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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 28: Capitolo 26 - La Frequenza della Quiete

@bergadavideDavide
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Ci sono mattine in cui il tempo sembra fare i capricci. Non scorre dritto, ma si allarga, come un cerchio nell’acqua. I sabati a Pavia sono così, con la città che dormicchia e l’unica cosa che corre è il gorgoglio della caffettiera. In quelle mattine, mi piazzo sul divano con una tazza di caffè bollente, e mi godo il lusso di guardare il mondo. La luce che filtra dalle tende, la polvere che balla nei raggi, il nostro appartamento che è un mix perfetto di caos e amore. Sole, sembri una poetessa da due soldi, ma ammettilo, queste mattine sono il tuo paradiso personale.

E poi guardo lui.

Francesco è in cucina, il suo nuovo regno. Maglietta bianca, pantaloni della tuta, sembra un ragazzo qualunque, ma si muove come se stesse celebrando un rito. È concentrato su un impasto, le mani che lavorano con una precisione che ha qualcosa di magico. Non è più il ragazzo incasinato che cercava risposte in libri di misticismo. È un uomo che ha trovato il suo posto nel mondo, mescolando farina e sogni come un alchimista. Il suo diploma da chef non è appeso al muro – odia fare il figo – ma si vede in ogni suo gesto, in ogni piatto che tira fuori. Sole, guardalo, sembra Gordon Ramsay, ma più carino e senza urla.

Il nostro appartamento in Borgo non è più solo mio. L’abbiamo smontato e ricostruito insieme, come un puzzle. Abbiamo abbattuto la parete tra la cucina e il salotto, creando uno spazio aperto dove la sua energia creativa e la mia calma possono dialogare. Le pareti, prima bianche e anonime, ora sono di un verde salvia che abbiamo scelto dopo una settimana di litigi e macchie di vernice ovunque.

La libreria è il nostro caos organizzato: i miei libri di psicologia e i trattati esoterici convivono con i suoi manuali di cucina molecolare e le biografie di chef famosi. Accanto a questi, trovano posto le biografie consumate dei gruppi musicali con cui è cresciuto, antichi vessilli di una vita passata.

In un angolo vicino alla finestra c’è il nostro piccolo tempio zen: due cuscini da meditazione, una candela e un bastoncino di Palo Santo. È il nostro centro, il cuore della casa e, in un certo senso, di noi due. Sole, un angolino zen? Sul serio? Sembri una influencer di Instagram, ma senza filtri.

Sono passati tre anni da quando ho smesso di correre come un bulldozer contro i problemi degli altri e ho iniziato a lavorare su me stessa, come se fossi un giardino da curare. Ho mollato lo studio. Una mattina mi sono svegliata e ho capito che non potevo più aiutare gli altri da un ufficio che mi sembrava una scatola. L’ho detto a Riccardo, che ha capito, come sempre, con quella sua aria malinconica. Ho affittato un piccolo spazio a due passi da casa, con una finestra che dà su un cortile. Lì ho creato il mio metodo, un mix di psicologia e un pizzico di spiritualità. I miei pazienti arrivano con i loro problemi e se ne vanno con qualcosa in più, e io imparo da loro tanto quanto loro da me. Sole, sei diventata una specie di guru, ma con meno incenso e più caffè. Chi l’avrebbe detto?

«A cosa pensi?»

La voce di Francesco mi riporta alla realtà. Ha finito con l’impasto e ora è appoggiato allo stipite della cucina, con due tazze di caffè in mano. Me ne porge una.

«A noi», dico, con un sorriso. «A come la felicità sia… silenziosa». Sole, davvero? Sembri uscita da un libro di autoaiuto. Piantala.

Lui sorride, un sorriso che parte dagli occhi. Si siede accanto a me, e per un po’ restiamo in silenzio, a sorseggiare il caffè mentre Pavia si sveglia. È questa la nostra routine. Una calma costruita con fatica, passo dopo passo, sopra le macerie di vecchi drammi. Sole, non illuderti, la tua vita è ancora un po’ un casino, ma almeno ora è un casino felice.

Poi, una notifica sul telefono rompe la magia, come un sasso in uno stagno. Sbuffo, ma il ronzio insiste. Allungo la mano e lo pesco dalla borsa. È un messaggio su WhatsApp, da un numero che non ho salvato ma riconoscerei ovunque.

Domani mattina alle 10 atterro a Malpensa, mi vieni a prendere?

Niente ciao, niente convenevoli. Tipico Sofia. Sole, sul serio? Dopo cinque anni, ti scrive come se vi foste viste ieri al bar? Questa donna è un mistero ambulante.

Il cuore mi fa un salto. Non è ansia, come una volta, ma una gioia pura, che mi scalda il petto e mi arriva fino alle dita. Sofia. Sta tornando. Sole, calmati, non stai vincendo alla lotteria. È solo la tua amica guru che torna a sconvolgerti la vita.

Ma subito dopo la gioia, arriva il caos. La mia testa diventa un circo: la Sole psicologa analizza tutto, tipo “ok, sono passati cinque anni, siamo diverse, vediamo come va”. La Sole amica sente una nostalgia che le stringe lo stomaco, con la voglia di raccontarle tutto. E poi c’è la Sole compagna. Guardo Francesco, sereno, ignaro. Non ho paura di perderlo, non più. Ma Sofia è come un terremoto: smuove tutto, anche le cose che pensavi fossero stabili. Il nostro equilibrio è forte, ma è pur sempre un equilibrio. E io lo proteggo come un tesoro. Sole, stai già facendo la drammatica? È solo un messaggio, non un’apocalisse.

«Tutto ok?» chiede Francesco, notando che sono zitta.

Annuisco e gli passo il telefono. Legge il messaggio, una, due volte. Trattiene il fiato per un secondo. Nei suoi occhi non vedo panico, ma sorpresa, e forse un’ombra di vecchie insicurezze. Però c’è anche una domanda: siamo pronti? Sole, smettila di guardarlo come se fosse un cucciolo smarrito. È un uomo, non un progetto di terapia.

«Sta tornando», dice, quasi sussurrando.

«A quanto pare», rispondo, cercando di sembrare leggera. Leggera un corno, Sole, stai già pensando a come gestire questa bomba.

Resta in silenzio, lo sguardo perso. So che sta ripensando a tutto: alla sua ossessione per Sofia, alla fatica di trovare se stesso senza di lei. Sole, non fargli il terzo grado, lascialo respirare.

Poi mi prende la mano. «Meglio se va da sola, che dici?»

«Sì», dico. «Penso sia meglio che la veda prima io. Da sola». Sole, stai davvero andando a Malpensa per affrontare la tua guru? Sei coraggiosa o solo pazza?

Annuisce, e la tensione gli scivola via dalle spalle. «Sì, meglio. Poi… la affronteremo insieme. Quando saremo pronti».

“Insieme”. Quella parola è come una coperta calda. Il nostro angolino è solido, con radici profonde. Sorrido, e per la prima volta da quando ho letto il messaggio, sento che andrà tutto bene. È l’ultimo pezzo del puzzle che deve andare a posto. Sole, non cantare vittoria, che con Sofia niente è mai semplice.

«Ok», dico. «Domani mattina, Malpensa mi aspetta».

La mattina dopo, l’autostrada è un nastro grigio sotto le ruote della mia Mini. Il cielo è coperto, ma non piove. La luce è morbida, quasi irreale. Guardo le mie mani sul volante. Sono ferme, sicure. Non tremano. Sole, sembri una tosta, ma dentro stai già facendo il conto alla rovescia per un attacco di panico, vero?

La mia mente torna a un altro viaggio, su questa stessa strada, cinque anni fa. Ero un disastro. Silenzio pesante in macchina, il cuore a pezzi. Avevo appena confessato a Sofia che ero innamorata di Francesco, e lei l’aveva preso con quella sua calma assurda, tipo una statua zen. Partiva per il deserto, lasciandomi nel mio casino. Ero gelosa di Lucia, mi sentivo un’impostora, una che cercava di guidare un gruppo ma si sentiva schiacciata. Sole, eri un disastro ambulante. Meno male che hai fatto pace con te stessa, no?

Oggi, mentre guido, provo solo tenerezza per quella ragazza. Vorrei dirle che ce la farà, che quel dolore è il concime per crescere. Che imparerà a lottare per ciò che vuole, non con i pugni, ma con la consapevolezza. Che l’amore non è una gara, ma un lavoro di squadra. Sole, smettila di fare la sdolcinata, sembri un post motivazionale.

Cosa mi aspetto da questo incontro? La psicologa in me cerca di tenere tutto sotto controllo, ma non ho paura. Ho letto il libro di Sofia, I Codici di Sophia. È un mix pazzesco di archeologia, spiritualità e psicologia, ma tra le righe ho sentito una stanchezza che non le conoscevo. Mi chiedo se sia ancora la guru che ho salutato anni fa o solo… Sofia. Sole, stai già analizzando? Rilassati, non è un caso clinico, è la tua amica.

Non ho paura di essere messa in ombra. Il mio valore non dipende più da lei. Sono pronta a incontrarla da pari, come amica. Sole, sembri pronta per una sitcom, non per un incontro epico. Ma va bene così.

Arrivo al parcheggio degli arrivi, spengo il motore e respiro. Sento la mia calma, una vibrazione costante dentro di me. Qualunque Sofia scenda da quell’aereo, io so chi sono. E questo mi basta. Sole, sembri una guru pure tu, ora. Non esagerare.

Scendo dalla macchina e mi dirigo verso gli arrivi, con passo tranquillo. Pronta a riabbracciare il passato senza lasciargli prendere il volante. Pronta a vedere che musica nascerà da questo incontro. Sole, non fare la poetica, che poi inciampi nei tuoi stessi pensieri.

Aspetto tra la folla, osservando le facce delle persone che escono. Cerco un segnale, un’energia familiare. Non la guru in tunica arancione, ma la mia amica. Sole, smettila di cercare un’aura, non sei mica Francesco.

E poi, eccola.

Spunta con un trolley e una borsa di tela, vestita di beige, sandali semplici. Niente look da guru. Solo una donna che torna da un lungo viaggio. Ma quando i nostri occhi si incontrano, il mondo sparisce. Sole, calmati, non è un film. Anche se, ok, un po’ ci assomiglia.

Il suo sorriso è stanco, ma vero. Nei suoi occhi verdi c’è una profondità nuova, come se avesse visto l’abisso e ne fosse uscita diversa. Non ha bisogno di tuniche per essere speciale, lo è e basta. Sole, smettila di fissarla come un cucciolo. È solo Sofia, non una divinità.

Ci abbracciamo, e non è un abbraccio drammatico o formale. È semplice, caldo, come ritrovare un pezzo di te. Sole, stai per piangere? Sul serio? Tieni duro, che non sei in un romanzo.

«Sei qui», sussurro, più a me che a lei.

«Sono qui», risponde, con una voce un po’ roca, più umana. «Sei venuta».

«Te l’aspettavi, no?»

Lei si muove quasi fluttuando, e mi appoggia una mano sulla spalla, «Ci speravo..»

*Ecco. Adesso fa quella che "ci sperava", e per un attimo è quasi tenera. Ma andiamo, Sole. Lei è una fottuta guru. E le guru non sono tenere!

Ci stacchiamo, e la guardo meglio. Ha qualche ruga intorno agli occhi, il viso segnato dal sole e da una stanchezza che non è solo fisica. È la stanchezza di chi ha vissuto tanto. Sole, sembri una detective. È solo la tua amica, non un caso da risolvere.

Mentre andiamo verso la macchina, parliamo come se non fosse passato un giorno. Mi racconta del suo libro, del successo, delle conferenze, ma con un tono distaccato, come se fosse la storia di un’altra. Sole, questa donna ha girato il mondo e parla come se avesse fatto un weekend a Rimini. Come fa?

«È stato un caos», dice, mentre mettiamo il trolley nel bagagliaio. «Ma a un certo punto ho capito che lì avevo finito. Ora c’è altro da fare».

«Tornare a casa?» chiedo, mettendo in moto la mia Mini, che sembra trattenere il fiato insieme a me.

«Chiudere i cerchi», dice, con un sorriso che sembra contenere tutti i tramonti dell'India. «E il nostro, Sole, è il più importante».

Annuisco, cercando di concentrarmi sulla strada, ma la sua calma è una calamita per i miei pensieri. Mentre ci immettiamo in autostrada, lei guarda fuori dal finestrino, come se stesse leggendo il paesaggio.

«Il maestro se n'è andato, sai?» dice, con lo stesso tono con cui si commenterebbe il tempo. «Shri Anandagiri ha lasciato il corpo. Un paio di mesi fa. È stato un passaggio sereno, come una foglia che si stacca dal ramo».

Freno di colpo, un istinto stupido in piena autostrada, e vengo ripagata da una strombazzata furiosa da parte del TIR dietro di noi. Rimetto il piede sull'acceleratore, il cuore che batte all'impazzata.

Sole, cosa diavolo fai? Vuoi chiudere il tuo, di cerchio, qui e ora contro un guardrail?

«Cosa? Sofia, ma... come?» balbetto, sentendomi un'idiota.

«Come ti ho detto. In pace». Mi lancia un'occhiata divertita. «La parte interessante, però, è che mi ha lasciato le chiavi di casa». Mettendosi una mano davanti alla bocca soffocando uno sbadiglio.

La guardo con gli occhi sgranati, la mia mente da psicologa che cerca disperatamente di catalogare l'informazione senza riuscirci. Le chiedo: «Le chiavi di casa? Che significa? Che ti ha lasciato in eredità un monolocale con vista Gange?»

Lei ride, una risata cristallina che sembra spazzare via il rombo del motore. «L'ashram, Sole. L'intero ashram nell'Uttarakhand. Vogliono che sia io la prossima guida spirituale. Devo prendere il suo posto».

Lo dice mentre si stiracchia. Ecco. La bomba è arrivata. Sganciata con la nonchalance di chi ordina un caffè macchiato. Per un attimo, l'unica cosa che riesco a pensare è che la mia amica, la ragazza che mi ha insegnato a respirare e a guardare oltre i miei casini, non è più solo la mia guru personale. No, ora è la Guru con la G maiuscola. La guida spirituale di un'intera comunità di gente che probabilmente levita prima di colazione.

Okay, Sole, ricapitoliamo. La tua migliore amica sta per diventare una specie di Papessa dello Zen. E te lo dice come se ti stesse annunciando di aver cambiato operatore telefonico. Normale amministrazione. Certo. Come no.

Poi, però, un ricordo riaffiora. Un flash di anni prima, quando mi raccontò di aver già passato un anno a fare da guida in un altro ashram, più piccolo. Non era una novellina, dopotutto. Aveva già fatto le prove generali per il grande spettacolo. Questa non è altro che la prima teatrale.

Certo che non smette mai di sorprendermi. Io lotto per gestire un paio di pazienti e il mio fidanzato chef, lei si prende in carico il karma di centinaia di persone. Livelli, decisamente. Io sono in Serie C, lei gioca in Champions League spirituale.

Un'ondata di nostalgia mi stringe lo stomaco. Penso al maestro Anandagiri, a quell'uomo che ho avuto la fortuna di incontrare anni fa a Serampore e che sentivo così vicino attraverso i racconti di Sofia. Un gigante silenzioso, un faro di saggezza. E ora se n'era andato.

«Mi dispiace per il maestro», dico, e la mia voce è sincera, finalmente libera dall'incredulità. «Mi ricordo bene di lui, era un uomo incredibile».

Sofia si volta verso di me, e per la prima volta vedo un velo di malinconia nei suoi occhi. «Lo era. Mi ha insegnato a vedere la luce in ogni cosa. Ora tocca a me assicurarmi che il suo insegnamento continui».

Tornando verso Pavia, parliamo a ruota libera. Le racconto dei miei tre anni: il nuovo lavoro, la casa, Francesco. Lei ascolta, senza interrompere, senza fare la guru. Mi fa sentire vista, capita, come solo lei sa fare. Sole, sembri una fan. È solo la tua amica, non una rockstar.

Le racconto delle difficoltà, della paura di non essere all’altezza, del casino con Francesco e Lucia. Lei non mi dà soluzioni facili. «Hai fatto quello che dovevi», dice, posandomi una mano sul braccio. «Hai trovato la tua strada, hai preso quello che ti ho insegnato e l’hai fatto tuo. È così che funziona, Sole. Sei una persona speciale, te l'ho sempre detto!».

Sole, ora sì che stai per piangere. E infatti, due lacrime mi rigano le guance mentre fisso la strada davanti a me. Caspita, sembro un rubinetto rotto. Quelle parole sono come un abbraccio, un peso che non sapevo nemmeno di portare e che ora si sta sciogliendo. Sei una sentimentale senza speranza, Sole, ma va bene così.

Lei, serena e composta come sempre, non fa nessun accenno alle mie lacrime. Si limita a guardarmi, sorridendo.

Mentre Pavia si avvicina, capisco che il suo ritorno non è una minaccia. È un regalo. La mia calma, conquistata con fatica, non vacilla. Si rafforza, come se la sua energia la rendesse più viva. Sole, sembri pronta per un Ted Talk. Calmati.

«Prima di andare a casa», dico, con un’idea che mi frulla in testa, «c’è un posto dove ti devo portare».

Mi guarda, con un lampo di curiosità. «Mi fido di te».

«Lo so», rispondo, ridendo. «È per questo che siamo una squadra». Sole, una squadra? Sembri pronta per un film di supereroi. Ma ok, ci stai.

Guido verso il centro, verso la sorpresa che ho in mente per lei e Francesco. So che, qualunque cosa accada, non sono più sola. La mia amica, la mia complice, è tornata. E io, con lei, mi sento completa. Sole, non fare la sdolcinata, che poi ti emozioni troppo e sbagli strada.

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