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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 27: Capitolo 25 - La sinfonia dopo la tempesta

@bergadavideDavide
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Due mesi. Erano passati due mesi da quando la mia vita era passata dall'essere un saggio di psicologia sulla gestione dell'ansia a una commedia romantica con punte di dramma. Due mesi di quiete. Troppo quiete, Sole. Di solito, l'universo presenta il conto quando meno te l'aspetti, e non accetta i buoni pasto. Francesco ed io eravamo finiti in una bolla d'armonia, un piccolo mondo protetto dove il rumore esterno arrivava attutito.

Lui aveva, di fatto, traslocato da me. Senza annunci ufficiali, senza cerimonie. Semplicemente, un giorno mi sono resa conto che il suo spazzolino aveva messo radici nel mio bagno, che la sua felpa preferita era perennemente appoggiata sulla mia sedia e che la mia scorta di tisane rilassanti era stata sostituita da un'inquietante collezione di birre artigianali nel frigorifero. Il suo caos metodico si era fuso con il mio ordine maniacale, creando un equilibrio nuovo, inaspettatamente confortevole. Le mie giornate scorrevano nel silenzio ovattato del mio studio, analizzando i drammi altrui, mentre lui combatteva la sua battaglia quotidiana tra patatine fritte e salse al fast food. E poi c'erano le sere, le nostre sere. Fatte di meditazioni silenziose che lui, sorprendentemente, aveva imparato ad apprezzare, e di chiacchiere sussurrate fino a tardi, scoprendo pezzi di noi che non avevamo mai mostrato a nessuno. Eravamo felici. Una felicità semplice, quasi banale, che mi terrorizzava e mi riempiva il cuore allo stesso tempo. Goditela finché dura, Gilardi. La vita è un Jenga, e tu hai appena messo l'ultimo pezzo in cima.

Di Lucia, nessuna traccia. Un fantasma sbiadito, un nome che non pronunciavamo mai, come se temessimo di evocarla. Sapevo che era un capitolo chiuso solo in apparenza, un libro appoggiato sul comodino con un segnalibro dentro, pronto per essere riaperto.

E infatti, il momento arrivò. Un venerdì sera, dopo aver fatto l'amore con quella dolcezza che ormai era diventata la nostra lingua segreta. Ero sotto la doccia, l'acqua calda che mi scivolava addosso portando via la stanchezza della settimana, quando sentii il trillo di una notifica. Non ci feci caso. Ma quando uscii dal bagno, avvolta in un asciugamano, lo vidi. Francesco era ancora steso sul letto, ma la bolla si era rotta. Fissava il telefono con un'espressione che conoscevo bene, la stessa che vedevo sui volti dei miei pazienti quando una verità scomoda li colpiva in pieno volto. Il suo sorriso era svanito, sostituito da una concentrazione tesa.

Il mio radar da psicologa si accese, con tanto di sirena e lampeggiante.

"Tutto bene?" chiesi, cercando di mantenere un tono casuale, come se non avessi appena notato la crepa che si era aperta nel nostro piccolo universo perfetto.

Lui alzò lo sguardo, e in quegli occhi neri vidi un'ombra. "Era un messaggio," disse, la voce leggermente incerta. "Da Laura."

Laura. La migliore amica di Lucia. Certo. Chi altri, sennò? La postina del destino che bussa sempre due volte.

Mi tese il telefono. Lessi il messaggio: "Ciao Francesco, stasera Lucia suona al Social Club. Volevo fartelo sapere." Poche parole, dirette come un pugno nello stomaco. Una finta cortesia che nascondeva un mondo di intenzioni non dette. Voleva fartelo sapere. Traduzione: volevo vedere che casino succede.

Glielo restituii. "Cosa ne pensi?" chiesi, sedendomi accanto a lui, sentendo il materasso affondare sotto il mio peso.

Lui mi guardò, cercando una risposta nei miei occhi. "Non lo so. Mi ha sorpreso."

A me no, caro mio. A me non sorprende affatto.

Mi avvicinai e gli presi le mani. Sentii il bisogno di ancorarlo a me, al nostro presente. "Penso che tu sia libero di fare quello che senti, Francesco," dissi, e mentre le parole uscivano, la mia voce interiore urlava. Certo, Sole, sii la guru comprensiva. Non la fidanzata insicura che vorrebbe lanciare quel telefono fuori dalla finestra. "Se vuoi andare, vai. Se non vuoi, non ci andare. La nostra relazione non si basa sulla gelosia o sulla paura." E lo pensavo davvero. Ma una parte di me, quella piccola, terrorizzata, voleva solo che lui dicesse: "Non mi interessa, voglio stare con te."

Ci guardammo per un istante che durò un'eternità. Poi, la decisione fu presa, quasi senza parole. Saremmo andati. Insieme. Per affrontare il fantasma, per chiudere il cerchio, o forse solo per dimostrare a noi stessi che potevamo farlo. Preparati, Sole. Stai per entrare volontariamente nella tana del lupo. Anzi, della lupa.

Il Social Club era esattamente come me lo ricordavo. Ci ero già stata una volta tempo fa quando Francesco mi aveva invitata, proprio per vedere suonare Lucia, quando ancora stavano insieme. Un covo di legno scuro, birra e musica rock. Un posto dove mi sentivo a mio agio come un pinguino nel deserto. Entrammo mano nella mano, un gesto che era sia una dichiarazione per gli altri che un'ancora di salvezza per me.

Vidi subito il suo mondo. La band, seduta in fondo al locale. Riconobbi le facce dalle sue descrizioni: Jack, il chitarrista con l'aria da rocker consumato; Alex, il batterista dall'espressione seria; e Alyce, la bassista inglese con un sorriso che sembrava dire "so tutto di te". E poi c'era lei, "La Baroni". Alessia. Appena la vidi, capii perché la chiamavano così. Alta, capelli indomabili, un'aura artistica e un paio di occhi neri che ti scrutavano l'anima. Okay, Sole, nota mentale: tieni d'occhio questa qui.

Alyce ci salutò con una gomitata complice a Francesco. "Ciao ragazzi! Siete venuti anche voi!"

"Ciao Alyce," rispose lui, stringendomi la mano un po' più forte. "Sì, Laura mi ha avvisato che Lucia suonava stasera."

Alessia alzò lo sguardo su di noi, un lampo di curiosità nei suoi occhi. "Ciao Francesco. Piacere di conoscerti, Sole." La sua voce era roca, sensuale. Il suo sguardo era diretto, quasi una sfida. Interessante.

La conversazione che seguì fu surreale. Un dibattito acceso su chi fosse il più grande cantante rock di tutti i tempi. Plant, Mercury, Cornell... Nomi che per me evocavano solo vaghi ricordi delle compilation di mio padre. Ascoltavo i loro scambi appassionati, sentendomi un'antropologa che studia una tribù sconosciuta. Poi, toccò a Francesco. E lui, con una calma sorprendente, parlò di David Bowie, della sua capacità di reinventarsi, della sua teatralità. Rimasi a bocca aperta. Il mio ragazzo delle patatine fritte aveva appena tenuto una mini-lezione di storia della musica. Okay, Francesco, punto per te. Forse c'è speranza anche per il tuo guardaroba.

Poi Alyce, con un sorriso furbo, si rivolse a me. "E tu? Sole, giusto? Chi è per te il cantante più bravo della storia della musica?"

Sentii tutti gli occhi su di me. Avrei potuto mentire, citare un nome a caso per integrarmi. Ma poi sentii il calore della collana di Sofia sul mio petto. Sii te stessa, Sole.

"Beh," dissi con un sorriso calmo, "la mia prospettiva è un po' diversa. Amo la musica per le emozioni che suscita. Trovo la voce di Enya incredibilmente evocativa, capace di creare atmosfere quasi spirituali."

Silenzio. Per un attimo pensai di aver detto una bestemmia in chiesa. Jack si grattò la barba, perplesso. Poi Alyce sorrise. "Interessante. In fondo, la musica è emozione, no?"

"Esattamente," risposi, sentendo un'ondata di sollievo. Mi ero integrata. A modo mio.

Poco dopo, mentre la band si preparava a salire sul palco, li vidi entrare. Edoardo e Laura. Lui, l'amico di una vita di Francesco, elegante e disinvolto. Lei, un'esplosione punk di treccine, tatuaggi e argento. Edoardo ci venne incontro con un sorriso travolgente. "Francesco, vecchio mio! E tu devi essere la famosa Sole!"

Gli strinsi la mano. "Piacere, Edoardo. Francesco mi parla così tanto di te che mi sembra di conoscerti da sempre." La mia tranquillità sembrò spiazzarlo. Bingo.

Ma la vera sorpresa arrivò da Laura. Mi guardò, sgranò gli occhi. "Ma tu... Sole Gilardi? Abbiamo fatto il liceo classico insieme!" Rise di gusto tenendosi la pancia con le mani e con uno scintillio un po' da pazza negli occhi, “Sai l'altra volta quando eri comparsa dal nulla, ti avevo già riconosciuto e glielo avevo pure detto a Lucia, ma ti ho voluto tenere sulle spine…”

Poi con un gesto secco, mi abbracciò, tra lo stupore generale. Il mondo, a volte, è davvero un fazzoletto. Poi, Laura si rivolse a Francesco con un sorriso sardonico. "Se non ci pensavo io a farti sapere del concerto, voi due non vi sareste mai più rivisti! Dovresti ringraziarmi, sai?"

Ah-ha! Lo sapevo! La mia prima sensazione era quella giusta. La sua non era stata una cortesia, ma un'operazione di ricongiungimento.

Le luci si abbassarono. Un applauso. E poi, eccola. Lucia. Sul palco, avvolta da un fascio di luce, era bellissima. Magnetica. Un'aura di sfida e dolore la rendeva quasi intoccabile. Il mio cuore perse un battito. Okay, Sole, respira. È solo una cantante. Che è anche la ex storica dell'uomo di cui ti stai innamorando. Niente panico.

Poi iniziarono con “Ironic”. E la sua voce riempì il locale. Non c'era tristezza, ma un'ironia amara, una forza che mi arrivò dritta addosso. Era brava. Terribilmente brava. Guardai Francesco al mio fianco. Era ipnotizzato, lo sguardo fisso su di lei. E in quel momento, un groppo mi si formò in gola.

Quando attaccarono il pezzo successivo, "Because of You", la vidi. Vidi la sua mano intrecciarsi alla mia. Istintivamente, risposi alla stretta, ma il mio sguardo era fisso su Lucia. Cantava con una furia che mi fece sentire piccola, una ladra. Vedevo il dolore sul volto di Francesco, teso, rigido, come se ogni nota fosse una tortura. Accanto a noi, Edoardo aveva perso il sorriso, il suo volto era una maschera seria mentre stringeva Laura in un abbraccio protettivo. Laura... era pietrificata, lo sguardo fisso sul palco come se avesse visto un fantasma. E io mi sentivo esattamente così, un fantasma venuto a infestare la loro vita.

Poi le luci si abbassarono di nuovo, concentrandosi solo su di lei. Si avvicinò al microfono, cercando il suo sguardo tra la folla. Lo trovò. I suoi occhi erano fissi su di me, un’espressione indecifrabile che mi fece solo più male.

«Chiudiamo il concerto con questa canzone,» disse, la voce ferma, anche se dentro tremavo. «A volte il dolore è così insopportabile che squarcia il petto, ma da quello squarcio non escono solo sangue e lacrime, a volte anche luce. Ringrazio Roan per avermi aiutato a scrivere questo pezzo originale, lui adesso è tornato nella sua Dublino a rincorrere i suoi fantasmi. Grazie, irlandese! Ecco a voi, il nostro nuovo inedito, 'Dimmi la Verità'.»

L'arpeggio di Jack aprì il pezzo, una dolcezza che era solo un inganno. Un attimo dopo la batteria esplose e la sua voce con lei, potente, roca, riempiendo ogni angolo di quel locale maledetto. I suoi occhi cercarono i suoi, e li trovarono.

“Ho dato tutto, non ho lasciato nulla indietro

Mettevi i tuoi sogni prima dei miei

Ho provato a rimpicciolirmi in modo da poter farti brillare

Lo chiamavi amore, ma hai oltrepassato il limite”

Lo sentii irrigidirsi accanto a me. La sua mano, che fino a un attimo prima stringeva la mia, si allentò di colpo. Me ne accorsi, ma non dissi nulla. Il mio cuore cominciò a battere all'impazzata. Quelle parole erano proiettili e noi eravamo il bersaglio. Mi sentii sprofondare, una ladra colta in flagrante.

“Per Amarti mi stavo perdendo

Pezzo per pezzo, troppo cieca per vedere

Sono scomparsa per tenerti intero

Ho sacrificato il mio cuore per nutrire la tua anima”

Cantava e vedevo il suo volto sbiancare. Accanto a lui, Edoardo aveva abbassato la testa, incapace di sostenere la scena, mentre Laura era immobile, gli occhi sgranati per l'orrore. Ora lo sguardo di Lucia era su di me, e non c'era più nulla di indecifrabile. Era ostilità pura. Ma non importava. La sua voce era un bisturi e stava incidendo la verità sulla nostra pelle. Sentivo il dolore di Francesco come se fosse il mio, ma sentivo anche la giustezza di quel dolore. Era giusto così.

“Non ti odio, ma ora vedo

Per Amarti mi stavo perdendo

Ho indossato il tuo silenzio come un profumo

Riempito ogni crepa per darvi spazio

Non hai mai chiesto ma io ti ho comunque dato tutta me stessa

Ho costruito il mio valore nell'essere coraggiosa”

La sua espressione era cambiata. Non era più solo colpa, ora c'era sgomento, come se stesse realizzando solo in quel momento la profondità del baratro in cui l'aveva spinta. Mi sentivo soffocare. Quelle parole erano anche la mia condanna. Lo stavo costringendo a guardare il riflesso del mostro che era stato, ma in quel riflesso c'ero anch'io.

“Per Amarti mi stavo perdendo

Era come annegare lentamente, ero troppo orgogliosa per fuggire

Ho resistito, sperando che il nostro amore risolvesse tutto

Ma le radici non prosperano quando non c'è terreno sotto

Non ti biasimo, ma ho dovuto andarmene”

Un lampo di rabbia attraversò i suoi occhi, una difesa inutile contro l'assalto di quella verità. Ma fu un attimo. Subito dopo, solo una desolazione profonda che mi spezzò il cuore. Anche Laura, accanto a loro, sembrava aver capito. Mi stava guardando come se mi vedesse per la prima volta. Forse era davvero così.

“Per Amarti mi stavo perdendo

A volte l'amore significa lasciar andare

Anche se è l'ultima cosa che sai

Per Amarti mi stavo perdendo

Ora lo so e adesso combatto per essere libera”

L'ultima parte della canzone non era più un'accusa. Era una dichiarazione. La sua. Non cantava più per lui, ma per sé stessa. E questo, in qualche modo, faceva ancora più male.

“Sto imparando a stare da sola

Per risistemare i pezzi rotti della mia anima

Mi manchi ancora, ma adesso so

Che per Amarti mi stavo perdendo”

La canzone si chiuse su un'ultima nota distorta, un lamento che rimase sospeso nell'aria. Per un istante, ci fu un silenzio carico di una tensione quasi insopportabile. Sentii gli occhi bruciare, le lacrime che premevano per uscire. Non ce la facevo più. Guardai Francesco, distrutto, e con un gesto deciso lo afferrai per un braccio. Non mi importava del pubblico che esplodeva in un'ovazione, non mi importava di niente. Con gli occhi ormai rossi e gonfi, lo trascinai fuori dal locale.

Nel parcheggio, accanto alla mia Mini verde, il silenzio era rotto solo dallo scorrere del Naviglio. Lui era immobile, lo sguardo perso nel vuoto. Mi avvicinai a lui, la gola secca.

«Scusami,» sussurrai, la voce incrinata. «Scusami per tutto questo. Per averti portato qui, per... per tutto quello che ti sto facendo passare.»

Lui non rispose, continuava a guardare davanti a sé. Gli presi il viso tra le mani, costringendolo a guardarmi.

«Ehi,» dissi dolcemente. «Va tutto bene? Io... io sono qui. Sono qui per te.»

Ecco la continuazione della scena.

Le mie parole sembrarono scuoterlo dal suo torpore. I suoi occhi, persi nel vuoto fino a un istante prima, mi guardarono, mi misero a fuoco. Mi strinse le mani che ancora tenevo sul suo viso.

«Sole, non è colpa tua,» disse, la voce roca, quasi spezzata. «Lo sai quanto ti amo, e questo concerto non cambierà niente. È stata la sua vendetta. Siamo venuti qui sperando di poterci riappacificare, ma lei ha usato questo momento come pretesto per farcela pagare.»

Lo ascoltavo e una parte di me si sentiva rassicurata, ma un'altra, più profonda e onesta, provava una fitta di delusione. Si sta comportando da bambino ferito. Cercava un colpevole, si rifugiava nella rabbia per non affrontare il proprio dolore, la propria responsabilità. Non era questo l'uomo che avevo imparato ad amare, quello capace di guardarsi dentro con coraggio.

Scossi la testa, dolcemente ma con fermezza. «Non è così, Francesco,» dissi, la mia voce un sussurro. «È una donna ferita, ed è giusto che stia soffrendo. Le abbiamo fatto del male, ed è giusto che paghiamo per il male che le abbiamo fatto.»

Anche queste parole sembrarono scuoterlo, forse più delle prime. Il suo sguardo cambiò, la rabbia lasciò il posto a un'espressione di sconcerto, come se le mie parole avessero aperto una crepa nella sua corazza. Lasciò andare le mie mani e si passò le sue sul viso, esausto.

«Hai ragione, Sole,» mormorò, la voce attutita. «Hai ragione. Per fortuna che ho te al mio fianco, che mi fai vedere la realtà.» Fece un respiro profondo, come se avesse preso una decisione. «Adesso andiamo dentro e cerchiamo di parlarle.»

Annuii, un piccolo sorriso che mi spuntava sulle labbra nonostante tutto. Era tornato. L'uomo che amavo. Ma non facemmo in tempo a muovere un passo. La porta del locale si spalancò, e una figura scura si stagliò contro la luce. Era Lucia. E stava venendo verso di noi, il viso una maschera di furia, convinta che stessimo scappando. Il nostro momento era finito. La tempesta ci aveva raggiunti.

«Francesco!»

Ci voltammo di scatto. Era Lucia. I suoi occhi verdi erano due fiamme nel buio del parcheggio. La stessa furia che Francesco mi aveva descritto, ma con un sottofondo di dolore così palpabile che mi strinse il cuore.

«Non pensavi di andartene senza nemmeno salutarmi, vero?»

Le sue parole erano cariche di un sarcasmo amaro. Istintivamente, strinsi la mano di Francesco, un gesto automatico. Modalità psicologa: on. Emozioni: off. O almeno, provaci, Sole. Provaci.

Lui si schiarì la gola, cercando pateticamente di mantenere la calma, come se non ci avesse appena vomitato addosso il loro dolore in una canzone. «Lucia, non volevo disturbarti. Sei stata incredibile stasera. Davvero.»

“Incredibile?” pensai, mentre un'ondata di ironia mi attraversava. Che coraggio. Un complimento da manuale per calmare la bestia ferita.

«Risparmiati i complimenti, Francesco. Non sono venuta qui per quelli.» Fece un passo avanti, e la sua rabbia era un'energia fisica che ci investì. «Sai cosa mi brucia? Sei sparito. Dopo tutto quello che abbiamo vissuto, mi hai lasciata sola, come se non contassi nulla.» Il suo sguardo si spostò su di me, e mi sentii nuda, esposta. «E tu… tu, che ti sei infilata nella sua vita come se io non fossi mai esistita. Pensi che sia facile guardarti qui, con lui, come se tutto fosse perfetto?»

Le sue parole erano lame. Ma prima che potessi dire qualcosa, fu Francesco a parlare. Ed eccolo che parte il santone, pensai, preparandomi al peggio.

«Lucia, non ho mai voluto farti del male. Quello che è successo tra noi è stato doloroso per me quanto per te. Ma non potevo continuare a fingere. Non era giusto, né per te né per me.»

“Fingere?” La sentii sibilare la parola, e mi preparai all'impatto. Le sue mani tremavano.

«Tu chiami fingere quello che abbiamo vissuto? Anni, Francesco! Anni di noi due, di sogni, di momenti che pensavo fossero veri. E ora sei qui con lei, e io sono quella che deve raccogliere i pezzi!» La sua voce si incrinò e la vidi lottare contro le lacrime, poi alzò il mento in un gesto di sfida, e tirò su col naso.

E in quel momento, la ammirai, aveva un coraggio da leonessa, ma io sapevo dentro di me' di essere nel giusto, non avevo portato via nessuno a nessuno. Così va la vita e anche le cose perfette alla fine si rompono, Quindi decisi di intervenire. Feci un passo avanti, cercando di proiettare tutta la calma che non sentivo. Guardami. Ho imparato proprio tutto da Sofia. Come sono brava a fare la santona.

«Lucia, capisco il tuo dolore. Non voglio cancellare quello che hai vissuto con Francesco. Siamo qui perché lui tiene a te, non per ferirti.»

Sono una rovina famiglie, ma amo questo ragazzo. E questa donna di fronte a me merita la verità, non la mia finta compassione. La sua reazione fu immediata, come benzina sul fuoco.

«Non voglio la tua comprensione,» sibilò, la voce bassa e carica di veleno. «E non voglio le vostre belle parole. Non sono pronta a fingere che vada tutto bene, che possiamo essere amici. Non vi perdono. Non ancora. Forse mai.»

Un silenzio pesante calò tra noi. Volevo solo sprofondare. Ma Francesco, imperterrito, tentò l'ultima mossa da manuale del perfetto ex fidanzato spiritualmente evoluto. «Lucia, non ti chiedo di perdonarmi. Ma sappi che non smetterò mai di rispettare quello che siamo stati. Sei stata una parte enorme della mia vita.»

La guardai, alle sue parole sembrò sgonfiarsi e la rabbia sul suo volto lasciò il posto a una stanchezza infinita che vedevo spuntare dai suoi occhi. Mi vergognai per lui, però era la stessa cosa che gli avevo sentito dire il giorno dopo la dolorosa rottura con Lucia, quando era venuto a casa mia dopo il lavoro. Se non altro era stato intellettualmente coerente a sé stesso.

«Vai avanti con la tua vita, Francesco. Io farò lo stesso.» disse lei puntandovi l'indice contro, a mo 'di pistola.

Poi si voltò verso di me, e le sue ultime parole furono una pugnalata e una preghiera. «E tu… non fargli del male. Non come lui ne ha fatto con me!»

Una singola, rabbiosa lacrima la tradì, rigandole il volto. L'asciugò col dorso della mano, con un gesto secco, furioso.

Senza aggiungere altro, si girò e se ne andò, lasciandoci lì, nel nostro presente perfetto costruito sulle rovine del suo passato. Il suono dei suoi passi sull'asfalto era l'ultima nota di una melodia spezzata. Rimanemmo lì, in silenzio. Non c'era stata riconciliazione. C'era stata solo una verità dolorosa. E io, per la prima volta, mi chiesi se l'amore potesse davvero bastare.

Poco dopo quello scontro doloroso, eravamo seduti sulla mia Mini, il motore spento. Il peso di quella serata mi schiacciava. Appoggiai la testa sulla spalla di Francesco, cercando di assorbire la sua tensione. Dopo un silenzio infinito, fu lui a parlare.

"Sai Sol, a cosa stavo pensando?"

"Cosa, Frà?" sussurrai. Mi piaceva quando mi chiamava così.

"Non sempre quando si ottiene qualcosa, significa che sia la cosa giusta per noi." Si voltò a guardarmi, gli occhi seri. "Lucia era…è, la ragazza che tutti desideravano. Quando ci siamo messi insieme, pensavo fosse la chiusura di un cerchio. Ma mi sbagliavo. Con lei non ho mai trovato la mia vera realizzazione... quella realizzazione che provo ogni giorno stando al tuo fianco."

Sentii le lacrime pungermi gli occhi. Lacrime di felicità, di sollievo.

"Credo che la vera felicità sia nelle scelte difficili," continuò, la voce rotta dall'emozione. "Quelle che mettono in discussione tutto. Dove ogni giorno è una conquista consapevole."

Mi avvicinai, il cuore che traboccava. "Non è che adesso, l'allievo sta superando la maestra?" gli sussurrai sulle labbra, con un sorriso.

Lui rise, una risata che finalmente sciolse tutta la tensione. "Forse. Ma questa lezione l'abbiamo imparata insieme, tu e io."

E mi baciò. Un bacio che sapeva di consapevolezza, di scelte difficili, di una felicità conquistata.

Accesi il motore. Mentre ci allontanavamo dal Social Club, lasciandoci alle spalle le ombre del passato, seppi che la sinfonia, quella vera, per noi, era appena iniziata.

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