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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 26: Capitolo 24 - Con il mio cuore nelle sue mani

@bergadavideDavide
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La collana di Sofia scaldava il mio petto come un piccolo sole, ma non bastava a sciogliere il nodo di ansia che mi stringeva lo stomaco. Avevo passato la mattina a fissare il telefono, aspettando un segno da Francesco, mentre il dottor Rossi blaterava di bilanci e riunioni. Sole, concentrati, o finirai per stampare il tuo curriculum invece del report. Ma il pensiero di Francesco, di Lucia, del caos che avevo contribuito a creare era come un ritornello ossessivo. Gli avevo detto di essere onesto, ma ora che il momento della verità era arrivato, mi sentivo come una funambola su un filo sospeso sopra il Ticino. E se Lucia lo avesse convinto a restare? E se mi odiasse per sempre?

Finalmente, scrissi un messaggio, con le dita che tremavano come se stessi disinnescando una bomba: “Buongiorno Francesco, sono al lavoro. Immagino tu non abbia dormito stanotte. Fammi sapere quando possiamo vederci. So che hai fatto ciò che dovevi!” Sole, davvero? “Ciò che dovevi”? Sembri un guru da quattro soldi. Ma quando il suo messaggio arrivò, il cuore mi fece un salto triplo: “Sole, buongiorno, ieri ho detto tutto quello che dovevo dire a Lucia e ci siamo lasciati, ma un pezzo del mio cuore apparterrà sempre a lei.”

Quelle parole mi colpirono come un’onda. Ha lasciato Lucia. Per davvero. Ma quel “pezzo del mio cuore” mi fece quasi inciampare sul mio stesso entusiasmo. Calmati, Sole, non è una dichiarazione d’amore. È un uomo che ha appena chiuso una storia lunga una vita. Eppure, c’era qualcosa di magico in quel messaggio, come se Francesco stesse aprendo una porta che avevo temuto fosse chiusa per sempre. “Non mi aspettavo di meno da te! Bravissimo!” risposi, cercando di nascondere il terremoto interiore. “Vediamoci a casa mia, quando finisci il turno. Via Ponte Vecchio 8, Sole Gilardi. 2° piano.” Casa mia? Sul serio, Sole? Stai invitando Francesco nel tuo caos di piante e libri di psicologia?

Il pomeriggio trascorse in un limbo di ansia e adrenalina. Sistemai l’appartamento come se dovesse passare l’ispezione di un generale, spostando pile di libri e nascondendo il disordine sotto un plaid. Sole, non è una cena di gala, è solo Francesco. Che ha appena rotto con Lucia. Nessuna pressione, no? Quando il campanello suonò, il mio cuore fece un salto che avrebbe potuto vincere una medaglia olimpica. Aprii la porta, e lì c’era lui, con i capelli scompigliati e gli occhi neri cerchiati, come se avesse passato la notte a combattere con i fantasmi. Ma il suo sorriso, fragile ma sincero, mi fece quasi dimenticare come si respira. Sole, smettila di guardarlo come se fosse l’unico uomo sulla terra.

“Ehi,” dissi, con un tono che speravo fosse caldo ma non troppo da sembrare una mamma preoccupata. “Entra, siediti. Vuoi un tè? Un caffè? Qualcosa di più forte?” Sole, stai offrendo un whisky a un uomo che sembra uscito da un film drammatico?

“Un tè va benissimo,” rispose, con una risata che sembrava un sospiro di sollievo. Si sedette sul divano, le mani che giocherellavano con il braccialetto che gli aveva dato Sofia, e io sentii la collana pulsare, come se lei fosse lì, a guardarci. “Sole, ieri… è stato un inferno,” iniziò, e la sua voce era un filo teso, come se temesse di spezzarsi. Mi raccontò tutto, senza filtri, e ogni parola era un sassolino che increspava il lago della mia calma apparente.

“Sono andato da Lucia,” disse, gli occhi persi in un punto indefinito oltre la mia spalla. “Era in camera sua, suonava Lately degli Skunk Anansie, con quelle cuffie rosse che sembrano urlare ‘lasciatemi in pace’. Era così… intensa, così lei. Ma quando mi ha visto, i suoi occhi erano arrossati, come se avesse pianto tutta la notte.” Lucia che suona come se stesse esorcizzando un demone. E io che pensavo che il mio balletto mentale fosse drammatico. “Siamo andati al Parco della Vernavola,” continuò. “Lei era silenziosa, tesa. Mi ha raccontato del concerto, di Marco. Ha detto che l’ha baciata, nel suo ufficio, dopo lo spettacolo. Che era arrabbiata, ferita, per quello che avevi detto in ospedale, per quello che pensava di noi. Che si sentiva vulnerabile, e lui ne ha approfittato. L’ha spinto via, ma… è successo.”

Sentii il cuore stringersi, un misto di sollievo e senso di colpa che mi fece quasi soffocare. Lucia, ferita per causa mia? Sole, hai davvero sganciato una bomba atomica. “E tu… le hai creduto?” chiesi, la voce un sussurro, come se temessi di rompere l’incantesimo.

“Sì,” disse, gli occhi che cercavano i miei. “Le credo. Non voleva quel bacio. Ma… non era solo quello.” Prese un respiro profondo, come se stesse tuffandosi nel Ticino. “Le ho detto che sto cercando me stesso, che con te sento una parte di me che con lei rimane in ombra. Che non è una questione di chi sia meglio, ma di chi sono io. E che… le nostre strade devono separarsi.”

Il mondo si fermò. Ha lasciato Lucia. Per davvero. La tazza di tè tremò nella mia mano, e la posai sul tavolino per non fare un disastro. Sole, respira. Non crollare ora. “E lei come l’ha presa?” chiesi, anche se una parte di me temeva la risposta, come se stessi aprendo una porta su un abisso.

“Male,” ammise, la voce incrinata, come se ogni parola gli costasse un pezzo di anima. “Ha pianto, urlato, mi ha colpito. Ha detto che sono un egoista, che sto buttando via tutto – la scuola, la morte di mia madre, i litigi con mio padre. Ha detto che lo sapeva, che tu saresti stata la fine di noi, che eri l’eco di Sofia.”

Io, l’eco di Sofia? Quelle parole mi colpirono come un pugno, un colpo che fece vibrare ogni fibra del mio essere. La collana di Sofia bruciava contro la mia pelle, un promemoria che non ero lei, che non volevo essere l’ombra di nessuno. Eppure, in quel momento, capii Lucia, e il suo dolore mi trafisse come una lama. Ai suoi occhi, ero una ladra, una che aveva rubato Francesco con lo stesso fascino magnetico di Sofia, con le sue parole sagge, i suoi sorrisi che scioglievano i cuori, la sua aura spirituale che sembrava attirare le anime smarrite. Sole, non sei Sofia, ma puoi biasimarla per pensarlo? Il suo dolore era plausibile, reale, profondo. Vedeva in me lo stesso modus operandi di Sofia: la capacità di ascoltare, di guidare, di far emergere verità nascoste. E forse, in un angolo oscuro del mio cuore, temevo che avesse ragione. Sono davvero solo un riflesso di Sofia? O sono Sole, con le mie cicatrici, i miei dubbi, il mio cammino?

Eppure, anni di lavoro interiore, di meditazioni al chiaro di luna con Sofia, di notti a chiedermi chi fossi davvero, mi avevano insegnato una cosa: non ero l’eco di nessuno. Ero Sole Gilardi, con le mie insicurezze, i miei sogni disordinati, il mio bisogno di autenticità. Sofia era la mia maestra, la mia migliore amica, la luce che mi aveva guidato quando ero persa, ma io non ero il suo riflesso. Ero un fuoco diverso, meno saggio forse, più caotico, ma mio. E il dolore di Lucia, per quanto mi spezzasse il cuore, non poteva cancellare ciò che stavo diventando. Lucia, capisco perché mi vedi così. Capisco il tuo dolore, il tuo sentirmi una ladra. Ma non lo sono. Sto solo cercando di essere me stessa, proprio come Francesco.

“Francesco,” dissi, posando una mano sulla sua, un gesto che ormai era un riflesso, anche se sentivo il peso di ogni parola, “mi dispiace. Per Lucia, per te, per… tutto questo. Non volevo essere la causa di tanto dolore.” Bugiarda, Sole. Sapevi che la tua confessione avrebbe fatto male, ma l’hai fatta lo stesso. Ma non era solo senso di colpa. Era la consapevolezza che stavo scegliendo me stessa, non un’ombra di Sofia, non una ladra di cuori altrui. Stavo scegliendo di essere sincera, come Sofia mi aveva insegnato, anche se significava affrontare il caos. “Non sono l’eco di Sofia,” dissi, con una fermezza che sorprese anche me. “Sono solo… Sole. E capisco perché Lucia si senta ferita. Ma quello che proviamo… non è un furto. È reale.”

Francesco mi guardò, i suoi occhi neri pieni di una vulnerabilità che mi fece quasi tremare. “Non sei l’eco di nessuno,” disse, stringendo la mia mano, e il suo calore sciolse un po’ del gelo che mi avvolgeva. “Sei tu, Sole. Ed è per questo che sono qui.”

“Non sei tu la causa,” aggiunse, stringendo la mia mano, e il suo calore mi fece tremare. “È stata la mia scelta. Tu… mi hai solo fatto vedere una parte di me che non conoscevo.”

I suoi occhi trovarono i miei, e per un istante il mio appartamento, con le sue piante disordinate e i libri ammucchiati, svanì. C’era solo lui, il suo dolore, la sua sincerità, e quel filo invisibile che ci legava. Sole, smettila di guardarlo come se fosse l’unico uomo sulla terra. Ma non ci riuscii. Mi avvicinai, o forse fu lui, non lo so. Le sue labbra trovarono le mie, un bacio che era insieme dolce e disperato, come se stessimo cercando di sigillare una promessa non detta. Il cuore mi esplose nel petto, e per un momento mi sembrò di sentire Sofia ridere, da qualche parte, come se dicesse: Finalmente, idiota.

Ci separammo, ansimanti, le guance che bruciavano come se avessimo corso una maratona. “Sole,” sussurrò, con un sorriso che era un misto di paura e speranza, “non so cosa sto facendo, ma… voglio farlo con te.”

Oh, Francesco, non rendermi la vita ancora più complicata. “Neanch’io lo so,” risposi, ridendo, la voce tremula. “Ma… ci sto.” Sole, sei ufficialmente nei guai. Ma che guai meravigliosi.

Decidemmo di restare nel mio appartamento, con il Ticino che scintillava fuori dalla finestra come un testimone silenzioso. Parlammo di tutto e di niente, delle piccole cose che ci rendevano noi: il suo amore per il blues di suo nonno, il mio odio per le riunioni interminabili, le meditazioni con Sofia che ci avevano cambiato la vita. A un certo punto, ci sedemmo sul tappeto, le mani intrecciate, e provammo a meditare insieme. Il suo respiro si sincronizzava con il mio, e per la prima volta dopo giorni mi sentii… a casa. Sole, stai davvero meditando con Francesco? O stai solo cercando una scusa per tenergli la mano?

Ma quando aprii gli occhi, trovai i suoi, così vicini, così intensi, che un desiderio travolgente mi esplose dentro. Era da tanto, troppo tempo, che non stavo con un uomo in quel modo. Francesco era giovane, un ragazzo appena maggiorenne, ma il suo sguardo, la sua anima, erano più vecchi, più profondi. Sole, cosa stai facendo? Ma non potevo più aspettare. Con una dolcezza che mascherava il fuoco dentro di me, gli presi la mano e lo guidai verso la mia camera, il cuore che batteva come un tamburo impazzito. Sole, sei sicura? No, non lo ero. Ma lo volevo.

Nella penombra della mia stanza, con il Ticino che scintillava fuori dalla finestra, ci lasciammo andare. Le sue mani, timide ma sicure, trovarono la mia pelle, e ogni tocco era una promessa, una scoperta. Mi concessi a lui, e lui a me, in un intreccio di corpi e anime che sembrava cancellare il mondo esterno. Era passione, ma anche vulnerabilità, come se stessimo scrivendo una nuova melodia insieme. Sole, non è solo desiderio. È… casa. Quando ci fermammo, ansimanti, con i cuori che battevano all’unisono, lo guardai negli occhi e vidi non solo Francesco, ma anche me stessa, finalmente libera dall’ombra di chiunque altro.

Ancora nudi, sudati, ansimanti e soddisfatti, i nostri occhi non lasciavano mai gli occhi dell’altro, come se il mondo si fosse ridotto a quello sguardo. Francesco si avvicinò di nuovo, e il suo lungo bacio interminabile mi fece tremare, un fuoco che non si spegneva. Sole, tutto questo è troppo veloce, troppo intenso.

‘Ma quando è mai stato diverso con te?’

Disse una vocina nella mia testa…

Poi, con la voce ancora roca di emozione, Francesco disse qualcosa che, per quanto potessi pensare che fosse impossibile in un momento come quello, mi sciolse ancora di più il cuore. “Sole,” sussurrò, il suo respiro caldo contro la mia pelle, “tutto sta andando così velocemente, ma… ho il desiderio di farti conoscere qualcuno.” Qualcuno? Ora? Il mio cuore, già un disastro di battiti irregolari, fece un altro salto. Francesco, sul serio? Mi fai quasi svenire e poi mi parli di conoscere qualcuno? Ma nei suoi occhi c’era una dolcezza, una sincerità che mi fece sorridere, nonostante il caos. “Chi?” chiesi, la voce tremula, ancora avvolta nel calore del nostro momento. Sole, sei appena stata con lui e già ti lancia in un’altra avventura. Sei pronta? Non lo sapevo, ma per la prima volta, non avevo paura di scoprirlo.

“Mio nonno Gianni. È… importante per me. E voglio che ti conosca.”

‘Nonno Gianni? Sul serio!?’ Il mio cuore fece un altro salto, ma stavolta era gioia pura. “Ok,” dissi, con un sorriso che non riuscivo a contenere. “Ma solo se prometti che non mi farà ascoltare tutto il catalogo di Joe Bonamassa.”

Nessuno, nemmeno Sofia, aveva mai toccato quel volante. Eppure, mentre guardavo Francesco seduto al posto di guida, con le mani sicure e gli occhi neri che lanciavano sguardi furtivi verso di me, sentii una fiducia che mi spaventava e mi elettrizzava, la mia Mini Verde era in buone mani, come il mio cuore.

‘Sole, sei impazzita? Hai lasciato il tuo tesoro a un ragazzo che conosci da quanto, un battito di ciglia?’

Ma quando parcheggiò con una precisione che avrebbe fatto invidia al dottor Rossi, non potei fare a meno di sorridere.

‘Ok, Francesco, hai passato il test. Per ora.’

Scesi dall’auto, il cuore che batteva come un tamburo, non solo per la guida, ma per quello che c’era tra noi, un’intesa che sembrava crescere a ogni respiro. Ero vestita in modo semplice, una volta tanto: jeans, maglioncino a righe bianche e verdi, sneakers di pelle bianca che stridevano con il mio solito caos interiore. I capelli, raccolti con una molletta di metallo, scintillavano sotto la luce del tramonto, e quando Francesco mi prese la mano per salire al terzo piano del suo palazzo, sentii la collana di Sofia scaldarmi il petto, come se approvasse.

La casa di Francesco era un nido caldo, pieno di foto sbiadite e profumi di caffè e carta vecchia, un abbraccio che mi fece quasi dimenticare il peso della tempesta con Lucia. Nonno Gianni ci accolse con un sorriso che sembrava abbracciare il mondo, gli occhi azzurri scintillanti di una curiosità bonaria. “Buonasera, Sole,” disse, stringendomi la mano con una forza che mi fece quasi sobbalzare.

“Così tu sei la nipote di Franco? Mi ricordi un’amica che si presentò qui l’anno scorso per parlare con Francesco.” Mi diede una pacca sulla spalla, e il riferimento a Sofia mi colpì come un fulmine.

‘Sofia? Che intendeva con quel paragone? L'aveva conosciuta?!’

Non dissi nulla, ma il mio sguardo incrociò quello di Francesco, e capii che anche lui aveva colto il sottinteso.

Seppi in un lampo di comprensione, che il riferimento di Gianni non era un’accusa. Era… un’osservazione, forse nei miei modi, nel modo in cui ascoltavo, con quella calma che invitava a confidarsi. Eppure, non ero Sofia. Ero Sole Gilardi, con le mie insicurezze, i miei sogni caotici, e una Mini che avevo appena lasciato guidare a qualcuno per la prima volta…

Francesco, con una dolcezza che mi fece quasi tremare, raccontò a Gianni dei cambiamenti nella sua vita, di quanto fossi diventata importante, di come lo facessi sentire vivo. Io arrossii, cercando di non sembrare un pomodoro sotto il maglioncino. Sole, calmati, non sei in un’interrogazione. Gianni ascoltava, annuendo con una saggezza silenziosa, e alla fine mi strinse di nuovo la mano, con un sorriso che mi scaldò il cuore. ‘Ok, nonno Gianni, sei ufficialmente il mio nuovo migliore amico.’

Poi, con un’occhiata maliziosa che mi fece temere il peggio, Gianni si alzò e prese un vinile di Joe Bonamassa dalla mensola, sollevandolo come un trofeo. “Cara,” disse, con un sorriso furbo, “ti piace il blues?”

Intercettai lo sguardo divertito di Francesco e feci quella smorfia che ormai era il nostro codice segreto, un misto di imbarazzo e ironia. “Signor Gianni,” risposi, con un tono di innocente provocazione, “il blues fa impazzire mio papà e mio nonno… diciamo che io preferisco ritmi un po’ più… movimentati!” con una risatina tra l’isterico e il divertito.

Gianni scoppiò in una risata bonaria, di quelle che riempivano la stanza. “Capisco, capisco! Gioventù d’oggi! Ma vedrai, Sole, che prima o poi cederai al fascino di una bella dodici battute!”

Il suo calore mi fece sentire a casa, come se il peso della tempesta con Lucia, che ancora aleggiava nei miei pensieri, si stesse dissolvendo. Francesco mi guardava, e nei suoi occhi vedevo una leggerezza nuova, un riflesso della mia. Parlammo di Pavia, della band che Gianni aveva condiviso con mio nonno Piero, delle serate al RnR quando sognavano di conquistare il mondo. E in quel momento, con il profumo di caffè nell’aria e le risate di Gianni, sentii che stavamo scrivendo una nuova melodia, una che apparteneva solo a noi. Sole, hai lasciato guidare la tua Mini e ora sei qui, a ridere con il nonno di Francesco. Chi sei e cosa hai fatto alla vecchia te?

Mentre tornavo a casa, con il Ticino che scintillava sotto la luna e la collana di Sofia che mi scaldava il petto, pensai che forse, dopo tutto, la sincerità non era solo un bisturi. Era anche una melodia, una che stavamo appena iniziando a suonare. Sole, sei pronta per il prossimo verso? Non lo sapevo. Ma per la prima volta, non avevo paura di scoprirlo.

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