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Non avevo mai sperimentato l'abbandono. In tutta la mia vita, ero sempre stata io a lasciare. Avevo lasciato fidanzati con scuse più o meno creative, amicizie che sentivo esaurite, corsi universitari che non stimolavano la mia curiosità. Ero sempre stata io quella sul treno in partenza, mai quella rimasta sul binario a guardare le luci di coda svanire. Per la prima volta, capivo cosa si provava. E faceva schifo. La partenza di Sofia mi aveva lasciato addosso un silenzio assordante, un vuoto che cercavo disperatamente di riempire, senza successo.
Il primo a crollare fu il nostro piccolo, sgangherato cerchio di meditazione. La settimana dopo la sua partenza, ci provammo. Marco, Pietro ed io, seduti sui cuscini nel mio salotto. L'assenza di Sofia era così palpabile da sembrare una quarta persona nella stanza. Marco provò a guidare una visualizzazione, ma si perse in una descrizione di un tramonto a Formentera che suonava più come il suo ultimo post di Instagram che come un sentiero per l'illuminazione. Pietro, dopo cinque minuti di silenzio, sbuffò e chiese se potevamo ordinare una pizza. Fu la nostra ultima seduta. Lentamente, con la grazia di chi ha molti impegni mondani a cui tornare, si allontanarono. Non ci furono addii, solo un diradarsi delle telefonate. Il nostro trio, tenuto insieme dalla forza gravitazionale di Sofia, si era semplicemente dissolto.
Decisi che la soluzione fosse un'immersione totale nella mia vecchia vita. Se sentivo il vuoto, dovevo riempirlo di rumore. E così feci. Mi buttai a capofitto in un vortice di aperitivi, feste universitarie e serate in discoteca. Una sera, mi ritrovai in un locale sui Navigli con le mie vecchie amiche, quelle con cui parlavo di esami e di ragazzi, mai di anima. La musica martellava, le luci al neon mi facevano bruciare gli occhi e le conversazioni intorno a me erano un ronzio indistinto. "Ma hai visto come si è vestita quella?" "Ti giuro, se non passo statistica mi ammazzo." "Il DJ è carino, quasi quasi..." Sorridevo, annuivo, bevevo il mio cocktail troppo zuccherato, ma ero un'aliena. Ero lì, ma il mio vero io era altrove, seduto in silenzio su un cuscino in un appartamento che profumava di lavanda. Tutto quel rumore, tutta quella gente, non faceva altro che amplificare il silenzio che mi portavo dentro. Era vuoto. E per la prima volta, la fuga non funzionava.
Le uniche ancore in quel mare di insensatezza erano le cose reali, quelle che potevo toccare con mano. Il lavoro, prima di tutto. Passavo ore nello studio, assorbita dalle storie dei pazienti. Ascoltare il loro dolore mi aiutava a ridimensionare il mio. E poi c'era mio padre. Avevo iniziato ad aiutarlo al ristorante un paio di sere a settimana. Non ero un granché come cameriera, ma mi piaceva stare lì. Una sera, mentre lucidavo bicchieri dietro al bancone, lui si avvicinò e, senza dire una parola, mi preparò la carbonara, quella vera, quella che faceva solo per le occasioni speciali. Mangiammo in silenzio, nella cucina del ristorante ormai vuota, e in quel silenzio c'era più comunicazione che in tutte le chiacchiere delle mie serate mondane. Era tornato il nostro vecchio legame, quello fatto di gesti, non di parole.
Poi arrivò la laurea. Un giorno surreale, con la corona d'alloro che mi prudeva in testa e i parenti che mi facevano foto sfuocate. Presi il massimo dei voti. Tutti si congratulavano, mia madre piangeva di gioia, mio padre mi guardava con un orgoglio così intenso da farmi quasi commuovere. Era un traguardo, un successo, ma sentivo una nota stonata. Mancava lei. Mancava la persona con cui avrei voluto davvero condividere quel momento. Il giorno dopo, il Dottor Rossi mi convocò nel suo studio.
"Sole," mi disse, con un sollievo quasi paterno. "Non credo ci sia bisogno di dirlo, ma questo posto è suo. Onorificamente e professionalmente. Sofia ha lasciato un'eredità importante, e non vedo nessuno più adatto di lei a raccoglierla."
Lo ringraziai, felice di quella fiducia. Avevo un lavoro stabile, una laurea a pieni voti, una famiglia che mi amava. Eppure, ogni sera, tornavo a casa e sentivo il vuoto.
Fu la disperazione a guidarmi. Un pomeriggio, dopo una giornata di lavoro particolarmente pesante, mi ritrovai a vagare per il centro. Finii, quasi senza accorgermene, in una di quelle librerie esoteriche che un tempo frequentavo con la foga della collezionista. Ma stavolta non cercavo l'ennesimo manuale sui cristalli o un oracolo angelico. Non sapevo cosa stessi cercando. Mentre passavo una mano su una pila di libri di Alice Bailey, il mio sguardo cadde su un volantino appeso a una bacheca di sughero. "Scuola di Raja Yoga. Percorso triennale. Sede di Modena." E, in piccolo, "Corsi introduttivi tenuti a Milano dall'istruttore Graziano Villa".
Graziano. Quel nome non mi diceva nulla, ma sentii un impulso. La settimana dopo, ero a Milano, in una palestra anonima, seduta su un tappetino da yoga, in attesa. Entrò un uomo sulla cinquantina, in tuta e felpa, con la pancia da buongustaio e un'aria da geometra in pensione. Niente tuniche, niente mala al collo, niente sguardi ieratici.
"Buonasera," disse, con un accento milanese che avrebbe fatto inorridire mia madre. "Mettetevi comodi che tra poco iniziamo. E se vi addormentate, non vi preoccupate, vuol dire che funziona."
Era così... normale. Così pragmatico. Mi ricordò la concretezza di Sofia, la sua capacità di parlare delle cose più elevate con i piedi ben piantati per terra. Iniziai a frequentare quella scuola. Ero in un gruppo di una ventina di persone, uomini e donne di ogni età, tutti cercatori a modo loro. Per la prima volta dopo mesi, non mi sentivo più sola.
Passò quasi un anno. Un anno di studio, di pratica, di nuove amicizie. Avevo trovato un nuovo equilibrio, una nuova bussola. Non ero più alla deriva.
Erano passati quasi tre mesi. Novanta giorni in cui il nome di Sofia era diventato un'eco nella mia testa, un ricordo dolce e doloroso che riaffiorava nei momenti più impensati. Dicembre se n'era andato, portandola via con sé, e l'inverno pavese sembrava essersi accordato con il mio stato d'animo, grigio e ostinato. Avevo trovato un nuovo, fragile equilibrio, una routine costruita come un muro di mattoni contro il vuoto che aveva lasciato: lo studio matto e disperatissimo per gli esami, le serate al ristorante di papà, e le lezioni di Raja Yoga a Milano con Graziano, il mio nuovo, pragmatico punto di riferimento. Funzionava, più o meno. Ma ogni sera, quando il silenzio calava, sentivo la sua assenza come una corrente fredda sotto la porta.
Quella sera ero sprofondata sul divano, circondata da libri di psicologia e dagli appunti del corso di yoga. Fuori pioveva, una pioggerellina fitta che creava una colonna sonora perfetta per la mia malinconia. Stavo cercando di decifrare un passaggio particolarmente ostico sulla natura della mente quando il telefono, abbandonato sul tavolino, vibrò con insistenza. Lo guardai, aspettandomi il solito messaggio di un'amica o una chiamata di mio padre.
E poi vidi il suo nome.
Sofia.
Il mio cuore si fermò. Per un istante, che mi parve un'eternità, rimasi a fissare quelle cinque lettere luminose sullo schermo. Mi sembrava un'allucinazione, un desiderio così forte da essersi materializzato. Le dita mi tremavano mentre allungavo la mano, incerta se rispondere o lasciare che quel fantasma svanisse. Poi, con un respiro profondo, premetti il tasto verde.
«Pronto?» la mia voce era un sussurro, strozzato dall'emozione.
«Ciao, Sole.»
Era lei. La sua voce. Più lontana, filtrata da migliaia di chilometri di cavi e oceani, ma inconfondibilmente sua. Calma, calda, presente. Scoppiai in un pianto silenzioso, liberatorio, le lacrime che mi rigavano il viso senza che potessi fare nulla per fermarle.
«Sofia...» riuscii a dire tra i singhiozzi. «Come stai? Dove sei?»
«Sto bene, sto bene,» mi rispose, e potevo quasi vederla sorridere dall'altra parte del mondo. «Sono a Prayagraj, sul Gange. È un posto incredibile, pieno di energia e di spiritualità.»
Ascoltai il suo racconto rapita, sopraffatta. Mi parlò del Karar Ashram, di una donna di nome Dolorian, di un uomo di nome David, del Kumbh Mela e di un incontro con un maestro che le aveva affidato una missione. La mia vita, con i suoi piccoli drammi universitari, mi sembrò minuscola di fronte all'epica avventura che stava vivendo.
«Sofia, mi stai parlando in codice! Non capisco niente! Ma è... è incredibile!» balbettai, sentendomi una bambina di fronte alla vastità della sua esperienza.
Lei rise, quella sua risata cristallina che mi era mancata come l'aria. «Lo so. Ma è difficile da spiegare. È come se... come se avessi trovato una parte di me che non sapevo nemmeno di avere.» Poi, dopo una breve pausa, la sua voce si fece più dolce, più vicina. «Ma tu, Sole? Tu come stai? Raccontami di te. Cosa è successo in questi mesi?»
Presi un respiro, asciugandomi le lacrime con il dorso della mano. Le sue parole mi avevano dato il coraggio di raccontare il mio, di pezzetto di viaggio. «Beh... dopo che sei partita... è stato difficile. Il gruppo si è sciolto, mi sentivo persa. Ho provato a tornare alla vecchia vita, ma era tutto... vuoto. Poi, un giorno, ho trovato il volantino di una scuola di Raja Yoga. Ho iniziato a frequentare un corso a Milano, con un istruttore di nome Graziano. È... diverso da te. Molto pragmatico, terra terra. Ma mi sta aiutando tanto. Mi sto impegnando, studio, medito. Sto trovando una mia strada, credo.»
Dall'altra parte sentii un silenzio carico di attenzione, poi la sua voce, piena di un calore e di un orgoglio che mi fecero quasi piangere di nuovo. «Sole, ma è una notizia meravigliosa! Lo sapevo. Sapevo che avresti trovato il tuo sentiero. Non hai idea di quanto io sia felice e fiera di te. Hai fatto tutto da sola, hai seguito il tuo istinto. È la cosa più importante. Continua così, stai facendo un lavoro incredibile.»
Le sue parole furono come un balsamo. Era il riconoscimento che, senza saperlo, stavo aspettando. Parlammo ancora un po', le promisi di tenerla aggiornata, lei mi promise di richiamare presto. Quando chiudemmo la telefonata, rimasi a lungo in silenzio, il telefono stretto in mano. La sua voce mi aveva riportato la sua presenza, ma anche la consapevolezza della sua luminosa distanza. Ma non mi sentivo più abbandonata. Mi sentivo ispirata, e per la prima volta, vista. Il suo viaggio era il suo. Il mio, per quanto più piccolo e meno eroico, era appena iniziato. E andava bene così.