Vai al contenuto principale

← Solleva una pietra

Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 25: Capitolo 23 - il Sole caldo del tramonto

@bergadavideDavide
GeneraleCompleta

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Francesco mi porse il telefono con quel sorriso imbarazzato, e io, aggrappata alla mia bugia patetica su Riccardo, sentii il cuore fare un triplo salto mortale. Brava, Sole, da Oscar per la recita da impiegata stressata. “Uffa, mi hai spaventata! Non farlo più!” esclamai, cavalcando la sua battuta come un surfista inesperto su un’onda troppo grande. Poi, per sfuggire al mio stesso imbarazzo, ficcai il telefono nella borsa con un gesto che speravo sembrasse disinvolto. “Sono contenta che tu sia qui,” dissi, e la mia voce uscì più sincera di quanto volessi, come se il mio cuore avesse deciso di tradirmi senza preavviso. Sole, davvero? Stai praticamente sventolando una bandiera bianca al tuo buon senso.

I suoi occhi neri, quei pozzi profondi che mi avevano incastrata alla Vernavola, si posarono su di me, calmi, quasi sereni, come se il caos dell’ospedale non lo avesse toccato. “Anche io! Ne avevo un gran bisogno,” rispose, e poi, con un’occhiata che mi squadrò da capo a piedi, aggiunse: “Complimenti! Sei molto elegante!” Le parole gli uscirono di getto, e io sentii le guance avvampare come se qualcuno avesse acceso un falò sotto la mia pelle. Elegante? Io? Con questo completo nero che sembra urlare “sto cercando di non crollare”? Un sorriso mi increspò le labbra, piccolo, timido, come se il mio corpo non sapesse come gestire un complimento in un momento del genere. Calmati, Sole, è solo un ragazzo che ti ha fatto un complimento, non un contratto di matrimonio.

Alla fine del mio monologo mentale rispondi, “Grazie,” disinvolta come una famme fatale aggiustandomi una ciocca bionda detto all'orecchio, “Tu…come stai? Sei appena uscito dal lavoro?” Ogni parola uscì leggera…finalmente!

“Sì, beh… diciamo che la situazione negli ultimi giorni è un po’… complicata,” aggiunse Francesco, con un tono che oscillava tra confessione e scusa, come se stesse camminando su un filo sospeso sopra il Ticino.

“Immagino,” risposi, e la dolcezza nella mia voce mi spiazzò, come se Sofia fosse tornata per un istante a guidarmi. “Raccontami tutto.” Oh, Sole, davvero? “Raccontami tutto”? Perché non gli chiedi direttamente se ti odia per aver sganciato una bomba atomica in ospedale davanti a Lucia?

“Alyce…” iniziò, e il nome mi fece sollevare un sopracciglio, un riflesso da psicologa che cerca di decifrare un puzzle. “Non la conosci,” continuò, con un gesto della mano come se stesse scacciando una mosca invisibile. “È la bassista della band di Lucia. L’ho incontrata prima di venire qui. Mi ha raccontato… del concerto di sabato sera. Ha visto Lucia e il responsabile del RnR, questo Massimo, in atteggiamenti… beh, un po’ intimi dietro il palco.”

Le sue parole mi colpirono come una secchiata d’acqua fredda. Lucia? Con un altro? Dopo tutto quello che è successo? Francesco mi raccontò tutto, con quella sincerità disarmante che mi faceva venir voglia di abbracciarlo e scuoterlo allo stesso tempo. Parlò di Alyce, della sua versione dei fatti, del concerto, ma c’era un’ombra nei suoi occhi, qualcosa che tratteneva. Cosa non mi stai dicendo, Francesco? Non insistetti. Non ero lì per fare la detective, anche se la mia mente stava già stilando una lista di ipotesi come se fossi in una sala interrogatori. Però a quanto pareva dal racconto di questa Alyce, un certo Marco, aveva baciato Lucia dopo averla portata nel suo ufficio a fine concerto.

“Francesco,” dissi, cercando di tenere la voce ferma come quella di un medico che consegna una diagnosi, “Alyce è amica di Lucia, giusto? E… come dire… ha una personalità piuttosto vivace, da quello che ho percepito. Potrebbe esserci del vero in quello che ha visto, ma anche una sua interpretazione un po’… da rockstar. Concentrati su quello che senti tu. Le azioni di Lucia appartengono a lei. Tu devi capire cosa vuoi per te stesso, cosa provi davvero.” Senti chi parla, Sole, la regina delle emozioni represse che scrive e cancella messaggi come un’adolescente.

“Lo so,” ammise, e la sua confusione era così tangibile che avrei voluto allungare una mano e scioglierla come un nodo. “Per questo sono così turbato. Non so cosa pensare. Ma sento che qualcosa con Lucia si è incrinato, indipendentemente da questo episodio.”

“A volte le rotture sono dolorose ma necessarie,” risposi, la voce pacata come un lago alpino, anche se dentro di me c’era un uragano. “Possono aprire la strada a qualcosa di nuovo. Ma devi essere tu, nel profondo, a sentire se questa rottura è reale.” E tu, Sole? Sei pronta a sentire cosa vuoi davvero, o continuerai a nasconderti dietro la collana di Sofia come un talismano contro il coraggio? “Sai, in un vecchio film che vidi anni fa c’era una frase: ‘Lascia che le cose si rompano…’” dissi ripensando al romanzo che avevo letto la sera prima, nel quale questa ragazza americana dopo aver capito che la sua vita non era più quella che voleva, decide di intraprendere un viaggio intorno al mondo per trovare sé stessa.

I suoi occhi si illuminarono, come se avessi acceso una lampadina nella sua testa. Oh no, Francesco, non guardarmi così, non rendermi ancora più difficile resisterti. Rimase in silenzio, ma il suo sguardo diceva che quelle parole avevano colpito nel segno, come se anche lui avesse pensato qualcosa di simile.

Poi, come un fulmine, cambiò argomento. “Sole,” disse, la voce incerta ma decisa, “Lucia… Lucia mi ha raccontato di quello che le hai detto in ospedale…” Le parole rimasero sospese, un invito a completare la frase, e il mio cuore si fermò. Ci siamo. Il momento della verità. Preparati al plot twist, Sole.

Mantenne il mio sguardo, e io cercai di ancorarmi alla collana di Sofia, che pulsava contro il mio petto come un promemoria: Sii sincera, idiota. “Sì, Francesco,” risposi, calma, anche se dentro di me stavo recitando un monologo da tragedia greca. “È vero. Ho parlato con Lucia in ospedale.”

“E… cosa le hai detto?” mi incalzò, e la sua voce aveva un’urgenza che mi fece quasi tremare.

Feci un piccolo sospiro, sistemandomi una ciocca di capelli dietro l’orecchio come se quel gesto potesse darmi il coraggio. “Le ho detto che… provo dei sentimenti per te.” Le parole uscirono ferme, come se appartenessero a una versione di me più coraggiosa, mentre il mio stomaco si contorceva come se stessi scendendo sulle montagne russe. Ecco, Sole, l’hai detto. Di nuovo. Complimenti per aver scelto il modo più diretto per complicarti la vita.

Francesco mi guardò, atterrito, come se gli avessi appena consegnato una mappa del tesoro senza istruzioni. “Perché?” chiese, e la confusione nella sua voce era un misto di curiosità e… sollievo? “Voglio dire, perché lo hai detto a lei e non a me quando eravamo soli?” Fece un passo verso di me, e io rimasi inchiodata al pavimento, il cuore che batteva come un tamburo.

“Perché volevo che Lucia sapesse,” dissi, cercando di mantenere la voce salda. “Meritava di conoscere i miei sentimenti. Non era giusto tenerli nascosti, non con la tensione che c’è tra noi. E poi…” Oh, Sole, davvero vuoi andare fino in fondo? “Ho pensato che fosse meglio chiarire tutto con lei, visto che la situazione tra noi era sempre così tesa, almeno così lei avrebbe saputo una volta per tutte le mie intenzioni… e poi fare un passo indietro.” finì, quasi ripetendo il concetto, più a me' stessa che a lui.

Un passo indietro? Più che altro hai lanciato una granata e sei scappata, genio.

“Beh, diciamo che hai sganciato una bella bomba,” disse con un mezzo sorriso, e io arrossii, sentendo il calore salirmi al viso come se fossi sotto un riflettore. “Ma non hai risposto: perché non a me?”

“Perché…” Perché sono una codarda che si nasconde dietro la sincerità per non affrontare un rifiuto, ecco perché. “Temevo la tua reazione,” ammisi, e la mia voce si incrinò appena. “Pensavo che sapere dei miei sentimenti, con Lucia ancora nella tua vita, ti avrebbe fatto scappare a gambe levate. Non volevo perderti… non così.” Sole, stai davvero dicendo queste cose? Chi sei, la protagonista di un romanzo rosa?

“E lei… come ha reagito?” chiese, e la sua voce era un filo sottile, come se temesse la risposta.

Esitai, scegliendo le parole con cura, come se stessi camminando su un campo minato. “Non l’ha presa bene, ovviamente. Era sorpresa, ferita. Ma ha ascoltato. Le ho parlato con onestà, anche se è stato… difficile.” Difficile? Sole, hai praticamente dichiarato guerra in un reparto di degenza.

Il silenzio calò tra noi, pesante come il crepuscolo che avvolgeva Piazza della Vittoria. “Grazie, Sole,” disse infine, con una sincerità che mi strinse il cuore. “Grazie per la tua onestà… e per quello che dici di provare. Mi… lusinga.”

“Era la cosa giusta da fare,” risposi, ma dentro di me pensavo: Giusta? Forse. Ma ora siamo in un casino più grande di una soap opera. “Camminiamo,” proposi, guardandomi intorno come se i passanti potessero origliare il mio cuore. “Qui sta diventando un po’ affollato.”

Annuì, e ci incamminammo lungo Strada Nuova, verso il Ponte Coperto, il Ticino che scintillava sotto la luce arancione del tramonto. Parlammo di Sofia, del vuoto che aveva lasciato, come un buco nero che risucchiava ogni certezza. “Sai, Francesco,” dissi, sentendo la collana scaldarmi il petto, “quando ho conosciuto Sofia, lavorava nel mio studio, sei anni fa. Era appena tornata da tre anni con Greenpeace, io ero tutta cristalli e sogni di cambiare il mondo. Ogni sera ci trovavamo a casa sua per meditare, io, lei e un gruppo di amici. Era… come essere Wendy nell’Isola che non c’è.” Risi, ma era una risata amara, carica di nostalgia. Sofia, dove sei quando ho bisogno di te per non fare stupidaggini? Pensai stringendo il pendente verde della collana, mentre camminavamo e le nostre mani involontariamente si sfioravano.

Francesco mi ascoltava, i suoi occhi che brillavano di una comprensione che mi faceva male. “Nel 2022 sono stata due mesi a Serampore, in un ashram,” continuai, quasi senza volerlo. “Sofia era stata nominata Guru temporanea da Shri Anandagiri, il suo maestro, e io… le ho fatto una sorpresa. È stato magico. Ma quando è tornata a Pavia, dopo quattro anni in India, ci ha messo sei mesi per riambientarsi. È venuta solo per la missione del Kumbh Mela, quella del Bodhisattva… quella che riguarda te.”

Si fermò di colpo, afferrandomi il polso, il suo braccialetto che scintillava sotto i lampioni. “Aspetta, Sole. Vuoi dire che sapevi tutto? Della missione, del braccialetto?”

“Ovvio,” risposi, sorridendo per sdrammatizzare, anche se il suo tocco mi fece quasi perdere l’equilibrio. “Sofia mi raccontava ogni passo, ogni mossa che pianificava con te!” Scoppiai a ridere, ma dentro di me pensavo: E ora eccomi qui, invischiata in un’altra delle sue missioni, solo che stavolta il cuore in gioco è il mio. Quella confessione, cambiò impercettibilmente la sua espressione, fu come se il racconto del tempo passato con la nostra Guru lo avesse avvicinato.

Poi Francesco cambiò argomento, raccontandomi del suo lavoro, della bocciatura alla maturità, del rapporto freddo con suo padre dopo la morte della madre. Mi ascoltava senza giudicare, e io facevo lo stesso, sentendo una connessione che cresceva come un’onda pronta a travolgerci. “Con te…” disse, e le sue parole uscirono come un respiro, “sento di poter parlare di queste cose senza filtri, senza paura di sembrare pazzo. Con Lucia… è diverso. C’è una parte di me, quella più… spirituale, che rimane in ombra.”

“L’amore dovrebbe essere un rifugio,” risposi, il mio sguardo che cercava il suo, anche se ogni fibra di me gridava di guardare altrove. “Uno spazio dove ogni parte di te può sentirsi al sicuro, compresa.” E tu, Sole? Dove trovi il tuo rifugio, se il tuo cuore è un campo minato?

La luce calda del tramonto accarezzava le facciate di Strada Nuova, avvolgendoci in un’atmosfera che sembrava rubata a un sogno. “Sai, Francesco,” confessai, la voce un sussurro che tremava come le foglie mosse dal vento, “fin dal primo giorno, alla Vernavola, quando Sofia ti ha presentato, ho sentito… qualcosa. Una risonanza. Ma ho sempre rispettato il tuo percorso con Lucia, anche se…” Anche se ogni volta che ti vedo vorrei buttare al vento ogni buon senso. “Anche se sentivo che non era la tua strada.”

“Io… non mi ero mai accorto di nulla,” ammise, il suo sguardo perso tra le ombre della via. “Ma forse Lucia… qualcosa aveva intuito.” Oh, certo, Francesco, la sua ostilità verso di me era praticamente un cartellone pubblicitario. “Ero troppo concentrato su di me, su quello che pensavo di volere. Con te mi sento… visto. Senza maschere.”

Arrivammo al Ponte Coperto quasi senza accorgerci, camminando fianco a fianco, gli sguardi che evitavano di incrociarsi, come se guardarci troppo a lungo potesse accendere un incendio. Il Ticino scorreva sotto di noi, un nastro nero che rifletteva il crepuscolo. Ci sedemmo sulla panchina della Lavandaia, la mia gemella di bronzo che continuava a strofinare panni immaginari. Il silenzio tra noi era denso, non imbarazzato, ma carico di una comprensione che mi spaventava. Quasi senza volerlo, le nostre mani si intrecciarono, le sue dita calde contro le mie fredde, e per un istante mi sembrò che il mondo si fermasse. Sole, cosa stai facendo? Sei una psicologa o un’adolescente al primo appuntamento? Ci slegammo in fretta, come due ragazzini colti in flagrante, e io sentii il viso avvampare.

“Sole…” disse Francesco, la voce tremula, carica di un’emozione che mi fece quasi tremare. “Ho una confessione da farti. In ospedale, quando ero lì, con te e Lucia… dopo che i medici se ne sono andati e Lucia è venuta da me… desideravo che fossi tu al mio capezzale.” Il suo “tu” fu un sussurro che mi colpì come un pugno. Oh, Francesco, non puoi dirmi queste cose, non ora che sto cercando di non crollare. “Me ne sono vergognato subito,” continuò, “era come tradire Lucia. Non era chiaro cosa provavo, e non lo è nemmeno ora, ma…”

Mi guardò, una muta richiesta d’aiuto, e io sentii il cuore esplodere. “Ti capisco, Francesco,” risposi, la voce un filo sottile ma fermo, come se stessi camminando su una corda tesa. “Sento la stessa confusione. E… sai cosa provo per te.” Posai una mano sul suo petto, come faceva Sofia, e il contatto fu un tonfo al cuore, un’onda che minacciava di travolgermi. Sole, fermati, o finirai per baciarlo qui, davanti alla Lavandaia, e addio dignità.

Sentii il suo impulso, il desiderio di avvicinarsi, ma lo fermai, posando una mano sulla sua. “Francesco,” dissi, seria ma con un affetto che non potevo nascondere, “quello che sta nascendo tra noi è prezioso. Lo sento anch’io. Ma prima di fare qualsiasi passo, devi parlare con Lucia. Devi essere onesto con lei, con quello che provi, con quello che è cambiato. Io sarò qui. Ma non voglio che ci muoviamo senza un confronto sincero con lei.” Sole, da quando sei diventata la voce della ragione? Dovevi proprio scegliere questo momento per fare la guru?

Annuì, i suoi occhi pieni di gratitudine e consapevolezza. “Hai ragione, Sole. Devo farlo.”

Ci guardammo, un’intesa silenziosa che confermava il nostro legame, ma anche la necessità di non affrettare le cose. La collana di Sofia scaldava il mio petto, un promemoria che l’autenticità ha un prezzo, ma anche una promessa. Mentre il Ticino scorreva sotto di noi, sapevo che il vero resoconto, quello delle cose non dette, era appena iniziato.

Seduti sulla panchina della Lavandaia, con il Ticino che scorreva lento sotto di noi, sentivo ancora il calore delle sue dita intrecciate alle mie, un istante rubato che mi aveva mandato il cuore in tilt. Sole, calmati, non sei in un film romantico. Ma il suo sguardo, quel “tu” sussurrato che ancora riecheggiava nella mia testa, mi faceva venir voglia di buttare al vento ogni buon senso. E se facessi un disastro ancora più grande di quello in ospedale? Per spezzare l’incantesimo, mi alzai di scatto, come se il freddo della panchina potesse svegliarmi dal sogno. “Francesco, hai fame?” chiesi, con un sorriso che speravo mascherasse il tornado interiore. “C’è un ristorantino qui vicino, in Borgo. Si chiama Trattoria da Piero. Pizza al forno a legna da urlo e piatti pavesi che ti fanno dimenticare il mondo. Ti va?” Sole, davvero? Lo stai invitando a cena? Tanto vale scrivere “ti amo” su un cartellone in Piazza della Vittoria. Ma…il ristorante di mio padre era proprio lì dietro l'angolo…

“Perfetto, Sole. Pizza suona benissimo,” rispose, con un entusiasmo che mi fece quasi inciampare sul mio stesso cuore. Ci alzammo, le nostre mani che si sfiorarono di nuovo, un contatto che mandò una scossa lungo la mia spina dorsale. Smettila, Sole, o finirai per abbracciarlo di nuovo davanti a mezzo Borgo Ticino.

Mentre ci incamminavamo, Francesco si fermò, tirando fuori il telefono. “Scusa un attimo, Sole. Devo fare una chiamata veloce.”

“Tranquillo,” dissi, con un sorriso che speravo fosse rilassato, anche se dentro di me stavo analizzando ogni microespressione. Chi chiama? Lucia? Un suo amico? Un altro membro del gruppo che mi dirà che sono una rovina-famiglie? Mi appoggiai a un lampione, fingendo di ammirare il cielo arancione del crepuscolo, mentre lui parlava a bassa voce. “Ciao nonno… no, non torno per cena… sono fuori con un’amica.” La parola “amica” mi colpì come un pizzico, e il tono di Francesco, un po’ evasivo, mi fece sorridere. Amica, eh? Certo, Francesco, come no.

“Tutto risolto,” disse tornando da me, con un sorriso che sembrava chiedere scusa al mondo. “Possiamo andare.”

La passeggiata dalla Lavandaia alla Trattoria di mio padre fu breve, ma ogni passo sembrava un viaggio, con il Ticino che scintillava a destra e le viuzze di Borgo Ticino che si stringevano intorno a noi come un abbraccio di pietra. L’insegna sbiadita della trattoria, “Da Piero”, brillava sotto le luci calde, e il profumo di pomodoro, basilico e legno bruciato ci accolse come un vecchio amico. Entrando, fui avvolta dal calore familiare del locale: tovaglie a quadretti bianchi e rossi, bottiglie di vino impolverate sugli scaffali, vecchie foto di Pavia che raccontavano storie di un tempo che non avevo vissuto. Casa. Anche se papà insiste che devo smettere di chiamare “ristorante” la sua seconda casa. Un cameriere corpulento, con un sorriso che sembrava uscito da un film di Fellini, ci fece accomodare a un tavolino vicino alla finestra, con vista sul lento passeggio serale. Il locale era tranquillo, con solo una coppietta che si guardava negli occhi e un tavolo di quattro vecchietti che ridevano come se avessero svuotato mezza cantina.

“Ti piace?” chiesi, notando lo sguardo curioso di Francesco che si posava sui quattro ubriaconi. Spero non pensi che questo posto sia un circolo per pensionati alcolizzati.

“Molto,” rispose, sincero. “Non c’ero mai stato. Ha un’aria… autentica.”

Sorrisi, trattenendo l’impulso di dirgli che era la trattoria di mio padre. Non ancora, Sole. Non trasformiamo questa serata in un episodio di “Meet the Parents”. “Ci facciamo le cene aziendali qui,” dissi vaga, “è un po’ come casa.” Sottotitolo: è letteralmente casa, ma non sono pronta a spiegarti la saga familiare dei Costa.

Ordinammo due pizze – margherita per me, diavola per lui – e un paio di birre fresche, il cui tintinnio contro il tavolo mi diede un momento di pausa per raccogliere i pensieri. Ok, Sole, respira. Sei a cena con Francesco. Non è un appuntamento. È solo… una pizza tra due persone che si sono appena confessate sentimenti proibiti. Perfetto.

“Francesco,” iniziai, la voce che tornava leggera, come se stessi raccontando una storia qualsiasi e non scavando in un ricordo che mi spezzava il cuore, “voglio raccontarti di quando abbiamo accompagnato Sofia a Malpensa, l’agosto scorso. Ricordi?” Posai una mano sulla sua, un gesto impulsivo, e le nostre dita si intrecciarono per un istante prima di sciogliersi, come se avessimo paura di bruciare. Sole, smettila di toccarlo, o finirai per scrivere poesie d’amore sulla tovaglia.

Annuì, e i suoi occhi si velarono, come se anche lui stesse rivivendo quel giorno. “Mai potrei dimenticarlo,” disse, e la sua voce era un sussurro che mi strinse il cuore.

“Io sono arrivata prima di lei,” continuai, sentendo la collana di Sofia scaldarmi il petto. “L’ho aspettata all’ingresso arrivi/partenze. Era… un momento pesante. La sua partenza, il gruppo che mi aveva affidato… sai quanto eravamo legate.” La mia voce si incrinò, e i suoi occhi, pieni di comprensione, mi diedero il coraggio di andare avanti. “Mentre aspettavamo il check-in, ci siamo sedute a parlare. Io con i miei dubbi, lei con quella sua saggezza che faceva sembrare tutto così semplice. Mi ha regalato questa collana,” dissi, sfiorandola con le dita, “dicendo che era il suo portafortuna, appartenuto a sua nonna. Sperava portasse fortuna anche a me.” Una lacrima mi pizzicò gli occhi, e Francesco mi strinse la mano, un gesto che mi fece quasi crollare. Sole, tieniti insieme, non trasformarti in una fontana davanti alla pizza.

“In quel momento,” continuai, con un sorriso imbarazzato, “mi sono confidata con lei. Le ho detto che… provavo qualcosa per te.” Oh, Sole, davvero? Stai riesumando ogni tua confessione come un archeologo emotivo? “Sofia mi ha guardato con quella calma che spiazzava il mondo e mi ha detto che l’unica via era la sincerità. Che tenermi dentro un sentimento così mi avrebbe resa infelice. Poi siete arrivati tu, Lucia e i suoi genitori. Vi guardavo, vedevo l’affetto tra te e Lucia, e ho pensato che dovevo fare un passo indietro. Ma…” Presi la sua mano, stringendola sopra il tavolo, e il contatto fu come una scossa elettrica. “Le cose cambiano, Francesco. E a volte, quello che sembrava giusto prima… non lo è più.”

Il suo sguardo si fece intenso, e quando disse, “Sole, credo di provare le stesse cose che tu provi per me, anzi ne sono sicuro,” sentii il mondo fermarsi. Arrossii, distogliendo lo sguardo come un’adolescente colta in flagrante. Sole, respira. Non svenire sulla margherita. Il suo cuore sembrava pulsare attraverso le sue parole, e io, per la seconda volta quella sera, mi ritrovai senza parole, la collana di Sofia che mi ricordava di non scappare.

Per fortuna, le pizze arrivarono, fumanti e fragranti, un salvagente in mezzo al mare delle emozioni. Il profumo di pomodoro e mozzarella mi riportò alla realtà, e mi concentrai sul piatto per non annegare nei suoi occhi. Sole, mangia e smettila di fare la protagonista di un melodramma.

Poi Francesco alzò un dito, con un sorriso birichino. “Ma la senti?” chiese, indicando l’aria. La musica di sottofondo, un blues graffiante, riempiva il locale. “Non sarai mica appassionato di blues? Dimmi di no…” scherzai, coprendomi gli occhi con una mano, fingendo orrore. Sole, davvero? Stai flirtando con il blues? Chi sei diventata?

“No, io no, ma mio nonno Gianni sì,” rise. “Questa è Prisoner di…”

“Esatto! Prisoner di Joe Bonamassa!” Una voce tonante ci interruppe, e io sobbalzai, quasi facendo volare la pizza. Era mio nonno Piero, con il suo grembiule macchiato e quel sorriso che sembrava abbracciare l’intero Borgo Ticino. “Complimenti, ragazzo! Non mi capitano spesso giovani che riconoscono il vecchio Joe!”

“Nonno!” esclamai, scattando in piedi come se mi avessero pizzicato. “Che ci fai qui a quest’ora?” Perfetto, Sole, ora Francesco incontrerà la tua famiglia prima ancora che tu capisca cosa sta succedendo tra voi.

“Francesco, questo è mio nonno Piero,” dissi, cercando di mantenere un tono casuale mentre il mio cervello gridava: Emergenza! Ritirata!

“Piacere, ragazzo!” disse nonno, stringendogli la mano con una forza che avrebbe potuto spezzare una noce. Poi, rivolto a me, aggiunse: “Tuo padre stasera ha l’influenza, non te l’ha detto?”

Scossi la testa, ancora sotto shock, mentre nonno si voltava verso Francesco. “Aspetta, hai detto che tuo nonno si chiama Gianni?” E così, come in una commedia degli equivoci, scoprimmo che il nonno di Francesco e il mio avevano suonato insieme in un gruppo da giovani, con il nonno di Francesco come cantante. Ovvio, Sole, l’universo non poteva lasciarti in pace senza una coincidenza assurda. Io, la pecora nera che non ha mai capito una nota musicale, ero il disappunto vivente di nonno Piero, e ora Francesco lo scopriva in diretta.

La conversazione si fece più leggera, tra morsi di pizza e risate su gusti musicali e aneddoti familiari. La luce calda della trattoria ci avvolgeva, un rifugio contro il caos del mondo esterno. Ma mentre parlavamo di cose futili – il sapore della diavola, le manie di mio nonno – sentivo una serenità nuova, come se con Francesco potessi essere semplicemente me stessa, senza filtri. Sole, non abbassare la guardia. C’è ancora Lucia, e un’intera soap opera da risolvere.

Eppure, mentre il blues di Bonamassa riempiva l’aria e la collana di Sofia scaldava il mio petto, sapevo che questa serata era solo l’inizio. Prima di vivere questa luce dorata, dovevo affrontare il passato. E, a giudicare dal modo in cui Francesco mi guardava, anche lui lo sapeva.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Sul capitolo in generale

  • Nessun commento generale ancora.

Accedi per commentare (email verificata).