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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 29: Capitolo 27 - A volte ritornano

@bergadavideDavide
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Il casello di Bereguardo scivolò via alle nostre spalle, un rettangolo di luci al neon che segnava la fine dell'autostrada e l'inizio del nostro territorio. Imboccai lo svincolo, la mia Mini che aggrediva l'asfalto familiare della provinciale. Quindici minuti. Mancavano solo quindici minuti a Viale Brambilla, al McDonald's dove Francesco stava aspettando, completamente ignaro di ciò che gli stava per piovere addosso.

L'abitacolo era immerso in un silenzio che fino a quel momento avevo cercato di governare. Ma ora, con le campagne pavesi che scorrevano buie fuori dal finestrino, quel silenzio non mi bastava più. Era denso. Troppo denso.

Lanciai un'occhiata a Sofia. Se ne stava seduta sul sedile del passeggero, il profilo illuminato a intermittenza dai lampioni. Emanava una quiete che mi faceva quasi stizza.

Sole, stai per fare una cazzata. Lascia perdere.

Ma non ci riuscivo. La "Sole psicologa", quella razionale, risolta e controllata, aveva appena ceduto il volante alla "Sole amica ferita".

«Cinque anni, Sofi,» sbottai all'improvviso, la voce che mi tremava un po'. Le mie mani si strinsero sul volante fino a far sbiancare le nocche. «Cinque fottuti anni senza una parola. Eravamo una squadra, noi due. Ci dicevamo tutto. Ogni respiro. E tu... tu sei sparita. Perché mi hai tenuta fuori?»

Mi morsicai il labbro. Caspita, sembro una bambina di cinque anni a cui hanno rubato il giocattolo preferito. Smettila, Sole. Eppure, l'avevo detto. Il nodo che avevo in gola da quando l'avevo vista al terminal si stava sciogliendo nel peggiore dei modi: in una supplica infantile.

Sofia non sussultò. Non si voltò di scatto con l'aria colpevole. Girò lentamente il viso verso di me, e i suoi occhi verdi, quelle galassie insondabili, mi avvolsero senza giudizio.

«Non ti ho tenuta fuori, Sole,» disse, la voce morbida ma con una risonanza che sembrava vibrare direttamente nel mio petto. «Ho dovuto tenere fuori me stessa.»

Rallentai un po', mentre il cartello per Pavia Nord ci sfrecciava accanto. «Che diavolo significa?»

Sofia sospirò, un suono leggero come il vento. E poi iniziò a parlare. Non mi raccontò di aerei presi, di città o di nomi di persone. Le sue parole tessevano immagini che non colpivano la mente razionale, ma affondavano direttamente nell'emotività, in quel territorio viscerale dove i pensieri diventano sensazioni fisiche.

«Immagina di essere un castello di sabbia,» sussurrò, guardando la strada davanti a noi. «Sei bellissima, hai torri e mura solide. Ma poi arriva l'onda. L'onda della consapevolezza. Non puoi opporti. L'acqua ti travolge, e tu devi accettare di farti disintegrare. Di tornare a essere un milione di granelli sparsi sulla spiaggia.»

Sentii un brivido scendermi lungo la schiena.

«Sono stata nel deserto,» continuò, il tono quasi sognante. «Ho camminato nella sabbia e nel buio, sentendomi piccolissima davanti a guardiani di pietra antichi come il tempo stesso. Ho dovuto spogliarmi di ogni convinzione, di ogni strato del mio ego. Se ti avessi chiamata in quei momenti, Sole, cosa ti avrei detto? Avresti sentito solo il rumore dei miei pezzi che cadevano. Non c'era più una 'Sofia' in grado di parlare con la sua amica.»

La guardai per una frazione di secondo. Il suo viso era sereno, ma percepivo l'immensità della fatica che aveva attraversato.

«Poi, nel silenzio più totale di un tempio lontano, ho capito. Ho sentito che la luce immensa che cercavo nel cielo, quella stella lontana e accecante, era sempre stata accesa nel mio petto. E alla fine, camminando in un labirinto di pietra fredda, dove la luce filtrava tra gli alberi di un bosco antico, ogni singolo granello di sabbia è tornato al suo posto. Ma questa volta non ero più io a cercare di tenere in piedi il castello. Era la vita stessa che lo teneva insieme per me.»

Fece una pausa, allungando una mano per sfiorare il cruscotto. «Non potevo scriverti un messaggio per dirti che stavo morendo e rinascendo. Dovevo attraversare il buio da sola, Sole. Per poter tornare qui, intera. Per te. Per Francesco. E per me.»

Le sue parole rimasero sospese nell'aria, vibrando come il rintocco invisibile di una campana. La mia rabbia infantile era svanita, evaporata, sostituita da un senso di reverenza e da una commozione che mi stringeva lo stomaco in una morsa dolce.

In lontananza, vidi l'insegna gialla e luminosa del McDonald's che si stagliava contro il cielo notturno. Viale Brambilla. Eravamo arrivate.

Feci scivolare la Mini nel parcheggio, scegliendo uno stallo lontano dall'ingresso, immerso nella penombra. Spensi il motore. L'odore inconfondibile di fritto si infiltrò dalle prese d'aria, un contrasto così assurdo, sfacciato e comico con l'immensità cosmica di cui avevamo appena parlato, che mi fece scappare un singhiozzo.

E poi, senza preavviso, le dighe crollarono. Le lacrime che avevo trattenuto per ore, per anni, iniziarono a scendere libere e calde, bagnandomi le guance e il collo.

«Sole...» mormorò Sofia.

Non risposi. Mi slacciai la cintura di sicurezza con un gesto brusco, mi sporsi sopra il freno a mano e mi gettai su di lei, stringendola in un abbraccio disperato e totale. Affondai il viso nella sua spalla, respirando il suo profumo, che sapeva di incenso leggero e di aria pulita.

Lei ricambiò l'abbraccio, le sue braccia mi avvolsero con una forza calma, infinita. Mi accarezzò i capelli, cullandomi nel silenzio dell'abitacolo per quelli che parvero minuti interminabili.

In quel parcheggio illuminato dai neon, mentre le macchine passavano sulla strada e l'universo sembrava aver trovato finalmente il suo centro, mi sentii di nuovo a casa. La mia fantastica, incredibile amica era tornata. Ed era l'unica cosa che contava.

Sofia si scostò quel tanto che bastava per inquadrare il mio viso tra le sue mani. Non erano più le mani curate della ragazza che condivideva con me l'ansia per gli esami o i pomeriggi in centro; erano magre, la pelle resa forte dal sole e dal contatto con la terra, mani di chi aveva camminato a piedi nudi su sentieri dimenticati dal mondo. Con i pollici mi asciugò le lacrime, un gesto di una tenerezza così assoluta e consapevole che mi mozzò il fiato. Mi guardava come se ogni mio dubbio, ogni mia piccola paura di quegli anni, fosse per lei un libro già letto.

«Vuoi che ti racconti di ciò che è successo nel tempio di Iside, vero Sole?» sussurrò, e nei suoi occhi verdi vidi che non aveva bisogno di una risposta.

Iniziò a parlare, e la sua voce non descriveva un luogo, ma evocava una frequenza. Mi raccontò di Karnak non come di un ammasso di pietre antiche, ma come un diapason gigante sintonizzato sul battito dell'universo. Mi descrisse il momento esatto in cui la luce di Sirio, la stella Sopdet, era filtrata nel buio del santuario, colpendo il talismano di ossidiana che stringeva tra le dita.

«Non è stata una visione, Sole. È stata una vibrazione,» disse, e potevo quasi sentire quell'onda scorrere tra noi nell'abitacolo. Mi spiegò che in quel raggio di luce il suo "io" si era semplicemente disintegrato. Non c’era più una Sofia che cercava risposte, ma solo un canale vuoto. Iside le si era rivelata non come una dea di marmo, ma come la Sophia Cosmica, la trama sottile e intelligente che tesse ogni filo della realtà. Mi parlò di un "nome segreto" che non si pronuncia con la lingua, ma che risuona nel silenzio tra un pensiero e l’altro, un’armonia che svela come il sacro sia nascosto proprio qui, nella carne e nella polvere.

Mentre parlava, il parcheggio di Viale Brambilla sembrò dissolversi. Non sentivo più l’odore di fritto o il rumore delle auto. Sentivo solo il calore di quella verità immensa che lei, con le sue mani ruvide e lo sguardo di chi ha visto l'Invisibile, stava travasando direttamente nel mio cuore.

Finito quel momento di scambio in cui Sofia mi aveva raccontato come si costruisce l'universo e si smette di essere una persona umana, mi feci forza e le dissi: «È ora di entrare e fare la sorpresa a Francesco di cui abbiamo parlato prima in autostrada»«Certo», ha risposto, come se le avessi proposto una passeggiata. «Dove lo troviamo?»

«Nel suo regno», ho detto, trattenendo una risata.

Sofia intuendo, come sempre le mie intenzioni si mise una mano davanti alla bocca e sorrise.

La sua risata ha riempito l’auto, un suono così puro che sembrava un ruscello. Non c’era sarcasmo, solo gioia. E io, invece di sentirmi fuori posto, mi sono sentita… calma. Come se per lei un fast-food o un tempio antico fossero la stessa cosa. Sole, questa donna potrebbe trovare l’illuminazione in una lavanderia a gettoni. E tu sei qui che ti preoccupi del tuo eyeliner, pensando ai miei occhi dopo il pianto di poco prima.

Dentro il McDonald’s, l’odore di fritto e le chiacchiere dei ragazzini ci hanno travolto. Per un secondo, ho avuto un flash: io, Sole Gilardi, psicologa con due lauree, che porto una specie di guru a mangiare patatine. Sole, questa è la cosa più assurda che hai mai fatto. E ne hai fatte di cavolate. Ho visto Francesco subito, seduto al suo tavolo preferito, con l’aria di chi sta risolvendo i misteri dell’universo con una Coca in mano. Tipico Francesco, filosofo da fast-food.

«Scusi, è libero questo posto?» ho detto, cercando di non ridere.

Francesco si è girato, e la sua faccia è stata un film: prima confuso, poi scioccato, poi così felice che sembrava stesse per esplodere. «Sole!» ha urlato, e poi ha visto Sofia. E lì ho capito la differenza tra me e lui. Io sentivo che Sofia era speciale, ma lui… lui la vedeva. Tipo, davvero. È diventato pallido, non per paura, ma come se si trovasse davanti a qualcosa di enorme. Sole, smettila di guardarlo come una mamma orgogliosa. È solo Francesco che fa il mistico.

«Sofia…» ha sussurrato, come se stesse pregando. «La tua aura… non è più bianca. È… non ha colori. È come guardare il sole». Oh, Francesco, davvero? L’aura? Siamo al McDonald’s, non in un monastero!

Sofia ha sorriso, un sorriso che sembrava dire “tranquillo, so tutto”. «È bello vederti, Francesco».

Quando si sono abbracciati, ho sentito una specie di energia nell’aria, come se l’universo stesse trattenendo il fiato. Io stavo lì, a guardarli, sentendomi un po’ la terza incomoda, ma anche tipo la regista di un film epico. Sole, sei la psicologa, non la sceneggiatrice di un fantasy. Calmati.

Ci siamo seduti, e la scena era surreale: io, Francesco e Sofia, a un tavolo di plastica arancione, circondati da vassoi di patatine. Sofia ha tirato fuori due copie del suo libro dalla borsa e ce le ha date. Quel libro lo avevamo letto e riletto insieme, io e Francesco, quasi due anni fa, quando ci aveva mandato il file. Ma ricevere la copia fisica, direttamente dalle mani dell'autrice, aveva un che di magico. Sembrava più reale, più… suo. Mentre parlava del Cairo e del deserto, la sua voce era così calma che ogni parola sembrava una poesia. Io cercavo di analizzare tutto, come al solito, mentre Francesco sembrava bere ogni sillaba come se fosse acqua santa. Sole, smettila di fare la secchiona, non devi scrivere una tesi su di lei.

«Sei… normale», ha detto Francesco a un certo punto, con un’aria così sorpresa che quasi mi sono strozzata con la Coca.

Sofia ha riso, un suono che sembrava una campana. «La normalità è il top, Francesco. Come diceva quel tizio… tutto scorre, no?» E gli ha fatto l’occhiolino. Sole, ti prego, non svenire. Sta citando Eraclito in un McDonald’s. È troppo per te.

Poi ha preso un sorso d'acqua, con una calma olimpica. «Resterò qui per un mese. Devo stare un po' con mio padre, è giusto così. Sono pur sempre una figlia, no?» Francesco ha annuito, ancora un po' imbambolato. «Poi», ha continuato lei, mordendo una patatina, «tornerò in India. Definitivamente».

Lo ha guardato dritto negli occhi. «Il mio maestro, Shri Anandagiri, ha lasciato il corpo. Mi ha lasciato in eredità il suo ashram nell'Uttarakhand. Sarò io la nuova guida».

Ed eccola lì. L'ha sganciata. Con la stessa naturalezza con cui si chiede se vuoi il ketchup. Guardo Francesco: ha la mascella che potrebbe raccogliere le patatine cadute per terra. Io ho avuto il privilegio di un'anteprima in auto, con tanto di rischio di incidente stradale annesso, ma assistere alla replica qui, tra il rumore della friggitrice e un bambino che piange, ha un che di sublime. La mia migliore amica sta per diventare una santona a tempo pieno e lo comunica come se avesse deciso di iscriversi a un corso di pilates. Francesco la fissa come se avesse appena annunciato di venire da Marte. E in un certo senso, per uno come lui che l'ha sempre vista come un essere di un altro pianeta, forse è proprio così.

Francesco era in trance. «Da quando sei qui, vedo tutto. La tua aura, Sole…» mi ha guardato, «è un albero gigante, con radici profonde e rami pieni di luce». Un albero? Francesco, sul serio? Mi vedi come un ficus da appartamento?

Ho sorriso, stringendogli la mano. La presenza di Sofia lo stava trasformando in una specie di antenna spirituale. Sole, non sei pronta per questo livello di misticismo. Torna al tuo tè freddo e respira.

Poi mi è venuta un’altra idea pazza. Sole, quando imparerai a tenere la bocca chiusa?

«Sofy, c’è un posto che voglio mostrarti...» dissi, sentendo l’eccitazione crescere.

«Quale?» chiese lei con un’espressione da gatta, inclinando leggermente la testa e facendo finta di non aver capito esattamente dove volessi parare.

«Casa nostra,» risposi, appoggiando una mano sulla spalla di Francesco. Lui annuì automaticamente, con quel sorriso complice che riserva solo a me.

Guardai l'orologio sopra il bancone delle ordinazioni. «Senti, Francesco finisce il turno fra due ore. Che ne dici se ti mostro casa nostra, ti faccio bere un tè e poi torniamo a riprenderlo?»

Sofia mi guardò per un istante, poi i suoi occhi si addolcirono. «Mi sembra un piano perfetto, Sole».

Lasciammo Francesco al suo "regno" di friggitrici e vassoi e risalimmo in macchina.

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