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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 22: Capitolo 20: Un Panzerotto e Verità Nascoste

@bergadavideDavide
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Domenica mattina, a Desio. L'aula di Energheia era satura di un'energia così densa che si poteva quasi toccare. Eravamo una trentina, seduti sulke sedie disposte a cerchio e i nostri sguardi esprimevano perfettamente la difficoltà della lezione. "Psicologia dello Yoga" ci stava spaccando il cervello in due, nel senso migliore del termine. Nozioni complesse, meditazioni guidate che ti portavano al limite della percezione, una pressione mentale costante che non aveva nulla da invidiare alle tirate d'orecchi di Sofia. Anzi, per la prima volta, sentii una profonda stima per quel corso: non era un passatempo per anime in cerca di un hobby, ma un percorso tosto, esigente, che ti costringeva a guardarti dentro senza sconti.

Ero immersa in una riflessione sul concetto di samskara, le cicatrici dell'anima, quando durante una breve pausa sentii il telefono vibrare nella borsa. Era Francesco. "Sole, oggi dobbiamo parlare di una cosa che mi è successa".

Lessi il messaggio e un brivido mi percorse la schiena.

Tanto che una mia compagna di corso Elena alla quale aveva raccontato tutto quello che stavo vivendo con Francesco mi diede una gomitata con occhi Lucenti chiedendomi, “e lui?" sottovoce.

Al mio annuire fece un sorriso di comprensione, probabilmente dopo la pausa mi avrebbe sommersa di domande.

C'era un'urgenza in quelle parole che andava oltre la semplice richiesta di vedersi. Sentii un'eco del suo stato d'animo, come un'onda che mi raggiungeva a distanza. Senza nemmeno pensarci, come se la risposta fosse già scritta dentro di me, digitai: "Francesco, tutto bene? Ho avuto un sogno strano anche io stanotte... fammi indovinare, c'entra qualcosa Sofia?".

L'attesa fu brevissima, una manciata di secondi in cui il brusio dell'aula svanì, lasciandomi sospesa in una bolla di silenzio. Poi, la sua risposta, che fu come un lampo di conferma, la tessera mancante di un puzzle che si stava componendo da solo.

"Sì, c'entra Sofia, non dirmi che l'hai sognata anche tu?".

Il mio cuore perse un battito. Non c'era più alcun dubbio. Eravamo connessi, due strumenti accordati sulla stessa, identica nota, che vibravano all'unisono al richiamo di una melodia che non potevamo ancora comprendere. Eravamo dentro quella storia fino al collo, entrambi. La lezione, i samskara, la psicologia dello yoga... tutto sbiadì. L'unica cosa reale, in quel momento, era l'appuntamento che mi aspettava a Milano. Un appuntamento che, lo sentivo nelle ossa, non sarebbe stato solo "speciale". Sarebbe stato un punto di non ritorno.

Quella mattina il cielo milanese limpido e un'aria frizzante che sembrava quasi un presagio. Avevo passato la mattinata a Desio, immersa nelle lezioni di Energheia, ma la mia mente continuava a tornare ai messaggi, sua di oggi che della sera prima. L'avevo fatto. Avevo lanciato un esca, mascherando il mio bisogno dietro la scusa di una lezione sulla "psicologia dello yoga". E lui aveva abboccato. La sua risposta, "Non vedo l'ora di stare con te domani in libreria, sarà speciale", mi era esplosa dentro, un misto di trionfo e panico. "Speciale". Aveva usato la parola esatta per disinnescare ogni mia possibile ritirata.

Lo vidi dall'altra parte di Corso di Porta Romana. Era lì, un po' impacciato, con quello sguardo profondo che sembrava sempre perso altrove. Istintivamente, mi fermai in una panetteria, comprando due focacce calde. Un gesto da crocerossina, certo, ma anche un modo per prendermi cura di lui, per stabilire fin da subito un terreno di intimità.

"Hai fame?" gli chiesi, con studiata nonchalance, porgendogli il sacchetto. Il suo sorriso sollevato fu la conferma che avevo fatto centro. Mangiammo su una panchina, e mentre lo guardavo, notai che il suo sguardo si posava spesso sulla collana di perle nere che indossavo, quella che mi aveva regalato Sofia. Un filo invisibile che ci legava a lei, e forse, l'uno all'altra.

Sul tram che ci portava verso il Duomo, fu lui a rompere il silenzio. "Sole, cosa pensi stia facendo Sofia al Cairo?".

La domanda mi arrivò dritta al cuore. "Credo stia affrontando la terza iniziazione," risposi, cercando di suonare saggia, accademica. Gli parlai del deserto, delle ombre, della consapevolezza, ma dentro di me sentivo una punta di cinismo. Parlavo di lei, ma in realtà stavo costruendo un ponte tra me e lui, usando la sua assenza come collante.

La libreria Esoterica era il nostro santuario. Mentre cercavo i testi di Alice Bailey, lui si guardava intorno, a suo agio tra i simboli e i profumi. Il segno che cercavo, anche lui era come me eravamo due anime che vivevano in quello spazio di ricerca che sembrava urlare al mondo: :Hey, sono qui che cerco le risposte e il baccano che c'è fuori non mi riguarda più.’

Poi sorprendendomi e disse, "Sofia aveva molti di questi libri," disse, con un tono che voleva essere casuale. "Li ho visti l'altra sera, ho passato la notte insieme a Lucia nella vecchia casa di Sofia in centro".

Una scarica elettrica mi attraversò la schiena, ‘perché gli uomini devono dire sempre la cosa sbagliata nel momento sbagliata rovinando i momenti come quelli?!’ una nota di irritazione missalì lungo la schiena in una vena sulla la tempia. La casa di Sofia! Non una casa qualunque. Quel salotto era stato il nostro ring, il nostro ashram personale. Per un istante, un film muto e velocissimo mi passò davanti agli occhi: io e Sofia a discutere fino a perdere la voce durante una delle sue "sfuriate pedagogiche"; l'abbraccio improvviso con cui aveva disinnescato la mia rabbia, lasciandomi disarmata e in lacrime; l'intensità di quell'ultima settimana prima del Cairo, un training emotivo e spirituale che mi aveva prosciugato e ricostruito. Quello era uno spazio sacro, intriso del nostro sudore, delle nostre lacrime, della nostra energia. E ora, lui e Lucia... insieme. Era una profanazione.

Cercai di mascherare la fitta allo stomaco. "Così hai passato la notte insieme a Lucia, un grande passo!" dissi, sperando che l'entusiasmo posticcio coprisse la nota acida nella mia voce. Cambiai subito argomento, aggrappandomi di nuovo a lei. "Certo che Sofia è incredibile! Lei era quasi autodidatta, capisci che livello?". Mi appoggiai al suo braccio per rialzarmi, un contatto deliberato, un modo per reclamare un pezzetto di lui.

Dopo la libreria, lo trascinai da Luini. Avevo bisogno di qualcosa di caldo e confortante. Seduti sul marciapiede, parlammo dei nostri sogni, di messaggi dall'invisibile, del vortice nella sua tazzina. "Sta tornando," affermai con certezza. "E sta cercando di comunicare con te". Stavo interpretando i segni, tessendo una narrazione in cui noi due eravamo i protagonisti di una storia più grande, una storia scritta da Sofia.

Poi, il telefono di lui squillò. Lucia. Marcare il territorio, pensai, con un veleno che mi sorprese.

Quando tornò, il mio silenzio era un'accusa. Fu allora che, per rompere la tensione, indicò la collana. "È un regalo di Sofia," spiegai, la voce che si incrinava davvero. "Me l'ha data a Malpensa...". Il ricordo di quell'addio, della sua assenza, fu troppo. Le lacrime scesero da sole, sincere e incontenibili.

E lo abbracciai. Non fu un gesto impulsivo. Fu una scelta. In quell'abbraccio c'era tutto: il conforto che cercavo, il conforto che volevo dargli, la voglia di sentirlo mio anche solo per un istante. Ma c'era anche una sfida. Era un modo per dirgli: ecco il confine, siamo qui. Cosa facciamo?. Sentii il suo corpo irrigidirsi per un attimo, la sua esitazione. Sapeva, come lo sapevo io, che stavamo camminando su un filo teso sopra il vuoto.

Il viaggio di ritorno in treno fu la mia personale versione del purgatorio su rotaia. Eravamo seduti uno di fronte all’altra, avvolti in un silenzio così denso che avrei potuto ricamarci sopra le mie iniziali. Avevo appena sganciato la mia piccola bomba atomica emotiva davanti a Luini e ora ne osservavo le conseguenze: lui, perso a guardare fuori dal finestrino con la stessa espressione concentrata che avrebbe se stesse cercando di capire le istruzioni di un mobile IKEA. Io, che facevo finta di ammirare la monotonia della pianura lombarda, mentre in realtà stavo conducendo un'analisi forense su ogni suo micro-movimento.

Missione del viaggio: sopravvivere all'imbarazzo cosmico da me stessa creato.

Fu lui a parlare per primo, e per un attimo temetti volesse affrontare l'elefante nella stanza. Invece, fece quello che gli uomini come lui fanno sempre quando il gioco si fa emotivamente complicato: la buttò sulla filosofia.

«Sole,» disse, cercando di rompere il ghiaccio, «mi hai parlato dell'ombra, ma non ho capito bene cosa intendi. È come un lato oscuro che tutti abbiamo?»

Trattenni a stento un sorriso. Carino. Invece di dirmi "la tua frase mi ha appena causato un cortocircuito cerebrale", mi chiedeva una lezione privata sul dualismo junghiano. Ok, stiamo al gioco. Notai la curiosità nei suoi occhi e decisi che, in fondo, era un buon punto di partenza. Almeno stava cercando di capire, a modo suo.

«È più complesso di così,» risposi, cercando di suonare come la saggia mentore e non come la donna che cinque minuti prima avrebbe voluto scuoterlo fino a fargli cadere i denti. «L'ombra è tutto ciò che rifiutiamo di noi stessi: le nostre paure, le nostre debolezze, i nostri desideri inconfessabili. Sono le parti di noi che non vogliamo mostrare al mondo, nemmeno a noi stessi.»

«E come si fa a riconoscerla?» chiese, sentendo una punta di ansia.

«Osservando le nostre reazioni,» spiegai. «Cosa ci infastidisce negli altri? Cosa ci fa provare invidia o rabbia? Spesso, sono proprio quelle caratteristiche che non vogliamo ammettere di avere.»

«Quindi, se mi dà fastidio la gelosia di Lucia,» disse, pensieroso, «significa che sono geloso anch'io?»

Bingo. Aveva abboccato. Gli rivolsi il mio sorriso più enigmatico, un brevetto che stavo perfezionando da mesi. «Potrebbe essere,» risposi. «Ma non è detto che sia sempre così. L'ombra è complessa, sfaccettata. A volte, è solo un riflesso di ciò che temiamo.»

«E cosa succede se non la affrontiamo?» chiese, sentendo un brivido.

«Rimane nell'ombra,» risposi, con un tono serio. «Ci controlla, ci manipola, ci impedisce di essere autentici. Diventiamo prigionieri di noi stessi.» Come dice bene in un libro, il guru dell'Ashram di cui sto seguendo le lezioni per diventare Terapista Esoterica.

Mentre lui si perdeva nelle sue riflessioni, il suo telefono vibrò, richiamandolo all'ordine. Al mondo reale. Un messaggio, letto con la fronte corrugata dal senso di colpa. Non c'era bisogno di essere una telepate per capire chi fosse.

«Lucia?» chiesi, la mia voce priva di giudizio, ma con una nota di curiosità. Dentro di me, il mio sarcasmo stava facendo una ola. Tempismo perfetto, ragazza. Un cuoricino come emoticon, scommetto.

«Sì,» rispose lui, rimettendo il telefono in tasca. «Vuole sapere a che ora arrivo.»

Annuii, ostentando una calma serafica. Era tutto così perfetto, così didascalico. Il richiamo dell'ordinario, proprio mentre stavamo parlando di affrontare le parti più profonde di noi stessi. Decisi di affondare il colpo, con gentilezza ovviamente.

«il discorso dell'ombra poi..» presi un respirò profondo riorganizzando le idee, «si integra perfettamente con la lezione, alla quale ho assistito oggi. Appunto, ‘Integrazione della personalità,” mi ricordai che me lo aveva anticipato via messaggio quando ero a Rho, “...a dire il vero quella che comunemente viene chiamata ombra, “ i miei occhi erano ardenti, si vedeva la passione con la quale trattavo quegli argomenti. “ è un termine New Age che rappresenta male la complessità che ci sta dietro.» Cominciava a non seguirla più. «Intanto,» dissi poi, mentre mi sistemavo meglio sul sedile di fronte a me; slacciandomi l'impermeabile e sistemandomi una ciocca bionda di capelli ribelle. «in Oriente si parla di Karma e in particolare il nostro maestro, va ancora più nello specifico parlando addirittura di immagini Karmiche.» Dissi, con un sorrisetto abbozzato, che mi fece increspare le labbra.

Percependo la sua confusione nei suoi occhi, inclinai la testa di lato, « mi segui?» Dissi appoggiandomi allo schienale.

«Veramente no..» disse sinceramente. E per questo lo apprezzavo.

Soddisfatta della sua sincerità, cercai di chiarire meglio il concerto, terribilmente complicato, «Vedi , Francesco, Immagina le immagini karmiche, come pezzi di un film che vengono proiettati all'infinito nella nostra coscienza, e che caratterizzano, fino a quando non sono state affrontate e superate, tutto il nostro modo di vedere e interpretare la realtà.»

Lo vidi grattarsi la testa, aggrottando la fronte, cercando di seguire il filo del discorso. Stiamo parlando di te, di noi, di questa situazione stagnante in cui ti crogioli.

«Affrontarle è un atto di coraggio, ma è anche un atto di amore verso te stesso.» Dissi tutto d'un fiato, lasciandomi i pantaloni sulle gambe accavallate.

Lui rispose con un fischio. «Amore verso me stesso?» ripeté, confuso. «Ma di cosa stai parlando? Sembra tutto così... complicato.»

Lo guardai con i miei occhi profondi, dandogli l'impressione di capirlo profondamente, come se la sua incomprensione fosse la mia. «Francesco,» dissi, «Immagina che alcuni momenti del tuo passato continuino a ripetersi nella tua mente, influenzando come ti senti e come agisci. Queste esperienze lasciano delle 'impronte', delle 'immagini' cariche di emozioni e di energia. Sono queste le immagini karmiche.»

«Immagini karmiche?» ripeté, cercando di capire. «Quindi, sono come dei ricordi?»

«Sì, ma molto più profondi,» risposi. «Sono memorie che influenzano il tuo presente, i tuoi schemi comportamentali, le tue reazioni emotive. A volte, sono così potenti da creare delle vere e proprie 'trappole', dei cicli ripetitivi che ti impediscono di evolvere.»

«Quindi, mi stai dicendo che i miei problemi con l'autorità potrebbero derivare da una vita passata? E come faccio a saperlo? Non mi ricordo niente!»

«Non è necessario ricordare i dettagli delle vite passate,» spiegai. «L'importante è riconoscere lo schema, la 'firma' dell'immagine karmica. Le emozioni, le reazioni, i pensieri che si ripetono sono indizi preziosi.»

«Ma è tutto così... astratto,» si lamentò. «Come faccio a sapere se non me lo sto solo immaginando? E se sono solo paranoie?»

«È una domanda legittima,» ammisi. «Il discernimento è fondamentale. Non si tratta di credere ciecamente a tutto ciò che ci passa per la testa. Si tratta di osservare con attenzione, di ascoltare la propria intuizione, di verificare se i cambiamenti che si verificano nella nostra vita sono reali e duraturi.»

«E se non riesco a farlo da solo?» chiese, sentendosi un po' sopraffatto.

«Nessuno ha detto che devi farlo da solo,» risposi. «E detto tra noi, eccetto rare eccezioni…tra cui la nostra ‘Guru’,» evidenziai la parola Guru agitando la mano a mezz'aria, «Raramente qualcuno ha il livello evolutivo 'necessario’ per affrontare da solo queste parti della nostra coscienza non propriamente simpatiche.»

Capì subito a chi facevo riferimento, quindi chiese, «esistono persone in grado di aiutarci ad affrontare queste…’immagini Karmiche ‘?»

«Certo!», risposi immediatamente, «Ci sono terapeuti, guide spirituali, maestri che possono aiutarci a riconoscere e integrare le nostre immagini karmiche. L'importante è chiedere aiuto quando ne senti il bisogno.» Dissi, appoggiando una mano al mio petto.

«Quindi, devo andare da uno di questi... terapisti esoterici?» chiese, con un tono scettico.

«Se senti che è la strada giusta per te, sì,» risposi. «Ma puoi anche iniziare con la meditazione, la lettura di libri che parlano di karma e reincarnazione. L'importante è iniziare il viaggio, e fare il primo passo.» dicevo fissandolo negli occhi, poi appoggiai una mano sul suo ginocchio. Il suo gesto mi fece salire il caldo alle guance. «Ma tu sei un po' oltre a questo punto, »

« Cosa…cosa intendi? « chiese con un leggero sorriso.

«Beh Francesco, ormai è quasi un anno che mediti, dall'estate scorsa, giusto? E hai avuto un esempio chiaro del percorso avendo avuto a che fare con Sofia…» dissi, e pronunciando il nome della nostra Guru la voce mi si incrinò leggermente. Un velo di tristezza mi oscurò per un istante lo sguardo, mentre distoglievo gli occhi dai suoi per fissare il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. Quello non era calcolato. Il dolore per la sua assenza era una ferita sempre aperta.

Entrambi sopraffatti dal momento, rimanemmo in silenzio, osservando la piccola stazione di un paesino di campagna in provincia di Pavia.

Fu lui a rompere il silenzio, con un moto di ribellione adolescenziale. «E se... se non voglio affrontare le mie immagini karmiche? Se preferisco ignorarle?»

Ecco il punto. La paura.

«Puoi farlo,» risposi, con un tono calmo. «Ma ricorda, le immagini karmiche non scompaiono se le ignori. Continuano a influenzare la tua vita, a creare schemi ripetitivi, a limitare il tuo potenziale. Affrontarle è un atto di coraggio, ma è anche un atto di amore verso te stesso.»

Un grosso sorriso mi spuntò sul viso. «Ecco questo in sintesi è la lezione Psicologia dello Yoga.»

Lui mi guardò con una stima che mi riscaldò il cuore. Ci fu un attimo di connessione pura, un momento in cui forse, per un secondo, aveva capito tutto. E fu allora che decisi di lanciare l'ultima, deliberata frecciatina. L'esame finale.

«Francesco adesso ho io una domanda per tè..» dissi, e il mio tono si fece diverso. Più intimo, più diretto. «Come si fa', dopo aver sperimentato lo straordinario…ad accontentarsi dell'ordinario?»

Lo lasciai cuocere nel suo brodo per un istante, poi aggiunsi il carico. «Io di certo non posso rispondere per tè, ma io dopo aver conosciuto, chi sai tu…faccio fatica a rapportarmi con chiunque…»

Traduzione simultanea dal Solese all'Italiano: Guarda davanti a te, genio. Guarda chi sta vibrando alla tua stessa frequenza mentre tu ti perdi dietro a cuoricini e sensi di colpa.

Ma non avevo ancora finito. C'era un'ultima perla di saggezza da dispensare, giusto per sigillare il tutto.

«Come disse qualcuno duemila anni fa non accendi una luce per nasconderla poi dietro ad un telo…»

La sua espressione fu impagabile. Un misto di shock, confusione e, forse, un barlume di comprensione. Missione compiuta. Mi chiusi nel mio silenzio, appoggiando la testa al finestrino, e lo lasciai a meditare. Il treno correva verso Pavia, e io sentivo di aver appena portato la nostra partita a scacchi su un livello completamente nuovo.

Il treno rallentò, scivolando verso la stazione di Pavia. E, come da copione, eccola lì. Sulla banchina, in mezzo al viavai di gente normale, spiccava lei, la rappresentante ufficiale del mondo ordinario: Immobile, lo sguardo fisso sul nostro vagone, come un falco che attende la preda. E, dannazione, era di una bellezza quasi irritante, di quelle che non puoi fare a meno di notare. Non era solo carina; era imponente. Alta, con le gambe lunghe che quella semplice tuta grigia sembrava solo esaltare, e un fisico tonico che parlava di ore di allenamento, non di serate passate a meditare sui libri. Con l'ombelico scoperto e il cappuccio a incorniciarle il viso perfetto, sembrava una di quelle modelle scese per sbaglio alla fermata sbagliata. Ah, la gioventù, pensai, con una punta di acido sarcasmo che serviva a mascherare la fitta allo stomaco. Beata lei che non teme i colpi d'aria e, a quanto pare, nemmeno la competizione.

Mentre scendevamo, sentii l'atmosfera cambiare. L'aria non era più solo fresca, era gelida. Il campo di forza di Lucia ci aveva investiti in pieno.

«Ciao, Sole,» disse, e la sua voce avrebbe potuto tagliare il vetro. Ogni sillaba era un piccolo proiettile di ghiaccio. «Ci sei anche tu...»

Era il mio momento. Niente passi indietro, niente sorrisi di circostanza. Era l'ora di giocare a carte scoperte, ma con stile. Le rivolsi il mio sorriso più enigmatico, quello che diceva "so cose che tu non puoi nemmeno immaginare" e incrociai le braccia. Una posa da manuale, lo so, ma terribilmente efficace.

«Ciao,» risposi, con una calma che mi sorpresi di possedere. «Come sai, abito a Pavia anche io.» Un dettaglio geografico inconfutabile, cara.

Lei ignorò la mia affermazione e si rivolse a Francesco, che nel frattempo aveva assunto la consistenza di un budino. «Tutto bene a Milano?»

Decisi di intervenire, per pura generosità. Poverino, era in palese difficoltà.

«Francesco è stato così gentile da accompagnarmi in libreria,» dissi, sollevando leggermente la borsa con i miei nuovi tesori spirituali. Un piccolo gesto per sottolineare la natura culturale del nostro pomeriggio.

La vidi irrigidirsi. La tensione era quasi comica. Mi sentivo come in un documentario, a osservare le dinamiche territoriali di una specie selvatica. Francesco, al centro, era il cucciolo conteso.

Esterrefatta – o forse solo a corto di strategie – Lucia gli afferrò la mano. «Francesco,» sibilò, con l'irritazione di chi sta perdendo la pazienza, «andiamo, devo parlarti.»

Lui annuì, con un sollievo quasi palpabile. La fuga, la sua tattica preferita. Mentre si allontanavano, lui si voltò a guardarmi, un'ultima volta. Lo osservai andare via, trascinato dalla sua normalità.

Rimasi ferma sulla banchina, con un'espressione che lui avrà definito indecifrabile. In realtà, stavo pensando a una cosa molto semplice. La partita era iniziata. Avevo acceso la mia luce, e non avevo nessuna intenzione di nasconderla. E mentre li guardavo sparire tra la folla, un pensiero ironico mi attraversò la mente: Chissà se per parlare avranno bisogno di un panzerotto.

Un sorriso mi spuntò sulle labbra. Mi voltai, e con la calma di chi sa di aver fatto esattamente ciò che doveva, mi diressi verso la fermata dell'autobus. Il sole stava tramontando, e per la prima volta da tanto tempo, sentivo che anche il mio, stava finalmente per sorgere.

In quel momento vivrò il mio cellulare con un emoticon a forma di libro, era un messaggio da parte di Martina, la mia ‘robotica assistente’, “tutto bene la lezione, il viaggio Milano, e…Francesco?”

Sì nell'ultima settimana mi ero aperta con lei avevo cominciato a chiacchierare come mi aveva insegnato Sofia, l'apertura è il primo passo per l'empatia e per la conoscenza di sé e di chi ci circonda.

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