella battuta mi avrebbe ferita. Invece, sorrisi. "Le mani sono un disastro," dissi, mostrandole i palmi callosi. "E un hamburger non mi dispiacerebbe. Ma sono sopravvissuta, sì."
Mia madre mi guardò, sorpresa dalla mia mancanza di reazione. C'era qualcosa di diverso in me, e lo vedeva. "Ti vedo... tranquilla," ammise, quasi a malincuore.
"Ho imparato a fare i chapati," risposi semplicemente. And in quella frase c'era tutto: la fatica, la resa, la gioia. Lei non poteva capire il significato profondo di quel gesto, ma poteva vedere l'effetto che aveva avuto su di me. E per la prima volta, nel suo sguardo non vidi giudizio, ma un barlume di rispetto. E capii che, forse, la mia vera pratica era appena iniziata.